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«Cose di donne», dirà Cosimo I

 C’è, ed è inutile negarlo, una componente di «escapismo» nel dedicare del tempo alla lettura della biografia di santa Caterina de’ Ricci, anzi al Breve ristretto della vita mirabile della Beata Caterina de’ Ricci, vergine domenicana1, apparso nel 1733, un anno dopo la beatificazione, le cui dodici pagine rappresentano gli appunti essenziali (un riassunto, restrictus) per la biografia vera e propria che verrà pubblicata nel 1747, in questo caso un anno dopo la canonizzazione. Gli elementi classici dell’agiografia ci sono tutti: la piccola Caterina (al secolo Alessandra Lucrezia Romola, nata a Firenze il 23 aprile 1522 – e nel testo c’è già un refuso: 1552) «fin da bambina parca nel cibo e lontana da puerili trastulli», subito devota e in contatto col suo angelo custode; osteggiata dal padre nel suo intento, ma poi sostenuta; umilissima novizia e saggia sottopriora e quindi priora; grande digiunatrice e severa castigatrice del corpo; soave infermiera, zelante ammonitrice, visionaria e profetessa. Tutto da manuale, compreso il santo transito, avvenuto nel monastero di San Vincenzo di Prato alle sette del mattino del 2 febbraio 1589, quando «nelle mani del Crocifisso suo sposo placidamente depositò il suo spirito, in età di anni 67, mesi 9, giorni 7, ed anni 54 di religiosa osservanza», e naturalmente i miracoli post mortem.

Ci sono anche, tuttavia, due piccole cose di quelle che mi piacciono sempre molto, un po’ perché difficilmente sono «inventate», o appiattite sui canoni del genere, e poi perché restituiscono frammenti di discorso diretto, di parole effettivamente pronunciate, nella fattispecie oltre cinquecento anni fa. Il primo caso riguarda uno dei peccatori impenitenti per i quali Caterina pregava senza sosta. Si trattava peraltro di un benefattore del monastero che però conduceva una vita «licenziosa». Caterina lo ammonì ancora una volta e «ne sentì in risposta derisoria, ch’andasse a filare»; al che la monaca raddoppiò le orazioni e per salvarlo si fece carico di «acerbissimi dolori, ond’ebbe a dire: vedrà ora N.N. se ho saputo filare».

Il secondo caso riguarda le estasi (i ratti) cui spesso Caterina era soggetta, tutt’altro che casuali e irregolari, poiché infatti «per lo spazio di dodici anni continui ogni settimana, dalle ore diciotto del Giovedì fin’alle ventidue del Venerdì fu rapita in un’Estasi di ventott’ore, elevata da terra, ma genuflessa, senza punto cibarsi né riposare, senza batter palpebre, né arrendersi a qualsisia fattale violenza…» Perfettamente immobile, tanto che venivano anche da Firenze per vederla. Come Donna Leonora di Toledo, moglie di Cosimo I, che dopo averla osservata a lungo e averla scossa, «sempre inutilmente», si voltò verso le dame del suo seguito e, già presagendo la scontata reazione del maschio di casa, disse: «Quando si vede, bisogna credere: se tutto ciò, che noi vediamo, ed abbiamo da noi stesse provato, riferiremo al nostro Signor Duca, dirà che sono pietà e divozioni femminili, alle quali non si deve dar fede: e pure con li proprj occhj, e mani, le vediamo, e tocchiamo».

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  1. Titolo completo: Breve ristretto della vita mirabile della Beata Caterina dell’illustrissima e clarissima famiglia de’ Ricci di Firenze, monaca professa del Terz’Ordine de’ Predicatori nel venerabile monastero di San Vincenzo di Prato, dedicato a’ divoti della medesima Beata, in Roma ed in Firenze, 1733. Nella stamperia allato alla Chiesa di S. Apollinare. Con licenza de’ Superiori. Si vendono in Prato da Ciriaco Fabbri Librajo.

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Andato, visto, tornato, raccontato (il quarto libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Talvolta i casi raccontati da Gregorio Magno1, da cui spuntano gli esempi di umorismo involontario di cui si diceva, svoltano improvvisamente, se così si può dire, soprattutto quando entra in scena la giustizia divina – con quella logica distorta, così difficile da contestualizzare, tanto da chiedersi se sia necessario farlo.

Emblematica è la storia di Galla, «nobile fanciulla della nostra città, figlia del console e patrizio Simmaco», che, rimasta precocemente vedova, volle unirsi a Dio invece di risposarsi. C’era un problema: «Dato però che il suo temperamento era molto ardente, i medici le dissero che, se non tornava a unirsi con un uomo [nisi ad amplexus viriles rediret], a causa dell’eccessivo ardore le sarebbe cresciuta, contro natura, la barba, il che effettivamente avvenne». Si ridacchia. A Galla, d’altra parte, non importava più di esser brutta per gli uomini, poiché le premeva d’esser bella per lo sposo celeste. Sicché si diede senza remore al servizio di Dio e per molti anni si dedicò ai bisognosi, finché… finché «Dio onnipotente decise di darle per questa sua attività la ricompensa eterna [e] fu colpita da un cancro alla mammella [cancri ulcere in mamilla percussa est]». Non si ride più.

Si scorrono con un sorriso novecentesco sulle labbra le molte storie che lasciano intravvedere scorci dell’altro mondo, cosa che avviene grazie a testimoni oculari, individui protagonisti di casi di morte apparente che il curatore avvicina alle near death experiences «che da decenni attirano l’interesse generale, oltre che scientifico di medici, neurologi e psichiatri». I Dialoghi sono la sorgente di queste visioni che si gonfieranno sino a sfociare nella Commedia, anzi: «È in questo racconto [la visione del monaco Reparato raccontata nel capitolo 32], e negli altri che seguiranno sullo stesso tema, l’“atto di fondazione” di un genere letterario, quello della visione dell’aldilà o viaggio nell’aldilà, destinato a grande fortuna nei secoli successivi». Reparato infatti, dato per morto, torna in sé e racconta di aver visto il rogo preparato per il presbitero Tiburzio, noto per «essere dedito ai piaceri della carne», e ri-muore. Il commento di Gregorio è illuminante: «Il fatto che Reparato, condotto al luogo dove si scontano le pene, abbia visto, sia tornato, abbia raccontato e sia morto dimostra con evidenza che quelle cose egli le ha viste non per sé ma per noi perché, fin tanto che ci è concesso di vivere, ci è data la possibilità di purificarci dalle cattive opere».

Così, cominciano a scorrere immagini di luoghi sotterranei, dove ardono «fornaci ardenti» inestinguibili; dove fluiscono fiumi «neri e caliginosi, che esalano una nebbia di fetore insopportabile»; dove gli spiriti cattivi si contendono l’anima dei trapassati; dove «ecce draconi ad devorandum datus sum»; dove i superbi stanno con i superbi, i lussuriosi con i lussuriosi e così via, «pari nella colpa, sono condotti a pari tormenti»; eccetera2.

Si diceva di Pietro, il mite interlocutore di Gregorio, che in questo quarto libro alza qualche volta la testa quasi fosse uno di noi moderni. Ebbene, in mezzo a tanto fuoco solleva una questione che più moderna non si può, quella del «fine pena mai», e lo fa con una frase che sorprende (46, 3): «Vorrei sapere come possa essere giusto che una colpa, che è finita, venga punita senza fine». Gregorio risponde così, forzando un po’ quello che ha detto Pietro: «Sarebbe giusta questa obiezione, se il severo giudice valutasse non i cuori degli uomini ma soltanto le loro azioni. In effetti le colpe dei malvagi sono finite, perché finita è la loro vita». Ma: «Se avessero potuto, avrebbero voluto vivere senza fine per poter peccare senza fine». Questa volta Pietro non molla, la punizione deve servire alla correzione, altrimenti è crudeltà: «Ma se coloro che sono consegnati alle fiamme della geenna non possono più essere corretti, a qual fine bruceranno per sempre?» E Gregorio: Dio è buono e giusto, e la punizione dei malvagi serve a che i giusti comprendano la grazia da cui sono stati toccati, quella di non meritare la pena. Ma scusa, Gregorio, insiste Pietro, «ma come possono essere santi, se non pregheranno per i loro nemici che vedono puniti nel fuoco?» Hanno pregato quando erano in vita, si spazientisce Gregorio, adesso non ha più senso, perché sarebbe inutile, e chiude il discorso con un ragionamento «tecnico» non proprio limpido.

Su questa nota saluto i Dialoghi di papa Gregorio Magno e e la sua ammissione che se Dio giudicasse soltanto le azioni… come fanno peraltro i giudici…

(2-fine)

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006.
  2. Perché proprio adesso si infittiscono queste visioni? chiede Pietro. Perché il secolo presente si avvicina alla fine, risponde Gregorio. Come quando la notte sta per finire e il nuovo giorno sta per cominciare, «allo stesso modo la fine di questo mondo si mescola con l’inizio di quello futuro, e ciò che resta delle tenebre si illumina per la mescolanza della luce spirituale. Perciò già vediamo molte cose di questo mondo a venire, ma non le conosciamo ancora perfettamente, perché le scorgiamo come in un crepuscolo della mente, prima del sorgere del sole» (43, 2).

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Rondine, la zia Tarsilla e lo Stefano sbagliato (il quarto libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno, pt. 1)

Questi ultimi tre mesi, dedicati, con qualche intervallo, a Gregorio Magno, si avviano a conclusione e può accadere di arrivare alla lettura del quarto e ultimo (e più lungo) libro dei Dialoghi1 un po’ affaticati; cosa che peraltro trova parziale riscontro in quella che forse era la stanchezza dell’autore stesso. Gli studiosi, inoltre, sono inclini a pensare «che il quarto libro sia stato rapidamente progettato e assemblato, aggiunto in un secondo momento al corpo omogeneo dei primi tre, forse per rispondere a richieste sopravvenute su argomenti escatologici non preventivati o per sfruttare il successo e l’occasione che esso forniva» (Pricoco) – una trilogia in quattro volumi, insomma, come s’usa non di rado anche oggi…

Non ci vuole molto, tuttavia, per accorgersi che anche nei suoi squilibri, nei capitoli appena abbozzati o in quelli un po’ farraginosi, il quarto libro è pieno di cose interessanti, non soltanto intorno al «tema generale, che comprende tutti gli altri, [del]l’approdo finale che attende la creatura terrena, premiata o punita dopo la morte per la condotta tenuta in vita».

Già all’inizio, ad esempio, ci si imbatte in una curiosa cover del mito platonico della caverna, opportunamente cristianizzato (come i menhir) per illustrare perché taluni facciano tanta fatica a credere a ciò che non vedono. «Supponiamo», dice Gregorio, «che una donna incinta sia mandata in carcere dove partorisce un figlio che, nato in carcere, colà viene allevato e cresce…» Anche se la madre gli racconta di sole, luna, uccelli e cavalli, per il figlio saranno soltanto dei nomi, e potrebbe ragionevolmente dubitare di ciò che non conosce per esperienza. Per questo c’è la fede, dono dello Spirito Santo. Pietro, il diacono con il quale dialoga papa Gregorio, e che in questo libro talvolta non si limita a concisi, e anche un po’ servili, assensi, si dimostra nell’occasione quasi nostro contemporaneo: «Chi non crede nell’esistenza delle realtà invisibili non ha fede, e chi non ha fede, riguardo a ciò di cui dubita richiede non l’affermazione di fede ma la spiegazione razionale». Gregorio risolve l’impasse un po’ frettolosamente: guarda che anche l’infedele ha fede, ad esempio crede che i suoi genitori lo abbiano generato anche se non «sappia quando sia stato concepito o abbia visto quando sia nato», gli manca solo la fede giusta, quella in Dio2.

Ai primi posti metterei anche i nomi propri che costellano il testo, una piccola collezione di gioielli che restituiscono «in controluce» frammenti di storie individuali: il monaco Specioso, l’abate Speranza, la giovane Galla (di cui poi dirò), «un tale di nome Servolo, del quale anche tu [Pietro] sono sicuro che ti rammenti», le ancillae Dei Rondine, Redenta e Romola [Herundinis, Redempta, Romula], «mia zia Tarsilla» (che pregava sempre prostata, tanto che quando ne lavarono il cadavere prima della sepoltura «si constatò che ai gomiti e ai ginocchi per la pratica della diuturna orazione la pelle era diventata dura come quella dei cammelli [camelorum more obdurata]», l’avvocato Cumquodeus («che è morto di pleurite nella nostra città due giorni fa»), il conte Teofane, l’«uomo ragguardevole» Reparato, il calzolaio Deusdedit, i fratelli monaci, ed esperti di medicina, Giusto e Copioso…

Poi ci sono gli episodi di umorismo involontario – assolutamente involontario, dato che si tratta spesso di mostrare quale sia il destino degli impenitenti – come quello che riguarda l’«illustre Stefano» morto improvvisamente a Costantinopoli durante una missione e subito «portato nell’inferno». Ma… con tutta evidenza l’omonimia è un problema di tutte le giustizie poiché «quando fu presentato al giudice che presiedeva, non fu accettato da quello, che disse: “Ho ordinato di portare qui non costui, ma Stefano il fabbro ferraio”. Perciò egli fu subito restituito al suo corpo, e Stefano il fabbro, che viveva vicino a lui, morì proprio il quel momento». A riprova che laggiù si viene giudicati, anche se qualche problema con la relativa pratica ci può scappare.

(1 – segue)

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006.
  2. Inoltre, chiosa Gregorio più avanti, «è oggetto di fede ciò che non si può vedere, poiché ciò che si vede, in quanto si vede, non può essere oggetto di fede».

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Due orti e un ovile (il terzo libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno)

 Sono molte, nei quattro libri dei Dialoghi di Gregorio Magno, le storie di miracoli che hanno come sfondo le attività e i luoghi legati al sostentamento, e la cosa non sorprende se si pensa alla loro vitale importanza nel contesto della società altomedievale. Ho letto finora metà del terzo libro e ne ho incontrate già tre che mi sono piaciute assai1.

Proprio ad apertura di libro (cap. 1) Gregorio racconta di Paolino da Nola, personaggio molto noto per vari aspetti, qui ricordato per un miracolo di profezia, in cui però, per me, il grande protagonista è l’orto. Paolino è già vescovo, appunto di Nola, quando una vedova lo implora di aiutarla a riscattare il figlio rapito dai Vandali e portato schiavo in Africa. Paolino non ha nulla sotto mano, ma poiché la donna insiste, le offre se stesso. Lei non gli crede (anzi, pensa che «volesse prenderla in giro piuttosto che compiangerla»), ma poiché lui insiste, i due partono. Giunti dal padrone del figlio (l’uomo, tra parentesi, è genero del re), la vedova propone lo scambio. Il barbaro, ovviamente tronfio e gonfio, si rivolge a Paolino: Cosa sai fare? «E Paolino rispose: “Non conosco alcun mestiere, ma so coltivare bene un orto”.» Ah, okay, affare fatto: figlio restituito, Paolino a vangare. Cosa che effettivamente sa fare piuttosto bene, ma non solo, Paolino è anche colto oltreché coltivatore, e il suo nuovo padrone se ne accorge, tanto che, invece di andare a trovare gli amici, finisce sempre a parlare con lui. «Dal canto suo, Paolino ogni giorno portava alla mensa del padrone verdure fresche e odorose [odoras virentesque herbas] e, ricevuta la razione di pane, tornava nell’orto.» Il tempo passa, finché Paolino fa la sua profezia: il re morirà a breve. Il barbaro riferisce al suocero, che gli dice: Portami un po’ questo tuo ortolano. «Così fu fatto. Quando il re si sedette a pranzo, Paolino venne a portargli verdure di ogni genere, fresche e odorose, da lui coltivate…» E da lì in poi è tutta discesa.

Più o meno a metà libro incontriamo un «venerabile sacerdote» (cap. 22) che, conclusa la sua santa vita, viene sepolto vicino alla sua chiesa, nel luogo che «era di passaggio per andare dalle pecore». La notte, mentre i chierici della parrocchia sono intenti a cantare i salmi, un ladro si introduce nell’ovile, prende un castrato e fa per andarsene, «ma quando arrivò al luogo dove era stato seppellito l’uomo del Signore, d’un tratto si fermò e non poté più muovere un sol passo». E non può neanche mollare il maltolto. Niente, resta lì bloccato tutta la notte, con il castrato in mano. Al mattino, usciti di chiesa, i chierici lo vedono, ma non capiscono se il tizio sta rubando loro l’animale o se glielo sta portando in offerta. Il ladro allora confessa: ammirazione per il potere di interdizione della tomba, preghiere di ringraziamento, osso mollato, ladro perdonato.

Tornando un po’ indietro troviamo Isacco (cap. 14). Siriano di origine, Isacco si ritira in una comunità nei pressi di Spoleto e, nonostante qualche abitudine un po’ strana, «la sua condotta di vita fu conosciuta in lungo e in largo dagli abitanti di quella regione». Una sera, ad esempio, dice ai confratelli di «gettare nell’orto del monastero quegli arnesi [ferramenta] che usualmente sono definiti vanghe [vangas]. Ma perché? gli chiedono. Voi non vi preoccupate, risponde, anzi, «preparate [anche] un piatto di carne per i nostri lavoratori, perché sia pronto a prima mattina». Quali lavoratori? gli chiedono. Date retta, un piatto di carne. Al mattino tutta la comunità, piena di curiosità, si reca nell’orto e «per quante vanghe [Isacco] vi aveva fatto gettare trovò altrettanti lavoratori». Com’è possibile? Il fatto è che dei ladri si erano introdotti nella notte e, trovate le vanghe, «per opera dello spirito la loro intenzione era cambiata» e si erano messi al lavoro. Al che «Isacco disse: “State allegri, fratelli, avete lavorato molto, perciò ora riposate”» […] e dopo tanta fatica li rifocillò». Dopodiché li congeda e si raccomanda «Non fate più del male. Ogni volta che volete qualcosa dall’orto, venite all’ingresso, chiedete senza alzare la voce [tranquille petite] e riceverete, insieme con la benedizione». C’est-à-dire: chiedete, coi bei modi, e vi sarà dato.

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume II (Libri III-IV), testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, commento a cura di S. Pricoco, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2006.

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La caraffa frantumata (il secondo libro dei «Dialoghi» di Gregorio Magno)

 Il secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno è occupato per intero dalla vita di Benedetto da Norcia1, «uomo di vita venerabile, Benedetto di nome e per grazia, che fin da ragazzo aveva il cuore di un vecchio (ab ipso pueritiae suae tempore cor gerens senile)». «È questa», ci ricorda Salvatore Pricoco, «la prima e per lungo tempo unica testimonianza su san Benedetto, che – a differenza di altre figure della storia monastica di questa età, quali Cesario di Arles o Cassiodoro – non ha scritto di sé e sul quale nessuno dei contemporanei ha lasciato un solo cenno.» L’ordine e l’universo benedettino sono realtà ancora molto lontane e anche la mirabile Regola («una regola per i monaci, esemplare per la discrezione, brillante per la forma», dice Gregorio in una breve menzione) è solo una tra le tante che circolano all’epoca, e di certo non la più diffusa, anzi. Come il resto dei Dialoghi, anche la Vita e miracoli del venerabile abate Benedetto (questo il titolo completo) è stata oggetto dapprima di una diffusione senza pari2 e poi di uno studio indefesso, che ha portato alla messa in discussione della paternità autoriale di papa Gregorio. La questione si potrebbe dire ancora aperta, anche se la mozione di un autore anonimo (il cosiddetto «Dialoghista»), che avrebbe scopiazzato da varie opere del pontefice, utilizzandone anche degli scritti per così dire inediti, mi pare sia da considerarsi di minoranza.

Le pagine famose, belle, interessanti o gustose sono innumerevoli, la più nota e commovente essendo forse quella dell’incontro di Benedetto con la sorella Scolastica. Oggi mi prendo qualche libertà con la storia raccontata nel capitolo 3, La caraffa di vetro spezzata con un segno di croce.

* * *

Benedetto ha lasciato Roma, è vissuto circa tre anni in solitudine a Subiaco, ha superato diverse prove e comincia a essere conosciuto nei dintorni «per la fama della sua eccellente condotta di vita». Una comunità di monaci dei dintorni, rimasta senza abate, gli si rivolge: Vieni da noi, ti preghiamo, guidaci tu. Benedetto esita: Guardate che non può andare, siamo troppo diversi voi ed io… E quelli insistono, no, no, dai; Benedetto acconsente, ma poi non dite che non vi avevo avvertito.

Benedetto si installa e cambia musica, subito, proibendo tutte le storture che quelli «erano soliti fare prima». In capo a qualche giorno, i monaci sclerano; prima si accusano a vicenda: noi non lo volevamo come abate, voi avete insistito, e questo è il risultato, complimenti! Poi, «siccome è difficile per una mentalità ormai invecchiata costringersi a pensare in modo nuovo», «si dettero a ricercare il modo di ucciderlo» – risolviamo alla radice.

Detto fatto. Gli avveleniamo il vino, ma quando gli viene posto dinanzi, affinché com’era usanza lo benedica, Benedetto traccia il segno della croce e la caraffa, «che pure era tenuta un po’ discosta da lui», va in frantumi. Benedetto capisce, si alza, non si scompone e si rivolge ai monaci: Ma siete matti?! Che Dio vi perdoni! Ve l’avevo detto, no?, che non avrebbe funzionato! «Andate perciò a cercarvi un abate adatto a voi, perché dopo questo incidente [chiamalo incidente] non potete più avere me.» Vi saluto, me ne torno nella mia grotta.

* * *

Sollecitato dal suo interlocutore, Pietro, Gregorio ne approfitta per svolgere una questione che lo tocca da vicino. Benedetto ha fatto bene a non insistere, anche se andandosene ha abbandonato i monaci alla loro malizia. La situazione era irrimediabile e se Benedetto si fosse incaponito, si sarebbe consumato inutilmente «giorno dopo giorno nello sforzo di correggerli» e avrebbe finito per trascurare la propria anima e magari perdersi. Ed ecco la massima riassuntiva che Gregorio in fondo, con malcelata mestizia, rivolge a se stesso: «Ogni volta infatti che ci facciamo trascinare troppo fuori da noi stessi perché agitati dai pensieri, continuiamo a essere noi ma non siamo più con noi perché, perdendo di vista noi stessi, ci disperdiamo di qua e di là».

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), volume I (Libri I-II), introduzione e commento a cura di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2005.
  2. «I Dialoghi sono stati accompagnati per secoli da una fortuna quale pochi scritti di età altomedievale, o forse nessuno, hanno avuto» (Pricoco).

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Come si vola in una giornata tranquilla (san Columba e Iona)

 Dopo oltre tredici anni ho riletto la Vita di san Columba di Adamnano di Iona, sia perché nel frattempo ne è uscita una traduzione italiana1, sia perché è uno dei rari testi che conosco che mantiene con il «suo» luogo un rapporto molto forte: a suo tempo ho visitato l’abbazia di Iona, e l’impressione di essere lì, dove e quando si svolgono i fatti narrati da Adamnano, forse non è stata del tutto illusoria. Quando ad esempio, subito al capitolo 4 del primo libro, Columba profetizza l’arrivo di alcuni ospiti all’abbazia e uno dei fratelli dice: «Chi può attraversare lo stretto in sicurezza, per quanto corto sia, in un giorno così pericoloso e tempestoso?», chi è stato a Iona non può non ricordare il piccolo braccio di mare che la separa dall’isola di Mull e il traghettino che si prende per raggiungerla…2

(foto Potts)

 Comunque, devo dire che me la ricordavo abbastanza bene, la Vita di san Columba. Questa volta mi hanno colpito soprattutto gli episodi nei quali sono presenti, protagonisti o meno, degli animali. Perché va da sé che il santo, oltre a essere in prefetta comunione con Dio, lo è con i pensieri degli uomini, con i movimenti della natura (sole pioggia, acqua terra, mare vento tempesta) e appunto con gli animali, quelli buoni, che vanno aiutati con generosità, quelli smisurati, che vanno temuti e magari evitati, quelli cattivi, che vanno affrontati con fermezza – un po’ come accade per le circostanze della vita.

Quindi balene, che rendono pericolose le frequenti navigazioni tra un’isola e l’altra; mucche che si smarriscono; foche, anzi, come dice il santo, «le nostre giovani foche… allevate e nutrite» in un’isoletta vicina (cibo per gli ospiti, pelle, olio); salmoni «di dimensioni stupefacenti» che si offrono al santo; cinghiali bloccati dalle preghiere; mostri acquatici (proprio lui, il mostro di Loch Ness) respinti negli abissi; serpenti neutralizzati…

La storia più bella è raccontata nel capitolo 42 del primo libro, intitolato Prescienza e profezia del santo su una questione di minore importanza, ma così bella [appunto] che non credo possa essere taciuta. Un giorno, sempre a Iona, Columba chiama un fratello e gli dice: «La mattina del terzo giorno da questa data devi sederti e aspettare sulla costa dal lato occidentale di quest’isola, perché una gru, che è straniera in queste regioni settentrionali ed è stata spinta qui dai venti, verrà, stanca e affaticata, dopo l’ora nona, e si coricherà davanti a te sulla spiaggia, completamente esausta». Pertanto Columba incarica il monaco di trovare un ricovero adatto, dove l’animale (che il santo sa essere irlandese, conterraneo), nutrito, possa riprendersi e poi ripartire. Naturalmente, «come il santo aveva predetto, così avvenne». La gru arriva, stremata, viene raccolta («dolcemente»), curata, sfamata; infine si riprende e il terzo giorno (!) si alza in volo e «diresse la sua corsa attraverso il mare fino all’Irlanda, andando sempre dritto, come si vola in una giornata tranquilla».

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  1. Sentinelle sull’isola. Vita di san Columba d’Irlanda, Cuthberth di Farne e degli Abati di Jarrow, a cura di A.M. Osenga, Monasterium 2024.
  2. Lo stretto che separa Iona da Mull è assai presente nel testo di Adamnano, tanto che lui stesso comincia un capitolo con queste parole: «Una domenica si udì un forte grido oltre lo stretto, di cui parlo così spesso»…

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Era già un po’ che me ne stavo lì (Gregorio Magno)

 Gregorio I è papa da circa tre anni (è salito al soglio nel 590) e non passa giorno in cui non pensi con nostalgia ai suoi anni in monastero, a Sant’Andrea al Celio. Ne parla spesso nelle lettere e non perde occasione di ribadirlo quando mette mano al mirabile proemio del primo libro dei Dialoghi, un testo che «è stato celebrato da critici illustri (Auerbach in testa) come scritto di straordinaria modernità e collocato tra i modelli, nel solco del grande Agostino, della letteratura di confessione» (Salvatore Pricoco1). L’ho riletto, nella traduzione delle Benedettine di Viboldone2.

1. Un giorno,

Sembrerebbe un attacco comune, tipico di Gregorio peraltro, ma a me la formula dà un senso preciso come di apertura di un sipario, come invito a vedere, a immaginare, oltre che ad ascoltare. E infatti ci sarà molto da immaginare nei primi paragrafi e non pochi saranno i termini riferibili al vedere e allo sguardo.

oppresso dall’insopportabile invadenza [agitazione, per Simonetti] di alcuni uomini di mondo [seculares], ai cui affari troppo spesso siamo costretti a pagare un tributo, anche quello che sicuramente non starebbe a noi accollarci,

Una precisazione che non ci si aspetterebbe da un papa che lungo tutta la sua «carriera» ha sempre sentito il valore della responsabilità del pastore.

andai a cercarmi un luogo appartato [quindi dove non esser visto], consono alla tristezza, perché capissi lucidamente tutto ciò che, nelle mie occupazioni, mi metteva a disagio, e potessi considerare liberamente tutti i quotidiani motivi di afflizione.

Bello e quasi romantico il «luogo appartato consono alla tristezza», il locum amicum moerori, dove il moeror accoglie un vasto insieme di significati da tristezza a malinconia, da pena ad afflizione a dispiacere.

2. Era già un po’ che me ne stavo lì, triste e silenzioso,

Nel testo latino Gregorio precisa che se ne stava seduto, e come non vederlo, lì, fermo, lo sguardo perso nel vuoto a ripassare i motivi concreti della propria depressione, magari concedendosi una punta di autocommiserazione, solo una punta, prima che arrivi l’amico. I due, è evidente, si sono sorrisi vicendevolmente.

quando mi si presentò il dilettissimo figlio e diacono Pietro, legato a me in intima amicizia fin dal primissimo fiore della giovinezza e compagno [socius] delle mie ricerche [meglio, compagno di ricerche] sulla Parola Sacra. Vedendomi sopraffatto da quella forte depressione, mi disse: «È successo qualcosa di nuovo, che la pena ti invade più del solito?»

Che succede, Gregorio? Qualche nuova tegola? Anche qui l’evidenza della domanda e della situazione, familiarissima, è tale che sembra quasi di sentirla, quella domanda.

3. Io risposi: «Pietro,

Ma no, niente, le solite cose… Il fatto è che

la tristezza ci cui io soffro ogni giorno, mi è sempre vecchia, perché ormai consueta, e sempre nuova perché ogni giorno si accresce. In effetti, il mio animo infelice, oppresso dalla ferita del quotidiano affaccendarsi [pulsatus vulnere occupationis], si ricorda di com’era un tempo in monastero quando tutte le cose caduche erano da lui poste su un piano inferiore; di come dominava tutte le realtà passeggere, e aveva abitualmente il pensiero alle realtà celesti; si ricorda che, pur trattenuto nella condizione terrena, superava attraverso la contemplazione le frontiere della carne e amava la stessa morte, che pressoché da tutti è ritenuta una condanna, quale ingresso nella vita e premio alla fatica.

La risposta, come anche il paragrafo seguente, non è improvvisata, si capisce che le parole sono state messe a punto in lunghe meditazioni ripetute. Da notare come le «frontiere della carne», che Simonetti rende con «angustie della carne», in latino è carnis claustra, ed è pensabile che un ex monaco qual era Gregorio non usi quel termine a caso, ancorché al plurale – il corpo quale secondo chiostro.

4. Ma ora a motivo della responsabilità pastorale si affanna [l’animo] per le questioni degli uomini di questo mondo, e dopo la bellezza stupenda di quella pace è imbrattato dalla polvere dell’azione terrena. Una volta che ci si è dispersi nell’esteriorità per venire incontro alla moltitudine, anche quando si ricerca l’interiorità ci si ritrova indubbiamente molto svuotati.

Certo, le strade della Terra sono polverose e se ci si muove lungo di esse, ecc. «Incontro alla moltitudine», cioè «incontro alle esigenze di molti» (Simonetti), da cui emerge proprio la folla di chi si rivolge al papa e chiede, chiede, chiede.

Perciò da una parte valuto ciò quello che devo sopportare, dall’altra quel che ho perduto, e quando intuisco la profondità della perdita mi si fa più greve il fardello da portare.

Se ci ricordiamo che siamo alla fine del VI secolo «quello che devo sopportare» suona incredibilmente «moderno». È il momento della metafora della nave che, quantunque classica, non è ancora, alla fine del VI secolo appunto, del tutto consumata e inutilizzabile, anzi:

5. Ecco, ora sono sbattuto dai flutti del grande oceano, e nella navicella del mio spirito sono squassato dall’infuriare di una violenta tempesta. E guardando alla vita di prima, quasi voltandomi a guardare indietro, sospiro al vedere il lido lontano. E ancora più pesante è il mio disagio quando, sballottato su giganteschi cavalloni, riesco a malapena a scorgere il porto che ho lasciato.

Guardando, guardare, vedere, scorgere…

Questa infatti sono le cadute dello spirito [o della mente, mentis, ancora più adatto a noi contemporanei]: prima si perde il bene che si possiede, ma ci si ricorda ancora di averlo perduto; poi però, allontanandoci ulteriormente da esso, ci si dimentica anche del bene che si è perduto, e succede che non si vede più neppure con lo sguardo della memoria ciò che una volta si possedeva in atto.

Non è anche, forse, l’esatta fotografia della vecchiaia, come l’abbiamo vista e come la temiamo? Ricordarsi dapprima del buono che, pure, è stato e poi, a poco a poco, a mano a mano che si procede in gurgite vasto, non ricordarsene nemmeno più?

Così si produce ciò di cui dicevo, che cioè quando si è navigato a lungo, non si vede più neppure il porto di pace che si è abbandonato.

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  1. Salvatore Pricoco, Introduzione a Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), introduzione e commento a cura di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, 2 voll., Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2005.
  2. San Gregorio Magno, L’uomo di Dio Benedetto. La vita narrata nel II Libro dei Dialoghi, testo latino, versione e note a cura delle Benedettine di Viboldone, Abbazia di Viboldone 19883.

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«Fossero pure un po’ matti»

FolliaD'Amore «Facea alcuna fiata cose che apo lo mondo pareano de maxima stultitia, ma apo Dio erano de maxima sapientia»: in queste parole tratte da una Vita di Iacopone da Todi si può riassumere il soggetto della bella antologia di testi antichi dedicati ai «folli per Cristo» approntata con la consueta serietà e precisione da Lisa Cremaschi1. Una vocazione «singolare, eccezionale», che con un filo sottile unisce uomini e donne che dal IV al XVIII secolo, e probabilmente anche a oggi, hanno nascosto la loro aspirazione alla santità dietro la simulazione della follia, perseguendo in questo modo estremo l’altrettanto estremo desiderio di essere in tutto, per quanto possibile, simili a Gesù (che «è, in certo senso, il primo folle»), non soltanto nei comportamenti ma financo nei sentimenti – giusta l’indicazione impossibile di san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2, 5): «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù».

Il volume, circoscritto alla chiesa orientale e a quella occidentale (non prende cioè in considerazione il mondo slavo, dove la figura del folle per Cristo ha avuto una notevole diffusione), presenta ampi brani tratti dalle biografie antiche di una serie di personaggi, sconosciuti ai più o noti a tutti: Giovanni il Calibita e Simeone il Folle, Nicola di Trani e Massimo il Bruciacapanne, Francesco d’Assisi e Iacopone da Todi, Giovanni Colombini e Benedetto Labre, solo per fare qualche nome.

Uomini, e qualche donna, che nelle forme più diverse hanno fatto del comportamento eccentrico e «anticonvenzionale», dimostrando talvolta una notevole creatività, la chiave per fare penitenza, annunciare il messaggio evangelico (con i gesti invece che con le parole), redimere i peccatori, risvegliare le coscienze, denunciare appunto le convenzioni, smascherare l’ipocrisia, e così via. Tutto questo per così dire dal basso, da una posizione di radicale umiltà ed esclusione, a costo quindi di pagare in prima persona, proprio nel corpo, oltre che nello spirito, tale scelta. E anche a rischio di scivolare nella follia «vera», ad esempio per eccesso di ascetismo.

Derisi, sbeffeggiati, vilipesi, insozzati, maltrattati, picchiati, espulsi dal consesso o rinchiusi («in verità la maggior parte delle cure che sogliono essere impiegate per questo genere di malati consiste in questo: vengono domati con colpi, catene e reclusione, perché depongano la loro ferocia e, ammaestrati dai maltrattamenti, rientrino in se stessi», dalla Vita di Giovanni di Dio): in una parola reietti, ma del tutto indifferenti al giudizio altrui, subiscono le reazioni dei cosiddetti sani, fino alla rivelazione conclusiva, in punto di morte o subito dopo, volontaria o involontaria, quando la comunità capisce chi in realtà si celava nella figura del «matto del paese» («il giusto, ritenuto matto»).

Un monaco senza nome rispondeva a qualsiasi domanda scoppiando a ridere; la monaca Isidora (che abbiamo già incontrato) «si era legata uno straccio sulla testa», per essere la «spugna del monastero» e svolgere i servizi più umili; Simeone il Folle, «il folle in Cristo più famoso dell’antichità», quasi il modello, che entrava in chiesa, saliva sull’ambone «e da lì bersagliava le donne con le noci» e poi scendeva a frustare le colonne o «prendeva una filza di salsicce e se la metteva addosso come fosse una stola»; Nicola di Trani, che gridava in continuazione «Kyrie eleison!»; Massimo il Bruciacapanne che appunto «era solito bruciare la sua capanna ogni volta che il numero dei visitatori cresceva turbando la sua solitudine»; Saba il Giovane che si voltolava nel fango e nella sozzura; Iacopone da Todi che si presentò alla festa di nozze del fratello «tutto unto di miele e coperto di piume attaccate a ditto miele»…

Il lettore odierno si incuriosisce e talvolta sorride, anche di gusto, a leggere le imprese di questi «bizzarroni», ma si rende anche conto di essere entrato in un territorio che suggerisce la massima cautela, in particolare oggi, dopo che l’emarginazione se non la repressione del disagio psichico parrebbero archiviate. Anche la curatrice si pone, ovviamente, la questione: «Il lettore odierno», osserva, «forse si chiederà se non erano matti per davvero. Ma com’è noto, il confine tra follia e sanità mentale è spesso assai labile; la follia è un concetto statistico: è considerato folle chi fa dei gesti che nel suo contesto non sono compiuti ordinariamente da altri, e comunque va sempre contestualizzato. In quel mondo, in quegli ambienti, in quel tempo storico, gesti che noi giudichiamo insani erano socialmente accettati e rientravano semmai nel prodigioso.»

«E poi», questa la sua conclusione, «fossero pure un po’ matti, hanno comunque tentato di vivere la loro follia a servizio del vangelo. Il che non è poco.»

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  1. Follia d’amore. I folli in Cristo d’oriente e d’occidente, introduzione, traduzione e note a cura di L. Cremaschi, Edizione Qiqajon, Comunità di Bose, 2020.

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La compagnia dei giusti (Gregorio di Tours agiografo)

PaterikonDelleGallie Sono disponibili in traduzione italiana le Vite dei Padri di Gregorio di Tours1 (attivo nella seconda metà del VI secolo e assai noto soprattutto per la sua Storia dei Franchi), anzi, come precisa l’autore stesso citando Plinio, «“gli antichi parlano delle vite di ciascuno di noi, ma i grammatici non credono che il termine vita abbia un plurale”. Quindi è chiaro che è meglio parlare di vita dei Padri, che non di vite dei Padri, poiché, anche se vi è diversità di meriti e di virtù, tuttavia una sola Vita li mantiene in questo mondo».

Mi fa sempre bene ripassare le formule e gli stereotipi della letteratura agiografica (in questo caso altomedievale): febbri spente; ciechi che recuperano la vista grazie alla santa saliva; zoppi, sordi, muti e contratti: tutti guariti; cadaveri incorrotti; un sacco di pustole e di morsi curati; dita in bocca per «estrarre» Satana dagli indemoniati (per farli, cioè, vomitare il male); tombe che esalano profumo e che spandono miracoli, tra i quali quello di rallegrare i tristi; criminali ravveduti; re rabboniti; reliquie contese; brandelli miracolosi di abiti (e anche zolle della terra di sepoltura); lampade che non si spengono tutta la notte; otri che non si svuotano; reti che si riempiono di pesci; incendi che distruggono tutto tranne la santa reliquia…

Qui, poi, trova ampio spazio il motivo dell’abbandono del consesso umano a favore della montagna, della foresta, del «deserto»: fratelli che si spostarono nei luoghi remoti del deserto del Giura; piccoli monasteri che sorgono una volta abbattuta e spianata la foresta; un monaco che, entrato nella profonda solitudine della selva… vi costruì una cella; il monaco che, dimenticando la sua patria e i suoi genitori, andò in cerca del deserto; i santi che si ritirarono nelle lande più incolte; il recluso che, preso un piccone, scavò la pietra della cella in cui si trovava per ingrandirla

Si possono trovare anche piccoli episodi che esulano dal canone e che hanno un forte sapore di realtà: i monaci che ci restarono molto male quando il loro abate li obbligò a mangiare un semplice minestrone [pultis]; i barbari, pagani, della regione che «lì adoravano i propri idoli come dèi e deponevano delle immagini di membra umane scolpite nel legno, quando una parte del corpo era colpita da malattia». Talvolta l’agiografo, per così dire, non sa dove sbattere la testa e riporta «miracoli» appena passabili: il santo che guarisce la mano della ragazza che si era ferita acconciandosi i capelli, «credo che si ferì perché si stava pettinando in un giorno santo»; il recluso che scaccia uno sciame di vespe col segno della croce; il futuro vescovo nato già con la chierica e che anni dopo cerca di togliersi un fastidio dietro al collo, senza riuscirvi: «Voltando il capo a destra e a sinistra, annusò un dolce odore e capì che questo fardello era quello della dignità episcopale»; il vescovo Niceto che «un giorno, mentre era in viaggio, scese da cavallo per fare i suoi bisogni e andò in una fitta boscaglia [descendens ab equo, inter vepres condensas ventris purgandi gratia est ingressus]» dove un terribile serpente quasi lo divora, prima di essere messo in fuga dal segno della croce…

Anche i nomi, mia inossidabile passione, sono spesso memorabili: Illidio, taumaturgo di Clermont; il vescovo Apruncolo, il duca Hilpingo e il funzionario Lytigio; Friardo e Clappano, reclusi abitatori delle foreste; la tentatrice Leubella; il monastero di Mascarpion; l’abate Leobazio; persino gli indemoniati, eccezionalmente, hanno un nome: «Lupo, Teodulfo, Rucco, Scopilia, Nectariola e Tachilde furono purificati presso la tomba del santo»…

Nella rassegna di Gregorio c’è posto per una sola donna dalla parte dei «buoni», Monegunda, santa e taumaturga («L’Onnipotente] ci dà come modelli non solo uomini robusti, ma anche il sesso debole [inferiorem sexum], che lotta non debolmente ma con vigore virile»). Originaria di Chartres, Monegunda si sposa, «secondo il desiderio dei suoi genitori», e dà alla luce due figlie, che però le «furono portate via da una leggera febbre». Allora, passato il lutto, si «fece fare una cella con una sola finestrella» dove occuparsi soltanto di Dio. Ma la sua fama si diffonde, e cominciano i miracoli. Per non cadere nella vanagloria Monegunda se ne va a Tours; il marito, sensibile alla fama della «santa», la insegue e la riporta a casa; lei scappa di nuovo e torna a Tours; il marito si rassegna; lei raduna alcune donne e fonda un piccolo monastero. E ricominciano i miracoli, soprattutto le guarigioni, che si moltiplicano innumerevoli sulla sua tomba: «Che dire di tanti altri che sono stati guariti dalla febbre solo per aver baciato con fede il drappo che ricopre il sepolcro della santa? Che dire degli indemoniati che, portati nella sua cella, appena varcata la soglia già avevano recuperata la ragione?»

Che dire? «Non abbiamo visto tutte le cose di cui abbiamo scritto», precisa Gregorio, «ma alcune ci sono state confermate da certi racconti, alcune dalla testimonianza di autori approvati e altre le abbiamo viste con i nostri occhi», e che questi santi siano stati ammessi nella compagnia dei giusti «credo che nessuno dei fedeli possa dubitarne».

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  1. Gregorio di Tours, Paterikon delle Gallie. Tra foreste e monasteri nella Francia dei primi secoli, a cura di A.M. Osenga [che nell’introduzione non rinuncia, ancora, a una frecciata contro la Francia «dei Lumi»], Monasterium 2024.

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Pericolo: caduta stiliti («Al di sopra del mondo», di Laura Franco)

AlDiSopraDelMondo «Costoro, abbandonato il suolo terrestre, che tutti, senza eccezione, calpestiamo, in quanto dimora poco spirituale, e rifiutatisi di vivere sulla terra, si innalzarono, con tutto loro stessi, su colonne turrite o su pilastri elevati a un’altezza vertiginosa, vi piantarono il loro nido come uccelli amanti della quiete, e risiedettero a mezz’aria, senza tetto e senza suppellettili, a guisa di volatili, e praticando, nel corpo, una condotta di vita pari a quella degli angeli, e seguendo un comportamento al di là dell’umano, trascorsero moltissimi anni in modo soprannaturale». Così riassume perfettamente e introduce il suo argomento l’anonimo autore della Vita di san Luca stilita, citato da Laura Franco nel suo ottimo Al di sopra del mondo, ampia ricognizione del per certi versi misterioso fenomeno degli stiliti1.

In realtà, una delle cose che emergono con piena evidenza dalla lettura del libro è che di sicuro la vita degli stiliti non era quieta. Già la localizzazione delle colonne, nella maggior parte dei casi, rappresentava un ostacolo a tale quiete. Spesso infatti le colonne si trovavano in luoghi per così dire assai frequentati: crocevia, piccoli agglomerati non distanti da grandi centri, luoghi già in precedenza oggetto di pellegrinaggio, vicinanze di mercati, e così via. Lo stilita poi, con la sua semplice esistenza, richiamava persone di ogni tipo (e di ogni credo) e spesso intorno alla sua colonna sorgevano in breve piccoli edifici, monasteri, ma anche taverne, botteghe, alloggi per i viandanti, vere o presunte corti dei miracoli che erano assai criticate dai denigratori. Dallo stilita ci andavano i devoti, i malati, gli oppressi, i dubbiosi, chi cercava giustizia, ma ci andavano anche i vescovi, i governatori, financo gli imperatori, e un sacco di curiosi, perché lo stilita, si direbbe, a differenza degli anacoreti che si seppellivano in una grotta nel deserto, era anzitutto uno spettacolo cui assistere, una «cosa» da vedere e da ascoltare

Al di là di qualche vaga analogia con precedenti culti pagani, lo stilitismo cristiano è stato variamente interpretato, ad esempio come derivazione dall’«uso antico di collocare sulla sommità delle colonne busti o statue di dèi, o ritratti di imperatori» o di generali vittoriosi, quindi in chiave sia religiosa sia politica, sia anche giuridica; o ancora come evoluzione della disciplina ascetica della statio, lo stare immobili in preghiera, incuranti della situazione circostante; e naturalmente come variante, praticabile e prolungabile a tempo indeterminato, dell’essere inchiodati come Cristo in croce, patendone le medesime sofferenze. Lunga storia, quella degli stiliti, la cui diffusione l’autrice colloca al massimo grado tra il V e il VII secolo, in Siria, con varie propaggini soprattutto in Cappadocia, fino a Costantinopoli e in zone più periferiche dell’impero, e ampia documentazione (di area greco-bizantina), ovviamente agiografica, ma anche storiografica e archeologica (che si siano conservati alcuni dei basamenti su cui sorgevano le famose colonne abitate è un fatto che trovo emozionante).

Stabilite le coordinate storiche e geografiche, e inquadrato il fenomeno, l’autrice dedica un capitolo ciascuno ai sei stiliti più importanti (stiliti maschi, pochissime infatti le donne stilite, le stilitisse) e dei quali si sono conservate le biografie: Simeone il Vecchio, Daniele2, Simeone il Giovane, Alipio, Luca e Lazzaro di Galesio. Sei vite in cima a una colonna (o a più di una) che vanno dal 390 circa, nascita del primo Simeone, siriano, al 1053, morte di Lazzaro, originario di Magnesia al Meandro (nell’attuale Turchia). Di ognuno si raccontano le tappe di avvicinamento alla colonna, le particolarità, le forme di ascesi (aspetto che produce le pagine più sconvolgenti e piene di digiuni sovrumani, odori disgustosi, deformazioni, piaghe e vermi), le testimonianze non «inquinate» dall’agiografia, i rapporti (talvolta burrascosi, talaltre idilliaci) con le autorità laiche ed ecclesiastiche, il coinvolgimento con le comunità («[Simeone il Vecchio] si preoccupava della condotta morale delle piccole realtà rurali nei pressi»), la società e il mondo ai piedi delle colonne (che, data appunto la localizzazione delle colonne, poteva essere sorprendentemente animato), gli aspetti che li rendono simili e le differenze. Si dà conto di come presumibilmente erano fatte in concreto le colonne che li ospitavano (alte fino a 18 metri, alcune cave con scala interna, altre con scala esterna, dotate di piattaforma con balaustra ed eventualmente piccolo riparo o del tutto esposte al sole e agli elementi, corredate di grondaie e canaline di scolo), di come si organizzavano le comunità di discepoli intorno alla colonna (semplici recinti o veri e propri monasteri), degli «attendenti» che provvedevano alle (scarse) necessità dell’asceta, della routine quotidiana (pregare, anzitutto, ma poi anche dare udienza, dirimere controversie, distribuire insegnamenti, accogliere richieste e, naturalmente, procurare guarigioni – «un numero esorbitante di guarigioni», anche a distanza e per interposta persona o strumento –, conversioni e miracoli di varia natura), delle visite illustri e di quelle di tutti i giorni, delle occasioni eccezionali in cui si assistette alla discesa temporanea dello stilita e infine delle modalità, anch’esse spettacolari, della sua morte e della calata a terra del santo corpo.

Dopo una rapida carrellata su alcune altre figure di stiliti, e su una categoria di asceti simile e non meno curiosa, i dendriti, cioè coloro che sceglievano di fare penitenza vivendo su un albero o dentro di esso, il volume si chiude con un capitolo assai interessante sulla «fortuna» degli stiliti, dai quasi contemporanei storici bizantini a Edward Gibbon, da poeti come Tennyson, Kavafis e Rilke, a registi come Buñuel e Monicelli.

È pressoché inevitabile provare stupore davanti alla singolarissima eccentricità di questi personaggi, stupore che si condivide, oggi, con quello dei loro biografi («persino i biografi di Simeone [il Vecchio] sentirono il bisogno  di giustificare l’eccentricità della scelta di vita dello stilita agli occhi del loro pubblico») e quello dei loro contemporanei, che non di rado andavano «a vedere lo stilita» quasi fosse un’attrazione del luogo da non perdere, una stranezza che «vaut le détour», come dicevano le guide Michelin («Teodoreto [di Cirro] racconta che uno spettatore [corsivo mio], intento a osservare Simeone [il Vecchio] in preghiera sul pilastro si mise a contare le genuflessioni effettuate dall’asceta in una sola giornata, e dopo essere arrivato a contarne milleduecentoquarantaquattro, rinunciò a continuare»); ed è inevitabile porsi delle domande, come se le ponevano i contemporanei e le ponevano direttamente agli asceti – l’immagine del mite vegliardo va senz’altro corretta: tanto per dire, Simeone il Giovane sale sul suo primo pilastro a sette anni e Lazzaro di Galesio dall’alto della sua colonna non perde occasione «di esercitare le sue funzioni di superiore [del monastero sottostante] nel segno di un marcato autoritarismo».

Domande che di certo si è posta anche l’autrice che, dopo oltre duecento pagine ineccepibili per precisione ed equilibrio, si riserva per sé giusto tre righe, proprio le ultime tre: «Gli stiliti di ogni tempo sono personaggi complessi, che ci possono affascinare per mille motivi, ma forse, soprattutto, come metafora della condizione umana, perché anche noi, come loro, rischiamo costantemente di cadere».

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  1. Laura Franco, Al di sopra del mondo. Vite di santi stiliti, Einaudi 2023.
  2. Della vita di Daniele, Laura Franco ha da non molto curato una bella edizione italiana: Fra terra e cielo. Vita di Daniele stilita, a cura di L. Franco, SE 2020.

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