Celle e mascherine

Nel bel mezzo di un saggio interessante su «eremitismo francescano e reclusione femminile» Marco Guida, francescano a sua volta, e preside della Scuola superiore di Studi medievali e francescani della Pontificia Università Antonianum di Roma, fa un’osservazione inattesa1. Non perché avventurosa, oscura, discutibile o che altro, anzi; inattesa perché atipica rispetto alla natura accamedica del testo. Ecco cosa scrive lo studioso, introducendo le sue considerazioni su clausura e reclusione nel caso di Chiara d’Assisi: «L’interesse per l’“attualità” di certi temi non deve condizionare l’analisi e l’interpretazione dei testi medievali. Le Regulae, ad esempio, furono una risposta a domande sociali e religiose del XIII secolo e possono aiutarci a comprendere e a contestualizzare le esigenze di quel periodo, difficilmente potranno dare delle risposte a come vivere concretamente oggi; potranno offrire, invece, orizzonti, valori e ideali cui ispirarsi. Le norme e le consuetudini di una regola duecentesca sono spesso inutili e inapplicabili in un contesto radicalmente diverso da quello del secolo in cui videro la luce».

Non posso escludere che qualche religioso non si trovi completamente d’accordo, per contro, per un laico, pur consapevole di tante cose: limiti, difetti, velleità, appropriazioni indebite, ecc., la parola chiave è quell’«invece», ed è lì che mi sono soffermato, poiché in fondo credo che, parafrasando, «le regole siano anche una risposta a domande esistenziali probabilmente di ogni secolo». In questo senso, poi, il saggio di Marco Guida è ricco di citazioni che invitano a trascendere, se così si può dire, la materia trattata, con particolare riguardo al concetto di «cella interiore».

Giusto un paio di esempi. Il primo è un «detto» di Francesco tramandato dalla cosiddetta Compilazione di Assisi (FF 1659) e recita: «Pur essendo in cammino, il vostro comportamento sia così dignitoso come se foste in un romitorio o in una cella [in heremitorio aut in cella]. Infatti dovunque siamo e andiamo, noi abbiamo la cella con noi [habemus cellam nobiscum]: fratello corpo è la nostra cella, e l’anima è l’eremita che vi abita dentro per pregare il Signore e meditare su di lui». Ma cosa succede se in questa «cella» regna un silenzio abissale, una confusione inestricabile di voci o si srotola un monologo più o meno vaneggiante? Cosa, se il Signore lo si crede assente o una mera istanza ideale? Cosa avviene, realmente, lì dentro, se la cosiddetta anima (constipata et sola, come diceva di sé Angela da Foligno) è strapazzata dalle sue illusioni? A quest’ultima domanda risponde lo stesso Francesco, quando aggiunge subito dopo: «Perciò se l’anima non rimane in tranquillità e solitudine nella sua cella, di ben poco giovamento è per il religioso quella fabbricata con le mani». Le risonanze sociali, politiche, psicologiche e psicoanalitiche di quelle parole sono innumerevoli, e forse non c’è modo di uscirne, e dalla questione e dalla cella2.

Il secondo esempio è una testimonianza, ancora di Francesco, tratta dalla Vita Seconda di Tommaso da Celano (FF 681): «Cercava sempre un luogo appartato dove potersi unire, non solo con lo spirito, ma anche con le singole membra al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola con il mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica per non svelare la manna nascosta. Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto con lo sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto». Ma in assenza di quella «visitazione», cosa c’è da nascondere? Qual è il segreto che non si può condividere quando si è stipati tra mille? Che non sia manna, allora, bensì il suo contrario? Come nel caso delle mascherine che ci siamo abituati a indossare in questi anni?

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  1. In «Quaderni di storia religiosa medievale», 24 (2021), pp. 195-238.
  2. «Azione è uscire dalla solitudine», direbbe, per fare un solo esempio, Luigi Pintor.

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