Capsule

Non c’è aspetto, o quasi, del monachesimo, o meglio della vita monastica, che non sia leggibile in chiave simbolica (e forse sarebbe più esatto usare la tradizionale chiave a quattro denti: letterale, allegorico, morale e anagogico). In questo, tra l’altro, risiede probabilmente uno dei motivi dell’attrazione che esercita il monachesimo: la sensazione, immediatamente percepita, di trovarsi di fronte a una realtà carica di intra- e sovra-significati, una realtà capace di soccorrere l’individuo con un «senso». Posso anche rifiutare quel senso, ma non posso negarlo o squalificarlo con una distratta alzata di spalle. Mi spingerei anche a dire che il monachesimo offra questo soccorso più ancora della «pura e semplice» fede per via della sua quasi inimitata unione di aspetti concreti e aspetti ideali, di teoria e pratica – una unione che forse si può trovare soltanto in certe forme di impegno politico legate a lotte di emancipazione.

Il «coro dei monaci», per fare l’esempio cruciale del «luogo» che rappresenta il cuore spaziale e spirituale del monastero, è un concetto, e al tempo stesso una realtà, in cui tale stratificazione si può osservare con piena evidenza. La bibliografia sul tema è cospicua (senza contare il versante di storia dell’arte) e io sono del tutto impreparato, però ho incontrato di recente due spunti per così dire divergenti che mi paiono interessanti.

Riflettendo sulla «presenza e il gioco della luce» che anima le abbazie medioevali, in particolare quelle cisterciensi, Terryl Kinder scrive: «Per percepire pienamente il movimento della luce e delle ombre, è necessario trovarsi in un dato punto per tutto il giorno, dalla mattina alla sera, d’inverno e d’estate. Il lento effetto luminoso risulta particolarmente evidente quando si occupa lo stesso stallo, ed è come avere un posto in prima fila da cui seguire lo spettacolo; in altre parole, la lentezza stessa della luce in movimento costituisce lo sfondo perfetto di un’esistenza contemplativa». Parole che rimandano alla «stabilità», al monaco che rimane in quel singolo posto nel mondo e da lì, appunto, lo contempla, annunciando e preparandosi per l’«altro mondo»: «È questo che vedono una monaca o un monaco, quando si siedono in uno stallo otto volte al giorno, stagione dopo stagione, anno dopo anno»…

Per contro, se così si può dire, quello stare seduti e in piedi, «in silenzio e composti», sembra, se lo si guarda da un’altra angolazione, un’anticipazione del controllo sociale, «un’azione sedativa su ampia base». Da questo punto di vista «il seggio nel coro», scrive Franco Riva, «il sedile chiudibile, la possibilità di stare in piedi per lungo tempo protetti dentro la forma del sedile; l’alternanza delle posizioni; la solitudine della postura nella prossimità senza contatto con gli altri: dimensioni che rinviano alla disciplina spirituale e corporea del monaco, ma che alludono pure alla disciplina sociale in cui a ciascuno viene richiesto di fare soltanto, con ordine e diligenza, la propria parte.» In questo senso lo stallo prefigurerebbe il luogo in cui l’individuo moderno è allo stesso tempo posto in trono e irregimentato dal sistema. [Rettifico su richiesta dell’autore, si veda sotto nei commenti, precisando che Franco Riva cita H. Eickhoff, Sedersi, in C. Wulf (a cura di), Cosmo, corpo, cultura. Enciclopedia antropologica, Bruno Mondadori 2002, pp. 498-499.]

Non saprei. Guardo i cori – se posso riempiti di monaci, altrimenti così li immagino – e mi si forma un’immagine che non so bene come interpretare. Vedo comunità e solitudine, vedo un intento collettivo e un destino solitario, vedo eroismo e alienazione (gioia e noia?), vedo esercito, assemblea, teatro… Ripeto, non saprei. A volte vedo un blister di capsule: una terapia?

Terryl Nancy Kinder, I cisterciensi. Vita quotidiana, cultura, arte, Jaca Book 1998; Franco Riva, Ascesi, mondo e società. Monachesimo e cultura contemporanea, Abbazia San Benedetto di Seregno 2003.

11 commenti

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11 risposte a “Capsule

  1. Non ho letto nessuno dei due libri citati, anche se il titolo del secondo mi incuriosisce alquanto, però ho visitato molte abbazie, medioevali e non, in Italia, Spagna e Francia: trovo molto intelligente la considerazione “architettonica” di Kinder, coglie in pieno uno degli aspetti fondamentali della vita contemplativa dei monaci, peraltro comune anche a culti religiosi diversi da quello cristiano e sparsi un po’ in tutto il mondo e in epoche molto diverse.

  2. d.

    In primo luogo, diffido della tendenza moderna a leggere fenomeni del passato con griglie interpretative derivanti dall’oggi. In secondo luogo, non solo li vedo nei loro stalli, ma conosco personalmente dei monaci. Per questi motivi mi convince molto il discorso di Terryl Kinder, meno quello di Riva. L’abbazia che frequento e amo maggiormente, quella di Le Barroux, costruita dalla comunità tradizionale nata attorno a Dom Gérard Calvet, o.s.b., è l’unica – a mia scienza- costruita dal nulla nel XX secolo (la posa della prima pietra è del 1980). Si tratta di un progetto originale, ma fondato su canoni cistercensi e su materiali tipici locali (pietra provenzale). La decorazione è ridotta al minimo, mentre il senso del sacro è dato dalle proporzioni, dalle forme e, appunto, dalla luce. La luce, in particolare, è stata accuratamente studiata da Dom Gérard, ora per ora, stagione per stagione, durante i lavori di edificazione, perché potesse accompagnare la preghiera dei monaci nel miglior modo possibile. Ho visto in questa abbazia le messe private del mattino, prima del sorgere del sole, ho visto gli uffici del giorno, vi sono stata d’estate e di inverno. Sono stata presente a Messe solenni e pontificali, ma in particolare vorrei dire dell’ora di compieta. Compieta si dice a luci spente e cioè, d’inverno, al buio. E’ un ora particolarmente dolce, il gregoriano culla l’anima e la consola. Vorrei raccontare un particolare ufficio di compieta in periodo natalizio, un paio di anni fa. Bisogna immaginare cinquanta monaci, età media sotto i quarant’anni, alcuni giovanissimi, entrare processionalmente al buio e in silenzio, cantare l’ultimo ufficio della giornata insieme agli angeli, avvicinarsi ordinatamente a un presepe di legno a grandezza naturale, inginocchiarsi tutti nello stesso istante davanti alla Sacra famiglia, rimanere alcuni minuti lì a terra raccolti in preghiera, e ancora – come un sol uomo – alzarsi e uscire processionalmente. Vi assicuro, è un colpo al cuore.
    Solo nei giorni, nei mesi, negli anni, si possono percepire le sfumature della luce, il canto che cambia con le ore del giorno, a tratti più solenne, in altri momenti più intimo, ora gioioso, ora un lamento. La luce e il canto si combinano, e a loro si combina il flusso del temporale e del santorale, tutte le piccole variazioni di una trama che si ripete.
    Cosa ha a che fare con la disciplina sociale, tutto questo? Nulla.
    Ha a che fare con l’ordine delle schiere celesti, forse, con la disposizione dei cori angelici, con lo sguardo fisso al Paradiso, con l’anticipo in terra di ciò che ci attende in Cielo. Ha a che fare con Cristo, vera luce del mondo, Oriente spirituale, nucleo di emanazione di luce spirituale.
    Non a caso il monaco vive “rivolto al Signore”.

    • MrPotts

      d., ti ringrazio molto per l’intervento che illumina dall’interno la realtà cui facevo riferimento. Non vorrei aver dato l’impressione di mettere in dubbio la qualità dell’esperienza monastica e di quell’entità particolarissima che è il «coro dei monaci» (o delle monache). Come hai avuto modo di vedere, questo blog è composto da letture (che m’impegno a riportare nel modo più corretto possibile, ma sono pur sempre io che leggo) e da mie impressioni, esterne ma non indifferenti.
      E proprio da questo punto di vista mi sento di osservare una cosa, accostandola semplicemente a quello che tu scrivi. Mi pare che il monachesimo non possa essere considerato un fenomeno immobile, sempre uguale a se stesso e del tutto impermeabile alle tensioni e agli influssi delle società che, nel tempo, gli sono state intorno. Per quanto sia caratterizzato da una continuità molto rilevante – uno dei tratti che lo rendono un’esperienza storica eccezionale –, è stato «fatto» da esseri umani che non potevano essere completamente immuni da quello che per semplicità chiamerei lo «spirito del tempo», per lo meno in qualche tratto, o anche in opposizione a esso. Si potrebbe discutere, ad esempio, sul ruolo che una nuova etica del lavoro abbia avuto nello sviluppo e nella diffusione dei cisterciensi.
      Su un altro aspetto, poi, ti sarei grato se volessi esprimere la tua opinione. A me pare che la tensione spirituale del monachesimo contemporaneo, quello di cui tu hai viva esperienza, per vari aspetti si richiami direttamente e in maniera forte a quella di certo monachesimo medioevale. E questo, anche, per ragioni storico-sociali.
      Grazie ancora per il tuo commento, che non fa che arricchire queste pagine.

      • d.

        “Su un altro aspetto, poi, ti sarei grato se volessi esprimere la tua opinione. A me pare che la tensione spirituale del monachesimo contemporaneo, quello di cui tu hai viva esperienza, per vari aspetti si richiami direttamente e in maniera forte a quella di certo monachesimo medioevale. E questo, anche, per ragioni storico-sociali.”

        MrPotts, a stento si potrebbe immaginare un maggior numero di questioni poste con una sola domanda…
        Per iniziare con qualche accenno che non esaurisce neppure l’elenco dei problemi:
        1- è sicuro che il monachesimo è anche un fenomeno “storicamente” connotato, a volte in sintonia e a volte in opposizione alle correnti di pensiero dominanti del proprio tempo, ma ritengo che sia utile comprendere S. Antonio con le categorie mentali di S. Antonio e S. Bernardo con quelle di S. Bernardo;
        2- tuttavia, si tratta anche di un fenomeno con una forte componente di “permanenza”, direi che questo è vero in generale della fede cattolica, ma in particolare di questa sua declinazione;
        3- il monachesimo moderno, a mio avviso, si confronta con alcuni grandi nuclei tematici: monachesimo delle origini, medioevo, “aggiornamento” post-conciliare.
        Dei tre gruppi tematici, i primi due hanno certamente tratto giovamento dall’approfondimento storico e filologico senza precedenti (si veda la monumentale opera di Adalbert De Vogüe, la collana Source Chretiennes, la maggiore conoscenza del monachesimo orientale…), il terzo è di gran lunga il più problematico.
        Bisognerebbe, a questo punto, riportare articolatamente il magistero di Benedetto XVI sulle interpetazioni (al plurale) del Concilio Vaticano II, una in continuità con la tradizione (ermeneutica della continuità), una invece di rottura. Ove ha prevalso l’ermeneutica della rottura, gli effetti sulla vita monastica sono stati devastanti: alla prima ondata di abbandoni degli anni ’70 è seguito un drammatico calo di vocazioni. Moltissimi monasteri sono vuoti o agonizzanti (con una percentuale di anziani predominante). Perché?
        Le risposte potrebbero essere numerose e, se permetti, vorrei proporre la mia: ci si è tolto l’abito in favore di qualche maglioncino sformato, sono stati abbandonati: la tonsura, la preghiera notturna, il canto gregoriano (talora il canto tout court, in favore dell’ufficio recitato), l’ora prima, a volte anche l’ora nona o altre ore minori, i digiuni quaresimali (i monaci tradizionalmente hanno due periodi penitenziali durante l’anno liturgico), si sono portati i televisori in convento, i pasti comodi… il tutto sperando di venire incontro allo zeitgeist e, paradossalmente, proprio questo ha allontanato le vocazioni. Perché, di fondo, la vocazione monastica richiede per sua stessa natura di essere “strict” (per rubare una definizione ai sociologi delle religioni): è un abbandono del mondo per cercare Dio, non per cercare una vita comoda. Se si va a vedere quali sono gli istituti che godono di maggiori vocazioni, si scopre che sono tutti o quasi strict, e talora very strict: Solesmes, Fontgombault, i Francescani dell’Immacolata, il monastero Mater Ecclesiae all’isola di San Giulio, Le Barroux… persino i rami contemplativi della Fraternità Sacerdotale San Pio X (lefebvriani) hanno numerose vocazioni.
        Il problema del post-concilio, purtroppo, è il grande problema della Chiesa dei nostri tempi: c’è stata una sorta di avanguardia che ha iniziato a palesarsi con la contestazione della Humanae Vitae di Paolo VI e da allora ha sempre ritenuto di poter ignorare il magistero effettivo della Chiesa in obbedienza a un fantomatico “magistero futuro”, immaginando che i tempi in cui la Chiesa rinnegherà sé stessa vadano solo preparati e attesi. Costoro hanno fatto un danno enorme, soprattutto alle anime più semplici. Gli stessi hanno immaginato un monachesimo delle origini, un salto di più di mille anni di storia, una purezza primitiva idealizzata che significa, in concreto, uno smantellamento della tradizione. Il medioevo è, in questo caso, proprio l’ancora di salvezza, il tratto di unione, che porta il monachesimo ai giorni nostri anche nella concretezza delle istituzioni che si delineano nel tempo, superando se vogliamo il primo momento entusiasmante ma individualistico del deserto (si veda qui l’importanza di San Pacomio). Senza contare che, da più di mille anni, tutte le grandi riforme monastiche (cistercensi, trappisti, Solesmes, ordine subbiacense…) sono sempre state in primo luogo un ritorno alle origini e alla regola e proprio da questo hanno tratto nuova linfa.
        E qui mi fermo per ragioni di spazio e di tempo… e mi scuso se mi sono troppo allargata.

  3. MrPotts

    d., non potevo immaginare risposta più interessante e più sentita, ti ringrazio molto. Davanti alla tua analisi (al tuo grido di dolore?) posso dire soltanto che mi è tornato alla memoria, in certi accenti e per affinità, un libretto di dom Paul Delatte, che sono andato a riprendere e cui dedicherò il prossimo post. Grazie ancora.

  4. Franco Riva

    Franco Riva legge con forte ritardo il dialogo. Si permette di far presente che le parole che gli sono attribuite non sono sue, ma sono invece precisamente citate da un testo recente di H. Eickhoff in C. Wulf, a cura di, Cosmo, corpo e cultura, pp. 498-499. La discussione non poteva dunque rivolgersi alla mia interpretazione del coro monastico, che non c’è. Il mio lavoro tendeva a mostrare la persistenza soprendente dell’interesse (in bene o in male) monastico all’interno della cultura moderna e contemporanea, su aspetti essenziali.
    E dunque, il libro punta a mostrare la fondamentalità e l’ineliminabilità dell’esperienza monastica benedettina in rapporto al significato complessivo della vita umana.
    Mi permetto altresì di far presente che quanto al c’entrare o non c’entrare del sociale si offende il monachesimo, soprattutto benedettino, liquidando la faccenda con una battuta angelica. Si tratta infatti di un’esperienza comunitaria. Non solo perché proprio questo è uno degli aspetti più condivisi del ritorno culturale d’interesse per il monachesimo, quanto e soprattutto perché la stessa dialettica chiostro/città, monastero/mondo è profondamente sociale e profetica. Basta citare il teologo cattolico K. Rahner in merito. Se qualcuno vuole prendersi la briga, può leggere la Conclusione del mio libro. In ogni caso, si fa torto al monachesimo negandogli la sua prondonità umana, cioè spirituale.
    A livello di metodo, non si può che essere peplessi dalle improvvisazioni.

    • MrPotts

      Egregio Franco Riva, rispondo volentieri ai suoi rilievi.
      Ho ricontrollato il testo in mio possesso e mi pare di aver citato parole non virgolettate. Deduco dalla sua osservazione che il paragrafo nel suo complesso sia da attribuirsi allo studioso da lei citato, dunque ho capito male io, e quindi provvedo a inserire una rettifica nel corpo del post.
      Quanto all’offesa nei confronti del monachesimo, se ha avuto modo di dare una scorsa al blog credo che avrà potuto constatare che l’offesa non rientra negli intenti di questi appunti, e che anzi l’importanza dell’esperienza comunitaria del monachesimo è uno degli aspetti che più mi attira e trovo stimolante. Certo, lo faccio da non credente, quindi esponendomi al rischio di male interpretare le testimonianze scritte del fenomeno e gli studi pubblicati su di esso, convinto che ogni cosa possa essere riguardata sotto differenti punti di vista. Condivido le mie riflessioni e le mie impressioni, queste ho. Se sono sbagliate, sono contento che me lo si faccia notare, visto che il mio scopo è la comprensione.
      Quanto infine al metodo, non ne ho altri che la lettura, la valutazione delle parole e il confronto. Lei reputa questa «improvvisazione» una «offesa», forse un pessimo esempio «del ritorno culturale d’interesse per il monachesimo» o comunque una cosa che lascia «perplessi»? Nondimeno il monachesimo, i monaci offrono al mondo pubblicamente la loro via e, forse, provare a dialogare è comunque meglio che starsene ciascuno a casa propria.

      • Franco Riva

        1) La p. 99 del mio testo è di continuo intercalata dai caporali [= «Benedetto»], o virgolette, di citazione (righe 9, 13-14, 15, 16-17) e che finiscono a p. 100 in alto, con un rimando preciso di nota: si tratta del parere di Eickhoff, che vale quel che vale (e Foucault dietro a lui). Non sono io a parlare ma riporto, citando regolarmente qualche frase essenziale per documentazione precisa, il parere suddetto.
        2) Il parere riportato si colloca nel cap. 3 dedicato alle letture critiche del monachesimo, raccolte sotto il titolo: Tecnica, ozio e controllo sociale. Anche da questo punto di vista non vi sono dubbi sul fatto che si sta dialogando e documentando, non certo sottoscrivendo, uno dei modi con cui è visto il monachesimo da parte di una precisa vena intellettuale.
        3) Ho dato una risposta secca, veloce. Con «improvvisazione» e «offesa» non mi riferivo tanto a Lei. Qui non conta laico o credente, conta solo, da entrambe le parti, la serietà dell’approccio. Chiedo venia se nella brevità ho dato questa impressione.
        4) Lo stesso vale per l’osservazione rapiddissima sul metodo, non perché dobbiamo diventare tutti superesperti o eruditi, o perché solo questi siano abilitati a parlare, tutt’altro. Stiamo infatti parlando di un’esperienza, quella monastica. Ma semplicemente per richiamare che, quando non sono chiacchere o propaganda, i discorsi (sempre discutibili) hanno un loro impianto, una loro logica, delle loro precise giustificazioni e un modo con cui sono costruiti: senza tenerlo presente, si rischia di sfalsare la discussione.
        5) Quanto al merito del problema, invece, trovo che lo spunto di mettere a confronto due “idee” del coro sia molto suggestiva, opportuna, che dà frutti; e inoltre si muove lungo una direzione metodologica che si può solo condividere. In breve, aiuta e di questo Lei deve essere ringraziato, a stare in guardia contro letture e sovrapposizioni ideologiche (da parte esterna o interna che sia, credente o non credente), nostalgiche o disincarnate.
        6) è un po’ macchinoso scrivere testi lunghi nella finestra.

  5. MrPotts

    Egregio Franco Riva, la ringrazio per le puntualizzazioni.
    1 e 2. Ribadisco la mia imprecisione nel riportare il parere di Eickhoff (che è quello che mi aveva colpito), attribuendolo a lei, gliene chiedo scusa. Ho inserito la rettifica, per lasciare traccia del mio errore, ma se preferisce correggo direttamente il testo del post.
    3, 4 e 5. Condivido le sue preoccupazioni, in particolare sulle chiacchiere, la propaganda e le letture falsate e distorte. Devo averle anzi più che presenti essendo soltanto un «dilettante». D’altra parte, se non fossi sincero – nei dubbi, nei dissensi e qualche volta anche nelle ironie – questi minimi appunti non avrebbero senso.
    6. Sì. Infatti io scrivo a parte e poi copio e incollo. Credo che lo consenta anche il meccanismo dei commenti.

  6. Franco Riva

    Direi di lasciare, così; se non altro, come dice Lei, si è dialogato.

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