Rodolfo incontra un diavolo, lo stesso, tre volte

All’inizio del Libro Quinto delle sue Storie Rodolfo il Glabro rievoca in alcune pagine assai brillanti tre circostanze in cui si è trovato a tu per tu con il medesimo diavolo, tre di molte a quanto dice lui stesso1. Curiosamente, ma fino a un certo punto, tutte e tre le volte il fatto si verifica in concomitanza col rintocco della campana che chiama lui e i suoi confratelli a mattutino.

La prima volta Rodolfo si trova nel monastero di Saint-Léger di Champeaux, proprio intorno all’anno 1000, è notte e un diavolo gli appare ai piedi del letto. «Tu non resterai qui oltre», gli dice più volte, tirando il pagliericcio e digrignando i denti. Rodolfo balza in piedi e corre in chiesa, dove si prostra davanti all’altare, cercando «con la massima attenzione di richiamare alla mente tutte le malefatte e le colpe gravi che volontariamente o per trascuratezza avevo commesso fin dalla fanciullezza». Niente di meno: una ricapitolazione generale fin dalla fanciullezza.

La seconda volta Rodolfo si trova a Digione, a Saint-Bénigne, presumibilmente una ventina di anni dopo, è l’alba e «un essere non diverso, anzi identico al primo» gli compare davanti, uscendo di corsa dalle latrine e gridando: «Dov’è il mio baccelliere? Dov’è il mio baccelliere?» A quanto pare stava cercando il monaco Teodorico, che infatti dal giorno successivo, «gettata la tonaca, per un certo tempo condusse vita mondana».

La terza volta, un’altra quindicina d’anni dopo, l’irrequieto Rodolfo è a Moutiers, è notte e ancora sta tergiversando a letto dopo che è suonata la campana del mattutino. Salendo affannosamente dalla scala che conduce alla chiesa, il diavolo si presenta nel dormitorio e proclama: «Eccomi! Eccomi! Io sto con quelli che rimangono qui». È lui, «quella voce mi svegliò: alzai il capo e riconobbi alla vista colui che avevo già incontrato due volte». Anche lì, tre giorni dopo, un altro dei monaci dormiglioni «ebbe il coraggio di lasciare il monastero e… di condurre per sei giorni una vita tumultuosa».

Irrequieto e consapevole dei propri peccati, e dei propri difetti («Mi ribellavo ai più anziani, infastidivo i coetanei, opprimevo i più giovani; insomma, a dirla franca, la mia presenza era un tormento, la mia assenza un sollievo per tutti»), Rodolfo tuttavia sa scrivere, e la descrizione del diavolo che l’ha perseguitato così a lungo è bellissima, soprattutto in latino: «Mi apparve ai piedi del letto una figura di omiciattolo dall’aspetto tenebroso. Per quanto mi fu possibile distinguere, era di

statura mediocris, collo gracili, facie macilenta, oculis nigerrimis, fronte rugosa et contracta, depressis naribus, os exporrectum, labellis tumentibus, mento substricto ac perangusto, barba caprina, aures irtas et preacutas, capillis stantibus et incompositis, dentibus caninis, occipitio acuto, pectore tumido, dorso gibato, clunibus agitantibus, vestibus sordidis,

era affannato e con tutto il corpo in agitazione». Un vero, classico, povero diavolo…  col mento sfuggente, i capelli spettinati, la gobba e le «natiche che si scuotevano».

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  1.  Rodolfo il Glabro, Cronache dell’Anno Mille (Storie), V, 1-5, a cura di G. Cavallo e G. Orlandi, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 20119, pp. 246-55.

 

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Vita, volontà e opinione (Dice il monaco, LXXI)

Dice Teolepto di Filadelfia, monaco, eremita, metropolita di Filadelfia (l’odierna Alaşehir, in Turchia), nel 1319:

Il cenobio è stato definito cenobio (vita in comune) per questo motivo: un gruppo eterogeneo di monaci è venuto in una sola e unica dimora per avere in comune abitazione, vita, volontà e opinione, e per non avere nulla di proprio nel cenobio, cosa che susciterebbe discordia nella comune armonia, nell’accordo secondo Dio e nella professione che ognuno di voi fece con la promessa dinanzi a Cristo di prestare obbedienza al superiore e a tutti i fratelli.

Se uno si separa intenzionalmente dall’armoniosa comunità dei fratelli, il nemico trova subito un punto d’appoggio e tramite lui si affretta a controllare tutti gli altri. Di conseguenza si creano fazioni, dissensi, discordie, divisioni, agitazioni e confusione. Colui che è favorevolmente disposto verso un tale, è ostile nei confronti degli altri. Un altro è d’accordo con chi vuole, ma contraddice e combatte gli altri. E così il cenobio non è più visto come un corpo e perde la sua testa. Il superiore, o piuttosto Cristo, di cui noi tutti siamo le membra ed egli stesso è il capo di tutte le cose, è infatti ignorato.

Questa è la grazia del cenobio, tale è l’aiuto della comunità: una sola cinta per le celle, la stessa cappella per gli inni sacri, la stessa tavola per il cibo. Tutte le cose in comune e per tutti le medesime, cosicché i beni esteriori come gli interiori sono proprietà comune. E soprattutto quelli interiori. In questo modo tutti hanno gli stessi pensieri, gli stessi desideri e sono concordi nelle medesime cose, perché l’opinione di tutti è il giudizio di ognuno e inoltre la volontà di uno è la disposizione di tutti.

♦ Teolepto di Filadelfia, Discorso IX: Istruzione che definisce la condotta appropriata per i monaci che vivono in cenobio, 2, 3, 5, in Lettere e discorsi, cura di A. Rigo con la collaborazione di A. Stolfi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007, pp. 163-65.

 

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Sainte-Marie de la Tourette

«Se volete che sia realizzata un’opera forte e bella che esprima l’ammirazione, vostra e dell’Ordine [domenicano], per l’arte contemporanea, e comunichi la fiducia che ne avete, rivolgetevi a Le Corbusier: non sarete delusi» Marie-Alain Couturier (1897-1954; «frate domenicano a Parigi, pittore e amico dei grandi pittori dell’epoca»)1.

 

 

 

«Sono venuto sul posto, col mio taccuino, come sempre. Ho disegnato la strada, gli orizzonti, ho segnato l’orientamento del sole, ho fiutato la topografia. E ho deciso la posizione, che non era ancora definita», Le Corbusier.

 

 

«Per noi [domenicani] la povertà degli edifici deve essere rigorosa, senza alcunché di lussuoso e nemmeno di superfluo, è necessario soltanto che i bisogni vitali siano rispettati: il silenzio, una temperatura adatta al lavoro intellettuale continuato, gli spostamenti interni ridotti al minimo…», Marie-Alain Couturier.

 

«Ho cercato di creare un luogo di meditazione, di ricerca e di preghiera per i frati predicatori. Le risonanze umane di questo “problema” hanno guidato il mio lavoro… Ho immaginato le forme, i punti di contatto e di circolazione necessari affinché la preghiera, la liturgia, la meditazione, lo studio potessero trovare agio in questo edificio», Le Corbusier.

 

La sala capitolare

«Vivere a La Tourette non è soltanto un’esperienza estetica, è l’esperienza più profonda di abitare un edificio che non vi lascia mai tranquilli nelle vostre certezze, una casa esigente che vi mette sempre davanti a voi stessi e smaschera i vostri tentativi di fuga. L’architetto ha concepito il suo lavoro come la realizzazione delle condizioni pratiche per tale esperienza interiore», Jean-Marie Gueullette, op, ex priore di La Tourette2.

 

«Questo convento di cemento grezzo è un’opera d’amore. Qui non si parla. Qui si vive l’interiorità, perché è nell’interiorità che transita l’essenziale», Le Corbusier

 

 

 

Il «conduit» d’accesso alla chiesa

«Voi vi rivolgete direttamente a Dio, io no. D’altra parte, mi chiedete di costruire un convento, cioè un alloggio per un centinaio di religiosi, cercando di offrire loro ciò di cui gli esseri umani hanno più bisogno: il silenzio e la pace. In tale silenzio loro studieranno, e io farò una biblioteca e delle aule; in tale silenzio loro pregheranno, e io farò una chiesa, e questa chiesa per me avrà un significato preciso…», Le Corbusier.

 

 

 

«Un luogo di preghiera e di pace, dove l’utile è bello e il superfluo escluso.»3

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  1. Le citazioni, salvo diversa indicazione, sono tratte da Le Couvent de la Tourette – Le Corbusier, testi di Amans Aussibal, op, e Xavier Pollart, op, Les Frères dominicain de la Tourette 2020.
  2. Da «Les Amis des Monastères», n. 155, luglio 2008.
  3. Purtroppo delle celle abbiamo potuto vedere solo una maquette. Foto Potts.

 

 

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Echi (Anna Maria Cànopi e Bernardo di Chiaravalle)

Sto leggendo quello che le sue stesse «figlie» di San Giulio chiamano il «testamento» di m. Anna Maria Cànopi, Gesù Cristo nostra vita1, sul quale dovrò tornare, e mi sono fermato su questa frase, che compare nelle prime pagine: «La vita monastica, prendendo alla lettera il vangelo, […] richiede infatti la separazione dal mondo per una vita di nascondimento non solo agli occhi degli altri, ma anche ai propri…». Non è del tutto impossibile assimilare, o quantomeno avvicinare il primo nascondimento di cui parla m. Cànopi, perseguito in un monastero (dove è raccolta pur sempre una comunità), a quello dell’indistinzione in cui tutti (o quasi) siamo immersi (fatto salvo un piccolo intorno), ma un altro discorso è il nascondimento al proprio stesso sguardo, impresa ardua anche per l’eremita di cui il mondo non conosca nemmeno l’esistenza. Come si può raggiungere una tale forma di oblio di sé? Qual è il senso psicologico, storico, e anche sociale, di una domanda del genere?

Quello che mi ha colpito maggiormente, tuttavia, è come dietro questo tratto, tipico del radicalismo di m. Cànopi, risuoni un’eco lontana del mio amato (sì) Bernardo di Chiaravalle.

Nel quarto sermone del Commento al Salmo 902, infatti, san Bernardo, illustrando il  versetto Ti metterà all’ombra sotto le sue spalle, e sotto le sue ali sarai pieno di speranza, spiega il perché della reclusione monastica: «Ecco perché noi ci appartiamo, anche fisicamente, nei chiostri e nelle selve», per proteggere il «tesoro» che i monaci hanno intravisto, per fuggire la considerazione del mondo e la vanagloria che ne deriva, per essere santi senza saperlo. Per questo «è necessario cercare il nascondimento, non solo agli occhi altrui ma ancor più ai propri».

Più di ottocentocinquant’anni separano queste parole praticamente uguali che ho sottolineato, questo strano appello a occultarsi a se stessi. Strano perché quasi inconcepibile, se non per due persone abitate dal medesimo assillo per il rischio di perdizione che corre un’individualità indomabile – la propria.

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  1. Anna Maria Cànopi, Gesù Cristo nostra vita, Nerbini 2019 («Orizzonti monastici»; 44).
  2. Bernardo di Chiaravalle, Commento al Salmo 90, introduzione, traduzione e note di p. Raimondo Sorgia, o.p., Edizioni Paoline 1977, pp. 71 e segg. Il riferimento è alla Volgata.

 

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I giudici, maschi, del mondo (Dice il monaco, LXX)

Dice Teresa d’Avila, santa, dottoressa della Chiesa e monaca carmelitana scalza, nel 1566:

Signore dell’anima mia, quando eravate su questa terra, non avete disprezzato le donne, anzi le avete sempre favorite con molta benevolenza ed avete trovato in esse tanto amore e più fede che negli uomini. Infatti, vi era fra loro la vostra santissima Madre, grazie ai cui meriti e per poter portare il suo abito meritiamo ciò che abbiamo demeritato per le nostre colpe… [Signore], nel mondo avete onorato le donne… Vi sembra impossibile che non facciamo qualcosa di valido per voi in pubblico, che non osiamo parlare di alcune verità che piangiamo in segreto e che una nostra così giusta richiesta non venga esaudita da voi? Io non lo credo, Signore, e mi affido alla vostra bontà e giustizia. Voi siete il giudice giusto e non fate come i giudici del mondo – i quali come figli di Adamo sono tutti maschi – che ritengono sospetta la virtù praticata dalla donna. O mio Re, dovrà venire il giorno in cui tutti si conoscono. Non parlo per me. Il mondo conosce già la mia miseria e mi sono rallegrata di ciò in pubblico. Vedo, però, profilarsi dei tempi in cui non esiste più motivo per disprezzare anime virtuose e forti per il fatto che sono donne.

♦ Teresa d’Avila, Cammino di perfezione (codice dell’Escorial), 4, 1, in Opere complete, a cura di L. Borriello e G. della Croce, traduzione di L. Falcone, Paoline 1998, pp. 497-98. «Tutto questo brano è stato cancellato dal censore.»

 

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La stanza degli specchi (Beatrice di Nazareth, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

«Alla maniera dell’onda del mare che non sopporta alcuna costrizione e fuoriesce con forte impeto dai propri confini»: è una delle molte immagini con le quali l’anonimo estensore della sua vita restituisce efficacemente la forza della mistica del sentimento (o mistica sponsale) di Beatrice di Nazareth (1200-1268)1.

Bambina precocissima nella devozione e nella volontà di penitenza, Beatrice mostra anche tali doti di intelligenza che la madre non ha dubbi sull’opportunità di farla studiare, circostanza non comunissima all’inizio del XIII secolo, seppure in ambiente borghese. Il padre, rimasto vedovo, conferma senza esitazione la decisione materna e affida la piccola di sette anni alle beghine di Zoutleeuw, nel Brabante fiammingo, dove l’ingeniosa filia – così viene ricordata nei documenti – comincia a studiare. Beatrice, poi, è oblata a dieci anni, a Bloemendael, quindi novizia a sedici, nel monastero di La Ramée, professa a venticinque a Maagdendael e infine corista a trentasei all’abbazia cisterciense di Nazareth, presso Lier, dove reggerà la carica di badessa per trent’anni, dal 1237 fino alla morte.

Le visioni che la consegneranno alla storia, e che ispireranno la sua opera sui Sette modi di amare Dio, testo capitale anche dal punto di vista linguistico («la prima opera in prosa della letteratura in medio nederlandese»), appartengono al periodo del noviziato; un periodo in cui Beatrice, oltre a vedere l’invisibile, a soffrire nel corpo i segni della grazia2, a disciplinarsi con rigore inaudito, con altrettando rigore mette in atto una serie di strategie per approfondire la conoscenza di se stessa: allo scopo di scovare le proprie manchevolezze, infatti, «iniziò a un certo punto a esaminare con gli occhi della circospezione gli angoli della sua volontà e del suo affetto, perché non si nascondesse in essi qualche ignoranza o negligenza che offendesse gli occhi della divina maestà e provocasse l’ira di quella contro di sé».

Risultato della sua ricerca sono anzitutto due peccati: la pigrizia e l’incostanza («la sua inseparabile compagna»). Per combatterli Beatrice «costituì nel suo cuore due piccole celle» dove sistemare una serie di «strumenti» utili a contrastarli. Ed è così che nella stanza riservata all’incostanza, quella inferiore, troviamo le «normali miserie della condizione umana, che, contate nel numero di sei, [Beatrice] dispose ciascuna in ordine per ricordarle con devozione nell’ufficio». 1. Il peccato, una dura condizione cui nessuno può sfuggire, «nemmeno un infante che sia sulla terrra da un solo giorno»; 2. Le passioni, i bisogni (fame, sete, freddo, nudità) e i dolori del corpo; 3. L’instabilità della nostra natura; 4. L’esilio in questo mondo di dolore e vanità; 5. La tenebra del mondo e l’oscuramento della verità; 6. La morte, che ci condurrà al giudizio divino (Beatrice la definisce comunque «odiosa e ineluttabile» anche se rappresenta l’unica via di uscita da quel mondo in cui saremmo, appunto, esiliati).

Nella mente della mistica cisterciense (nel suo cuore, direbbero altri) si sviluppa una complessa geografia di luoghi – stanze, chiostri, giardini – che riflette forse anche i suoi studi e nella quale ci si addentra (in particolare nel secondo libro della Vita) con interesse e con novecentesca simpatia per l’indefessa volontà di autoanalisi: «Occupata giorno e notte in queste riflessioni, quando si cimentava per raggiungere una più piena conoscenza di sé, e non ci riusciva al meglio, secondo il desiderio del suo cuore, escogitava sempre qualcosa di nuovo e, a suo parere, più adeguato, attraverso cui sperava di arrivare meglio alla conoscenza di sé, all’abbassamento e all’umiltà».

Tra tutti, lo stratagemma psicologico che forse mi ha colpito di più è quello, semplice e potente, dei cinque specchi, nei quali «si sforzava con una profonda meditazione di vedere il volto dell’uomo interiore»: «Il primo fu il cielo sopra di sé, il secondo la terra sotto di sé, il terzo il prossimo accanto a sé, il quarto il Signore Gesù davanti a sé con le braccia spalancate sulla croce3, il quinto, infine, il costante ricordo della morte dentro di sé».

Con una piccola variante, glielo rubo.

(2-fine)

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  1. Beatrice di Nazareth, I sette modi di amare Dio, seguito da Anonimo, Vita di Beatrice, a cura di F. Paris e E. Tealdi, Paoline 2016.
  2. Se si raggruppano i «sintomi» citati dal suo biografo, questo è l’elenco che ne risulta: palpitazioni, svenimenti, tremori, dolori al petto, oppressione, catalessi, febbri, paralisi, ma anche sangue dal naso e riso smodato…
  3. «Fissando su di lui [Gesù] il nostro sguardo per vederci come in uno specchio, che cosa possiamo dire di noi?», scrive Anna Maria Cànopi (in Gesù Cristo nostra vita, Nerbini 2019, p. 38).

 

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Un pianto nascosto (Dice il monaco, LXIX)

Dice Isacco di Ninive, nella seconda metà del VII secolo:

In questo tempo in cui siamo privati del mondo e dell’assiduità con esso, sii per noi, Signore nostro, un consolatore, e non allontanarci dal tuo amore. Il nostro cuore è colmo di afflizioni e noi siamo sempre nella tristezza: rendici degni, Signore nostro, della tua consolazione che è più tenace dell’afflizione. Noi siamo colmi di pianto ed esso è per noi sempre amaro: rallegra, mio Signore, la nostra tristezza e da’ refrigerio al nostro cuore in fiamme.

Ansietà e sofferenza ci circondano di notte e di giorno: da’ refrigerio, Signore nostro, segretamente, alla fiamma dei nostri cuori. In nessun luogo c’è per noi una speranza capace di consolare il nostro dolore: accosta il tuo dito, refrigerio di ogni cosa, al pianto nascosto che è nel nostro cuore.

♦ Isacco di Ninive, Discorso X, 25-27, in Discorsi ascetici. Terza collezione, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2004, pp. 148-49.

 

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Una sera di gennaio, del 1217 (Beatrice di Nazareth, pt. 1/2)

Nel monastero cisterciense femminile di La Ramée, nel Brabante francofono, si sta celebrando compieta. Tra le monache raccolte in coro c’è la giovane Beatrice. Diciassettenne, veste l’abito, caparbiamente perseguito, da poco più di un anno, dopo i voti professati nel monastero di Bloemendael, ed è stata mandata alla Ramée affinché «imparasse l’arte dello scrivere». Qui ha incontrato Ida (di Nivelles), «donna di grande valore, monaca dello stesso luogo», cui si è legata di profonda amicizia spirituale, e che le ha preconizzato l’incontro a tu per tu con il Signore: «Ti voglio bene con l’indissolubile affetto della carità», le ha detto poco prima di Natale, «non tanto per i meriti e le virtù per i quali ti vedo onorata nel presente, quanto per quelli per cui so con assoluta certezza che sarai innalzata da Dio nei tempi futuri».

Sono i primi giorni di gennaio, l’immginazione può dunque aggiungere il freddo e la semioscurità della chiesa. Beatrice sta ascoltando l’antifona al Magnificat dei primi Vespri della Circoncisione del Signore, medita con attenzione le parole del canto e, all’improvviso, prorompe «nell’eccesso della mente». Rapita, vede la Trinità «risplendente oltre la meraviglia nell’onnipotenza del suo nitore di insigne e sempiterna virtù», vede Davide con i cantori, vede la Gerusalemme celeste, le schiere dei santi, gli angeli, la Gloria…

Intanto l’ora si è conclusa, e le monache lasciano il coro per salire al dormitorio. Beatrice, ignara di quello che avviene intorno a lei, rimane al suo posto, sola, «inclinata verso il basso sulla panca». Starà dormendo, pensa una consorella e, «andandole più vicino, le tirò leggermente il bordo dell’abito che la copriva». Niente, neanche una piega. La monaca allora «insistette, tirando con più decisione il vestito per destarla dal sonno e riprovando a chiamare quella che era sicura stesse dormendo»: Beatrice, Beatrice

E Beatrice, infastidita, «tornò in sé e si riebbe». Ritornata alla realtà – «richiamata alla miseria della condizione umana» –, è disorientata, turbata, scoppia a piangere e risponde «male a quella che l’aveva svegliata». La consorella è spaventata, dispiaciuta, ma dopo compieta non si può parlare, così, per riappacificarsi, le posa silenziosamente il capo in grembo, le asciuga le lacrime, la rincuora a sguardi e gesti.

Un quarto d’ora dopo Beatrice è nel suo giaciglio e ripensa a quello che le è successo, richiamando «alla memoria dove fosse stata e che cosa avesse visto». La letizia indicibile che prova al ricordo si unisce a una sensazione di benessere mai sentita: le lacrime continuano a scorrere, ma sono di gioia. Nel piccolo monastero, tuttavia, «si era già diffusa la voce che qualcosa di nuovo le era accaduto, nel corpo o nella mente», e un drappello di monache, guidate proprio da Ida, si presenta ai piedi del suo letto: Beatrice, che succede?

Beatrice non può raccontare quello che ha visto, era per lei sola, e allora, non sapendo cosa fare, «quando le vide avvicinarsi in gruppo… subito eruppe in riso tanto che la forza del suo cuore non poté sostenere la loro presenza». Se ne vergogna, e chiede a Dio che la lampada del dormitorio si spenga e che lei resti celata. Cosa che, miracolosamente, avviene: il buio spinge le consorelle ad andarsene. Beatrice è libera di tornare alla novità della grazia che aveva ricevuto, «mentre le altre dormivano o comunque ignoravano cosa le accadesse».

Così passa quella notte di gennaio del 1217, in cui Beatrice, travolta dalla sua prima visione, «volente o nolente, si trovava a ridere tanto smodatamente che supplicava continuamente il Signore… che non fosse percepito dalle altre il suono della risata», e in cui, sconvolta da una dolcezza inesprimibile, «ripetutamente nella stessa notte, le sembrò di volare nell’aria».

Estasi mistica o sogno lucido e vivissimo? In fondo non ha importanza, perché anche senza rispondere alla domanda tanti sono i gesti e i momenti che ci vengono incontro da quella sera fredda e semibuia: l’affetto di Ida, gli scricchiolii del coro, l’abito tirato, due volte, la testa poggiata, la piccola delegazione di sorelle, il primo riso mal trattenuto, la lampada, l’oscurità tesa del dormitorio e infine quella risata spiegata, di gioia, che risuona nella notte – fino a oggi, verrebbe da dire.

(1-segue)

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Vita di Beatrice, I, XI, 54-58, in Beatrice di Nazareth, I sette modi di amare Dio, seguito da Anonimo, Vita di Beatrice, a cura di F. Paris e E. Tealdi, Paoline 2016, pp. 135-39.

 

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Bernardo e Guglielmo, convalescenti (Voci, 22)

Non sono pochi gli studiosi (Alessia Vallarsa, Paul Verdeyen, Wendelien Bara, Jean Leclercq) che mi hanno invitato a guardare al periodo passato insieme da Guglielmo di Saint-Thierry e Bernardo di Chiaravalle, entrambi malati, nell’infermeria di Chiaravalle, come a «un avvenimento cruciale nella storia della spiritualità occidentale», che segna «la nascita della mistica dell’amore». Quattro settimane di convalescenza, tra la fine di gennaio e il febbraio del 1128, in cui, «senza dubbio favorito dal suo isolamento forzato, Bernardo acquista familiarità con questo libro della Bibbia», e in cui «per la prima volta nella storia della Chiesa occidentale la relazione personale tra Dio e l’uomo veniva portata nel discorso, e questo nella lingua e nelle immagini del Cantico dei Cantici». Ecco come lo stesso Guglielmo racconta, con trattenuta commozione, quei giorni.

Essendo poi io [Guglielmo di Saint-Thierry] una volta dal male aggravato nella nostra Casa, ed avendomi la troppo lunga infermità di molto maltrattato e consumato, egli [Bernardo di Chiaravalle] subito che ne ricevette l’avviso, mi spedì il suo fratello Gerardo, uomo di buona rammemoranza, chiamandomi col mezzo di questo a Chiara-valle, promettendomi che io ivi incontamente dovrei o risanarmi o morire. Io allora come se divinamente mi fosse stata offerita e concessa la facoltà o di morire appresso di lui, o di vivere con esso lui per qualche tempo (delle quali cose non so quale io mi avessi scelta), mi portai subitamente colà, sebbene con molto dolore e stento.

Mi venne ivi fatto ciò che da lui mi era stato promesso, e, a vero dire, anche come io aveva desiderato. Mi fu restituita la salute da una grande e pericolosa infermità; ma le forze del corpo a poco a poco mi si restituirono. Infatti, Dio buono! qual cosa mai non mi apportò quella infermità, quelle ferie, quella vacanza ch’io ebbi, in parte a ciò che io medesimo voleva? Imperciocché in tutto quel tempo della mia infermità cooperava alle mie necessità la infermità di lui, dalla quale anch’egli allora era aggravato.

Essendo adunque amendue infermi, facevamo tutto il giorno conferenze sopra la natura spirituale dell’anima, e dei medicamenti delle virtù contro le languidezze dei vizj. Per tanto fu allora ch’egli tenne lungo discorso, per quanto gliel permise il tempo della mia infermità, sopra il Cantico dei Cantici, ma però solamente secondo il senso morale, lasciati da parte i misterj di quel Sacro Libro, poiché io così aveva voluto, e da lui anche richiesto l’aveva.

Di giorno in giorno metteva per iscritto, per quanto Dio mi assisteva, e la memoria mi suggeriva, qualunque cosa io da lui aveva udita, acciocché non mi svanisse. Nel che benignamente, e senza veruna invidia esponendomi egli e comunicandomi le sentenze del suo intendimento, e i sentimenti della sua sperienza, e sforzandosi d’insegnare a me inesperto molte cose, le quali non si possono imparare se non colla sperienza; sebbene io non poteva per anco intendere quanto mi veniva somministrato, egli però mi faceva intendere più del solito ciò che a me mancava per ben intendere le cose che m’insegnava.

♦ Guglielmo di Saint-Thierry, Vita di San Bernardo, in La vita di San Bernardo primo abate di Chiara-valle, Scritta già in Latino da diversi contemporanei e accreditati Autori, e da essi pure in sette Libri divisa; Ora nel nostro Volgare tradotta ed accresciuta di una diffusa Prefazione, di varie Appendici, di molte Istoriche e Monastiche Annotazioni, e di un Indice dovizioso delle cose più ragguardevoli; da Pietro Magagnotti, Teologo del Collegio di Padova, e Parroco di Santa Caterina; Padova, presso G. Comino, 1744. (Libro I, cap. XII, 59. Di un’altercazione di S. Bernardo col Diavolo; della sanità a lui restituita dalla Santissima Vergine e parimenti dell’Abate Guglielmo da lui sanato.)

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«Cosa hanno oggi da offrire i monaci e le monache?»

Sette sono i valori che il monaco trappista australiano Michael Casey estrae, per così dire, dalla tradizione benedettina per rispondere alla domanda posta dal titolo della sua conferenza1, e trovo molto interessante che non derivino dall’indagine di una ipotetica spiritualità monastica atemporale (benedettina nello specifico), bensì dal desiderio di corrispondere alle esigenze odierne degli «abitanti della postmodernità» – come se i monaci si chiedessero: il mondo oggi ha bisogno di questo, ne abbiamo, noi, da offrire?

Per impostare concretamente il discorso, p. Casey muove da una breve citazione di Baudrillard, che non ti aspetti fequentatissimo nei chiostri, e che vede nella «superficialità promiscua» del postmoderno l’evaporazione di una serie di qualità: profondità, coerenza, significato, originalità, autenticità. Ma, osserva p. Casey, «non sono queste caratteristiche che associamo alla tradizione di san Benedetto? E quindi… quale processo di apprendimento possiamo intraprendere per garantire che noi stessi viviamo tali valori e siamo, di conseguenza, in grado di trasmetterli ad altri?»

Ed eccoli questi «sette valori interconnessi che sostengono il nostro [di monaci] stile di vita»: gravitas, disciplina, ascetismo, misticismo, silenzio, testimonianza, cultura letteraria. Circola un’aria di sicuro cristiana, in questa compagine, ma non solo, numerosi sono gli echi classici, e colpisce come i suoi elementi appaiano al tempo stesso antiquati e «di moda», come se davvero la postmodernità fosse attratta da essi, a patto però di trasformarli in trucchi, «narrazioni» e prodotti senza effetti indesiderati, senza spine.

Va anche sottolineato come, nelle note che accompagnano la breve rassegna di questi valori, i riferimenti siano molti ampi, da Bernardo di Chiaravalle a Alasdair MacIntyre, da Charles Taylor a Thomas Merton, da Paolo VI a studi di sociologia e psicologia; e forse è proprio per questo che l’elenco di p. Casey attira e spinge a declinazioni laiche. Come non essere affascinati, ad esempio, da una gravitas che si presenta come una serietà/maturità «che dà la priorità alle misure pratiche che assicurano la realizzazione di obiettivi personali rispetto alle sollecitazioni più pressanti delle emozioni»? Come non acconsentire a una forma di disciplina che smonti «l’illusione postmodernista secondo cui una vita senza regole non è solo possibile, ma anche preferibile»? Come non prestare ascolto a un ascetismo che è essenzialmente autocontrollo a favore della comunità? E ancora, come non essere conquistati da un silenzio che è segno di distanza dall’immediatezza, di «passione per l’invisibile», di rifiuto del «moralismo intimidatorio»?2

Ancora una volta l’aspetto più importante è che i valori si incarnino, in gruppi di persone raccolte in luogo: «segni di speranza e possibilità per tutti coloro che li incontrano», «isole visibili» di umanità, «chiglie per controbilanciare i venti prevalenti dell’opinione popolare», «pozzi di silenzio in questa terra assetata»… Lo scetticismo, per quanto mi riguarda, è de rigueur, soprattutto quando un certo afflato sta per prendere il sopravvento, ma la mia opinione non toglie certo verità al tentativo di quelle persone di essere testimonianza viva di una Parola ricevuta: «C’è un ruolo per coloro che sono la prova vivente che il modo ordinario, oscuro e laborioso del Vangelo è anche un modo per l’autorealizzazione, il servizio reciproco e la creatività, e che è anche la strada verso la felicità, come le beatitudini suggeriscono».

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  1. Michael Casey, ocso, Cosa hanno oggi da offrire i monaci e le monache?, conferenza alla Australian Benedictine Union, 15 giugno 2019, in «Vita Nostra» 18 (2020, 1), pp. 19-40.
  2. «Se questo avviene, il silenzio monastico prende per mano la postmodernità, in quanto uno dei suoi effetti è il rifiuto del consenso a qualsiasi ideologia sia attualmente dilagante.»

 

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