Uno è lì, bello tranquillo (per modo di dire), che si legge la sua bella introduzione all’opera di un frate cappuccino inglese di fine ’500 – introduzione di gran pregio, che rispetta il canone di: cenni biografici sull’autore, tempi di composizione dell’opera, suoi temi principali e fonti, ricezione e fortuna – ed ecco che arriva il colpo a sorpresa. Si chiede infatti l’insigne studioso, estensore dell’introduzione: «Che senso ha, oggi, riprendere in mano e leggere la Règle de Perfection?». Già, perché si tratta della Regola di perfezione di Benedetto da Canfield (stampata nel 1610), ottimamente curata da Marco Vannini nel 2022 per le Edizioni Biblioteca Francescana – e forse potrei chiedermelo anch’io, perché leggerla, oggi…
Di questo «capolavoro che diede forma a tutta la mistica del XVII secolo» proverò a dire qualcosa più in là; per intanto mi preme generalizzare quella domanda: non è forse quello che mi chiedo ogni volta che prendo in mano uno dei «miei» libri di monaci? Continua il Vannini: «È stato infatti più volte autorevolmente notato come la letteratura mistica del Seicento, in specie quello francese, sia per noi oggi una sorta di meteorite proveniente da regioni lontane dello spazio […]. Ciò vale indubbiamente anche per la Régle de Perfection, un genere letterario che ci sembra appartenere a un altro mondo». Non posso forse, in qualche misura, sostituire alla «letteratura mistica del Seicento» i detti dei Padri del deserto, o i sermoni di san Bernardo, o le costituzioni certosine? E i motivi addotti dallo studioso – concetti desueti (come suona alle nostre orecchie la perfezione?), linguaggio astruso, spiritualità ignota agli uomini e alle donne di oggi, eccesso di citazioni bibliche – non possono essere estesi con qualche aggiustamento a molti testi monastici, medioevali e non solo? Non è il caso quindi di lasciare che su tali testi si depositi la polvere del passato e dell’erudizione?
«Ma noi pensiamo che non sia affatto così», afferma con vigore il Vannini. «Crediamo, anzi, che la lettura della Régle de Perfection [di questi testi, aggiungo io] sia di grandissimo interesse esistenziale». È sufficiente aggiornare il lessico, «ovvero dire con un linguaggio oggi comprensibile il significato reale, profondo, del libro. […] Occorre leggere la Régle non come un testo teologico, ma psicologico, relativo alla conoscenza dell’anima».
Che sia uno studioso come il Vannini a fare affermazioni del genere mi conforta molto, se penso alla strada che si tenta in queste note. Per alcuni, con ogni probabilità, non si potrà prescindere completamente dal contenuto teologico di questi testi (e in fondo non lo fa nemmeno il Vannini), ma quella prospettiva può rappresentare il terreno d’incontro fra, per semplificare, chi crede e chi non crede, l’unico che mi riesce di individuare e che mi piacerebbe fosse rivendicato anche dalla «laicità». Non piace «conoscenza dell’anima»? Benissimo cambiamo: psiche, interiorità? Eh, ma non è la stessa cosa… Va bene, parliamone: sull’«anima» troveremo un compromesso, ma intanto restiamo intesi sulla «conoscenza» della cosa, no?
La sapienza del cuore1 rappresenta uno degli esempi più tipici di quei libri di «cose monastiche» che non leggo per motivi di conoscenza storica e inquadramento di un fenomeno culturale bensì per… per cosa? Come definire lo scopo di una lettura del genere senza ipocrisia né autocompiacimento? Forse la formulazione più onesta è quella di «conoscenza personale»; forse si può persino rispolverare il concetto di «edificazione». Poi, con una punta – in questo caso sì – di condiscendenza verso le mie fantasie, posso immaginare di essere seduto tra gli uditori dei sermoni di san Bernardo ed esserne chiamato direttamente in causa. Oggi.
Da cento anni in qua il Monasterio non è più chiamato Caravalle, ma Chiaravalle, essendo fatto raro di fabbriche, d’entrate, e rarite le sostanze, e però è fatto chiaro e Chiaravalle; sono deteriorate l’entrate, e migliorato l’aria, e fatta più chiara, e per[ci]ò le Cicogne, solite a nidificare in questo Monasterio, si sono levate, se bene si adducono altre ragioni, e sono queste. Mentre Attila flagello di Dio assediava la Città di Aquileia, e Ezzelino s’accingeva alla rovina d’un ben munito e forte Palazzo, le Cicogne, che facevano il nido in durevoli e alti luoghi delle fabbriche, trassero i nidi e l’ova in sicuro, abbandonando i luoghi che presto dovevano rovinare. Le Cicogne, dunque, che sicuramente nidificavano sopra a campanili, a camini e altri luoghi eminenti del Monasterio di Chiaravalle fino a 20 nidi, si partirno di questo luogo l’anno 1574, prevedendo la gran Peste che venne nello Stato di Milano e in altre Città d’Italia l’anno 1575, e la perpetuità [dell’abbaziato] che doveva essere introdotta nella nostra Congregazione l’anno 1580 d’alcuni Abbati che non ebbero grazia di morir contenti.

(la prima parte è
Ancora i padri del deserto? Certo, sempre. L’occasione mi è stata offerta questa volta dall’ottimo volume di Graham Gould, La comunità1, che attraverso una lettura minuziosa dei Detti dei padri esplora gli aspetti apparentemente contraddittori dell’esperienza del monachesimo primitivo egiziano, con particolare riguardo ai rapporti personali e alla contrapposizione, anch’essa apparente, tra solitudine e comunione.