«Fossero pure un po’ matti»

FolliaD'Amore «Facea alcuna fiata cose che apo lo mondo pareano de maxima stultitia, ma apo Dio erano de maxima sapientia»: in queste parole tratte da una Vita di Iacopone da Todi si può riassumere il soggetto della bella antologia di testi antichi dedicati ai «folli per Cristo» approntata con la consueta serietà e precisione da Lisa Cremaschi1. Una vocazione «singolare, eccezionale», che con un filo sottile unisce uomini e donne che dal IV al XVIII secolo, e probabilmente anche a oggi, hanno nascosto la loro aspirazione alla santità dietro la simulazione della follia, perseguendo in questo modo estremo l’altrettanto estremo desiderio di essere in tutto, per quanto possibile, simili a Gesù (che «è, in certo senso, il primo folle»), non soltanto nei comportamenti ma financo nei sentimenti – giusta l’indicazione impossibile di san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2, 5): «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù».

Il volume, circoscritto alla chiesa orientale e a quella occidentale (non prende cioè in considerazione il mondo slavo, dove la figura del folle per Cristo ha avuto una notevole diffusione), presenta ampi brani tratti dalle biografie antiche di una serie di personaggi, sconosciuti ai più o noti a tutti: Giovanni il Calibita e Simeone il Folle, Nicola di Trani e Massimo il Bruciacapanne, Francesco d’Assisi e Iacopone da Todi, Giovanni Colombini e Benedetto Labre, solo per fare qualche nome.

Uomini, e qualche donna, che nelle forme più diverse hanno fatto del comportamento eccentrico e «anticonvenzionale», dimostrando talvolta una notevole creatività, la chiave per fare penitenza, annunciare il messaggio evangelico (con i gesti invece che con le parole), redimere i peccatori, risvegliare le coscienze, denunciare appunto le convenzioni, smascherare l’ipocrisia, e così via. Tutto questo per così dire dal basso, da una posizione di radicale umiltà ed esclusione, a costo quindi di pagare in prima persona, proprio nel corpo, oltre che nello spirito, tale scelta. E anche a rischio di scivolare nella follia «vera», ad esempio per eccesso di ascetismo.

Derisi, sbeffeggiati, vilipesi, insozzati, maltrattati, picchiati, espulsi dal consesso o rinchiusi («in verità la maggior parte delle cure che sogliono essere impiegate per questo genere di malati consiste in questo: vengono domati con colpi, catene e reclusione, perché depongano la loro ferocia e, ammaestrati dai maltrattamenti, rientrino in se stessi», dalla Vita di Giovanni di Dio): in una parola reietti, ma del tutto indifferenti al giudizio altrui, subiscono le reazioni dei cosiddetti sani, fino alla rivelazione conclusiva, in punto di morte o subito dopo, volontaria o involontaria, quando la comunità capisce chi in realtà si celava nella figura del «matto del paese» («il giusto, ritenuto matto»).

Un monaco senza nome rispondeva a qualsiasi domanda scoppiando a ridere; la monaca Isidora (che abbiamo già incontrato) «si era legata uno straccio sulla testa», per essere la «spugna del monastero» e svolgere i servizi più umili; Simeone il Folle, «il folle in Cristo più famoso dell’antichità», quasi il modello, che entrava in chiesa, saliva sull’ambone «e da lì bersagliava le donne con le noci» e poi scendeva a frustare le colonne o «prendeva una filza di salsicce e se la metteva addosso come fosse una stola»; Nicola di Trani, che gridava in continuazione «Kyrie eleison!»; Massimo il Bruciacapanne che appunto «era solito bruciare la sua capanna ogni volta che il numero dei visitatori cresceva turbando la sua solitudine»; Saba il Giovane che si voltolava nel fango e nella sozzura; Iacopone da Todi che si presentò alla festa di nozze del fratello «tutto unto di miele e coperto di piume attaccate a ditto miele»…

Il lettore odierno si incuriosisce e talvolta sorride, anche di gusto, a leggere le imprese di questi «bizzarroni», ma si rende anche conto di essere entrato in un territorio che suggerisce la massima cautela, in particolare oggi, dopo che l’emarginazione se non la repressione del disagio psichico parrebbero archiviate. Anche la curatrice si pone, ovviamente, la questione: «Il lettore odierno», osserva, «forse si chiederà se non erano matti per davvero. Ma com’è noto, il confine tra follia e sanità mentale è spesso assai labile; la follia è un concetto statistico: è considerato folle chi fa dei gesti che nel suo contesto non sono compiuti ordinariamente da altri, e comunque va sempre contestualizzato. In quel mondo, in quegli ambienti, in quel tempo storico, gesti che noi giudichiamo insani erano socialmente accettati e rientravano semmai nel prodigioso.»

«E poi», questa la sua conclusione, «fossero pure un po’ matti, hanno comunque tentato di vivere la loro follia a servizio del vangelo. Il che non è poco.»

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  1. Follia d’amore. I folli in Cristo d’oriente e d’occidente, introduzione, traduzione e note a cura di L. Cremaschi, Edizione Qiqajon, Comunità di Bose, 2020.

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Questo (Augustine Roberts, pt. 3)

ConfiguratiACristo (la prima parte è qui, la seconda qui)

La scelta del titolo, Configurati a Cristo (Hacia Cristo, nell’originale), per una «guida alla professione monastica» viene esplicitata da Augustine Roberts sin dalle prime righe del libro con assoluta precisione1: «L’entrata del candidato nel monastero è in sé stessa, senza la necessità di ulteriori spiegazioni, un pubblico impegno a seguire Cristo. Non c’è realmente nessun’altra ragione valida per abbracciare lo stile di vita della comunità». Il potere di attrazione e di trasformazione delle parole di Gesù (la «pacifica potenza», la chiama p. Roberts) agirono, hanno agito e continuano ad agire su alcuni individui con una forza che richiede l’esclusività, e «spesso è difficile localizzare un motivo oggettivo di quest’attrazione, se non un profondo bisogno interiore che sembra venire dallo Spirito e che sta spingendo la persona su questa via».

Questo fatto originario, secondo p. Roberts, ha tutt’oggi diverse conseguenze, cinque per l’esattezza: 1) la vita religiosa è un «elemento irrinunciabile» della Chiesa; 2) l’impegno che si prende va al di là dell’osservanza di uno o più voti; 3) la professione monastica fa riferimento a specifiche caratteristiche della vita di Gesù, che non sono estese a tutti i cristiani; 4) è una scelta di comunità, che trova espressione nella promessa di stabilità nel monastero («Esisteranno sì degli eremiti, ma saranno sempre un’eccezione»); 5) la vita monastica non esclude, anzi comprende la dimensione della missione.

Tali aspetti, insieme ad altri, si concentrano nella «professione», nel suo atto che, nella disamina che ne fa p. Roberts, mi ha fatto pensare a una specie di big bang della vita monastica: la materia è tutta lì, incredibilmente densa; poi, nel tempo, si espanderà, in galassie di comportamenti e correnti spirituali (buchi neri compresi). Professione i cui impegni non sono imposti da leggi esteriori, che non sono negoziabili come i termini di un contratto (per quanto vi sia in essa un aspetto giuridico «che sarà sempre necessario per comunità umane e fragili») e che richiedono preparazione e attenzione – come tutte le «professioni secolari», osserva p. Roberts, citando come già nelle prime stesure del testo, «camionisti, dottori o ingegneri». L’accettazione di questi impegni è libera (e al tempo stesso, verrebbe da dire, non lo è, poiché la «chiamata», in fondo, viene spesso descritta come non ignorabile) e ha la sua radice nel dono di sé e nell’amore: «Il monaco è un amante, non segretamente e non solo interiormente e spiritualmente, ma anche esteriormente e pubblicamente. Le promesse monastiche includono entrambi gli aspetti di questa vita d’amore».

Le promesse, come oggi tradizionalmente vengono pronunciate: stabilità, fedeltà alla vita monastica, obbedienza. Concetti assai concreti, dice p. Roberts: vivrò qui, seguirò la regola, obbedirò ai superiori; cioè: cambierò vita, come coloro che lasciarono tutto per seguire Gesù vivente, e continuerò a farlo. In sintesi la conversatio morum di cui parla Benedetto, «asse centrale della professione monastica… che abbraccia le virtù fondamentali in cui la sequela di Gesù è espressa nel monastero».

Non posso nascondere, soprattutto a me stesso, la considerazione che provo verso un atteggiamento che, al di là di Cristo (per quanto al di là di Cristo si possa andare), di fronte all’apparente esplosione delle possibilità di scelta si oppone alla mutevolezza, alla variabilità, al tempo: una scelta definitiva che oggi assume quasi delle sfumature tragiche, anche in virtù di quella dimensione di «una volta per tutte» che la caratterizza: «Dio ha scelto per me, e io accetto, questo monastero, con questa forma di vita, questa comunità, questi superiori, questo clima» (i corsivi sono dell’autore).

Questo, e non tutto il resto.

(3 – continua)

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  1. Augustine Roberts, Configurati a Cristo. Una guida alla professione monastica, Nerbini, «Quaderni di Valserena», 2018.

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Fazzoletti, spezie odorifere e vaghi colori (Voci, 35)

SpecchioDellaDisciplina Cap. X. Che non si devono avere cose curiose.

Appresso ti esorto che non ti curi di tenere nella tua stanza cose curiose, come sono immagini adorne, tavole, fazzoletti, coronette polite e preziose, e cose simili; né dèi riceverle, né darle altrui in dono, perché simili traffichi e negozi occupano il cuore, e dispiacciono a’ nostri maestri, come quelli che ti fanno parere tra gli altri notabile e singolare; e ancora ti aggravano la coscienza di alcuna proprietà, conciossiaché tali cosette spesse fiate incautamente si ricevono, o si danno senza licenza de’ Superiori, sia per increscimento, o per rispetto, o per vergogna di ricorrere così spesso per sì picciole cose da’ Maestri.

Non dèi tenere appresso di te spezie odorifere per condire i cibi, eccetto se per evidente necessità tu non potessi lasciarle: e chi potesse vivere privo di tutte le cose particolari, sarebbe felice, perché avrebbe tolta via la materia di gran distrazione: far di avere quanto più pochi bisogni è possibile, o se pur ti bisogna tenere alcuna cosa privata, come sono libri, per cagione di studio, e cose appartenenti allo scrivere, non ne tenere mai alcuna soverchia o curiosa, ma sii contento di aver solamente cose necessarie in numero ed in valore.

Similmente il tuo abito, e le altre cose che comunemente ti bisognano e tieni per tuo uso, sieno semplici e rozze; e così anche i gesti del corpo e tutte le cose, che fuori di te sono manifeste, fa che sieno schiette, facili e pure, in modo che tu non desideri, né procuri di aver cosa veruna linda, né curiosa, né di alcun singolare o vago colore tinta.

♦ San Bonaventura, Istruzioni a’ novizi, II, X, in Specchio della disciplina. Istruzione e Regola de’ novizi. Con alcuni salutevoli ricordi del ben vivere, terza edizione, Quaracchi, presso Firenze, Tipografia del Collegio di S. Bonaventura, 1891, pp. 264-65. (Chissà quale può essere la «evidente necessità» di tenere nella cella delle spezie…)

1 Commento

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L’altra guancia destra

Un’altra ignoranza, mia, sanata. «Porgi l’altra guancia»: l’altra (alteram) non è la sinistra, bensì l’altra destra. «Secondo i mistici», insegna la Glossa (in particolare la Catena aurea di san Tommaso, dal commento a Matteo di san Gerolamo), «quando viene colpita la nostra guancia destra, non ci viene comandato di offrire la sinistra, ma l’altra, cioè l’altra destra. Il giusto, infatti, non ha la sinistra».

Lezione appresa grazie a Giovanni Cassiano, che nella sedicesima delle sue Conversazioni con i padri, per bocca di abba Giuseppe, fa menzione di una categoria di monaci che manifestano un particolare genere di stoltezza «sotto le mentite spoglie della falsa pazienza»1. Costoro non si peritano di irritare i confratelli e «quando sono toccati anche solo lievemente, offrono prontamente anche l’altra parte del corpo per essere colpiti», credendo di mettere in pratica il precetto evangelico. E invece stravolgendolo completamente.

«Se uno ti colpisce alla guancia destra, volgigli anche l’altra – qui», precisa Giovanni Cassiano, «bisogna intendere senza dubbio l’espressione destra come “l’altra destra”, vale a dire il volto dell’uomo interiore»2, perché occorre partecipare intimamente, con umiltà, al dolore dell’uomo esteriore, abbandonandosi, corpo e anima, all’ingiuria e custodendo con umiltà la tranquillità del cuore.

Ecco perché – leggo da un’altra parte3 – Gesù davanti ad Anna non porse materialmente l’altra guancia quando un servo del sommo sacerdote gli mollò uno schiaffo. Il «divino Maestro» l’aveva già fatto, intimamente, «e ha voluto farci intendere che l’atto della virtù, in simili circostanze, non si deve confondere con l’atto esteriore di presentare l’altra guancia, ma bisogna cercarlo nella disposizione segreta dell’animo».

E i passivi-aggressivi (o almeno una loro variante) sono sistemati.

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  1. Giovanni Cassiano, Conversazioni con i padri, II, XVI, 20, a cura di R. Alciati, Paoline 2019, p. 961.
  2. II, XVI, 22, ivi p. 963.
  3. Jean de Monléon, I dodici gradi dell’umiltà. Commento ascetico al Capo VII della Regola di san Benedetto, traduzione dei monaci di S. Maria del Monte di Cesena, Edizioni Abbazia di Viboldone 1958, p. 146.

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Sovente, spesso, il più delle volte (Dice il monaco, CXV)

Dice Basilio di Cesarea, intorno al 378:

Tra gli animali irragionevoli ce ne sono anche di quelli che vivono in comunità, se è proprio del vivere in comunità il far convergere verso uno scopo comune l’attività di ciascuno, come si può vedere nelle api. Esse abitano, infatti, in comune, volano insieme, uno solo è il lavoro di tutte. La cosa più sorprendente è che si dedicano al lavoro sotto il comando di un re1 e non accettano di andare nei prati prima di aver visto il re che guida il volo. Il loro re non è eletto con una votazione (sovente, infatti, per la mancanza di saper scegliere rettamente, la gente ha collocato al potere il peggiore); non ha il potere per sorteggio (gli esiti dei sorteggi sono, infatti, irrazionali e consegnano spesso il potere a quello che lo merita meno di tutti) e neppure per successione ereditaria si asside nel palazzo reale (anche questi, il più delle volte, sono incompetenti, ignorano qualsiasi virtù a causa della mollezza lussuosa e dell’adulazione); egli tiene dalla natura il primato su tutti; spicca per il vigore fisico, per la bellezza della sua linea, per la mitezza del suo comportamento. Il re certo possiede un pungiglione, ma non ne usa per difendersi. Queste sono una sorta di leggi di natura non scritte, le quali prescrivono che siano restii a punire quelli che arrivano ai massimi poteri.

♦ Basilio di Cesarea, Omelia VIII, Sui volatili e sugli animali acquatici, 4, in Omelie sull’Esamerone e di argomento vario, a cura di F. Trisoglio, revisione dei testi greci, indici e bibliografia di V. Limone, Bompiani 2017, p. 311.

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  1. È noto che gli antichi credevano essere re quella che noi sappiamo essere regina. (N.d.C.)

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La compagnia dei giusti (Gregorio di Tours agiografo)

PaterikonDelleGallie Sono disponibili in traduzione italiana le Vite dei Padri di Gregorio di Tours1 (attivo nella seconda metà del VI secolo e assai noto soprattutto per la sua Storia dei Franchi), anzi, come precisa l’autore stesso citando Plinio, «“gli antichi parlano delle vite di ciascuno di noi, ma i grammatici non credono che il termine vita abbia un plurale”. Quindi è chiaro che è meglio parlare di vita dei Padri, che non di vite dei Padri, poiché, anche se vi è diversità di meriti e di virtù, tuttavia una sola Vita li mantiene in questo mondo».

Mi fa sempre bene ripassare le formule e gli stereotipi della letteratura agiografica (in questo caso altomedievale): febbri spente; ciechi che recuperano la vista grazie alla santa saliva; zoppi, sordi, muti e contratti: tutti guariti; cadaveri incorrotti; un sacco di pustole e di morsi curati; dita in bocca per «estrarre» Satana dagli indemoniati (per farli, cioè, vomitare il male); tombe che esalano profumo e che spandono miracoli, tra i quali quello di rallegrare i tristi; criminali ravveduti; re rabboniti; reliquie contese; brandelli miracolosi di abiti (e anche zolle della terra di sepoltura); lampade che non si spengono tutta la notte; otri che non si svuotano; reti che si riempiono di pesci; incendi che distruggono tutto tranne la santa reliquia…

Qui, poi, trova ampio spazio il motivo dell’abbandono del consesso umano a favore della montagna, della foresta, del «deserto»: fratelli che si spostarono nei luoghi remoti del deserto del Giura; piccoli monasteri che sorgono una volta abbattuta e spianata la foresta; un monaco che, entrato nella profonda solitudine della selva… vi costruì una cella; il monaco che, dimenticando la sua patria e i suoi genitori, andò in cerca del deserto; i santi che si ritirarono nelle lande più incolte; il recluso che, preso un piccone, scavò la pietra della cella in cui si trovava per ingrandirla…

Si possono trovare anche piccoli episodi che esulano dal canone e che hanno un forte sapore di realtà: i monaci che ci restarono molto male quando il loro abate li obbligò a mangiare un semplice minestrone [pultis]; i barbari, pagani, della regione che «lì adoravano i propri idoli come dèi e deponevano delle immagini di membra umane scolpite nel legno, quando una parte del corpo era colpita da malattia». Talvolta l’agiografo, per così dire, non sa dove sbattere la testa e riporta «miracoli» appena passabili: il santo che guarisce la mano della ragazza che si era ferita acconciandosi i capelli, «credo che si ferì perché si stava pettinando in un giorno santo»; il recluso che scaccia uno sciame di vespe col segno della croce; il futuro vescovo nato già con la chierica e che anni dopo cerca di togliersi un fastidio dietro al collo, senza riuscirvi: «Voltando il capo a destra e a sinistra, annusò un dolce odore e capì che questo fardello era quello della dignità episcopale»; il vescovo Niceto che «un giorno, mentre era in viaggio, scese da cavallo per fare i suoi bisogni e andò in una fitta boscaglia [descendens ab equo, inter vepres condensas ventris purgandi gratia est ingressus]» dove un terribile serpente quasi lo divora, prima di essere messo in fuga dal segno della croce…

Anche i nomi, mia inossidabile passione, sono spesso memorabili: Illidio, taumaturgo di Clermont; il vescovo Apruncolo, il duca Hilpingo e il funzionario Lytigio; Friardo e Clappano, reclusi abitatori delle foreste; la tentatrice Leubella; il monastero di Mascarpion; l’abate Leobazio; persino gli indemoniati, eccezionalmente, hanno un nome: «Lupo, Teodulfo, Rucco, Scopilia, Nectariola e Tachilde furono purificati presso la tomba del santo»…

Nella rassegna di Gregorio c’è posto per una sola donna dalla parte dei «buoni», Monegunda, santa e taumaturga («L’Onnipotente] ci dà come modelli non solo uomini robusti, ma anche il sesso debole [inferiorem sexum], che lotta non debolmente ma con vigore virile»). Originaria di Chartres, Monegunda si sposa, «secondo il desiderio dei suoi genitori», e dà alla luce due figlie, che però le «furono portate via da una leggera febbre». Allora, passato il lutto, si «fece fare una cella con una sola finestrella» dove occuparsi soltanto di Dio. Ma la sua fama si diffonde, e cominciano i miracoli. Per non cadere nella vanagloria Monegunda se ne va a Tours; il marito, sensibile alla fama della «santa», la insegue e la riporta a casa; lei scappa di nuovo e torna a Tours; il marito si rassegna; lei raduna alcune donne e fonda un piccolo monastero. E ricominciano i miracoli, soprattutto le guarigioni, che si moltiplicano innumerevoli sulla sua tomba: «Che dire di tanti altri che sono stati guariti dalla febbre solo per aver baciato con fede il drappo che ricopre il sepolcro della santa? Che dire degli indemoniati che, portati nella sua cella, appena varcata la soglia già avevano recuperata la ragione?»

Che dire? «Non abbiamo visto tutte le cose di cui abbiamo scritto», precisa Gregorio, «ma alcune ci sono state confermate da certi racconti, alcune dalla testimonianza di autori approvati e altre le abbiamo viste con i nostri occhi», e che questi santi siano stati ammessi nella compagnia dei giusti «credo che nessuno dei fedeli possa dubitarne».

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  1. Gregorio di Tours, Paterikon delle Gallie. Tra foreste e monasteri nella Francia dei primi secoli, a cura di A.M. Osenga [che nell’introduzione non rinuncia, ancora, a una frecciata contro la Francia «dei Lumi»], Monasterium 2024.

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La «vertigine della lista» (Voci, 34)

Encyclopédie_théologique_20 Si sa, nell’oceano fantastico (in più sensi) dell’erudizione, tra l’altro molto più accessibile di un tempo, ci si imbatte spesso in indici, cataloghi, liste che sprigionano, tra le altre cose, uno straordinario potere ipnotico. Riporto qui l’ultimo esempio che ho incontrato perché, se ci si ferma un istante, dai nomi di quell’elenco emergono, seppur indistinguibili, i volti di una schiera infinita di persone. È tratto dall’introduzione al volume ventesimo dell’Enciclopedia teologica, del Migne1, primo dei quattro dedicati agli ordini religiosi, che riprende e integra il Dizionario degli ordini religiosi del p. Helyot.

* * *

Talvolta ci estasiamo eccessivamente al cospetto delle creazioni del Medioevo, ma come non ricordare che gli edifici gotici non sono apparsi sulla terra da soli, e che i chiostri desolati di cui ammiriamo le rovine, di cui malediciamo la distruzione, non erano certamente più apprezzabili dei monaci che hanno ospitato? Gli amanti dell’arte non sono gli unici a piangere questo atto vandalico. Gli stessi protestanti non sono forse del medesimo parere che sia stato il fanatismo, un’empietà, diciamo antipatriottica, a privare l’Europa di questi asili della pietà, del pentimento e dello studio? Li abbiamo visti numerare le pietre dei porticati, i pilastri troncati dei nostri antichi monumenti cattolici, e trasportare tali testimonianze oltre la Manica, per conservarne il ricordo grazie a musei di nuovo tipo. Più sovente, e ovunque, abbiamo visto l’artista, dopo aver sognato e pianto all’ombra dei resti di un chiostro, che il martello dell’operaio avrebbe dovuto abbattere l’indomani, affidare il frutto delle sue impressioni alla matita o al pennello. Così sono arrivati a noi alcuni frammenti di Cluny, di Savigny, di Jumièges, ecc. Ma perché lasciare che la memoria degli uomini si spenga? Diciamo meglio, delle congregazioni a cui dobbiamo questi prodigi, delle società alle quali le lettere e le arti sembrano tributare tanta riconoscenza?

[…]

L’opera che intraprendiamo è il miglior rimedio ai mali prodotti dalle passioni e dai pregiudizi. E dimostrerà che gli ordini religiosi non meritavano né il disprezzo né le persecuzioni di cui furono fatti oggetto; mostrerà che lo spirito del Vangelo durerà tanto quanto il Vangelo, e produrrà meraviglie di perfezione anche ai nostri giorni. Lo giudicheremo dall’indicazione di alcune delle società di cui dovremo parlare, e che nomineremo qui senza obbligarci a seguire l’ordine cronologico.

1. Tra le congregazioni omesse da Hélyot, citeremo i fratelli detenuti di Vendôme, e altre istituzioni simili; la Congregazione dei Benedettini di Chalais, detti Calésiens, sui monti della Chartreuse; le Congregazioni dell’Oratorio, in Provenza; il Seminario dello Spirito Santo; i Benedettini della Congregazione del Paraclito; gli Ospitalieri della Misericordia di Gesù; le Suore dell’Educazione Cristiana di Fougères; le Suore dello Spirito Santo, dette sorelle bianche; i Paolini; la Congregazione di Nostra Signora del Canada; le Suore di Sanata Marta d’Angoulême; le Suore di Sant’Agnese, società d’istruzione della diocesi di Puy; le Suore della Carità e dell’Educazione Cristiana di Nevers; ecc.

2. Tra quelle che si formarono successivamente citeremo i Passionisti Società della Penitenza; i missionari dello Spirito Santo, o Compagnia di Maria; la Congregazione degli Eremiti di Mont-Valérien; la Società del Prezioso Sangue; i Redentoristi; la Società del Sacro Cuore; la società dei Padri della Fede di Gesù; la società dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, detta Picpus; i Marianiti; i Sacerdoti Poveri; la società dei Preti dei Ritiri eremiti di Valloires; i Padri della Misericordia, i fratelli dell’Educazione Cristiana; i fratelli dell’Educazione Cristiana, congregazione bretone; varie società di fratelli sotto l’invocazione di San Giuseppe e altri; la Congregazione di Carità di Mr. Rosmini; gli Oblati di Maria; il Terz’Ordine di Nostra Signora della Trappa; gli Oblati dell’Immacolata Concezione, a Marsiglia; i Mechitaristi; i fratelli delle Buone Opere; gli Eremiti di Nostra Signora di Liesse; i sacerdoti del Sacro Cuore di Tolosa; i Maristi; i missionari della Congregazione della Conferenza di Napoli; la società di Nazaret, Neufchâtel; la Compagnia di San Giuseppe, a Saint-Fuscien; la Congregazione di Nostra Signora della Santa Croce, a Le Mans; la società dei fratelli di Sion-Vaudemont; i chierici di Saint-Viateur; la società dei Preti di Saint-Méen; i fratelli della Sacra Famiglia; la società di San Luigi di Juilly; varie congregazioni di missionari; la società secolare del Sacro Cuore; i fratelli Agronomi, ecc.; la comunità di Sainte-Aure; i Norbertini; le ragazze di Sant’Agata; le figlie di Santa Margherita, la comunità di monache di Auneau; le Suore della Sapienza; le Suore della Carità di Evron; le monache della Congregazione del Santissimo Redentore; le Suore di Ernemont; le Suore degli Esercizi; le Suore di Sant’Alessio, di Limoges; le Suore della Presentazione, di Tours; le Suore di San Maurizio, di Chartres; le Suore della Congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, dette Zelote; le monache delle Congregazioni del Terz’Ordine di Nostra Signora della Trappa; le monache del Sacro Cuore; i Benedettini del Sacro Cuore di Maria; le Suore di San Carlo; le Suore del Sangue di Gesù; le Suore del Santissimo Sacramento, a Mâcon; le Suore della Croce, dette di Sant’Andrea; le monache dell’Immacolata Concezione, di Roma; i fedeli compagni di Gesù; la comunità delle Suore Paccanariste; la Congregazione della Madre di Dio; le sorelle di San Giuseppe di Cluny; le Orsoline di Gesù, dette di Chavagne; le Dame della Carità di San Luigi di Vannes; le figlie di Santa Genoveffa; i Celestini; le Suore della Misericordia della diocesi di Séez; le Suore della Misericordia, conosciute fin dalle Scuole Cristiane come Suore della Provvidenza, di Porthieux; le Suore della Provvidenza, di Ruillé; altre società omonime; le Dame di Santa Clotilde; la Congregazione di Nostra Signora, in Belgio; le sorelle della Dottrina Cristiana; le Dame degli Esercizi, della Società di Maria; le Suore del Sacro Cuore, della diocesi di Rouen; le Suore della Misericordia, in Inghilterra; le Suore di Gesù Maria, in Irlanda; le Suore di Gesù Maria, della Società di Lione; le Suore di Santa Sofia; le Suore del Buon Salvatore, della casa di Caen; le sorelle di Nostra Signora Ausiliatrice o del Buon Soccorso, dette Gardes-Malades; le Suore della Sacra Infanzia, le Suore della Sacra Famiglia; le Suore della Natività; le Dame della Santissima Trinità, di Valencia; la Congregazione di Nostra Signora dei Sette Dolori, per i sordomuti; le monache di Loreto; le monache trinitarie della congregazione di San Giacomo, diocesi di Coutances; le Suore di San Giuseppe dell’Apparizione; le Suore della Compassione della Beata Vergine; le Suore dell’Immacolata Concezione di Castres; le monache dell’Assunta; le Suore di San Gildo; le Suore di Santa Maria; le sorelle di San Luigi, di Juilly; le Suore di Nazaret, della diocesi di Parigi; la società delle Suore di Rillé, a Fougères; le figlie del Sacro Cuore di Maria, di Niort; le figlie della Santa Vergine; e varie case, che vivono sotto una regola speciale, come la società secolare del Sacro Cuore, il Terz’Ordine del Monte Carmelo, la Congregazione del Sacro Cuore di Maria degli Eudisti, ecc.

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  1. Enciclopedia teologica, o Serie di dizionari su tutte le parti della scienza religiosa che offrono in francese la teologia più chiara, facile, comoda, variata e completa. Tali dizionari riguardano: Sacra Scrittura, sacra filologia, liturgia, diritto canonico, eresie e scismi, libri giansenisti, messi all’Indice e condannati, proposizioni condannate, concili, cerimonie e riti, casi di coscienza, ordini religiosi (maschili e femminili), legislazione religiosa, teologia dogmatica e morale, passioni, virtù e vizi, storia ecclesiastica, archeologia sacra, musica religiosa, geografia sacra ed ecclesiastica, araldica e numismatica religiosa, religiosi varie, filosofia, diplomatica e scienze occulte. Pubblicato [in 50 volumi] dal signor Abate Migne, editore di corsi completi su ogni ramo della scienza religiosa.

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«E allora io dove sarei?» (Who’s Who, XV; Augustine Roberts pt. 2)

Si diceva di Augustine Roberts, che così esordisce nella sua autobiografia1, in forma di lettere indirizzate al confratello Edward, dell’abbazia di Saint Joseph a Spencer, in Massachussetts: «La mia non è la storia di un tipico monaco trappista», a conferma di quanto appena espresso dalla presentazione del volume, e cioè che la sua vita di «monaco globale» rappresenta il «paradosso di un monaco che, radicato nel voto al suo monastero, diventa tuttavia un giramondo proprio in virtù di una totale obbedienza», e incarna «in modo del tutto inatteso la definizione di monaco preferita da Thomas Merton: un individuo che appartiene a chiunque e a qualsiasi luogo proprio perché non appartiene, nel senso comune del termine, a nessun posto o a nessuno in particolare».

Bruce (poi John, infine Augustine) Roberts nasce a Nanjing nel 1932, da William e Dorothy, due missionari della Protestant Episcopal Church, il ramo americano dell’Anglican Communion of Churches, che si erano conosciuti a Shanghai nel 1913, si erano osservati, fidanzati, sposati e quindi stabiliti a Nanjing, dove lui avrebbe svolto l’incarico di pastore per quindici anni, prima di diventare vescovo, nel 1936, della diocesi episcopale di Jiangsu (comprensiva di Shanghai e Nanjing). Quando il piccolo Bruce torna per la prima volta negli Stati Uniti si lamenta perché Lao nai-nai bu shuo zhong guo hua!, «la nonna non parla cinese!»

Gli anni della seconda guerra mondiale li passa nei pressi di Boston, con la madre (i quattro fratelli – Edith, Helen, Bill e John – sono già «rientrati» negli Stati Uniti, dove completeranno i loro studi), mentre il padre, rimasto in Cina, è internato in un campo di prigionia giapponese. I tre si riuniscono a Shanghai nel 1946. La prima «avvisaglia trappista» è il passaggio al cattolicesimo del fratello maggiore Bill, che nel 1947 si fa monaco. Il padre è spesso in viaggio e madre e figlio nel 1948 si spostano a Bejing. È in questo torno di tempo che Bruce Roberts ha i primi contatti con il mondo monastico (i resti di una comunità trappista, un monastero buddista): «Se ci ripenso, molti anni dopo, è chiaro che Dio aveva piantato nel mio cuore un seme monastico già nella prima adolescenza, un seme che si è espresso per la prima volta facendomi sentire a casa con queste persone speciali che mi è capitato di incontrare in quel periodo». L’imminenza dell’ascesa al potere dei comunisti è la causa del ritorno negli Stati Uniti di Bruce, insieme a molti altri connazionali. Quando lo accompagna alla nave, la madre, che ha deciso di restare in Cina a fianco del marito, gli consegna un piccolo libro, «magari gli dai un’occhiata, parla della Chiesa cattolica, che è veramente meravigliosa».

Il sedicenne non è sorpreso, in famiglia si è sempre parlato apertamente della fede, leggendo e commentando i Vangeli e, ripensandoci, il vecchio monaco ringrazia Dio «di essere nato in una famiglia protestante, perché se i miei genitori fossero stati cattolici, mio padre probabilmente sarebbe stato un prete, e mia madre quasi sicuramente sarebbe stata una suora, e allora io dove sarei?»

Ripresi gli studi alla Mount Hermon School e poi a Yale, la sua strada, per così dire, si chiarisce a poco a poco in una specie di esaltante scivolata, fino al battesimo e al passaggio al cattolicesimo nel giugno del 1951, e al suo ingresso nell’abbazia di Spencer due anni dopo come novizio di coro, ricordato con una di quelle tipiche osservazioni che forse solo un monaco «americano» potrebbe fare: «La mia luna di miele è durata circa dieci giorni, il tempo che mi ci è voluto per diventare davvero consapevole, a livello viscerale, che quella scelta sarebbe stata per sempre, che ci si aspettava che sarei rimasto lì per il resto della mia vita. […] Niente più viaggi, niente più surf sulle onde dell’oceano, tennis, golf, pianificazione della mia giornata, incontri con le persone che conoscevo, la famiglia o i miei amici, in altre parole, fare quello che volevo. D’ora in poi la mia vita sarebbe stata solo quel gruppo di edifici, persone e attività di routine, punto!»

Be’, non è andata affatto così, perlomeno per i viaggi e gli incontri. Se, un passo dopo l’altro, il giovane trappista (professo nel 1958) ha imparato a conoscere e ad amare, in tutta la sua profondità, la realtà del monastero – quella che con bella espressione lui chiama «la terra della piena fiducia» (the land of total trust) –, allo stesso tempo è cominciato un viaggio quasi infinito, che dapprima l’ha portato al monastero di Azul (1962), in Argentina, di cui è stato uno dei fondatori e successivamente priore, e poi di nuovo a Spencer (1983), come abate, a Scourmont (luglio 1996), e poi a Roma (settembre 1996), come segretario dell’abate generale Bernardo Olivera (che era stato suo novizio ad Azul) e procuratore dell’Ordine, e quindi in giro per il mondo impegnato in visite, conferenze e riunioni (grazie anche alla sua estesa conoscenza delle lingue e perché «il centro dell’Ordine Trappista – come della Chiesa cattolica nel suo insieme – non è più l’Europa, tanto meno l’America, o qualsiasi singolo paese o continente; l’Ordine è sempre più multicentrico, o decentralizzato, ma questo rende ancora più importante che ci sia qualche punto di riferimento, di aiuto e di sostegno concreto e unificante al servizio di tale rete mondiale di comunione»), e ancora di nuovo ad Azul (2002), eletto di nuovo abate dai suoi vecchi confratelli e infine maestro dei novizi, in un cerchio che si chiude nel 2008, a 75 anni.

A questa grande «avventura pratica» si è accompagnata, come si può immaginare, una altrettanto estesa «avventura spirituale», di cui l’autobiografia di p. Roberts dà ampiamente conto e che d’altra parte si è riversata nella sua opera fondamentale, quel Configurati a Cristo. Una guida alla professione monastica, cominciata a scrivere negli anni del Concilio Vaticano II, sulla scorta dei testi di Columba Marmion e Thomas Merton: «Dapprima pensavo di tradurre alcuni brani del libretto di Merton [sui voti monastici] poiché non c’era nulla che trattasse specificamente della professione monastica», ma le indicazioni del Concilio lo dissuasero. «Così ho iniziato quello che fino ad oggi è stato il mio unico libro, Hacia Cristo, il cui titolo inglese è Centered on Christ. Ha subito diverse revisioni in questi ultimi quarant’anni anni, tutte per migliorare la comunicazione di cosa significa dare la propria vita a Cristo come monaco o monaca nel nostro mondo in rapido cambiamento.»

(2 – continua)

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  1. Augustine Roberts, Finding the Treasure: Letters from a Global Monk, Cistercian Publications 2011.

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Faticosa e complessa

Chiamata a svolgere una riflessione sulla «preghiera delle donne», per il sempre interessante mensile dell’Osservatore Romano «Donne chiesa mondo», Maria Ignazia Angelini, monaca benedettina di Viboldone, ne ha consegnata una da par suo: asciutta, concreta, stimolante1. Asciutta, poiché in fondo si tratta di poco più di tre dense paginette, senza una parola di troppo; concreta, per le indicazioni su ciò che «avviene» nella pratica di un’attività tanto intuitiva quanto in realtà misteriosa, e per i pochi ma decisivi riferimenti alla propria esperienza («dopo sessant’anni di vita monastica, giorno dopo giorno», «quotidianamente, entrando in coro e sedendo al mio posto, ogni volta…», «la pratica del salmodiare insieme, nei giorni, nelle ore, negli istanti, riconsiderata alla luce di anni, decenni di vissuto corale»); stimolante, per la capacità di tenere insieme riferimenti assai distanti nel tempo (la Bibbia, va da sé, Cristina Campo, Olivia Flaim, Isacco di Ninive), senza rinunciare a dire qualcosa sul nostro, di tempo. Stimolante, aggiungo, per un non credente che voglia provare a capire.

Le donne, nella riflessione di m. Angelini, sono le monache, e la preghiera è quella dei Salmi, e non poteva essere diversamente. In questa prospettiva, il nesso che si stabilisce con gli esempi tratti dalle Scritture (essenzialmente Eva e Maria) è centrale: «Un’esperienza profondamente sintonica a queste oranti, è quella che sta alla radice del monachesimo femminile. È l’esperienza di preghiera che si scopre e si fa sempre più ospitale di tutto l’umano, dimorando stabilmente – tra stanchezza e sopori – immersa in parole di salmi, nel ritmo dei giorni in monastero» (e non si può che sottolineare quell’inciso così realistico di stanchezza e sopori). Pregare i Salmi, dire tutte le loro parole senza esclusione («dirli, leggerli, commentarli, recitarli a memoria, cantarli, suonarli»), diventa un percorso di immersione, trasformazione personale e scoperta, un «battesimo» continuo nel quale la Parola è sempre ri-pronunciata, attraverso la singola persona, in un atteggiamento di rinuncia e affidamento: «La preghiera è sempre una resa del proprio controllo sulla propria vita».

Qui m. Angelini getta un primo sguardo al mondo che si agita intorno al suo monastero, quando indica nella preghiera comunitaria l’antidoto fondamentale allo «spiritualismo narcisista» di chi pensa di poter andare da solo per la sua strada: «La diuturna consuetudine corale col Salterio […] fa maturare nella comunità monastica femminile – priva di ministeri ordinati e ricca del sacerdozio battesimale – una famigliarità liberante, e circolare – un vero e proprio “abitare insieme”». Una consuetudine – ecco il secondo, fermo sguardo – che rappresenta una «avventura spirituale alternativa» rispetto alla cultura «che respiriamo in questa faticosa e complessa svolta d’epoca: la cultura del farsi da sé». La «frequentazione assidua» del Salterio, suggerisce m. Angelini esalta la competenza femminile («materna», dice lei), capace di accogliere il dolore di tutti senza smarrire i «germogli di speranza».

Forse, si potrebbe obiettare, più che una cultura, quella che respiriamo è una condizione infine riconosciuta (che nulla ha a che vedere, nonostante l’assonanza, con la declinazione del self-made man). Una condizione di emancipazione lungamente perseguita che non preclude un’aggiunta decisiva. Perché l’«insieme» (dell’abitare, del fare e anche del farsi) può essere recuperato anche in una dimensione di radicale immanenza, nonostante molte circostanze abbiano detto e dicano il contrario. E nonostante questo significhi l’abbandono definitivo di una certa idea di speranza.

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  1. Maria Ignazia Angelini, Le salmodianti ieri e oggi. Donne e salterio: riflessioni di una monaca benedettina, in «Donne chiesa mondo» 132 (aprile 2024), pp. 4-7.

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Scaltra e sofistica (Dice il monaco, CXIV)

Dice il monaco benedettino Jean de Monléon, nel 1951:

Per quanto sia precisa e particolareggiata una regola, è chiaro che essa non può prevedere tutte le eventualità che possono capitare nel corso di una vita; alla volontà propria quindi si presenteranno inevitabilmente delle occasioni continue di agire a modo suo scegliendo quello che le piace. D’altra parte questa volontà è così scaltra e sofistica che s’infiltra insensibilmente nelle minime cose e perfino nell’attaccamento, pur così legittimo, alle stesse regole: l’esperienza, per esempio, ci mostra che i religiosi più osservanti non sono sempre i più docili.

♦ Jean de Monléon, I dodici gradi dell’umiltà. Commento ascetico al Capo VII della Regola di san Benedetto, traduzione dei monaci di S. Maria del Monte di Cesena, Edizioni Abbazia di Viboldone 1958, p. 123.

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