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Un goto di grande forza e coraggio. La Regola di san Fruttuoso (pt. 1/2)

«Se sant’Isidoro di Siviglia è un ispano-romano che legifera nella sua regola con una soave ed equilibrata ponderazione per i monaci di media o bassa ascesi, san Fruttuoso di Braga è un goto di grande forza e coraggio, che impone rigore e decisione generosa senza riserve per darsi alla vita monastica e alla virtù»: bello questo incipit dell’introduzione alla Regola dei monaci di Fruttuoso di Braga, è come un’ouverture che ti dispone allo spirito dell’opera che stai per ascoltare. Che nella fattispecie è una breve regola (24 articoli) data intorno al 646 da Fruttuoso per il monastero che fondò a Compludo – bel posto dimenticato da Dio nei pressi di Ponferrada, nella regione di León. È collegata alle medesime fonti della Regola di Isidoro, insieme alla quale è stata prevalentemente tramandata.

È piena di cose curiose, non ha una vera struttura, la sequenza degli argomenti sembra del tutto casuale e le prescrizioni sono spesso affiancate con dei nessi dei quali sfugge il senso («nessuno tenga per mano un altro, né ad un certo punto se ne vada in qualche luogo senza benedizione»): questo la rende molto interessante. Talvolta il precetto è quanto di più generico: «Il servo di Cristo non deve essere affatto finto, ma veritiero»; altre volte si scende nel dettaglio estremo: «Usino i calzini dalle calende di novembre fino alle calende di maggio». Talvolta la casistica delle colpe sorprende un po’ («chi mente, chi ruba, chi percuote», «se qualcuno fosse stato trovato ubriaco nel cenobio»); altre volte l’abate sembra un sergente istruttore («due volte alla settimana l’abate o il preposito rivolti il letto di ciascuno e frughi bene per vedere se qualcuno vi avesse messo qualcosa di superfluo o di nascosto»). Una volta ci si trova trasportati nel silenzio e nel buio, quasi inimmaginabili oggi, di una notte del VII secolo: «Poi, avviandosi verso il suo dormitorio in sommo silenzio, con atteggiamento raccolto e passo calmo… ognuno raggiunga il suo letto, dove… infine termini la sua orazione, e non ardisca far rumore, o brontolare o scaracchiare fortemente, ma si addormenti, nel silenzio della notte»; un’altra volta un gesto simbolico riacquista tutto il suo significato reale: «Agli ospiti o ai fratelli pellegrini… la sera bisogna lavar i piedi che, se sono in cattive condizioni per il viaggio, devono essere unti con olio».

Le sanzioni, come si ricordava all’inizio, sono dure, e si estendono da ogni specie di privazione alle punizioni corporali («se neppure così si emenderà, sia sferzato molto energeticamente»). Il culmine viene raggiunto per una circostanza di massima gravità, che raramente viene evocata così esplicitamente nelle regole: «Colui che va dietro ai bambini o ai giovani, o colui che fosse sorpreso a baciarli o in qualunque turpe occasione…» Se l’accusa è provata, e gli eventuali testimoni attendibili, il colpevole viene frustato, privato della tonsura, «subirà l’ingiuria di avere il viso ricoperto degli sputi di tutti», messo in ceppi e sbattuto in cella per sei mesi (con solo tre pani d’orzo la settimana); in seguito altri sei mesi di una specie di libertà vigilata e infine reintegrato «sempre sotto la custodia e la sollecitudine di due fratelli spirituali».

Quali bambini, ci si potrebbe tra l’altro domandare, considerato che i monaci non devono «assolutamente andare in alcun luogo tranne che per motivo di necessità». Una risposta può venire dal sorprendente capitolo 6 della Regola comune, un’altra regola di ispirazione fruttuosiana diffusa nella Spagna visigota del VII secolo. Un capitolo che merita di essere letto per esteso.

(1-continua)

Fruttuoso di Braga, Regola dei monaci, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014.

 

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«Alla presenza di testimoni»: la Regola di Isidoro di Siviglia

Sempre belle e interessanti le regole pre- e post-benedettine precedenti alla definitiva affermazione del capolavoro di san Benedetto. Sono spesso compilazioni di precetti derivati da altre regole, non hanno ancora quel grado di astrazione tipico delle legislazioni più strutturate e il più delle volte mantengono l’evidenza delle situazioni che le ispirano. Sono sì piene di ripetizioni, e talvolta confuse, ma restituiscono nella maniera più chiara il processo di messa a punto di un codice ampiamente applicabile. Mi piacciono perché i monaci che si muovono dietro di esse li vedi balzare dalla pagina come se fossero appena usciti dalla loro cella.

Un bell’esempio è la Regola dei monaci di Isidoro di Siviglia, autore ben altrimenti noto delle Etimologie, redatta probabilmente tra il 615 e il 619 e composta da venticinque, agili capitoli. Non sono in grado di fare regologia comparata (credo che potrebbe essere la mia occupazione ideale), ma alcune cose interessanti desidero annotarle. A partire dal Capitolo I che, fatto non comunissimo, è dedicato al monastero: «L’edificio monastico avrà soltanto una porta ed un’unica uscita per la quale si vada nell’orto», orto che deve essere incluso nel complesso «perché i monaci, lavorando dentro, non abbiano alcun motivo per andar vagando fuori».

Interessante, poi, la motivazione dell’impegno scritto che deve prendere il novizio, che esplicita in maniera diretta il riferimento «militare» della professione: «Come infatti quelli che sono promossi alla milizia secolare, non passano nella legione, se non sono prima iscritti nelle liste, così, anche quelli che si devono distinguere nella milizia celeste, nell’accampamento spirituale, non possono far parte del numero e della società dei servi di Cristo se prima non s’impegnano con la professione orale o scritta». Dopodiché, come nell’esercito, vale solo l’anzianità di servizio – «chi in monastero entra per primo sarà il primo in ogni grado e ordine» –, ogni altra distinzione è abolita.

Bello il Capitolo XIX che, dopo aver ribadito la messa al bando nel monastero della proprietà privata, sfocia nell’elogio del cenobitismo e nella sua giustificazione. Bisogna diffidare dei reclusi e degli eremiti, «molti reclusi, infatti, vogliono nascondersi per mettersi in evidenza» e «tutti quelli che si allontanano dalle folle per riposare, quanto più fuggono gli altri, tanto meno si nascondono». Gli altri, appunto, sono importanti: se siamo viziosi, gli altri ci aiuteranno a curarci; se siamo virtuosi, potremo agli altri essere d’esempio. In ogni caso, «occorre dunque dimorare in una santa comunità e trascorrere la propria vita alla presenza di testimoni». Testimoni umani, e non divini, mi viene da aggiungere, e devo ammettere che trovo questo concetto molto utile come antidoto a certi miei vaneggiamenti asociali.

Più ancora, tuttavia, mi è piaciuto il Capitolo XVII, dedicato alle colpe, tradizionalmente divise in leggere e gravi. L’elenco di quelle leggere è un affresco di umanità, interrotto soltanto dall’esigenza di essere concisi. Siamo tutti lì: chi giunge tardi all’ufficio, chi ama il sonno, chi rompe per caso qualcosa, chi si apparta per un momento, chi riceve una lettera di nascosto, chi non riesce a trattenere una risposta sgarbata, chi ride, chi fa una battuta volgare, chi parla troppo e – primo fra tutti – «chi si diletta a stare in ozio».

Tre giorni di scomunica e passa tutto.

Isidoro di Siviglia, Regola dei monaci, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014.

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Come dovrebbe essere

Mi hanno fatto gentilmente notare che non ha molto senso chiedersi perché senza tentare almeno una risposta. È vero.

Credo che, oggi, la risposta più onesta, e ripulita dai tanti elementi di contorno che pure sono presenti, sia che nella vita monastica, nella forma cui ho accesso, cioè quella scritta, vedo un modello di comunità che mi attira. (Che poi non si tratti che dell’ennesimo vago disagio, di terza o quarta generazione, dell’individuo «sballottato dalla globalizzazione» non posso escluderlo.)

Mi avvicino a essa sia attraverso le testimonianze, che spesso contengono l’aspirazione prim’ancora che la realtà, sia attraverso quella somma espressione della vita «come dovrebbe essere» che è la Regola. La realtà è, ed è stata, un’altra cosa, lo so, ma l’aspirazione è quella, e i monaci la Regola l’hanno scritta. Ne hanno scritte centinaia, da quelle di pochi articoli ai codici estesissimi, sublimi nel vano sforzo di contemplare ogni possibile variante: tutte, però, almeno in linea di principio, ispirate a quel concetto di difficile manovrabilità che è la carità, altrimenti detta amore. Circostanza che separa ed eleva le regole al di sopra di ogni regolamento.

Una comunità regolata e non regolamentata. Una comunità di cui non può essere esaltato ogni tratto, nondimeno concretamente tentata e non solo teorizzata.

Una comunità, per fare un solo esempio, che reca in sé una radice di stabilità, che, trasposta in un contesto più allargato, diventa facilmente immobilismo. Io adoro, per così dire, la stabilità, ma con essa, appunto, non si va da nessuna parte. Per dirla in altro modo: lo scontro e la dialettica sono, tra le altre, fonti di progresso; senza carburanti che si chiamano desiderio, ambizione, sete di conoscenza, voglia di affermazione non esisterebbero tante cose e situazioni di cui anch’io, come anonimo confratello di geni, scopritori e ribelli, godo. Il tempo del monastero, invece, è un’attesa, dalla quale è stato bandito lo scontro; lo abita un’associazione paritaria in cui non si alza mai la voce (non si dovrebbe mai alzare la voce). Anche nel monastero si lotta e si progredisce, eccome, su un piano spirituale, però. Ma non è sul piano spirituale che…

Quanto più avanzo su questa linea, tanto mi sembrano necessarie ulteriori premesse e precisazioni. Forse avevo visto giusto a non rispondere a quel perché. Fermiamoci alla comunità e alla Regola, dunque, e alla tenace determinazione a metterle in pratica, ogni santo giorno. Noi ci proviamo, mi dicono i monaci, stiamo aspettando, ma intanto facciamo così. Per questo mi piacciono.

 

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Tenere in mano del fumo (Cluny vs Cîteaux, 2)

Giovanni Cassiano affronta l’argomento intorno al 420, nelle Istituzioni cenobitiche (IV, 30 e segg.), e lo fa dapprima raccontando la storia dell’abate Pinufio, poi riportando le sue parole. L’argomento è l’ammissione di un novizio al monastero. Siamo in quel periodo di enorme interesse in cui la Regola si sta cristallizzando, in cui mille consuetudini provate sul campo stanno per trasformarsi in una norma prevalente. Rivolgendosi a un giovane, Pinufio dice: «Tu ti sei reso conto di quanti giorni sei rimasto alla porta del monastero per essere oggi ricevuto. Ed ora devi renderti ragione di questa tua attesa». Pinufio, da parte sua, aveva atteso «per un periodo abbastanza lungo» fuori del monastero di Tabennesi, poi aveva passato tre anni al servizio del fratello giardiniere, mentre gli altri monaci si domandavano se lui fosse adatto alla loro forma di vita.

Poco più di un secolo dopo Benedetto sistema la cosa con indicazioni precise. Nel capitolo 58 della Regola colui che bussa alla porta del monastero perché vuole farsi monaco aspetterà fuori «quattro o cinque giorni», poi starà «pochi giorni» nella foresteria, quindi entrerà in noviziato. Qui farà esperienza della forma di vita e verrà istruito, dopo due mesi gli verrà letta la Regola, poi altri sei mesi di noviziato, altra lettura della Regola, altri quattro mesi e terza lettura della Regola. In capo a un anno, quindi, dopo aver riflettuto, provato e capito cosa lo aspetta, sarà accolto.

Passano i secoli e, com’è naturale, secondo alcuni, la regola si allenta. A Cluny pare che accolgano subito chi ne fa richiesta, senza seguire tutta la trafila. I cisterciensi, che si vogliono paladini del ritorno alla vera osservanza, puntano il dito contro i cluniacensi: «Voi non seguite la Regola», fate di testa vostra (ovviamente la vicenda è più sfumata). La polemica va affrontata prima che degeneri e Pietro il Venerabile, abate di Cluny, scrive a Bernardo, ricapitolando i punti della contesa (venti) e rispondendo alle accuse: è la lettera 28 dell’epistolario di Pietro, databile intorno al 1122-23.

È una lettera lunga e mirabile, one hundred percent the Venerable style. Okay, dice Pietro, «tralasciando per il momento quelle cose con le quali potremmo giustamente attaccarvi [gran maestro di tattica], risponderemo alle obiezioni che… ci avete rivolto», e al primo punto c’è proprio la questione dei novizi.

«Nell’accogliere i novizi osserviamo in maniera assoluta la Regola, poiché seguiamo quella parola che dice: Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me, e colui che viene a me non lo respingerò» (Gv 6, 37). La difesa di Pietro è molto interessante ed è basata su una mossa cruciale: osservare la Regola in maniera assoluta non significa osservarla in ogni suo «apice e iota», bensì seguire il Vangelo. La vita monastica non è forse una vita apostolica? E qual è il suo cuore? «Noi professiamo di seguire la regola della madre carità, che rivendica come cosa propria a se stessa il fatto che tutto ciò che avviene nella sua logica è chiarissimamente retto e non distorto, equo e non iniquo, giusto e non ingiusto»: la palla, per così dire, è ributtata in campo cisterciense. E inoltre: perché usare la durezza se con un po’ di condiscendenza possiamo salvare un’anima? Non è forse questo lo scopo di tutto? E ancora: colui che duramente respingessimo, potrebbe tornare nel mondo e perdersi, non è forse meglio evitarlo? E infine: «A tutto ciò aggiungiamo il fatto che in nome di questa considerazione della carità fraterna è lecito, soprattutto ai maestri della chiesa di Dio, trasgredire gli insegnamenti dei padri e, in vista dell’utilità delle anime, temperare i precetti delle diverse regole» – un’ammissione di grande rilievo.

Si noti che Pietro non nega mai i «fatti» di cui vengono accusati i cluniacensi, su questo come su tutti gli altri diciannove punti, tutta la sua difesa è incentrata sul distanziamento dalla lettera della Regola e su una visione più ampia, basata appunto sul comandamento della carità. Poiché tuttavia è intellettualmente onesto, cinquanta pagine dopo (sembra quasi che la sua tattica sia la presa per sfinimento) ammette: sì, voi potete comunque accusarci di trasgredire il voto che abbiamo fatto di osservare la Regola; è vero, i novizi, ad esempio, li accogliamo subito. Per rispondere, l’abate di Cluny si alza in piedi: «A ciò rispondiamo: anche se diceste ciò mille volte, noi mille volte vi risponderemmo: abbiamo fatto voto di osservare la Regola, ma non abbiamo escluso dalla Regola la carità. Se avessimo escluso la carità non si potrebbe dire che abbiamo fatto voto di osservare una regola, poiché se manca ciò che rende una regola retta non si dà più una regola». Vedete voi, commenta l’abate di Cluny con una stoccata da maestro, «o con la rettitudine seguite la regola o, senza rettitudine, seguite la deviazione. Cioè, è inevitabile che o con la carità siate in possesso della Regola, o senza carità teniate in mano del fumo».

Pietro il Venerabile, Lettera 28, in Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia, a cura di Cecilia Falchini, Edizioni Qiqajon 2013, pp. 101-183 (l’episodio precedente della “serie” è qui.)

 

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Il Maestro è un Sei, Benedetto un Nove

Sempre in attesa di affrontare la Regola del Maestro (RM), il precedente diretto della Regola di Benedetto, mi è capitato di leggere un bell’articolo, dello studioso benedettino Benoît Standaert, che mette a confronto i due autori sul piano della spiritualità e del temperamento, e vi ho appreso tra l’altro che esiste un filone di studi che ha esplorato la congettura che i due siano la stessa persona, essendo la RM opera giovanile di Benedetto.

Nell’isituire il raffronto, l’articolo curiosamente si avvale anche di categorie tratte dalla Caratteriologia e dall’Enneagramma: «Il Maestro è caratterialmente un grande emotivo, secondario e attivo, ciò lo annovera tra i passionali. La sua personalità è notevolmente angosciata, abitualmente sospettosa, con una tendenza che in certi momenti può divenire paranoica. […] Ai suoi occhi, perché tutto vada bene, basterà prevedere tutto e introdurre dappertutto le necessarie precauzioni» (cosa che mi piace assai). In base all’Enneagramma, «lo si può situare tra i Sei, il tipo proprio più angosciato dei nove, con un’ala in Sette… e un’ala in Cinque». Benedetto invece «è un flemmatico, un secondario, attivo, e un impressionante non-emotivo»; è un Nove, che «cerca di bilanciare e controbilanciare i punti di vista come le prese di posizione, per ottenere prima di tutto l’armonia».

Ma l’aspetto forse più interessante dell’articolo è la ricostruzione che lo studioso fa del rapporto tra i due. Anzitutto «niente impedisce di pensare che si siano conosciuti personalmente»; in secondo luogo bisogna ricordare che Benedetto non si limita a citare quando gli occorre il Maestro: «Egli lo riscrive, lo ripensa, lo adatta, lo corregge anche su molti punti, ne scarta osservanze, eccezioni e digressioni in gran numero». Questo comportamento spregiudicato, secondo Standaert, fa propendere per la tesi che Benedetto abbia scritto la sua Regola quando il Maestro era già morto. Come si può spiegare tutto ciò?

Ci sono un paio di indizi, nella RM e nella Vita di San Benedetto di Gregorio Magno, che permetterebbero una affascinante ricostruzione.

Le cose potrebbero essere andate così. In caso di morte improvvisa dell’abate, la RM prevede che si faccia venire nel monastero un «abate molto santo», che per un mese almeno osservi la comunità, abbranciandone e studiandone la Regola, e poi designi il successore. Gregorio Magno racconta che i monaci di una comunità a sud di Roma, presso Subiaco, a un certo punto si rivolsero a Benedetto, in occasione della morte del loro abate. Benedetto va, si ferma, studia e alla fine diventa lui stesso il nuovo abate, cercando anche di «raddrizzare la situazione che, da quanto ci dice il papa Gregorio, era fortemente degradata». È così che Benedetto conosce a fondo la Regola di quel monastero, ne conosce soprattutto i limiti, infatti «è nota la sconfitta che seguirà. Benedetto si rende conto che hanno deciso di avvelenarlo e con calma si ritira “tornando alla sua amata solitudine”». Quell’abate, cui Benedetto è succeduto, era il Maestro, e quella Regola era la RM.

Benedetto ha riflettuto a lungo su quel sorprendente fallimento: «Ha dovuto tener conto delle cose: non era tutta colpa dell’abate – eremita senza esperienza di vita comune –, né della Regola, né dei monaci del luogo che lo avevano scelto. Bisognava ripensare all’articolazione delle tre cose, partendo naturalmente dal testo normativo che sta al centro. Si doveva dunque emendare la Regola in vigore, completarla, raggiustarla in certi particolari. Così erano nati i principi di redazione della sua propria Regola». Benedetto avrebbe quindi studiato sul campo, e non soltanto su un manoscritto, la RM, prima di decidersi, visti gli esiti, a modificarla, a riscriverla con decisione e libertà: se hanno cercato di farmi fuori, ci dev’essere qualcosa che non funziona.

Il confronto tra i due testi, alla luce di questa ipotesi, «chiarisce molte abbreviazioni di Benedetto, rivela delle modifiche che sono a volte delle severe correzioni del Maestro e permette di stimare ancor meglio colui che, con discernimento, ha saputo redigere un tale modello del tutto eccezionale di equilibrio».

Benoît Standaert, San Benedetto e il Maestro: alla ricerca del rapporto spirituale tra i due (2011), in «Ora et Labora» LXVIII, 1 (gennaio-giugno 2013), pp. 45-58.

 

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Gli stivali sì, ma non scamosciati

È sempre interessante, e anche divertente, leggere in trasparenza le regole monastiche e concentrarsi su ciò che vi viene proibito e sulle prescrizioni minute. Non è stupida volontà di cogliere in fallo i reverendi padri, è umana curiosità, considerando senza malizia che, tra le mille cose che potevano essere regolamentate, le circostanze e i comportamenti che vengono citati erano evidentemente stati osservati nella realtà e pertanto i suddetti padri avevano ritenuto di doverli espressamente menzionare.

Di particolare interesse è poi il caso di costituzioni di molto successive alla Regola di Benedetto, che la pongono come base e si limitano a integrarla: perché i tempi e le consuetudini sono cambiati, perché circolano più denari e più merci, perché anche le persone si muovono di più e «perché oggi si allarga un poco più la mano». Le Costituzioni della Congregazione di Vallombrosa, ad esempio, nella seconda parte, lo dicono chiaramente: «Ammaestrati dalla santa istruzione della Regola, che l’Abate in tal modo temperi, o disponga le cose… dichiareremo alcuni passi della Regola, modificando quelle cose che a’ tempi nostri sembrano aspre, componendo alcuni modi di vivere, acciocché nella nostra Congregazione si vegga l’uniformità nelle cose esteriori e si conservi la concordia interiore». Le «Dichiarazioni» che seguono fanno riferimento ai capitoli della Regola, il più delle volte citando un passo preciso («Dove dice…»), e i casi curiosi che mi hanno colpito sono numerosissimi.

Là dove Benedetto si limita a vietare scurrilità e parole oziose (Cap. VI), i padri di Vallombrosa prescrivono che «acciocché si levino le occasioni di leggerezza, o buffonerie, … che in qualunque luogo della nostra Congregazione siano vietati i canti e i suoni, eccetto che di tasti, che si permettono per abilitarsi al suono de’ sagri organi in servizio della Chiesa». Parimenti si vietano i giochi di carte, i dadi, le scommesse, quelle fatte da sé o tramite altri. Per quanto riguarda il dormitorio (Cap. XXII), «non si permettano i camini nella camere, né a veruno il dormire accompagnato». Benedetto (Cap. XLII) prescrive che subito dopo cena i monaci si riuniscano per ascoltare una lettura edificante, bene, «dove dice “subito” dichiariamo doversi intendere in largo modo, perché si differisce un’ora, o più, acciò per la cena fresca non sia nocivo entrare a letto» (in realtà, dopo la lettura c’è Compieta). I monaci non devono accettare né ricevere lettere o regali (Cap. LIV), ma «per questo non intendiamo proibire donare cose mangiative, purché non siano in quantità notabile». (Tra parentesi, il commento a questo capitolo è l’occasione per stabilire che «al P. Generale è assegnata la propina di scudi 200 per qualunque bisogno suo, e della famiglia, a ciascheduno de’ Visitatori scudi 60, avendo però vitto e vestito, e servitù per loro, e cavalcature».) Sulle norme per l’abito (Cap. LV) i padri si diffondono: la «gabbanella» sotto la tonaca deve arrivare «a tre dita sotto il ginocchio»; «i calzoni siano semplici e modesti, senza tasche»; le camicie «di color tanè»; niente «giubboni attillati» e nessun indumento di pelle, «se non stivali, quali sempre siano neri, ma non scamosciati». Ah, e «nessun dei nostri Monaci per l’avvenire porti barba o basette». Un discorso a parte andrebbe poi fatto per le chiose ai capitoli sulle colpe (XXV-XXVIII), che vengono distinte minuziosamente in leggiere, gravi, più gravi e gravissime. Per restare sul versante lieve: colpe leggere sono «urtare, spingere, tirare e minacciar fanciullescamente e per giuoco» (cioè, spintonarsi), «bere con ambo le mani», «chiamarsi l’un l’altro con soprannomi, o dicendosi non voi, ma tu», «mangiare cose particolari senza licenza»…

Insomma, la fiducia nel discernimento dell’abate è sempre massima, ma lo sappiamo che siamo vittima del peccato, «dal quale è troppo difficil cosa il potersi guardare in questo Mondo, perché in molte cose offendiamo tutti, e sette volte il giorno cade il giusto, e se pensassimo, o dicessimo, non aver peccato, inganneremmo noi medesimi».

(Costituzioni della Congregazione di Vallombrosa, Parte seconda. Spettante al genere politico. O dichiarazione della Regola di San Benedetto. Si possono leggere qui.)

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Election Day all’abbazia

I Monaci Capitolari, i «Vocali», sono stati convocati secondo la procedura e si sono radunati nel luogo convenuto la terza domenica dopo Pasqua. Sono presenti il Presidente – o Padre Generale, o Abate Generale – uscente, i Definitori, i Visitatori, i Prelati, gli Abati Collegiati, gli Abati e i Priori non Collegiati, gli Abati e i Priori Titolari, i Conventuali, insomma tutti coloro che hanno «voce in capitolo». Celebrata la messa, osservati i Vespri e compiuta una serie di orazioni, i padri si ritirano.

«La mattina immediatamente seguente, coadunati tutti i sopranominati del Capitolo con quelli del Convento, a buonora in chiesa» si celebra un’altra messa, dopodiché, «tutti quelli del Capitolo, a suono della campanella, com’è costume, convengano nell luogo deputato, e si proceda all’elezione del Presidente».

Il Presidente uscente elenca tutti i monaci che possono essere eletti. Quindi l’assemblea provvede all’elezione, «per maggior parte del Capitolo per fave nere», di due «Scrutinatori», che assisteranno il Generale e due Visitatori nelle operazioni.

Il nome di ogni candidato, anzi di ogni monaco eleggibile, sarà già stato scritto o stampato su una «Schedola, che sia lunga poco meno di un palmo, e alta un soldo». Le istruzioni al riguardo sono precise: «si stampi, o si scriva, per lo lungo il nome dell’eligendo, con lasciare di qua e di là per la lunghezza il margine eguale: si pieghi detta Schedola per lo lungo in terzo, talmenteché il nome stampato nell’estremità resti chiuso nella piegatura di mezzo».

Le schede con ciascun nome, in numero pari ai votanti, vengono poste su piccoli piatti, uno per candidato. Chiamati per ordine, i Vocali si accostano alla tavola su cui sono disposti i piatti e prendono una scheda da ciascun piatto. Ogni votante, «separatosi dagli altri fuori della stanza del Capitolo, scelga quella Schedola ove è descritto il nome di chi le piace eleggere per Abate Generale», dopodiché rientra in Capitolo con la scheda scelta bene in vista e la depone in una «borsa da calice» («in cui, scuotendo detta borsa, si possa frammischiare alle altre, acciò non si possa distinguere da quelle, né in qual parte sia collocata»).

A questo punto, pronunciato l’Extra omnes, il Generale e chi lo assiste procedono allo scrutinio: vuotano la borsa, contano le schede, le spiegano e, «fattane la ripartizione, si pubblichi eletto per Abate Generale quello che ha più voti, ed in caso d’egualità de’ medesimi sia Generale chi è maggiore di professione». Si bruciano tutte le altre  schede rimaste in mano ai Vocali, e il Generale uscente proclama il suo successore, specificando se è stato eletto «a voti pieni, e tutti favorevoli», ovvero a maggioranza.

Al nuovo Generale viene dato «l’Abito prelatizio, la Berretta, il libro delle Costituzioni, il Sigillo, e la Gruccia», e infine «si canti l’Inno Te Deum, andando tutti in Chiesa a render grazie a Dio».

(Questa procedura può essere letta nelle Costituzioni della Congregazione di Vallombrosa, nella Parte prima, «spettante al genere politico», al capitolo XVIII, disponibili anche online.)

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Vivere insieme (pt. 2)

(la prima parte è qui)

La Regola, si diceva: «Essa è accolta da coloro che vivono in quel luogo e diventa la garanzia di una vita comunitaria di qualità». La Regola non è né subita né osservata, è scelta, questa volta sì, all’interno di un percorso che altri hanno già compiuto. Con una precisazione anche qui fondamentale: «La Regola di Benedetto non è stata scritta prima di essere stata vissuta», cioè è stata scritta dopo che ha dato i suoi frutti. Il punto della Regola è proprio nei frutti che ha dato e dà, oggi, ed è per questo che la lettera non deve prevalere, e non prevale, sull’esperienza. «La vita è sempre più forte… Per fare questo legame costante tra regola e vita è necessaria una parola autorevole, un responsabile: è l’abate» (qui Piovano cita B. Rollin).

L’abate, grazie a quel meccanismo – che talvolta mi sento di definire miracoloso – che è il discernimento, è la garanzia  della «circolazione e della crescita di questa vita», è al tempo stesso il custode della Regola e il primo servitore della vita di tutti i giorni, colui che «rende fecondo lo scarto tra regola e vita». Vale la pena citare qui per esteso un passo che contiene tra l’altro, con il consueto garbo che vige tra i monaci di oggi, uno spunto polemico interessante.

«E in un certo senso non esiste la regola di Benedetto come modello di vita stretto, ma comunità che vivono, nella loro specificità e nelle condizioni di vita che costituiscono il loro tessuto storico, la regola di san Benedetto. La pretesa di vivere la regola sine glossa è, in qualche modo, un fallimento, perché rischia di uccidere la vita e di fatto tende ad eliminare questa quarta coordinata proposta da Benedetto.» L’abate è il fulcro dell’equilibrio tra obbendienza «infantile» e contestazione in nome della libertà: «Chi rifiuta di dipendere da una legge e di accettare di ricevere la vita da un altro, non può essere monaco secondo la RB. È un test importante le cui conseguenze sono antropologiche e spirituali».

Quindi. Insieme, per scelta ma senza scegliere i compagni di strada, e non da soli come i pur stimati eremiti (che peraltro, secondo Piovano, nella lettura di Benedetto sono cenobiti maturati. Non c’è eremitismo senza prima, e verrebbe da dire anche dopo, vita in comune). Nello stesso posto, e non come i girovaghi, che sono sempre soltanto ospiti del mondo e degli altri. Secondo uno stile prefissato, e non seguendo il proprio, isolato volere, come fanno i sarabaiti che «considerano santo tutto ciò che corrisponde al loro modo di pensare e ai loro desideri, mentre ritengono illecito ciò che non è di loro gradimento». Accogliendo infine le decisioni di una guida, che, Piovano tralascia di ricordare, viene comunque eletta.

Le assonanze sono molte e, come dicevo prima, mi pare che alla fine un grande sforzo sia profuso per ottenere adesso un risultato. Certo, rimane la domanda, implicita anche nel concetto di «guida»: per andare dove? Ma se invece di «alla vita eterna», si rispondesse «da nessuna parte», cambierebbe poi molto?

(2-fine)

Adalberto Piovano, Vivere insieme, sotto una regola e un abate (RB 1), in «Ora et Labora, LXVII (2012), 1 (gennaio-giugno), pp. 13-23.

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Vivere insieme (pt. 1)

Con mia grande soddisfazione ho perfezionato finalmente l’abbonamento a «Ora et Labora», la rivista semestrale curata dalle Benedettine dell’adorazione perpetua del Monastero San Benedetto di Milano e giunta alla sessantasettesima annata. Soddisfazione per via dell’intestazione della rivista, «Quaderni di interesse monastico», che riassume perfettamente la mia modesta intenzione, e soprattutto perché mi pare rappresenti uno splendido laboratorio di riflessioni di monaci e monache di oggi su se stessi. Ho ricevuto i due numeri del 2012 e ad apertura vi ho trovato subito una conferma nel breve testo del p. Adalberto Piovano, del monastero di Dumenza, intitolato Vivere insieme, sotto una regola e un abate (RB 1). Una riflessione, appunto, che ha anzitutto quel sapore speciale di un «fatto» che, al di là delle vicende storiche, è sempre presente e al tempo stesso in rapporto a un esordio vecchio di più di mille anni.

C’è un capitolo della Regola, si domanda Piovano, in cui è racchiusa l’essenza della forma di vita monastica? Della sua struttura concreta prima ancora che del suo ideale? Sì, è il capitolo 1, e più esattamente il versetto 2: «Il primo [genere di monaci] è quello dei cenobiti, ossia di coloro che vivono in un monastero e obbediscono a una regola e a un abate».

«Credo», afferma Piovano, «che abbiamo qui le quattro coordinate della vita monastica proposta da Benedetto e quella che anche noi desideriamo vivere»: vivere insieme; un luogo preciso; uno stile di vita; una guida, un padre. Fin qui, posso dire, c’ero arrivato anch’io, ma è nel commento ai quattro punti che ho trovato nuove e interessanti indicazioni per una maggiore comprensione.

Anzitutto la sottolineatura della vita in comune, che va intesa come una realtà più concreta della stessa «comunità» (molto in voga, oggigiorno): «Qui si parla di… una vita in cui ognuno si affianca all’altro quotidianamente… in cui ogni cammino dell’altro diventa una storia comune». Con una precisazione fondamentale, la gratuità: «Non si è scelti e questo differenzia, in un certo senso, da un’altra forma di vita comune, che è una coppia o una famiglia». Non ci si sceglie, non si sceglie il monastero, vi si è chiamati, da e in vista di un bene superiore.

Osservo a margine di questa sottolineatura, tuttavia, una cosa che mi ha sempre colpito. Anche considerando questo bene superiore e «futuro», nondimeno un’immensa quantità di energia umana viene spesa per il «funzionamento» della comunità, oggi, sabato 15 dicembre 2012, e poi domani, e dopodomani, e posdomani l’altro, a riprova che tale «funzionamento» rappresenta un valore, adesso. E potrei aggiungere, sempre dalla mia prospettiva disassata, che ciò pare un bene sia che si tratti di un’attesa di qualcos’altro o no.

Questa vita in comune, poi, ha bisogno di un luogo delimitato, simbolico e concreto, dove si sta, dove si compiono i riti della propria fede, ma dove ci si preoccupa anche della pattumiera. E l’unione di riti e pattumiera, senza fratture, è permessa da uno stile di vita: la Regola.

(1-continua)

Adalberto Piovano, Vivere insieme, sotto una regola e un abate (RB 1), in «Ora et Labora, LXVII (2012), 1 (gennaio-giugno), pp. 13-23.

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Peli superflui, senape e cavalcate

È una cosa che faccio spesso: leggere un testo monastico normativo – non necessariamente una «regola» – e concentrarmi sugli aspetti meno legati alla fede e più quotidiani, anzitutto per avere con maggiore evidenza davanti agli occhi il volto e i gesti degli individui cui erano destinati quei testi e in secondo luogo per un motivo più confuso, un pensiero sballato probabilmente. Lo riassumo così: il sospetto che per alcuni la regola non discenda dalla fede, bensì all’opposto ne sia il risultato (non inevitabile, peraltro). Detto altrimenti, la regola precede la fede – cosa che vorrei saper argomentare con dovizia di riferimenti precristiani, e invece non so.

È con questo spirito che ho letto lo Speculum novitii (Lo specchio del novizio) di Stefano di Salley, monaco cisterciense inglese attivo nella prima metà del secolo XIII. Entrato da giovane all’abbazia di Fountains, nello Yorkshire del nord, ne diventò ben presto cellerario; fu poi abate di Salley (dopo il 1225), successivamente di Newminster, fino al 1247, quando chiuse il giro tornando a Fountains, dove morì come abate nel 1252. Lo Speculum, che s’inserisce in un genere letterario molto preciso, teso a fornire esempi da imitare (o più esattamente un’immagine nella quale rispecchiarsi per cogliere le eventuali difformità dal modello – e qui vorrei saper argomentare uno spunto che forse potrebbe collegare gli specula alle ricerche sui neuroni a specchio, e invece non so), lo Speculum testimonia la particolare sensibilità dell’autore per la fragilità, non solo psicologica, soprattutto dei principianti e possiede «il tono di chi ha trovato qualcosa di buono per sé e desidera trasmetterlo ad altri, perché il cammino sia più facile e l’esistenza più serena e gioiosa» (M. Fioroni).

Sarebbe sufficiente il primo capitolo, dedicato alla confessione quotidiana, che offre una specie di modulo fitto di «peccati» sul quale spuntare ciò che fa al caso proprio: ci siamo distratti dalla preghiera pensando «al riordino della casa, oppure alla caccia, alla corsa dei cavalli», abbiamo perso tempo, abbiamo pensato all’unione carnale, ci siamo lamentati per un dolorino, abbiamo fatto una battuta, siamo andati più rapidamente a tavola che nel coro, abbiamo accettato un regalo, abbiamo parlato, o pensato, male di qualcuno, ecc.: «Ecco lo specchio: nella misura in cui ti sarai reso conto di essere stato ferito in queste cose, apriti alla confessione». E se quando ti presenti in capitolo per essere giudicato ti vergogni, «pensa che chi ti proclama è il rasoio di Dio e ti vuole tagliare i brutti peli [Dei est novacula et pilos deformes tibi tollere vult]»; oppure «pensa che ti è stata mandata dal cielo una pietanza, cioè una correzione, che piace, anche se talvolta non è condita con cannella, ma con senape [quae non semper cinnamomo sed etiam sinapi aliquando condita]».

Per ogni mancanza, peccato o tentazione Stefano ha un pronto rimedio: quando sei impaziente, pensa alla pazienza del Cristo; quando ti ostini «in cose minime», sappi che sarai ripagato in ugual moneta; «quando ti esalti per la voce sonora, considera che ciò per cui ti gonfi non è che vento»; quando sei tentato da un cibo più buono, pensa al vas stercorum; «quando ti sollecita il desiderio di cavalcare, pensa a ciò che capitò a Dina, che era uscita soltanto per passeggiare» e fu rapita e violentata da Sichem; «quando ti risulterà noiosa la vita del chiostro», quando vorrai rivedere i tuoi famigliari, «quando sentirai battere la tavola che invita al lavoro»…

Ah, tre ultime cose: «stai attento a non toccare nessuno»; «quando si deve fare una pausa durante il lavoro, non ricercare gli angoli e non sedere lontano dagli altri» e infine «se non puoi mangiare ciò che ti viene posto davanti, non permettere in nessun modo che ti portino altro, ma mangiane un po’, così che sembri che tu abbia mangiato. Se qualcuno insiste affinché tu mangi, con un segno rispondi solamente: “Va bene, è sufficiente, basta così”».

Stefano di Salley, Speculum novitii. Lo specchio del novizio, a cura di Milvia Fioroni, Edizioni Glossa 2010.

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