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Gloria o confusione

SapienzaDelCuore La sapienza del cuore1 rappresenta uno degli esempi più tipici di quei libri di «cose monastiche» che non leggo per motivi di conoscenza storica e inquadramento di un fenomeno culturale bensì per… per cosa? Come definire lo scopo di una lettura del genere senza ipocrisia né autocompiacimento? Forse la formulazione più onesta è quella di «conoscenza personale»; forse si può persino rispolverare il concetto di «edificazione». Poi, con una punta – in questo caso sì – di condiscendenza verso le mie fantasie, posso immaginare di essere seduto tra gli uditori dei sermoni di san Bernardo ed esserne chiamato direttamente in causa. Oggi.

Il volume infatti antologizza – sapientemente, è il caso di dire – alcuni mirabili sermoni dell’abate di Clairvaux sul tema della coscienza e vi unisce due testi anonimi sul medesimo argomento, sempre di ambiente cisterciense, il Tractatus de conscientia ad religiosum quemdam ordinis cisterciensis e il Tractatus de interiori domo seu de conscientia aedificanda. Ben preparati dall’introduzione di Riccardo Larini, che ricostruisce lo sviluppo del concetto di coscienza, dalle origini greche ed ebraiche a Filone alessandrino, da san Paolo a Origene e ad Agostino, fino alle sintesi cisterciense e della scuola di San Vittore, siamo pronti ad ascoltare. E «cosa ci suggeriscono allora i testi degli autori medievali sulla coscienza che abbiamo proposto in questa raccolta?» si chiede Larini, concludendo la sua introduzione. «Forse qualche spunto prezioso sono in grado di offrirlo pure a noi.» Ecco, appunto.

Ad esempio è proprio san Bernardo, campione di ascesi e di rinunce, a ricordare come Dio abbia dato all’anima una «dimora sublime»: «Parlo di questo corpo, che egli ha ideato, disposto, ornato e ordinato in tal maniera che tu puoi abitare in esso gloriosamente e con compiacimento». Nessuna condanna a priori, quindi, semmai l’invito a fare altrettanto, cioè a costruire una casa degna di accogliere a nostra volta Dio che desidera riunirsi a noi. In realtà non occorre costruirla, perché è già lì, l’anima, e in essa la coscienza, e si tratta piuttosto di pulirla, svuotarla del brutto e del superfluo, renderla accogliente. Ciò è possibile perché la coscienza è la sede dell’immagine di Dio, che è indistruttibile («La coscienza è poi eterna, non ha fine, così come non ha fine l’anima»), e a noi è data la possibilità di ricomporne la somiglianza, che invece assai facilmente possiamo dissipare. Gli strumenti che alternativamente possono dare adito allo smarrimento e alla dissipazione, o al discernimento e alla ricomposizione sono la memoria, la ragione e la volontà.

Tre facoltà che non devono separarsi, bensì cooperare: «La ragione sia quindi senza errore, per potersi ben conformare alla volontà: così la predilige, infatti, la stessa volontà. La volontà sia senza iniquità, poiché così l’approva la ragione. Altrimenti, se l’anima accusa se stessa di avere una volontà depravata, riguardo a una cosa che la ragione approva, si avrà guerra intestina e discordia pericolosa. […] Anche la memoria sia senza macchia; non rimanga in lei alcun peccato che non sia cancellato grazie alla confessione e a convenienti frutti di conversione. Altrimenti la coscienza, nella quale il peccato resta nascosto, sarà odiata dalla volontà e maledetta dalla ragione». Non è difficile vedere come anche un non credente possa addentrarsi in queste distinzioni, traendo ispirazione, se così si può dire, dal concetto dell’immagine come «nucleo di bene» che possiamo rintracciare in noi, anche ignorandone l’origine; oppure ritrovare il senso di quella «guerra intestina».

E come non riconoscere, per fare un altro esempio, l’efficacia della descrizione dei quattro generi di coscienza: buona e tranquilla, buona e turbata, cattiva e tranquilla, cattiva e turbata. La prima è quella dei santi, o comunque di chi «è dolce con tutti e non è di peso a nessuno», di chi «si serve dell’amico per la grazia, del nemico per la pazienza, di tutti per volere il bene». Una coscienza siffatta, commenta l’Anonimo, «è come un uccello raro sulla terra». La seconda è quella di coloro che «sono preda delle tribolazioni del corpo e dell’anima, ma non cedono né recedono nella tribolazione», che guardano con apprensione al futuro e ripensano – aggiunge Bernardo – «con amarezza agli anni passati». La terza è quella di chi «non teme Dio e non rispetta l’uomo», quella «di coloro che peccano sperando in bene» («è la coscienza, soprattutto, degli adolescenti», commenta Bernardo). La quarta infine è quella dei disperati (che disperano della salvezza) e di chi è tormentato dal senso di colpa: «Per esempio», dice l’Anonimo, «qualcuno desidera per il godimento l’adulterio, ma in questo è colto dall’ansia; e quest’ansia è ben più grande del godimento, a tutta vergogna e angoscia dell’uomo che vive e sa [sapit] secondo l’uomo».

Sono soltanto un paio di spunti da un libro che ne dispensa a iosa, e che offre soprattutto l’occasione di rinnovare l’attenzione su di un «luogo» in cui «accade» gran parte di ciò che ci riguarda, o che ci dovrebbe riguardare, e in cui forse è possibile anche agire, e non soltanto sentire: «La coscienza infatti è la gloria o la confusione inseparabile di ciascuno, secondo la qualità di ciò che vi è stato depositato».

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  1. La sapienza del cuore. La coscienza al cuore della vita spirituale in alcuni testi monastici del XII secolo, a cura di R. Larini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 1997.

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Con sorpresa di molti (Paul Quenon e la vita inutile)

Gethsemani 2023 01

Abbazia di Gethsemani (foto Potts)

 Ho avuto modo di tornare su un libro che avevo letto qualche anno fa, In Praise of the Useless Life, Elogio della vita inutile1, il cui autore, Paul Quenon, è monaco trappista presso l’Abbazia di Gethsemani, a New Haven, in Kentucky, da oltre sessant’anni e vi ha passato la prima parte del suo noviziato sotto la guida di Thomas Merton, che quella abbazia a suo modo ha reso famosa. Allora, ad attrarre la mia attenzione era stato, oltre alla testimonianza su Merton, il capitolo dedicato agli eremitaggi che sorgevano nei dintorni dell’abbazia; questa volta, invece, il libro mi ha colpito per la quantità di particolari che, mi sento di poter dire, soltanto un monaco americano poteva scegliere di includere nel suo testo.

Si tratta di osservazioni, immagini, paragoni, piccoli aneddoti che restituiscono una concretezza che un monaco europeo, forse avrebbe evitato, per pudore o per non dare l’impressione di eccessiva «ordinarietà» e quotidianità al racconto (per episodi) di una vita dedicata alla ricerca di un rapporto più intimo con Dio.

Quando ad esempio parla dell’utilità di mandare a memoria poesie, salmi, brani della liturgia fr. Paul ricorda che «un mattino l’anziano fr. Claude, mentre aiutava il cuoco a pulire le verdure, si lanciò in un medley di vecchie canzoni di Broadway, addirittura precedenti la Prima guerra mondiale». Per far capire lo «sballottamento» che può produrre la lettura dei Salmi dice che è un po’ come quando, «da bambini, seduti sui sedili posteriori della Chevrolet nera di papà, molto prima che fossero obbligatorie le cinture di sicurezza, attraversavamo veloci le colline della Virginia del West» – sballottati su e giù, appunto. La sveglia che punta per alzarsi per l’ufficio notturno e che poi non sente perché ha messo la testa sotto il cuscino; il calendario che gli mandano quando scrive per la prima volta all’abbazia e le foto che lo affascinano; il giradischi col quale ascolta le sinfonie di Bruckner mentre è in ritiro all’eremitaggio; la piccola macchina fotografica che tiene in una delle capienti tasche del saio. Oppure, ripensando a lungo viaggio in auto per seguire alcuni corsi a San Francisco, ricorda ancora «le autostrade che attraversano i Great Plains: così ampie, e vuote. Potevo sistemare il Salterio sul volante e recitare l’ufficio divino mentre guidavo (non è una pratica che deve essere imitata, tuttavia)». E l’annuncio dato in refettorio della morte di Merton, paragonato a quello della morte di J.F. Kennedy: «Il tempo si fermò». E il ricevimento nell’ufficio dell’abate in onore di un famoso poeta che aveva tenuto una conferenza all’abbazia: «Qualche morceaux di formaggio trappista, la nostra crostata e un assaggio del celebrato bourbon del Kentucky».

Gethsemani 2023 02

Il coro dell’Abbazia di Gethsemani (foto Potts)

 Il capitolo dedicato alla recitazione dei Salmi («Una vita di canto e musica») mi è stato inoltre di grande aiuto per capire meglio. Anzitutto lo sforzo di mettere a punto il canto collettivo è un’attività che ha un valore in sé (la partecipazione di tutta la comunità, il contributo del singolo e l’accordo, la fusione). La recitazione, poi, non è sempre uguale, non va immaginata come una pratica immutabile. Fr. Paul lo dice molto chiaramente: «Talvolta seguo il significato delle parole, altre volte la mia mente scivola in un casuale flusso di coscienza, oppure semplicemente si perde». Poi, però, una singola parola, una frase emerge, per inabissarsi di nuovo; un intero salmo passa nell’indifferenza, ma all’improvviso uno scatto riaccende l’attenzione: si accorge di pronunciare parole che dicono con esattezza lo stato d’animo del presente. Anno dopo anno «ho l’impressione che quelle non siano soltanto le mie parole, sono le nostre parole, e mi abbandono a una voce più vasta della mia». È la voce dell’umanità. «Quanto è bello essere tirato al di là dei soliti limiti dei tuoi pensieri e delle tue parole, essere spinto a pronunciare parole che non diresti mai… […] Le emozioni vengono sempre prima della dottrina, quando si canta la Scrittura.»

Queste e altre osservazioni sulla vita quotidiana del monaco, o almeno di Paul Quenon, monaco trappista da sessant’anni, sono sempre offerte con un tono piano e privo di qualsiasi enfasi, e credo mi abbiano fatto fare un piccolo passo avanti nella comprensione (anche circa il valore delle testimonianze monastiche): «Nel complesso credo che monache e monaci debbano condividere con gli altri qualche momento della loro vita (per quanto modesto possa essere). Con sorpresa di molti, questo mondo continua a essere un posto in cui esiste il monachesimo, e noi monaci facciamo bene a far sì che la gente ne possa cogliere anche una vaga idea, sia che sia disposta a prenderlo sul serio o no».

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  1. Paul Quenon, In Praise of the Useless Life. A Monk Memoir, foreword by Pico Iyer, Ave Maria Press 2018.

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«Agatone, non farlo» (A scuola dai padri del deserto, pt. 2/2)

GouldLaComunità2 (la prima parte è qui)

Dopo aver affrontato il rapporto maestro-discepolo, all’interno delle comunità monastiche primitive, Graham Gould1 allarga la visuale ai rapporti con il prossimo in genere, e il discorso si fa ancora più interessante, perché gli aspetti, le dinamiche, i problemi che emergono sono quanto mai vicini a noi lettori contemporanei. Non bisogna dimenticare, peraltro, che i Detti dei padri del deserto non sono un’«opera» strutturata e coerente, bensì accolgono, come già si accennava, fenomeni apparentemente contraddittori: ricerca della solitudine e senso di comunità, silenzio e parola, inflessibilità (verso se stessi) e misericordia (nei confronti dei fratelli), entrambe a oltranza, e così via2. Sono la testimonianza di un gruppo di individui che, praticando un instancabile discernimento, si sforzano di inseguire il bene e di rispondere alla chiamata di Dio (alla domanda: «Che cos’è un monaco?» Giovanni Kolobos rispose: «Fatica. Poiché in ogni azione il monaco deve sforzarsi. Questo è il monaco!»).

Ecco allora che, uno alla volta, emergono e vengono affiancati una serie di comportamenti e insegnamenti che brillano come se fossero appena additati e pronunciati. L’ambito più frequentato dai padri è quello relativo all’ira, al giudizio, alla lite e alla calunnia: quattro circostanze, di evidente «ispirazione» demoniaca, da fuggire a qualsiasi costo. All’ira non bisogna mai cedere, resistendo anche alla tentazione di puntualizzare e di ribattere, sottraendosi senza discutere alle situazioni di conflitto (situazioni cui sarebbe consigliabile addirittura di non assistere: accusato di non essere intervenuto nella lite tra due fratelli [che quindi accadevano], Poemen rispose: «Mettiti bene in mente che io non ero qui»). Ancor più da evitare è il giudizio sull’altrui condotta, per non peccare d’orgoglio, per non arrogarsi una prerogativa che è soltanto di Dio, per non cadere nei tranelli del demonio e per non dimenticare le proprie debolezze: al limite accusare se stessi, mai gli altri. «Agatone, quando vedeva qualcosa che il suo pensiero avrebbe voluto giudicare, diceva a se stesso: “No, Agatone, non farlo”. E il suo pensiero si acquietava». E abba Giuseppe, interrogato da Poemen sul diventare monaco, così rispondeva: «Se vuoi trovare pace in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza, di’: “Chi sono io?”. E non giudicare nessuno».

E se si è oggetto di giudizio, se non di calunnia? Niente, fermi, indifferenti, alla lode come all’insulto: «Dobbiamo diventare come questa statua che non si turba né quando è offesa, né quando è lodata», dice abba Anub. La questione della lode, d’altra parte, è legata con sottile distinzione al punto di vista: la lode ricevuta è male, perché ottunde, e perché di sicuro non è meritata, ma la lode offerta è bene, poiché innalza l’altro al di sopra di noi. Meglio ancora la lode testimoniata: «Quanto senti un anziano [abba Matoes, nella fattispecie] che loda il suo prossimo più di se stesso, sappi che è giunto a grande misura: questa infatti è la perfezione, lodare il prossimo più di se stessi».

L’altro dunque, anche per chi lo fugge ritirandosi in una grotta, resta paragone, specchio, occasione di bene, sentinella contro il male, «terreno» sul quale misurare se stessi e le proprie mancanze. Ed è anche colui verso il quale la nostra capacità di «comprensione», pallida ombra della infinita misericordia divina, deve esercitarsi senza sosta. Se i padri rivolgono costantemente a se stessi uno sguardo severo e inflessibile, quando si volgono al fratello sono pronti a sciogliersi.

E su questa nota concludo la mia incompletissima lettura di un libro che, tra gli altri meriti, ha quello di far ripassare al lettore molti dei Detti più belli e interessanti della raccolta, citando questo esempio, perfetto e dolcissimo: «Alcuni anziani si recarono da abba Poemen [ancora lui, uno dei più grandi, se non il più grande, e mi perdonerà se lo esalto…] e gli chiesero: “Se vediamo dei fratelli che sonnecchiano durante la liturgia, vuoi che li scuotiamo, perché rimangano desti durante la veglia?”. Ma egli disse: “Veramente, se io vedo un fratello che sonnecchia, metto la sua testa sulle mie ginocchia e lo lascio riposare”».

(2-fine)

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  1. Graham Gould, La comunità. I rapporti fraterni nel deserto, traduzione di G. Dotti, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2001 (trad. di The Desert Fathers on Monastic Community, 1993).
  2. «Sarebbe in ogni caso sbagliato negare l’esistenza di comportamenti differenti o affermare che il parere espresso in un apoftegma debba essere in armonia con gli altri», pag. 158.

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«Occorre che sia tu a dirmelo» (a scuola dai padri del deserto, pt. 1/2)

GouldLaComunità2 Ancora i padri del deserto? Certo, sempre. L’occasione mi è stata offerta questa volta dall’ottimo volume di Graham Gould, La comunità1, che attraverso una lettura minuziosa dei Detti dei padri esplora gli aspetti apparentemente contraddittori dell’esperienza del monachesimo primitivo egiziano, con particolare riguardo ai rapporti personali e alla contrapposizione, anch’essa apparente, tra solitudine e comunione.

È assai utile, a inizio lettura, essere richiamati sul fatto che le raccolte dei Detti, come via via sono state affidate alla scrittura, siano intese anche come «un archivio duraturo» dello sviluppo di una comunità desiderosa di «salvaguardare una visione chiara» delle proprie origini2. Molto frequenti, in questo senso, sono i Detti che prendono la forma rivelatrice di «Abba Tizio dice che abba Caio diceva…» Né va dimenticato che molti testi, raccontando di incontri, colloqui e anche frizioni tra i fratelli, finiscono proprio con l’illustrare la natura dei loro rapporti.

La prima dimensione affrontata dall’analisi di Gould è quella del rapporto tra maestro e discepolo. Una relazione che, a guardarla con gli occhi di oggi, suscita al tempo stesso nostalgia, per la sua progressiva scomparsa, e preoccupazione, per le distorsioni che ancora può generare. Anzitutto il maestro, l’abba, aveva il compito di insegnare al discepolo, il nuovo arrivato, i fondamenti pratici della vita monastica (non c’era una Regola da far leggere e rileggere, come avrebbe prescritto san Benedetto) e di illustrargli i problemi che avrebbe incontrato. È una preparazione, e affinché sia efficace il discepolo vi si deve sottomettere con assoluta obbedienza, riconoscendo l’autorità e la saggezza di chi ha maggiore esperienza di lui: «[Abba Isaia] disse ancora di coloro che iniziano bene la vita monastica e si sottomettono ai santi padri: “Come accade alla porpora: la prima tintura non si scolora. E come i rami teneri si innestano e si piegano facilmente, così avviene dei novizi che vivono nella sottomissione”». Le tentazioni sono pericolose per i novizi perché sono sconosciute, non ne hanno fatto ancora estesa esperienza, e «nessuno può essere di aiuto a se stesso soprattutto quando è oppresso dalle passioni». Dopo un atto di volontà di prima grandezza come quello di voler cambiare vita, curiosamente, si potrebbe dire, «la rinuncia alla propria volontà costituisce la pietra miliare del vero progresso nella vita monastica».

L’obbedienza richiede anche la necessità di rivelare i pensieri, cioè l’apertura del cuore, altro aspetto cui guardiamo oggi con la medesima, inestricabile mescolanza di nostalgia e preoccupazione di cui sopra. C’è una speciale risonanza contemporanea, per così dire, in questa vicenda dell’apertura. Un detto della serie anonima contiene un dialogo illuminante al riguardo. Un monaco racconta che da giovane era afflitto da un pensiero, ma non si risolveva a parlarne con un anziano: andava a trovarlo, ma poi si bloccava, finché lo stesso anziano prese l’iniziativa: «Egli si voltò e vedendomi tormentato mi batté il petto e mi disse: “Che hai? Anch’io sono un uomo”. Come disse queste parole, parve che il mio cuore si aprisse. Caddi ai suoi piedi e lo pregai tra le lacrime dicendo: “Abbi pietà di me”. L’anziano mi disse: “Che hai?”. Risposi: “Non sai che ho?”. Ed egli disse: “Occorre che sia tu a dirmelo”. Allora con grande vergogna gli manifestai la mia passione ed egli mi disse: “Perché per tanto tempo ti sei vergognato a parlarmene? Non sono anch’io un uomo? Tuttavia, se vuoi, ti dico quello che so”». L’equilibrio qui è molto delicato, ma ugualmente il momento è bellissimo.

Inutile sottolineare, ribaltando la prospettiva, la responsabilità che deriva al maestro da questo tipo di rapporto. Responsabilità che ha il suo perno nel discernimento, il quale a sua volta «implica l’abilità dell’abba di distinguere tra le diverse capacità spirituali di persone differenti e di comportarsi, rispetto alle loro tentazioni, in modo adeguato». La parola dell’abba dunque non è mai generica, ma sempre personale, ed è basata sulla propria esperienza, e deve sempre accompagnarsi all’esempio, in «una testimonianza concorde di parola e vita».

Vi sono alcuni di esempi di fallimento del rapporto, o di insofferenza da parte di uno dei due «attori». Alcuni anziani, ad esempio, manifestano una certa riluttanza all’insegnamento e talvolta reagiscono col silenzio alle domande (cosa che rappresenta comunque un insegnamento). Nel complesso, però, prevalgono la comprensione e la carità, che si traducono anche in una sorprendente flessibilità di fronte ai vari casi che si presentano. L’abba è colui che è capace di trovare il modo giusto, per quanto strano possa essere, di rispondere alla richiesta di aiuto del discepolo, come in questa magnifica storia, sempre dalla serie anonima, così riassunta da Gould: «Un anziano incoraggiò il suo discepolo a resistere alla tentazione della fornicazione, ma quando il discepolo gli rispose: “Abba, non riesco più a resistere al peccato”, l’abba cambiò tattica, passando dall’incoraggiamento al coinvolgimento. “Anch’io sono tentato, figliolo. Andiamo insieme, facciamo la cosa e ritorniamo nella nostra cella”. Quando arrivarono alla casa della prostituta, l’anziano entrò, con il pretesto di incontrarla per primo, ma una volta dentro la convinse a non contaminare il fratello. Allorché il fratello entrò (presumibilmente credendo che l’anziano avesse già peccato), ella lo persuase a pregare prima di peccare e, “dopo venti o trenta metanìe”, il fratello, preso da compunzione, uscì incontaminato».

(1-segue)

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  1. Graham Gould, La comunità. I rapporti fraterni nel deserto, traduzione di G. Dotti, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2001 (trad. di The Desert Fathers on Monastic Community, 1993).
  2. «Abbiamo a che fare con un prezioso archivio della vita concreta, in parole e opere, delle comunità monastiche di Scete e del basso Egitto», pag. 43.

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«Un po’ come Dio» (La «Vita di san Bernardo» di Robert Thomas)

VitadiSanBernardo02 Così come tendo a leggere le opere di autori monastici senza troppo riguardo alla cronologia, come se fossero il frutto di un eterno presente del fatto monastico, allo steso modo mi comporto con la relativa letteratura critica e storiografica. Non è molto giusto, lo so, ma ugualmente non rinuncio a leggere libri che potrebbero dirsi «superati», in particolare le biografie, per il piacere di «stare in compagnia» dei loro soggetti. E quindi ben venga aver trovato questa Vita di san Bernardo, scritta dal trappista Robert Thomas1, monaco del 1928 al 2002 di Sept-Fons (di cui fu anche priore) e fondatore dell’iniziativa editoriale «Pain de Cîteaux», dedicata alla divulgazione delle opere dei padri cistercensi. Quanto poi sia «superata» non saprei nemmeno dire, mentre di sicuro è caratterizzata da un abbondante, e per l’epoca relativamente nuovo, uso di citazioni, sia dalle opere di san Bernardo, sia da quelle dei suoi primi biografi. Ne risulta una bella camminata al suo fianco, dal noviziato a Cîteaux («i pochi mesi in cui sarà un semplice monaco») alla fondazione e all’abbaziato a Clairvaux, e poi in giro per la cristianità, ascoltando la «voce» dei suoi trattati, dei sermoni e delle lettere.

Al di là dei suoi mirabili scritti, ampiamente esposti dal Thomas, sono tanti i particolari che, come ogni ben disposto lettore di agiografie, un po’ mi inquietano e un po’ mi affascinano. Nel 1112, quando bussa a Cîteaux, per chiedere di esservi ammesso, si presenta con trenta compagni: tutti i fratelli, meno uno, troppo giovane, uno zio, un po’ di cugini e diversi amici. Quando alcuni parenti lo vanno a trovare a Cîteaux, ancora novizio, per non ascoltare i loro discorsi frivoli e «mondani» si mette della stoppa nelle orecchie e fa finta di ascoltare. Quando i suoi confratelli, tra le vigilie e le lodi, si ritirano per riposare, lui esce nelle campagne circostanti l’abbazia e continua a pregare, da solo. Se mangia «è per evitare di cadere, di avere un mancamento. Ancor prima di incominciare, al solo pensiero che deve mangiare, è già sazio». Non si dà pace finché tutti i membri della sua famiglia, a parte la madre Aleth, «volata in cielo», non sono entrati in un monastero, compresa Umbelina, l’unica sorella, «sposata e che non pensava affatto alla vita monastica». La sua cella a Clairvaux è un bugigattolo, «somigliava a una prigione; la scala ne prendeva un angolo, il tetto, con un piano inclinato, ne mozzava ancora un lembo». «Egli aveva l’abitudine di muoversi dal proprio stallo per risvegliare un monaco che vedeva un po’ addormentato in coro.» Solo nel 1133 visita il paese di Vaud e le abbazie di Alps e Hautecombe; raggiunge papa Innocenzo II a Pisa, poi va in missione a Genova, quindi ritorna dal papa a Grosseto; in aprile è a Roma, a giugno a Blois, poi a Bèze e in autunno a Jouarre… Quando sta tornando «a casa», i suoi confratelli gli vanno incontro, «si precipitano ai suoi piedi, si rimettono in piedi per abbracciarlo, poi lo conducono con gioia a Clairvaux intrattenendosi con lui… La gioia era calma, e senza dissipazioni…» Quando muore il suo amato fratello Gerardo non versa una lacrima, ma il giorno dopo, durante il sermone, non resiste: «Perché mi sei stato strappato? Come sei stato strappato bruscamente dalle mie mani, tu, che facevi con me un’anima sola, tu, l’uomo secondo il mio cuore!» E così via.

Unico e inconfondibile Bernardo: ispirato, incendiario, talvolta sbrigativo e tagliente, avversario da temere e amico da amare senza riserve. È un po’ sciocco dirlo, ma come mi sarebbe piaciuto poterlo incontrare: «È gracile, non ha salute, ma il suo viso, i suoi occhi soprattutto impressionano, attirano, soggiogano. Ha l’aria timida e non ha paura di nessuno. Ha uno strano potere di affascinare. Qualcosa di divino emana dalla sua persona, incute soggezione e attira: è un po’ come Dio, al tempo stesso temibile e affascinante». Oggi come allora.

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  1. Robert Thomas, Vita di san Bernardo, traduzione del Monastero di San Giacomo di Veglia, Borla 1991 (trad. di Vie de Saint Bernard, O.E.I.L. 1984).

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Il sibilo della sofferenza (Isacco di Ninive)

DiscorsiAsceticiNel frattempo ho portato a termine la lettura dei Discorsi ascetici di Isacco di Ninive, della «Prima collezione» s’intende. Mi ha accompagnato per parecchi mesi, frammista ad altre letture, ovviamente, ed è diventata quasi un sottofondo, una discreta musica costante. Può far sorridere, considerando la «musica» non di sottofondo nella quale si è oggi avvolti, ma trovo sia difficile esagerare la «bellezza» di questi testi, soprattutto se affrontati con slancio non «specialistico», così come è altrettanto difficile lodare eccessivamente l’edizione (la sensibilissima traduzione) che li ha resi disponibili al lettore italiano1.

Isacco, nato nella regione corrispondente all’attuale Qatar, brevemente vescovo di Ninive intorno al 680, prima e dopo monaco solitario e cenobita, divenuto cieco forse per l’eccesso di letture, era, secondo una notizia biografica assai più tarda, «mite, dolce e umile, e la sua parola era piena di tenerezza. Non mangiava nulla se non tre pani alla settimana insieme a un po’ di verdure, e non gustava cibi cotti».

Mite, dolce, umile, cieco, pieno di tenerezza – ma non per questo osservatore meno acuto della natura umana e conoscitore dei suoi sentieri; ed è proprio tale combinazione di bontà e lucidità che me l’ha fatto ascoltare così a lungo – è il caso di dirlo – con «incanto» (i suoi scritti, va ricordato, sono trascrizioni da parte dei suoi discepoli di discorsi effettivamente pronunciati). Il perché di questo incanto lo spiega meglio di me il curatore del volume, Sabino Chialà, quando si chiede come è possibile che Isacco parli con tale facilità «all’uomo e alla donna del XXI secolo»: perché «forse la franchezza, la sincerità e dunque l’autenticità di un’esperienza che, essendo profondamente radicata, emerge con parole che attraversano i tempi e gli spazi senza farsene oscurare, giungendo a noi come acqua limpida, appena uscita da quell’unica fonte che è capace di dissetare ogni essere umano». Isacco risponde, illustra, spiega, racconta, mostra, ricorda, avverte, consola, ammonisce, consiglia, incoraggia; Isacco, cioè, capisce e «capisce», senza che la seconda mossa diventi sommaria assoluzione, ma rimanga umana comprensione.

Inutile dire che ho sottolineato molto, nella speranza di memorizzare, o almeno di ritrovare (una nota di merito, in questo senso, all’«Indice dei temi più ricorrenti»). Ad esempio la fine osservazione psicologica che apre il Discorso XXIII: «Ogni realtà sensibile, sia azione sia parola, se non avviene in modo accidentale ma si ripete nel tempo, manifesta un qualcosa che è nascosto dentro». La forza o la debolezza della volontà non va infatti misurata da quello che si compie occasionalmente, dal casuale inciampo, bensì da ciò cui si torna più e più volte, perché «la libertà [della volontà] la si valuta in base alla persistenza di qualcosa». Oppure questa immagine tratta dal Discorso LXII: «La condotta di questo mondo assomiglia alla copiatura dei libri quando la pagina è ancora bianca, e dunque si può aggiungere e togliere ciò che si vuole e quando lo si desidera, mutando così ciò che vi è scritto». Finché non vi si appone il sigillo finale, «il libro della vita» può ancora essere corretto, «il nostro libro è nelle nostre mani». O ancora questa istantanea un po’ cruda, tratta dal Discorso LXIX, che fotografa la persistenza delle passioni: «Esse sono infatti come dei cani presso un macellaio, abituati a leccare il sangue: quando è loro sottratto ciò cui erano abituati, se ne stanno sulla porta abbaiando, fino a che la forza della loro abitudine di un tempo svanisce». E ancora questa breve nota dal Discorso LXXIV: «Non chiunque sia calmo è umile, ma chiunque è umile è anche calmo. Non esiste un umile che non sia modesto, ma di modesti che non sono umili ne troverai molti».

E così via, per oltre settecento pagine. Se tuttavia dovessi scegliere una parola, una sola, a mo’ di stemma, tornerei al Discorso XXVII, nel quale Isacco, tra le altre cose, ragiona su quella che sarà la pena dei «dannati», e dove coglie con poche e semplici parole una verità che mi pare trascenda qualsiasi fede si professi o non si professi nell’al di là o nell’al di qua: «Io dico che anche quanti saranno castigati nella geenna, saranno tormentati dalle piaghe dell’amore. Le piaghe che provengono dall’amore, cioè quelle di quanti sentono di aver mancato nell’amore sono dure e amare! Più dei tormenti che vengono dal timore! La sofferenza che sibila nel cuore perché si è mancato all’amore è più acuta di tutti i tormenti che vi possano essere».

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  1. Isacco di Ninive, Discorsi ascetici. Prima collezione, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2021.

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Promemoria (Schedine: Cariboni, Chryssavgis)

CariboniCistercensi Guido Cariboni, I cistercensi. Un ordine monastico nel Medioevo, Carocci 2023.

Un bel ripasso fa sempre bene. Si potrebbe dire della monografia che Guido Cariboni (professore di Storia medievale alla Cattolica di Milano) ha dedicato ai Cistercensi, in particolare alla loro storia dalle origini alla metà del XIII secolo. Non soltanto ripasso, in realtà, perché, oltre a uno sguardo dall’esterno (da non sottovalutare), il volume offre anche l’opportunità di conoscere i risultati della storiografia recente su alcune questioni centrali della storia dell’Ordine. Ad esempio sul rapporto, sulla tensione, tra ideali delle nuove comunità, come proclamati dai testi «ufficiali» (gli Exordia e la Carta caritatis, anzitutto), e la realtà testimoniata dai documenti (i resoconti dei Capitoli, le raccolte di consuetudini e gli atti notarili o disciplinari, tra gli altri); o sulle novità decisive, come il Capitolo degli abati (riusciamo a immaginare, nella seconda metà del XII secolo, un «congresso» anche di trecento abati?), le «visite» (con i viaggi, e gli scambi, che comportavano: nonostante il voto di stabilità, «il viaggio, per altro non proibito da Benedetto, fu forse una delle dimensioni più originali del monachesimo tardoantico e medievale, tanto in Oriente quanto in Occidente»), le relazioni con i vescovi; o ancora sulla gestione economica dei patrimoni fondiari, sull’istituzione e lo statuto dei fratelli conversi o sui rapporti con i laici. E sui rapporti con Roma, naturalmente. E quello di «novità» è un aspetto fondamentale di questa storia, rintracciabile sia nella consapevolezza dei protagonisti, sia nelle osservazioni, spesso critiche, dei testimoni esterni. Un atteggiamento che si tradusse in una sorta di ri-fondazione continua, di rinnovamento ininterrotto in cui «si provò, spesso con successo, ad adattare con forme sempre diverse l’ideale monastico delle origini alle nuove esigenze che l’enorme e progressivo sviluppo dell’ordine comportava». Una grandissima ambizione, quella cistercense, unita a un profondo senso di umiltà condivisa (la carta d’identità di san Bernardo?), un’impresa collettiva tale che «la moderna storiografia comparata sulla vita regolare ha individuato nei cistercensi il primo ordine religioso della storia». Una cosa che non sapevo e che mi ha colpito molto a tal proposito: «Durante il capitolo giornaliero, presso i cistercensi, prima che avvenissero le clamationes, cioè le autoaccuse dei singoli monaci che confessavano le loro colpe, l’abate pronunciava le parole: “Parliamo dell’ordine” (“Loquamur de ordine”)».

AlCuoreDelDeserto John Chryssavgis, Al cuore del deserto. La spiritualità dei padri e delle madri del deserto, traduzione di C. Frescura, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2004.

Una passeggiata nel deserto è sempre salutare. Si potrebbe dire, invece, di questo libro ben congegnato che ci invita ad avvicinarci ai famosi detti dei padri e delle madri del deserto (famosi perché una volta appreso della loro esistenza difficilmente ce ne si può dimenticare) «come a miti», non come stimoli all’imitazione bensì come a fonti di ispirazione. Miti fulminei, «lampi di luce» che attraversano i secoli, incredibilmente concentrati in poche parole, che, come ci ricorda l’autore, ebbero una prima diffusione orale e soltanto in seguito scritta. «Questi anziani del IV secolo», afferma p. Chryssavgis (studioso e professore di teologia australiano), «sono promemoria di verità fondamentali riguardo al nostro mondo e a noi stessi, che tendiamo a dimenticare e che essi traducono per tutte le generazioni attraverso le epoche.» Alcuni brevi profili delle personalità più definite, e delle quali si conservano il maggior numero di detti (Antonio, Arsenio, Poemen – «la quintessenza dei padri del deserto» –, Macario, Mosè, Sincletica), introducono a una serie di capitoli tematici che si sviluppano intorno ai concetti e alle esperienze fondamentali del «deserto», non soltanto inteso come luogo, ma anche come dimensione della vita spirituale, come «passaggio necessario» oggi come allora. E quindi lo spazio («luogo di protesta interiore»), la cella (grande maestra), il combattimento contro i (propri) demoni, il silenzio («un modo di morire, in noi stessi, in presenza degli altri») e il pianto (rivelazione dello «stato di frantumazione» e di vulnerabilità dell’anima), le passioni, il consiglio e il distacco, la solitudine, l’amore, il corpo, la preghiera. Grazie alle numerose citazioni il libro diventa anche un’antologia, formula non nuova ma qui eseguita con perizia e, se così si può dire, con grande sensibilità contemporanea. Lo scopo del deserto, secondo l’autore, al di là di tutte le stranezze, gli estremismi ascetici, le eccentricità, era uno soltanto: imparare ad amare. Come illustra questo splendido detto di Poemem: «Alcuni anziani vennero da abba Poemen e gli chiesero: “Quando vediamo dei fratelli che si addormentano durante gli uffici, dobbiamo svegliarli perché stiano attenti?” Egli disse loro in risposta: “Per parte mia, quando vedo un fratello che si addormenta, metto il suo capo sulle mie ginocchia e lo lascio riposare”».

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«Il sole nella notte», di Bernardo Olivera

SoleNellaNotte Considero salutare, per il mio modesto impegno di comprensione, misurarmi con testi come Il sole nella notte di Bernardo Olivera1. Un testo impegnativo e istruttivo, il cui argomento si estende molto oltre la mia capacità di riferirne (e in fondo anche di accoglierne le premesse). Come infatti recita il sottotitolo, il libro del monaco argentino, abate generale dei Trappisti dal 1990 al 2008, parla di «mistica cristiana ed esperienza monastica», con particolare riferimento alla tradizione di autori e autrici cisterciensi.

Cinque tappe. Anzitutto una ricognizione del «contesto culturale» moderno e post moderno – che si può condividere o no – nel quale si situa il «fatto mistico», poiché se la sua sorgente è eterna e fuori del tempo, la sua esperienza è attuale e costantemente presente, vissuta da persone che non sono estranee al proprio tempo («Tutti gli uomini – ed i monaci e le monache non fanno eccezione – vivono, decidono ed agiscono a partire da un determinato mondo culturale»). Un tempo, questo, caratterizzato dall’autonomia dell’individuo e dal razionalismo «in opposizione ad ogni forma di religione o di fede»; un tempo di relativismo, assolutismo scientifico, «deificazione» dell’io e rifiuto di Dio, che nondimeno manifesta una potente ricomparsa della sete di mistero.

A fronte di questa «sete», secondariamente, emerge in tutta la sua efficacia la lezione della tradizione monastica: «Se noi, dopo oltre nove secoli di storia, ancora ci siamo, è perché i nostri primi Padri e Madri avevano, in gradi diversi»: una capacità di trascendenza sperimentata pienamente; «un notevole dono di riflessione dell’esperienza vissuta»; «una grande abilità nel fissare l’esperienza per iscritto e dare vita a comunità e gruppi depositari dello stesso patrimonio trascendente, teologale e mistico».

In terzo luogo sono necessari alcuni «chiarimenti preliminari». Il mistero, cioè il disegno divino, è una dimensione ineludibile dell’esistenza («Lo stesso essere umano è mistero ed è stato creato per il mistero»). In realtà, da un punto di vista cristiano, è una circostanza multidimensionale, infatti è: eterno, libero, intelligente, amoroso, storico, personale, comunitario, attuale, liturgico, irrevocabile, trascendente, e si illumina nel Cristo. La mistica rappresenta «l’apice di incontro tra l’Essere assoluto e l’uomo». I grandi mistici e le grandi mistiche fanno esperienza del mistero in modo permanente, ma «in forma passeggera e in grado minore» le esperienze mistiche «sono assai più comuni di quanto si possa immaginare»: ogni battezzato vi accede, più o meno consapevolmente. Questa esperienza mistica è «un modo particolare di vivere la fede» e può declinarsi in molte forme: essenziale, sponsale, contemplativa, apostolica, cosmica, interpersonale, ordinaria, casuale.

La quarta tappa (dedicata a Gesù Cristo, «il mistico per eccellenza») e la quinta (che affronta nel dettaglio i vari aspetti dell’esperienza mistica come è stata tramandata dai monaci e dalle monache cisterciensi: Bernardo, Aelredo, Baldovino di Ford, Guglielmo di Saint-Thierry, Beatrice di Nazareth, Hadewijch di Anversa) sono le più lunghe e complesse: è saggio che non ne dica nulla.

Salutare, dicevo. Perché è qui che posso in qualche modo misurare l’efficacia della mia posizione, che sicuramente mi è già capitato di esporre. Io non credo, infatti, nel mistero, e questa affermazione renderebbe del tutto priva di senso la lettura delle pagine di Bernardo Olivera. Sì, d’altra parte questo non significa che io non creda a chi dice di credervi, o di farne esperienza. Cosa sono queste persone: illuse, suggestionate, paralizzate dall’idea del nulla, allucinate, folli? Tutte categorie da usare con estrema cautela, anzi, da non usare affatto (anche senza considerare la finezza di pensiero che si può facilmente rintracciare negli scritti citati).

È lo stesso p. Olivera che mi invita a riflettere, quando dice: «Sarà necessario anche ascoltare la voce degli uomini e delle donne del nostro mondo laico e secolarizzato. È un dato di fatto che molti, che si dichiarano atei o agnostici, cercano Dio, sia pure senza esserne coscienti, nelle esperienze umane più profonde. Ed è precisamente l’esperienza dell’amore [fra l’uomo e la donna] (le parentesi quadre a questa specificazione che l’autore fa dell’amore le ho messe io, che sono laico e secolarizzato) ad avvicinarli all’esperienza religiosa. […] Un’esperienza profondamente umana è potenzialmente un’esperienza religiosa». Mi perdonerà il p. Olivera se gli chiedo di non interpretare il mio rispettoso silenzio davanti a quel sia pure senza esserne coscienti e a quel potenzialmente come un silenzio-assenso.

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  1. Bernardo Olivera, Il sole nella notte. Mistica cristiana ed esperienza monastica, presentazione di S.F. Ordóñez, traduzione a cura delle Trappiste di Valserena, Àncora 2003 (ediz. orig. Sol en la noche, 2001).

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Una persona che sia una (Anselmo Giabbani, «Colloquio monastico», pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

ColloquioMonastico Dopo la prima parte dialogica, a domande e risposte, anche il resto del volume di Anselmo Giabbani1 è ricco di affermazioni decise e spunti molto interessanti, forse anche di più e di sicuro troppi per poter darne conto adeguatamente. Mi soffermo quindi su un brano scelto a mo’ di esempio, scelto tra quelli che più ho sottolineato: il paragrafo 9 del capitolo VI, La vita contemplativa, dedicato alle Attività del monaco.

Il p. camaldolese parte dalla considerazione, tratta dalla Regola di san Benedetto, che il monaco deve lavorare: ma di che «lavoro» si tratta? La storia mostra come nel tempo «i monaci hanno fatto di tutto», smarrendo però talvolta in questo «fare» il senso della propria identità, cioè allontanandosi da quello che è il suo modello unico e immodificabile, il Cristo, la sua vita. Il monaco deve rifarsi all’attività di Gesù («che guarda più all’essere che al fare») e all’«unità del suo esistere e del suo agire, del suo dire e del suo fare; l’unità della sua persona nella duplice natura umana e divina».

Unità è la parola chiave della riflessione del p. Giabbani, e non soltanto in questo paragrafo, unità che discende appunto da Gesù e si estende, all’individuo, all’umanità, alla Chiesa. Concetto difficile se lo si legge nella storia secolare, anche pericoloso; concetto che si può dire sia stato smontato dai fatti spaventosi della modernità, messo in crisi, tra l’altro, dalle scienze psicologiche e dalle arti. Ecco la prima indicazione precisa del p. camaldolese, uomo del XX secolo e consapevole dei pericoli: «Lavorare a questa unità è la prima attività del monaco cristiano: fare di se stesso molteplice e diviso una realtà unica, una persona che sia una, coerente, libera, responsabile, identica a sé in privato e in pubblico, davanti a sé e davanti a Dio».

Ma unità non è autonomia, e tantomeno isolamento, ed ecco la seconda indicazione precisa: «La seconda attività del monaco è formare una comunità. Gli uomini, esseri sociali per natura, traggono enormi vantaggi dall’essere in comunità, ma incontrano anche gravi difficoltà a costruirsi in comunione con gli altri». Questa attività è minacciata dallo sviluppo sociale contemporaneo, in particolare dal combinato industriale-tecnologico, che produce una «schizofrenia generale» ed è all’origine del «male più profondo che affligge l’umanità del nostro tempo: l’incapacità di vivere e lavorare insieme». Di fronte a tale disgregazione, che ognuno può verificare nelle varie forme di «comunità» cui tende, o che sceglie, o in cui si trova inserito (gruppi, classi, uffici, squadre, assemblee, associazioni, quartieri, ecc.), il p. Giabbani ritiene che «una comunità adunata, per nessun interesse umano, ma per il solo desiderio di vivere insieme, si presenta o dovrebbe presentarsi come antidoto di enorme valore sociale, oltre che evangelico».

Nell’adunata monastica, «la cui unica legge è l’amore di Cristo», occorre che il singolo monaco cerchi e trovi il suo posto per quello che è, e non per quello che pretende di essere; occorre che sia conosciuto e accolto per le sue capacità e debolezze. Il p. Giabbani chiama questo complesso di atteggiamenti «disposizione di umiltà eguale a verità», raggiunta la quale l’unica preoccupazione successiva rimane soltanto quella di «contribuire alla comunione fraterna».

L’unità. Non so se sia più raggiungibile, se mai lo è stata. Nella coscienza-bagagliaio ci entra di tutto, e mi pare che valigie, borse, sacchetti, confezioni vuote, ombrelli e vecchi stracci sporchi siano comunque tenuti insieme, praticamente, dal contenitore, in un modo o nell’altro. Quando si viaggia il bagagliaio di necessità, o di norma, è chiuso, lo si apre soltanto quando ci si ferma, in disparte, e ci si guarda dentro sempre da soli, o al massimo in due. L’unità mi pare un miraggio, ma non posso che ammirare chi vi crede e la persegue mettendosi in gioco integralmente, come fanno i monaci auspicati da Anselmo Giabbani.

(2-fine)

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  1. Anselmo Giabbani, Colloquio monastico, Edizioni Dehoniane Bologna 1983.

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Perché debbono esistere i monasteri? (Anselmo Giabbani, «Colloquio monastico», pt. 1/2)

ColloquioMonasticoIncuriosito dalla lettura del suo libro su «vita e spiritualità nel monachismo camaldolese primitivo» (L’eremo), ho cercato di leggere qualcos’altro della non estesa bibliografia del p. camaldolese Anselmo Giabbani. Così, ho recuperato Colloquio monastico1, pubblicato nel 1983, quasi quarant’anni dopo L’eremo. Il «colloquio» che compare nel titolo fa riferimento all’intenzione dell’autore di fare il punto sulle «questioni riguardanti la vita monastica» procedendo, almeno in un primo momento, seguendo il metodo delle domande e risposte, «al fine di ricavare il più possibile di chiarezza».

Senza dimenticare che nel frattempo sono passati altri quarant’anni, la lettura del piccolo volume è di grande interesse, e, pur nella concisione, o proprio grazie a essa, le «risposte» del p. Giabbani forse attingono a una dimensione diciamo così sovratemporale. Chi sono i monaci? Che cosa è proprio del monachesimo? E del monachesimo cristiano? Quali sono i cosiddetti valori monastici? Ma esiste una formazione monastica? Il dialogo è serrato, le risposte sono brevi e precise, ma palesemente non dogmatiche, piuttosto frutto del connubio di meditazione ed esperienza che è una delle «specialità» del monachesimo di tutti i tempi (nemmeno gli scienziati, mi pare, hanno riflettuto sulla propria «professione» mentre la esercitavano quanto i monaci; forse gli psicoanalisti, ma con molti meno… secoli di tradizione). Una prima fase del dialogo si conclude con questa domanda e con la relativa risposta: «Perché debbono esistere i monasteri? Non è che debbono esistere a priori; ma esistono perché all’interno della coscienza di alcuni credenti sboccia e s’impone un movimento interiore che richiede di essere sviluppato in un ambiente composto da altri fratelli, presi dallo stesso desiderio. Se questo desiderio non c’è, è giusto che gli ambienti servano ad altri scopi».

Il discorso non si limita, tuttavia, agli aspetti più generali, ma si addentra anche per così dire nell’attualità, e d’altra parte, se si considera l’attività del p. Giabbani tra le persone e le questioni del suo tempo, non poteva essere diversamente. E dunque, quali sono le «esigenze dell’uomo d’oggi» cui il monachesimo può rispondere direttamente o per le quali rappresentare indirettamente una via? Anzitutto il bisogno di unità della persona: l’esperienza di lacerazione, o anche soltanto, divisione interiore tra tentazioni, interessi, «divinità» terrene «è alla base del cammino monastico». In secondo luogo il bisogno di libertà, che dalle circostanze e dai modi della «civiltà moderna» è tanto proclamato quanto in realtà soffocato. L’aspirazione all’amore universale, come si può concretamente attuare «in persone libere che possono mediare senza interessi di alcun genere; in comunità accoglienti, capaci di trasformare la loro presenza in testimonianza evangelica». Infine, un po’ a sorpresa, nientemeno che l’amore di sé, inteso come crescita umana e cristiana: «Gli ostacoli che potrebbero venire contro una simile crescita, umile e disciplinata, non possono essere di origine evangelica», quindi non possono essere monastici.

La mia ammirazione di miscredente va, tra le altre cose, alla precisione delle formule, ad esempio a quell’inciso «umile e disciplinata». L’umiltà, infatti, aggiunge poco oltre il p. Giabbani, «è la verità ontologica, che porta a riconoscersi per quello che si è, e non per quello che pretendiamo di essere», è la verità morale, quindi di comportamento, ed è anche «la verità logica, che ci richiama all’oggettività dei fatti e del pensiero, a esprimere con sincerità quel che si pensa, evitando intrighi e doppiezza». Non oso, non sono in grado, di parlare di verità, ma come negare la sensazione di pulizia che provo davanti a queste parole (che soltanto parole, nel caso specifico, non sono)? Certo, il monachesimo è «verace ricerca di Dio»2, ma ignorerò per questo la bellezza del metodo?

(1-segue)

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  1. Anselmo Giabbani, Colloquio monastico, Edizioni Dehoniane Bologna 1983.
  2. «Cosa si può rispondere a un giovane che vuol farsi monaco? […] Si dichiari apertamente che l’impegno supremo del monaco è la verace ricerca di Dio non sulle vie del sentimento e neppure sulle vie della dialettica, anche se è bene e proficuo conoscere, ma sulle vie che Dio stesso ha percorso per venire verso l’uomo, per cercarlo, per farsi capire dall’uomo, fino a farsi uomo lui stesso.»

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