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«Fossero pure un po’ matti»

FolliaD'Amore «Facea alcuna fiata cose che apo lo mondo pareano de maxima stultitia, ma apo Dio erano de maxima sapientia»: in queste parole tratte da una Vita di Iacopone da Todi si può riassumere il soggetto della bella antologia di testi antichi dedicati ai «folli per Cristo» approntata con la consueta serietà e precisione da Lisa Cremaschi1. Una vocazione «singolare, eccezionale», che con un filo sottile unisce uomini e donne che dal IV al XVIII secolo, e probabilmente anche a oggi, hanno nascosto la loro aspirazione alla santità dietro la simulazione della follia, perseguendo in questo modo estremo l’altrettanto estremo desiderio di essere in tutto, per quanto possibile, simili a Gesù (che «è, in certo senso, il primo folle»), non soltanto nei comportamenti ma financo nei sentimenti – giusta l’indicazione impossibile di san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2, 5): «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù».

Il volume, circoscritto alla chiesa orientale e a quella occidentale (non prende cioè in considerazione il mondo slavo, dove la figura del folle per Cristo ha avuto una notevole diffusione), presenta ampi brani tratti dalle biografie antiche di una serie di personaggi, sconosciuti ai più o noti a tutti: Giovanni il Calibita e Simeone il Folle, Nicola di Trani e Massimo il Bruciacapanne, Francesco d’Assisi e Iacopone da Todi, Giovanni Colombini e Benedetto Labre, solo per fare qualche nome.

Uomini, e qualche donna, che nelle forme più diverse hanno fatto del comportamento eccentrico e «anticonvenzionale», dimostrando talvolta una notevole creatività, la chiave per fare penitenza, annunciare il messaggio evangelico (con i gesti invece che con le parole), redimere i peccatori, risvegliare le coscienze, denunciare appunto le convenzioni, smascherare l’ipocrisia, e così via. Tutto questo per così dire dal basso, da una posizione di radicale umiltà ed esclusione, a costo quindi di pagare in prima persona, proprio nel corpo, oltre che nello spirito, tale scelta. E anche a rischio di scivolare nella follia «vera», ad esempio per eccesso di ascetismo.

Derisi, sbeffeggiati, vilipesi, insozzati, maltrattati, picchiati, espulsi dal consesso o rinchiusi («in verità la maggior parte delle cure che sogliono essere impiegate per questo genere di malati consiste in questo: vengono domati con colpi, catene e reclusione, perché depongano la loro ferocia e, ammaestrati dai maltrattamenti, rientrino in se stessi», dalla Vita di Giovanni di Dio): in una parola reietti, ma del tutto indifferenti al giudizio altrui, subiscono le reazioni dei cosiddetti sani, fino alla rivelazione conclusiva, in punto di morte o subito dopo, volontaria o involontaria, quando la comunità capisce chi in realtà si celava nella figura del «matto del paese» («il giusto, ritenuto matto»).

Un monaco senza nome rispondeva a qualsiasi domanda scoppiando a ridere; la monaca Isidora (che abbiamo già incontrato) «si era legata uno straccio sulla testa», per essere la «spugna del monastero» e svolgere i servizi più umili; Simeone il Folle, «il folle in Cristo più famoso dell’antichità», quasi il modello, che entrava in chiesa, saliva sull’ambone «e da lì bersagliava le donne con le noci» e poi scendeva a frustare le colonne o «prendeva una filza di salsicce e se la metteva addosso come fosse una stola»; Nicola di Trani, che gridava in continuazione «Kyrie eleison!»; Massimo il Bruciacapanne che appunto «era solito bruciare la sua capanna ogni volta che il numero dei visitatori cresceva turbando la sua solitudine»; Saba il Giovane che si voltolava nel fango e nella sozzura; Iacopone da Todi che si presentò alla festa di nozze del fratello «tutto unto di miele e coperto di piume attaccate a ditto miele»…

Il lettore odierno si incuriosisce e talvolta sorride, anche di gusto, a leggere le imprese di questi «bizzarroni», ma si rende anche conto di essere entrato in un territorio che suggerisce la massima cautela, in particolare oggi, dopo che l’emarginazione se non la repressione del disagio psichico parrebbero archiviate. Anche la curatrice si pone, ovviamente, la questione: «Il lettore odierno», osserva, «forse si chiederà se non erano matti per davvero. Ma com’è noto, il confine tra follia e sanità mentale è spesso assai labile; la follia è un concetto statistico: è considerato folle chi fa dei gesti che nel suo contesto non sono compiuti ordinariamente da altri, e comunque va sempre contestualizzato. In quel mondo, in quegli ambienti, in quel tempo storico, gesti che noi giudichiamo insani erano socialmente accettati e rientravano semmai nel prodigioso.»

«E poi», questa la sua conclusione, «fossero pure un po’ matti, hanno comunque tentato di vivere la loro follia a servizio del vangelo. Il che non è poco.»

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  1. Follia d’amore. I folli in Cristo d’oriente e d’occidente, introduzione, traduzione e note a cura di L. Cremaschi, Edizione Qiqajon, Comunità di Bose, 2020.

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Questo (Augustine Roberts, pt. 3)

ConfiguratiACristo (la prima parte è qui, la seconda qui)

La scelta del titolo, Configurati a Cristo (Hacia Cristo, nell’originale), per una «guida alla professione monastica» viene esplicitata da Augustine Roberts sin dalle prime righe del libro con assoluta precisione1: «L’entrata del candidato nel monastero è in sé stessa, senza la necessità di ulteriori spiegazioni, un pubblico impegno a seguire Cristo. Non c’è realmente nessun’altra ragione valida per abbracciare lo stile di vita della comunità». Il potere di attrazione e di trasformazione delle parole di Gesù (la «pacifica potenza», la chiama p. Roberts) agirono, hanno agito e continuano ad agire su alcuni individui con una forza che richiede l’esclusività, e «spesso è difficile localizzare un motivo oggettivo di quest’attrazione, se non un profondo bisogno interiore che sembra venire dallo Spirito e che sta spingendo la persona su questa via».

Questo fatto originario, secondo p. Roberts, ha tutt’oggi diverse conseguenze, cinque per l’esattezza: 1) la vita religiosa è un «elemento irrinunciabile» della Chiesa; 2) l’impegno che si prende va al di là dell’osservanza di uno o più voti; 3) la professione monastica fa riferimento a specifiche caratteristiche della vita di Gesù, che non sono estese a tutti i cristiani; 4) è una scelta di comunità, che trova espressione nella promessa di stabilità nel monastero («Esisteranno sì degli eremiti, ma saranno sempre un’eccezione»); 5) la vita monastica non esclude, anzi comprende la dimensione della missione.

Tali aspetti, insieme ad altri, si concentrano nella «professione», nel suo atto che, nella disamina che ne fa p. Roberts, mi ha fatto pensare a una specie di big bang della vita monastica: la materia è tutta lì, incredibilmente densa; poi, nel tempo, si espanderà, in galassie di comportamenti e correnti spirituali (buchi neri compresi). Professione i cui impegni non sono imposti da leggi esteriori, che non sono negoziabili come i termini di un contratto (per quanto vi sia in essa un aspetto giuridico «che sarà sempre necessario per comunità umane e fragili») e che richiedono preparazione e attenzione – come tutte le «professioni secolari», osserva p. Roberts, citando come già nelle prime stesure del testo, «camionisti, dottori o ingegneri». L’accettazione di questi impegni è libera (e al tempo stesso, verrebbe da dire, non lo è, poiché la «chiamata», in fondo, viene spesso descritta come non ignorabile) e ha la sua radice nel dono di sé e nell’amore: «Il monaco è un amante, non segretamente e non solo interiormente e spiritualmente, ma anche esteriormente e pubblicamente. Le promesse monastiche includono entrambi gli aspetti di questa vita d’amore».

Le promesse, come oggi tradizionalmente vengono pronunciate: stabilità, fedeltà alla vita monastica, obbedienza. Concetti assai concreti, dice p. Roberts: vivrò qui, seguirò la regola, obbedirò ai superiori; cioè: cambierò vita, come coloro che lasciarono tutto per seguire Gesù vivente, e continuerò a farlo. In sintesi la conversatio morum di cui parla Benedetto, «asse centrale della professione monastica… che abbraccia le virtù fondamentali in cui la sequela di Gesù è espressa nel monastero».

Non posso nascondere, soprattutto a me stesso, la considerazione che provo verso un atteggiamento che, al di là di Cristo (per quanto al di là di Cristo si possa andare), di fronte all’apparente esplosione delle possibilità di scelta si oppone alla mutevolezza, alla variabilità, al tempo: una scelta definitiva che oggi assume quasi delle sfumature tragiche, anche in virtù di quella dimensione di «una volta per tutte» che la caratterizza: «Dio ha scelto per me, e io accetto, questo monastero, con questa forma di vita, questa comunità, questi superiori, questo clima» (i corsivi sono dell’autore).

Questo, e non tutto il resto.

(3 – continua)

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  1. Augustine Roberts, Configurati a Cristo. Una guida alla professione monastica, Nerbini, «Quaderni di Valserena», 2018.

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La compagnia dei giusti (Gregorio di Tours agiografo)

PaterikonDelleGallie Sono disponibili in traduzione italiana le Vite dei Padri di Gregorio di Tours1 (attivo nella seconda metà del VI secolo e assai noto soprattutto per la sua Storia dei Franchi), anzi, come precisa l’autore stesso citando Plinio, «“gli antichi parlano delle vite di ciascuno di noi, ma i grammatici non credono che il termine vita abbia un plurale”. Quindi è chiaro che è meglio parlare di vita dei Padri, che non di vite dei Padri, poiché, anche se vi è diversità di meriti e di virtù, tuttavia una sola Vita li mantiene in questo mondo».

Mi fa sempre bene ripassare le formule e gli stereotipi della letteratura agiografica (in questo caso altomedievale): febbri spente; ciechi che recuperano la vista grazie alla santa saliva; zoppi, sordi, muti e contratti: tutti guariti; cadaveri incorrotti; un sacco di pustole e di morsi curati; dita in bocca per «estrarre» Satana dagli indemoniati (per farli, cioè, vomitare il male); tombe che esalano profumo e che spandono miracoli, tra i quali quello di rallegrare i tristi; criminali ravveduti; re rabboniti; reliquie contese; brandelli miracolosi di abiti (e anche zolle della terra di sepoltura); lampade che non si spengono tutta la notte; otri che non si svuotano; reti che si riempiono di pesci; incendi che distruggono tutto tranne la santa reliquia…

Qui, poi, trova ampio spazio il motivo dell’abbandono del consesso umano a favore della montagna, della foresta, del «deserto»: fratelli che si spostarono nei luoghi remoti del deserto del Giura; piccoli monasteri che sorgono una volta abbattuta e spianata la foresta; un monaco che, entrato nella profonda solitudine della selva… vi costruì una cella; il monaco che, dimenticando la sua patria e i suoi genitori, andò in cerca del deserto; i santi che si ritirarono nelle lande più incolte; il recluso che, preso un piccone, scavò la pietra della cella in cui si trovava per ingrandirla

Si possono trovare anche piccoli episodi che esulano dal canone e che hanno un forte sapore di realtà: i monaci che ci restarono molto male quando il loro abate li obbligò a mangiare un semplice minestrone [pultis]; i barbari, pagani, della regione che «lì adoravano i propri idoli come dèi e deponevano delle immagini di membra umane scolpite nel legno, quando una parte del corpo era colpita da malattia». Talvolta l’agiografo, per così dire, non sa dove sbattere la testa e riporta «miracoli» appena passabili: il santo che guarisce la mano della ragazza che si era ferita acconciandosi i capelli, «credo che si ferì perché si stava pettinando in un giorno santo»; il recluso che scaccia uno sciame di vespe col segno della croce; il futuro vescovo nato già con la chierica e che anni dopo cerca di togliersi un fastidio dietro al collo, senza riuscirvi: «Voltando il capo a destra e a sinistra, annusò un dolce odore e capì che questo fardello era quello della dignità episcopale»; il vescovo Niceto che «un giorno, mentre era in viaggio, scese da cavallo per fare i suoi bisogni e andò in una fitta boscaglia [descendens ab equo, inter vepres condensas ventris purgandi gratia est ingressus]» dove un terribile serpente quasi lo divora, prima di essere messo in fuga dal segno della croce…

Anche i nomi, mia inossidabile passione, sono spesso memorabili: Illidio, taumaturgo di Clermont; il vescovo Apruncolo, il duca Hilpingo e il funzionario Lytigio; Friardo e Clappano, reclusi abitatori delle foreste; la tentatrice Leubella; il monastero di Mascarpion; l’abate Leobazio; persino gli indemoniati, eccezionalmente, hanno un nome: «Lupo, Teodulfo, Rucco, Scopilia, Nectariola e Tachilde furono purificati presso la tomba del santo»…

Nella rassegna di Gregorio c’è posto per una sola donna dalla parte dei «buoni», Monegunda, santa e taumaturga («L’Onnipotente] ci dà come modelli non solo uomini robusti, ma anche il sesso debole [inferiorem sexum], che lotta non debolmente ma con vigore virile»). Originaria di Chartres, Monegunda si sposa, «secondo il desiderio dei suoi genitori», e dà alla luce due figlie, che però le «furono portate via da una leggera febbre». Allora, passato il lutto, si «fece fare una cella con una sola finestrella» dove occuparsi soltanto di Dio. Ma la sua fama si diffonde, e cominciano i miracoli. Per non cadere nella vanagloria Monegunda se ne va a Tours; il marito, sensibile alla fama della «santa», la insegue e la riporta a casa; lei scappa di nuovo e torna a Tours; il marito si rassegna; lei raduna alcune donne e fonda un piccolo monastero. E ricominciano i miracoli, soprattutto le guarigioni, che si moltiplicano innumerevoli sulla sua tomba: «Che dire di tanti altri che sono stati guariti dalla febbre solo per aver baciato con fede il drappo che ricopre il sepolcro della santa? Che dire degli indemoniati che, portati nella sua cella, appena varcata la soglia già avevano recuperata la ragione?»

Che dire? «Non abbiamo visto tutte le cose di cui abbiamo scritto», precisa Gregorio, «ma alcune ci sono state confermate da certi racconti, alcune dalla testimonianza di autori approvati e altre le abbiamo viste con i nostri occhi», e che questi santi siano stati ammessi nella compagnia dei giusti «credo che nessuno dei fedeli possa dubitarne».

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  1. Gregorio di Tours, Paterikon delle Gallie. Tra foreste e monasteri nella Francia dei primi secoli, a cura di A.M. Osenga [che nell’introduzione non rinuncia, ancora, a una frecciata contro la Francia «dei Lumi»], Monasterium 2024.

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«E allora io dove sarei?» (Who’s Who, XV; Augustine Roberts pt. 2)

Si diceva di Augustine Roberts, che così esordisce nella sua autobiografia1, in forma di lettere indirizzate al confratello Edward, dell’abbazia di Saint Joseph a Spencer, in Massachussetts: «La mia non è la storia di un tipico monaco trappista», a conferma di quanto appena espresso dalla presentazione del volume, e cioè che la sua vita di «monaco globale» rappresenta il «paradosso di un monaco che, radicato nel voto al suo monastero, diventa tuttavia un giramondo proprio in virtù di una totale obbedienza», e incarna «in modo del tutto inatteso la definizione di monaco preferita da Thomas Merton: un individuo che appartiene a chiunque e a qualsiasi luogo proprio perché non appartiene, nel senso comune del termine, a nessun posto o a nessuno in particolare».

Bruce (poi John, infine Augustine) Roberts nasce a Nanjing nel 1932, da William e Dorothy, due missionari della Protestant Episcopal Church, il ramo americano dell’Anglican Communion of Churches, che si erano conosciuti a Shanghai nel 1913, si erano osservati, fidanzati, sposati e quindi stabiliti a Nanjing, dove lui avrebbe svolto l’incarico di pastore per quindici anni, prima di diventare vescovo, nel 1936, della diocesi episcopale di Jiangsu (comprensiva di Shanghai e Nanjing). Quando il piccolo Bruce torna per la prima volta negli Stati Uniti si lamenta perché Lao nai-nai bu shuo zhong guo hua!, «la nonna non parla cinese!»

Gli anni della seconda guerra mondiale li passa nei pressi di Boston, con la madre (i quattro fratelli – Edith, Helen, Bill e John – sono già «rientrati» negli Stati Uniti, dove completeranno i loro studi), mentre il padre, rimasto in Cina, è internato in un campo di prigionia giapponese. I tre si riuniscono a Shanghai nel 1946. La prima «avvisaglia trappista» è il passaggio al cattolicesimo del fratello maggiore Bill, che nel 1947 si fa monaco. Il padre è spesso in viaggio e madre e figlio nel 1948 si spostano a Bejing. È in questo torno di tempo che Bruce Roberts ha i primi contatti con il mondo monastico (i resti di una comunità trappista, un monastero buddista): «Se ci ripenso, molti anni dopo, è chiaro che Dio aveva piantato nel mio cuore un seme monastico già nella prima adolescenza, un seme che si è espresso per la prima volta facendomi sentire a casa con queste persone speciali che mi è capitato di incontrare in quel periodo». L’imminenza dell’ascesa al potere dei comunisti è la causa del ritorno negli Stati Uniti di Bruce, insieme a molti altri connazionali. Quando lo accompagna alla nave, la madre, che ha deciso di restare in Cina a fianco del marito, gli consegna un piccolo libro, «magari gli dai un’occhiata, parla della Chiesa cattolica, che è veramente meravigliosa».

Il sedicenne non è sorpreso, in famiglia si è sempre parlato apertamente della fede, leggendo e commentando i Vangeli e, ripensandoci, il vecchio monaco ringrazia Dio «di essere nato in una famiglia protestante, perché se i miei genitori fossero stati cattolici, mio padre probabilmente sarebbe stato un prete, e mia madre quasi sicuramente sarebbe stata una suora, e allora io dove sarei?»

Ripresi gli studi alla Mount Hermon School e poi a Yale, la sua strada, per così dire, si chiarisce a poco a poco in una specie di esaltante scivolata, fino al battesimo e al passaggio al cattolicesimo nel giugno del 1951, e al suo ingresso nell’abbazia di Spencer due anni dopo come novizio di coro, ricordato con una di quelle tipiche osservazioni che forse solo un monaco «americano» potrebbe fare: «La mia luna di miele è durata circa dieci giorni, il tempo che mi ci è voluto per diventare davvero consapevole, a livello viscerale, che quella scelta sarebbe stata per sempre, che ci si aspettava che sarei rimasto lì per il resto della mia vita. […] Niente più viaggi, niente più surf sulle onde dell’oceano, tennis, golf, pianificazione della mia giornata, incontri con le persone che conoscevo, la famiglia o i miei amici, in altre parole, fare quello che volevo. D’ora in poi la mia vita sarebbe stata solo quel gruppo di edifici, persone e attività di routine, punto!»

Be’, non è andata affatto così, perlomeno per i viaggi e gli incontri. Se, un passo dopo l’altro, il giovane trappista (professo nel 1958) ha imparato a conoscere e ad amare, in tutta la sua profondità, la realtà del monastero – quella che con bella espressione lui chiama «la terra della piena fiducia» (the land of total trust) –, allo stesso tempo è cominciato un viaggio quasi infinito, che dapprima l’ha portato al monastero di Azul (1962), in Argentina, di cui è stato uno dei fondatori e successivamente priore, e poi di nuovo a Spencer (1983), come abate, a Scourmont (luglio 1996), e poi a Roma (settembre 1996), come segretario dell’abate generale Bernardo Olivera (che era stato suo novizio ad Azul) e procuratore dell’Ordine, e quindi in giro per il mondo impegnato in visite, conferenze e riunioni (grazie anche alla sua estesa conoscenza delle lingue e perché «il centro dell’Ordine Trappista – come della Chiesa cattolica nel suo insieme – non è più l’Europa, tanto meno l’America, o qualsiasi singolo paese o continente; l’Ordine è sempre più multicentrico, o decentralizzato, ma questo rende ancora più importante che ci sia qualche punto di riferimento, di aiuto e di sostegno concreto e unificante al servizio di tale rete mondiale di comunione»), e ancora di nuovo ad Azul (2002), eletto di nuovo abate dai suoi vecchi confratelli e infine maestro dei novizi, in un cerchio che si chiude nel 2008, a 75 anni.

A questa grande «avventura pratica» si è accompagnata, come si può immaginare, una altrettanto estesa «avventura spirituale», di cui l’autobiografia di p. Roberts dà ampiamente conto e che d’altra parte si è riversata nella sua opera fondamentale, quel Configurati a Cristo. Una guida alla professione monastica, cominciata a scrivere negli anni del Concilio Vaticano II, sulla scorta dei testi di Columba Marmion e Thomas Merton: «Dapprima pensavo di tradurre alcuni brani del libretto di Merton [sui voti monastici] poiché non c’era nulla che trattasse specificamente della professione monastica», ma le indicazioni del Concilio lo dissuasero. «Così ho iniziato quello che fino ad oggi è stato il mio unico libro, Hacia Cristo, il cui titolo inglese è Centered on Christ. Ha subito diverse revisioni in questi ultimi quarant’anni anni, tutte per migliorare la comunicazione di cosa significa dare la propria vita a Cristo come monaco o monaca nel nostro mondo in rapido cambiamento.»

(2 – continua)

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  1. Augustine Roberts, Finding the Treasure: Letters from a Global Monk, Cistercian Publications 2011.

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Taccio (dal Diario di una novizia, di Emanuela Ghini)

Una pagina del Diario di una novizia, testé pubblicato dalla carmelitana Emanuela Ghini1, grande conoscitrice della Parola (non solo di quella con la «p» maiuscola), mi spinge a tornare su uno degli aspetti non risolti – irrisolvibili? – della mia comprensione della vocazione monastica. Più che di «aspetto non risolto», si tratta forse di una convinzione, se non di un pregiudizio, che faccio fatica ad abbandonare.

Il diario, che si propone datato tra la fine degli anni ’50 e il 1960, registra «un cammino spirituale verosimilmente analogo a quello di ogni giovane che accolga la chiamata di Cristo in contesti oggi molto diversi ma non interiormente dissimili da quelli di questa novizia», intervallato da incontri con sacerdoti, confratelli e conoscenti. Uno di questi, Carlo, laico o ecclesiastico non si sa, che «non comprende la vita monastica ma è una persona di grande onestà intellettuale», e che a differenza di altri compare significativamente una sola volta, contesta alla novizia la sua scelta: «Egli crede che ci dimentichiamo del mondo, delle sofferenze reali degli uomini, nelle quali bisogna calarsi per guarirle. Vede nel monachesimo una condizione di privilegio lontana dalla vita». La novizia evita la polemica («ognuno ha la sua porzione di verità»), ma in sostanza evita anche la risposta, o quanto meno non la riporta, e si dice dispiaciuta per l’incomprensione «di modalità della vita cristiana che sono evangeliche, se realmente vissute»: la preghiera, l’apostolato «nascosto», l’obbedienza, la povertà che rende «solidali con i minimi della terra».

Carlo non è convinto – «invano parlo a Carlo di noi come comunità di persone diverse, dissimili ma unite nel fondo dalla stessa passione» – e «ripete che facciamo tutto solo per noi, che ignoriamo la vita reale». Il colloquio, non privo di reciproco affetto, s’interrompe, la novizia vorrebbe discutere su cosa sia la «realtà», ma «desiste». E sull’argomento non tornerà praticamente più.

Non si tratta certo, per quanto mi riguarda, di «questionare» una scelta di vita (ovvero, da che pulpito…), né l’autenticità di quel sentimento di solidarietà con tutti i viventi nutrito e vissuto nella separazione, bensì di nominare la mia perplessità. Quante volte ho letto negli scritti di monaci e monache, contemporanei e no, il riferimento ai quaranta giorni di solitudine di Gesù nel deserto, o alla circostanza che spesso si ritirava «da solo a pregare», ma non posso non osservare che Gesù è sempre tornato indietro da quelle solitudini, da quelle scelte temporanee, se così posso chiamarle.

Ecco la mia convinzione, o il mio pregiudizio inveterato: non c’è, per taluni (non siamo appunto tutti uguali), anche una forma di sollievo nel rinunciare al contatto quotidiano e ininterrotto con «gli altri»? Una forma, lo ammetto, per me assai comprensibile. Sì, certo, la comunità monastica è pur sempre una incarnazione degli «altri», ma non è forse una declinazione più «accessibile», più «digeribile», e soprattutto unita dall’intento comune?

La pagina che registra l’incontro con Carlo si conclude con una citazione e tre puntini di sospensione che vanno a onore della novizia: «Mi torna alla mente un’espressione di Giovanni Crisostomo a proposito delle vergini stolte del Vangelo (Mt 25, 1-13): Così erano quelle vergini: caste, decorose, modeste ma utili a nessuno… Mi considero una di queste e taccio…»

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  1. Emanuela Ghini, Diario di una novizia, San Paolo 2024.

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Inemarginabile (Augustine Roberts pt. 1)

LibroDellaTrappa Come nella migliore tradizione la vicenda è cominciata con un libro adocchiato su una bancarella. Figuriamoci: Il libro della trappa, di un tale Agustín Roberts1, comprato all’istante, anche con lo stupore che esistesse un libro con un titolo del genere – che infatti si rivelerà essere un «titolo editoriale» di un originale ben diverso, Hacia Cristo. Apertolo all’impiedi davanti alla bancarella medesima, si è presentato con un’avvertenza dal tono e soprattutto dal contenuto assai singolari, che hanno acceso immediatamente il mio interesse. Nella «Nota di edizione» a pagina 9 ho letto infatti che le suore trappiste di Vitorchiano avevano contattato l’editore circa la possibilità di pubblicare in italiano il libretto, assai utile per le postulanti, che loro lo «avrebbero anche semplicemente ciclostilato in un numero limitato di copie»; l’editore aveva letto e valutato, e scoperto che il testo «forse più di ogni altro poteva far conoscere in cosa consiste lo svolgersi quotidiano della vita contemplativa».

E qui la nota prendeva una piega inattesa. L’editore infatti riteneva che il testo potesse essere di grande utilità a «tutti coloro che con onestà vogliono fare un passo nella comprensione di un avvenimento che questa società vorrebbe emarginare, ma che di fatto è inemarginabile. L’inemarginabile dall’ideologia di questo mondo è in fondo il contenuto di questo libro». Perbacco! Anche se penso che oggi, passati altri cinquant’anni da quelle parole, «questo mondo» (ammesso che esista una concreta entità corrispondente a tale concetto) in realtà non voglia «emarginare» il monachesimo, ma sia in sostanza indifferente al suo destino (a patto che si possano visitare i monasteri e i relativi gift shop abbiano un orario decente), l’affermazione non poteva non colpirmi.

La prefazione dell’autore, che seguiva la nota dell’editore, affermava che si trattava di «uno studio sul significato dei voti monastici, precisamente come espressione della dinamica benedettino-cistercense. Poiché questa dinamica contemplativa è nel cuore di ogni uomo, speriamo che esse siano di profitto generale». La prefazione era datata «Azul, 1970», cioè, come ho appreso in seguito, dal monastero trappista di Nuestra Señora de Los Ángeles di Azul, a circa 300 chilometri a sud di Buenos Aires, del quale p. Roberts era stato abate dal 2000 al 2008, dopo essere stato per quattro anni procuratore generale dei cistercensi della stretta osservanza presso la Santa Sede.

Insomma, Agustín Roberts, nato Bruce nel 1932, quindi John nel 1953, novizio presso l’abbazia di Spencer, nel Massachussetts, e infine Augustine (poiché c’era un altro John nel monastero) monaco professo nel 1958 «è stato una delle figure più significative e influenti del monachesimo cistercense della seconda metà del XX secolo, quasi sconosciuto al di fuori del suo Ordine». E qualche mese dopo avevo in mano Configurati a Cristo, il corposo volume di 450 pagine2 che rappresenta il punto di arrivo di numerose edizioni e revisioni di quel primo testo, nato in forma di appunti nel 1967, e la cui lettura è stata di estremo interesse e utilità per cogliere dall’interno gli aspetti più importanti di quella che ancora e sempre pare una scelta di difficile comprensione.

Ma a questo punto è lecito domandarsi: Augustine Roberts, chi era costui?

(1-segue)

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  1. Agustín Roberts, Il libro della trappa. Orientamenti pratico-dottrinali sulla professione monastica, traduzione di F. Mazzariol, Jaca Book 1976.
  2. Augustine Roberts, Configurati a Cristo. Una guida alla professione monastica, Nerbini, «Quaderni di Valserena», 2018.

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Sì, d’accordo, i classici…

MedioevoMonastico Sì, d’accordo, i classici, però «in verità, quando si siano letti e riletti con grandissima passione e fatica, null’altro lasciano ai lettori se non vacua sonorità e rumor di parole» (Girolamo); diamogli comunque una letta, perché «se hanno detto per caso qualcosa di vero e conforme alla nostra fede… lo si deve rivendicare per il nostro uso» (Agostino). E se qualcuno «non saprà leggere, alle ore prima, terza e sesta andrà da chi lo può istruire… e, anche se non vuole, sarà costretto a leggere» (Pacomio) almeno qualcuno dei libri «che vi ho lasciato in unico armadio» (Cassiodoro). Occhio che «se qualcuno ordisca o tenti di sottrarre… anche uno solo di questi libri sopra elencati, non abbia parte nella resurrezione dei giusti, ma abbia parte con quelli che, posti alla sinistra, saranno dannati al fuoco eterno» (cod. Casin. 57).

Per i libri prego rivolgersi all’«armarius, che è anche maestro della scuola e bibliotecario, rivestito di un’aura da filosofo, si occupa con cura diligente della biblioteca… Non sia dunque né titubante né timido, ma molto fermo e mai dimentico della carità» (Consuetudines Floriacenses); sta a lui preoccuparsi della bontà dei testi perché «sappiamo tutti benissimo che, per quanto pericolosi possano essere gli errori di parole, molto più pericolosi sono gli errori di senso» (Karolis epistola de litteris colendis): io, per il lavoro di revisione, mi sono rivolto a Paolo Diacono, «nostro fedele e amico, invitandolo a percorrere con la massima attenzione gli scritti dei Padri, come per raccogliere dagli immensi prati delle loro opere fiorellini scelti e comporre come una ghirlanda tutto quanto vi trovasse di utile» (Karolis epistola generalis de emendatione librorum). Ci sarebbe anche Beda, che però viaggia molto ed è sempre preso a «imparare, insegnare, o scrivere» ed è fissato col computo.

Testi corretti, mi raccomando, perché la grammatica è importante. Diffidate di quelli che «affermano che, poiché Dio non si discute, né si menziona nell’arte della grammatica, dove risuonano solo nomi ed esempi dei pagani… può a ragione essere da loro respinta e ignorata. Evidentemente non sanno che insegnare una disciplina tecnica è una questione ben diversa dal parlare di Dio» (Smaragdo) e «senza colpa, anzi in modo lodevole, apprende quest’arte chi… desidera possedere la scienza del parlare correttamente e l’abilità dello scrivere». Anche perché, spesso, nelle Sacre Scritture «il senso, se inteso secondo il significato letterale delle parole, risulta assurdo» (Rabano Mauro); quindi leggiamo pure i poeti pagani per imparare la grammatica, mentre «i discorsi superflui sugli idoli, sull’amore, sulla cura delle cose mondane, li dobbiamo sradicare, radere a zero e tagliarli col ferro più tagliente, come si fa con le unghie» (Girolamo); «bisogna leggere le opere degli autori… chi si sarà abituato al loro stile, parlerà, senza neanche volerlo, in modo elegante» (Alcuino di York).

Ah, non dimentichiamo l’aritmetica, eh? «Se non assumerai come dato certo e inamovibile che il potere dei numeri risiede sia nel contenere in sé il principio di ogni cosa, sia nella loro facoltà generativa, non progredirai rapidamente verso la loro piena e perfetta comprensione» (Gerberto d’Aurillac); che poi noi «non si spese di meno nell’insegnamento della geometria, per la cui introduzione si fece costruire un abaco» (Richerio di Reims): si sa, d’altra parte, che «l’utilità di questa disciplina è estremamente grande… perché è la più sottile per stimolare i poteri dello spirito e dell’intelletto, per affinare la capacità di osservazione e la più piacevole per indagare con il potere della ragione molte cose definite vere, che sembrano a molti strane e sorprendenti» (Gerberto). Io, se devo essere sincero, «sia nei momenti di studio personale, sia nel mio lavoro, insegno ciò che so e imparo ciò che non so» (Gerberto).

Per quanto riguarda la musica – che «tra tutte le discipline nessuna ha via più diretta per raggiungere l’anima di quella che coinvolge l’udito» (Boezio) – ricordarsi che «il cielo e la terra e tutte le cose che in essi si compiono, per divino beneplacito, non si danno senza disciplina musicale» (Cassiodoro) e rivolgersi a Ucbaldo di Saint-Amand («Chiunque desideri essere iniziato ai rudimenti della musica… dovrà porre particolare attenzione alla qualità delle note, ossia all’altezza di ciascuna di esse»), ma soprattutto a Guido d’Arezzo, che mi ha scritto che ha messo a punto un sistema «affinché d’ora in poi, per suo mezzo, chiunque dotato di intelligenza e dedito allo studio impari facilmente il canto»; dice che dopo l’abc non c’è nemmeno bisogno dell’insegnante, e ha aggiunto che «se c’è qualcuno che pensa che io menta su questo, venga, sperimenti e veda [venga, sperimenti e veda!] che da noi fanno proprio in tal modo i ragazzi» (Guido).

In ogni caso, suggerisco anche di tradurre, poiché «quanto più facilmente si comprende nella propria lingua, ciò che si comprenderebbe a stento o solo in minima parte in una lingua straniera» (Notkero). E se vi mancano dei libri, «poiché non posso sostenere i costi dell’allestimento, mandatemi molti fogli di pergamena e ricompense per gli scribi e riceverete delle copie» (Notkero).

Con viva cordialità.

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Un piccolo giochino per ribadire l’eccezionale qualità del libro di Lidia Buono, Medioevo monastico nello specchio dei libri, di cui ho già detto qualcosa e dal quale sono tratte tutte queste citazioni.

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Eghi (Schedine: Carotta; Buonaiuti)

AllaRicercaDellaBellezza Sandro Carotta, Alla ricerca della bellezza. Percorsi monastici, Nerbini 2023 («Orizzonti monastici»; 48). Il famoso e prolifico benedettino di Praglia ha raccolto in questo volumetto della rinata serie degli «Orizzonti monastici» scritti e contributi di varia dimensione e occasione, «indirizzati a tanti uomini e donne che, sempre più numerosi, cercano nei monasteri un punto di riferimento per la loro vita cristiana» – e non solo, verrebbe da dire. I titoli dei testi dicono già molto: La vita monastica come desiderio, Elogio dell’inutile, Deserto e solitudine, Formazione al silenzio, e così via. Non si cercheranno particolari approfondimenti in queste pagine, si troveranno bensì molti spunti, molti nomi (un po’ troppi, forse) e molte citazioni; e qualche interessante riflessione sull’accompagnamento spirituale: «L’eccessiva preoccupazione di sé non è indice di un cammino interiore ma può essere la manifestazione penosa e non riconosciuta del proprio narcisismo. Il direttore spirituale deve portare la persona guidata a specchiarsi in Cristo e non nel torbido dell’ego». Non sono d’accordo, ma questo non c’entra.

 

BuonaiutiFrancesco Ernesto Buonaiuti, Francesco d’Assisi, Bietti 1939. La libertà del dilettante consente di non rinunciare a leggere libri che pure non rientrano nel novero degli «studi più recenti» o delle «ricerche più accreditate». Come nel caso di questo piccolo testo che cent’anni fa il grande Ernesto Buonaiuti ha approntato su san Francesco, nell’ambito della collana «Profili» (dapprima Formiggini, poi Bietti), una serie di «graziosi volumetti… tutti opera di autori di singolare competenza», intesi a offrire «vivaci, sintetiche e suggestive rievocazioni di figure attraenti e significative». Proprio così. Tra le righe di questo ritratto – scritte in un italiano che da solo vale la lettura – ci s’imbatte poi in osservazioni che vanno oltre la figura dello joculator Domini, il «giullare di Dio», quasi simbolo incarnato della vena più autentica e rivoluzionario-contraddittoria del cristianesimo; e d’altra parte «la società nominalmente cristiana ha sempre vissuto, nel suo secolare sviluppo, di una paradossale legge di contradizioni vicendevolmente compensatrici» (il corsivo è mio). La «minoranza infinitesimale» di Francesco (concetto che riassume splendidamente molte cose: l’esiguità del nucleo originale e il bisogno di «minorità», nonché l’attenzione all’assolutamente piccolo) trova la sua strada nel mondo delle «transazioni ufficiali» in forza di una superiore necessità, tanto che quando papa Innocenzo III diede la sua «approvazione provvisoria» alla nuova forma di vita «non ebbe davvero coscienza di aver autorizzato il più superbo tentativo di rinnovamento della prima vita evangelica, che da tredici secoli la società cristiana si fosse permesso». Inquadrato nelle visioni di Gioacchino da Fiore, il Francesco di Buonaiuti è un uomo solo, ma straniero a nessuno, amato oltre misura da un piccolo gruppo di testimoni diretti per la sua «semplicità irriflessa», il suo «entusiasmo di primitivo», il suo essere allo stesso tempo, perfettamente e lietamente, dentro il mondo e fuori di esso, come nessun altro mai dopo Gesù. L’immagine, suggerita da Buoniauti, che mi porterò dietro è questa, relativa al ritiro in solitudine sul monte Subasio: «Si diede a ramingare, solitario, nella campagna, addestrandosi al misterioso linguaggio delle creature minuscole o imponenti, esili o maestose, fragile ed effimere o resistenti ed eterne che popolano la natura disabitata dagli uomini, e che noi, nella nostra egocentrica angustia mentale e nella nostra inguaribile pigrizia psichica, definiamo inanimate o inintelligenti solo perché ci siamo sequestrati dal loro consorzio e ci siamo serrati alla loro ineffabile e suggestiva parola».

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Il triplete ideale: monaci, Medioevo, libri

MedioevoMonastico Come potevo resistere davanti a un titolo del genere, che unisce tre centri di interesse sempre rinnovato: Medioevo monastico, nello specchio dei libri. Il corposo e ambizioso – a detta della stessa autrice – libro di Lidia Buono1 mira a «tracciare i percorsi attraverso cui l’ingente patrimonio culturale dell’antichità ha alimentato l’universo intellettuale del Medioevo», nella specifica declinazione monastica e ponendo al centro del discorso il libro «come medium della sacra scrittura e, in tal senso, spazio letterario e strumento d’elezione in cui si realizza l’incontro tra l’uomo e l’alterità divina». (E già qui, volendo, sarebbe bello poter decidere se anche oggi gli oggetti chiamati libri possono essere ancora luogo di incontro con una qualsivoglia alterità.)

I primi capitoli si concentrano sulla transizione tra cultura pagana e cultura cristiana, su come nelle prime esperienze cenobitiche occidentali (il Castellum Lucullanum di Eugippio e il Vivarium di Cassiodoro) viene organizzata concretamente questa transizione, per passare poi alla nascita dello scriptorium (e ai metodi di produzione dei libri, e della pergamena di cui sono fatti) e di una vera e propria biblioteca monastica (all’identificazione del luogo fisico e ai relativi sistemi di conservazione del patrimonio librario), all’impulso dato dalla riforma carolingia (ad esempio con la messa a punto di una nuova forma di scrittura corsiva, la carolina appunto) e alla creazione della schola. La seconda parte, assai ampia, è dedicata gli sviluppi della «produzione libraria» in rapporto alle singole arti del trivio e del quadrivio.

Date queste coordinate doverose, che garantiscono una lettura di un certo tipo, diremo da studiosi, va detto che il libro è pieno zeppo di cose interessanti, di informazioni tecniche, di personaggi, di citazioni (molto opportunamente tradotte), e anche di immagini molto istruttive. Grazie a una paziente ricognizione delle immagini che accompagnano i testi si può, ad esempio, imparare come si è passati dall’armarium, inteso come cassa o armadio dove vengono conservati i pochi codici disponibili, alla bibliotheca, intesa come «la piccola cella in cui vengono risposti i libri», come scrive Smaragdo di Saint-Mihiel parafrasando Isidoro per commentare Benedetto (non si tratta di name dropping, ma per ricordare che tutti si appoggiano a tutti); o dallo scriptorium come strumento di scrittura (lo stilo) allo scriptorium come luogo dove avviene la copiatura dei codici. Dice a tal proposito Alcuino di York, figura centrale del cosiddetto rinascimento carolingio: «Siedano qui coloro che scrivono le parole della sacra legge e quelle parimenti sacre dei santi Padri; e badino bene di non interporre a queste le loro frivole parole perché la loro mano, divenuta essa stessa frivola, non cada in errore. Cerchino invece con grande zelo di avere per sé libri corretti, e la loro penna veleggi sicura lungo una strada diritta. Distinguano bene il senso del discorso attraverso segmenti di significato e pongano i punti secondo l’ordine in cui devono essere posti, in modo che non legga cose false né si taccia all’improvviso dinanzi ai confratelli colui che legge in chiesa». Versi tratti da uno dei suoi carmi, a leggere tra le righe dei quali emerge una gran quantità di questioni, dalla stanchezza e dalla distrazione dei copisti che producono errori (per i quali si evoca persino la responsabilità di un vero e proprio diavolo dei refusi, Titivillus) alla necessità di procurarsi buoni esemplari, dall’importanza della punteggiatura alla lettura liturgica ad alta voce.

Già, la fatica di scrivere, come emerge dalle brevi note che ogni tanto saltano fuori dai colofoni o dagli explicit dei codici: «O felice lettore, lava le tue mani, poi prendi questo libro, sfoglialo con delicatezza, tieni le dita lontano dallo scritto. Poiché chi non conosce l’arte dello scrivere ritiene che non costi fatica alcuna. Quanto travaglio comporta invece: oscura gli occhi, spezza le reni e fiacca tutte le membra. Tre sole dita scrivono, ma tutto il corpo si affatica».

O ancora si imparano le sottili distinzioni tra armarium, inteso qui come persona, che diventa bibliothecarius, passando per il custos cartarum (che si preoccupa dei documenti) e il cantor (responsabile dei libri per la liturgia). I consuetudinari, cioè i testi che corredano la Regola di indicazioni più dettagliate e specifiche, si riempiono di precisazioni circa responsabilità e doveri di queste figure, che tendono a riassumersi in quella dell’armarium: il quale dovrà ad esempio annotare i titoli dei volumi, arieggiarli e badare che non siano aggrediti da umidità (humor parietum) o muffe, approntare adeguati scaffali in modo che siano ben collocati e accessibili (in quibus libri separatim ita collocari possint e distingui ab invicem), e che la compressione non li danneggi (ne vel nimia compressio ipsis libris noceat), verificare la punteggiatura, e così via.

Ogni pagina è ricca di esempi come questi e ne risulta un’immagine complessiva, ed esaltante, di un lavorio indefesso e di un continuo perfezionamento, anno dopo anno, codice dopo codice, riga dopo riga – un «lavoro di squadra» esteso nel tempo e nello spazio. E ogni tanto da questa schiera di anonimi emerge un nome, quello di un individuo che in un tal posto, in un tal momento ha fatto la tal cosa. Come nel caso del presbitero Emeterio, che alla fine di uno dei più bei manoscritti spagnoli del X secolo, il cosiddetto Beato di Tábara, ci ricorda più di mille anni dopo che «Io, Emeterio presbitero [Ego vere Emeterius presbiter] formato dal mio maestro, il presbitero Maius, quando vollero completare il libro per il loro Signore, fui chiamato al monastero di Tábara posto sotto la protezione di san Salvatore e quel libro che trovai solo iniziato, dall’inizio di maggio al 27 luglio, lo condussi in porto… E là sopra la prima cella [Emeterio] stette seduto per tre mesi, ricurvo sul suo lavoro e dove ne ebbe le membra squassate per l’uso del calamo. Il libro fu finito il 27 luglio, era 1008 (= 970), ore 8».

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  1. Lidia Buono, Medioevo monastico, nello specchio dei libri, Fondazione Centro italiano di studi sull’alto medioevo 2023.

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Pericolo: caduta stiliti («Al di sopra del mondo», di Laura Franco)

AlDiSopraDelMondo «Costoro, abbandonato il suolo terrestre, che tutti, senza eccezione, calpestiamo, in quanto dimora poco spirituale, e rifiutatisi di vivere sulla terra, si innalzarono, con tutto loro stessi, su colonne turrite o su pilastri elevati a un’altezza vertiginosa, vi piantarono il loro nido come uccelli amanti della quiete, e risiedettero a mezz’aria, senza tetto e senza suppellettili, a guisa di volatili, e praticando, nel corpo, una condotta di vita pari a quella degli angeli, e seguendo un comportamento al di là dell’umano, trascorsero moltissimi anni in modo soprannaturale». Così riassume perfettamente e introduce il suo argomento l’anonimo autore della Vita di san Luca stilita, citato da Laura Franco nel suo ottimo Al di sopra del mondo, ampia ricognizione del per certi versi misterioso fenomeno degli stiliti1.

In realtà, una delle cose che emergono con piena evidenza dalla lettura del libro è che di sicuro la vita degli stiliti non era quieta. Già la localizzazione delle colonne, nella maggior parte dei casi, rappresentava un ostacolo a tale quiete. Spesso infatti le colonne si trovavano in luoghi per così dire assai frequentati: crocevia, piccoli agglomerati non distanti da grandi centri, luoghi già in precedenza oggetto di pellegrinaggio, vicinanze di mercati, e così via. Lo stilita poi, con la sua semplice esistenza, richiamava persone di ogni tipo (e di ogni credo) e spesso intorno alla sua colonna sorgevano in breve piccoli edifici, monasteri, ma anche taverne, botteghe, alloggi per i viandanti, vere o presunte corti dei miracoli che erano assai criticate dai denigratori. Dallo stilita ci andavano i devoti, i malati, gli oppressi, i dubbiosi, chi cercava giustizia, ma ci andavano anche i vescovi, i governatori, financo gli imperatori, e un sacco di curiosi, perché lo stilita, si direbbe, a differenza degli anacoreti che si seppellivano in una grotta nel deserto, era anzitutto uno spettacolo cui assistere, una «cosa» da vedere e da ascoltare

Al di là di qualche vaga analogia con precedenti culti pagani, lo stilitismo cristiano è stato variamente interpretato, ad esempio come derivazione dall’«uso antico di collocare sulla sommità delle colonne busti o statue di dèi, o ritratti di imperatori» o di generali vittoriosi, quindi in chiave sia religiosa sia politica, sia anche giuridica; o ancora come evoluzione della disciplina ascetica della statio, lo stare immobili in preghiera, incuranti della situazione circostante; e naturalmente come variante, praticabile e prolungabile a tempo indeterminato, dell’essere inchiodati come Cristo in croce, patendone le medesime sofferenze. Lunga storia, quella degli stiliti, la cui diffusione l’autrice colloca al massimo grado tra il V e il VII secolo, in Siria, con varie propaggini soprattutto in Cappadocia, fino a Costantinopoli e in zone più periferiche dell’impero, e ampia documentazione (di area greco-bizantina), ovviamente agiografica, ma anche storiografica e archeologica (che si siano conservati alcuni dei basamenti su cui sorgevano le famose colonne abitate è un fatto che trovo emozionante).

Stabilite le coordinate storiche e geografiche, e inquadrato il fenomeno, l’autrice dedica un capitolo ciascuno ai sei stiliti più importanti (stiliti maschi, pochissime infatti le donne stilite, le stilitisse) e dei quali si sono conservate le biografie: Simeone il Vecchio, Daniele2, Simeone il Giovane, Alipio, Luca e Lazzaro di Galesio. Sei vite in cima a una colonna (o a più di una) che vanno dal 390 circa, nascita del primo Simeone, siriano, al 1053, morte di Lazzaro, originario di Magnesia al Meandro (nell’attuale Turchia). Di ognuno si raccontano le tappe di avvicinamento alla colonna, le particolarità, le forme di ascesi (aspetto che produce le pagine più sconvolgenti e piene di digiuni sovrumani, odori disgustosi, deformazioni, piaghe e vermi), le testimonianze non «inquinate» dall’agiografia, i rapporti (talvolta burrascosi, talaltre idilliaci) con le autorità laiche ed ecclesiastiche, il coinvolgimento con le comunità («[Simeone il Vecchio] si preoccupava della condotta morale delle piccole realtà rurali nei pressi»), la società e il mondo ai piedi delle colonne (che, data appunto la localizzazione delle colonne, poteva essere sorprendentemente animato), gli aspetti che li rendono simili e le differenze. Si dà conto di come presumibilmente erano fatte in concreto le colonne che li ospitavano (alte fino a 18 metri, alcune cave con scala interna, altre con scala esterna, dotate di piattaforma con balaustra ed eventualmente piccolo riparo o del tutto esposte al sole e agli elementi, corredate di grondaie e canaline di scolo), di come si organizzavano le comunità di discepoli intorno alla colonna (semplici recinti o veri e propri monasteri), degli «attendenti» che provvedevano alle (scarse) necessità dell’asceta, della routine quotidiana (pregare, anzitutto, ma poi anche dare udienza, dirimere controversie, distribuire insegnamenti, accogliere richieste e, naturalmente, procurare guarigioni – «un numero esorbitante di guarigioni», anche a distanza e per interposta persona o strumento –, conversioni e miracoli di varia natura), delle visite illustri e di quelle di tutti i giorni, delle occasioni eccezionali in cui si assistette alla discesa temporanea dello stilita e infine delle modalità, anch’esse spettacolari, della sua morte e della calata a terra del santo corpo.

Dopo una rapida carrellata su alcune altre figure di stiliti, e su una categoria di asceti simile e non meno curiosa, i dendriti, cioè coloro che sceglievano di fare penitenza vivendo su un albero o dentro di esso, il volume si chiude con un capitolo assai interessante sulla «fortuna» degli stiliti, dai quasi contemporanei storici bizantini a Edward Gibbon, da poeti come Tennyson, Kavafis e Rilke, a registi come Buñuel e Monicelli.

È pressoché inevitabile provare stupore davanti alla singolarissima eccentricità di questi personaggi, stupore che si condivide, oggi, con quello dei loro biografi («persino i biografi di Simeone [il Vecchio] sentirono il bisogno  di giustificare l’eccentricità della scelta di vita dello stilita agli occhi del loro pubblico») e quello dei loro contemporanei, che non di rado andavano «a vedere lo stilita» quasi fosse un’attrazione del luogo da non perdere, una stranezza che «vaut le détour», come dicevano le guide Michelin («Teodoreto [di Cirro] racconta che uno spettatore [corsivo mio], intento a osservare Simeone [il Vecchio] in preghiera sul pilastro si mise a contare le genuflessioni effettuate dall’asceta in una sola giornata, e dopo essere arrivato a contarne milleduecentoquarantaquattro, rinunciò a continuare»); ed è inevitabile porsi delle domande, come se le ponevano i contemporanei e le ponevano direttamente agli asceti – l’immagine del mite vegliardo va senz’altro corretta: tanto per dire, Simeone il Giovane sale sul suo primo pilastro a sette anni e Lazzaro di Galesio dall’alto della sua colonna non perde occasione «di esercitare le sue funzioni di superiore [del monastero sottostante] nel segno di un marcato autoritarismo».

Domande che di certo si è posta anche l’autrice che, dopo oltre duecento pagine ineccepibili per precisione ed equilibrio, si riserva per sé giusto tre righe, proprio le ultime tre: «Gli stiliti di ogni tempo sono personaggi complessi, che ci possono affascinare per mille motivi, ma forse, soprattutto, come metafora della condizione umana, perché anche noi, come loro, rischiamo costantemente di cadere».

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  1. Laura Franco, Al di sopra del mondo. Vite di santi stiliti, Einaudi 2023.
  2. Della vita di Daniele, Laura Franco ha da non molto curato una bella edizione italiana: Fra terra e cielo. Vita di Daniele stilita, a cura di L. Franco, SE 2020.

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