«Facea alcuna fiata cose che apo lo mondo pareano de maxima stultitia, ma apo Dio erano de maxima sapientia»: in queste parole tratte da una Vita di Iacopone da Todi si può riassumere il soggetto della bella antologia di testi antichi dedicati ai «folli per Cristo» approntata con la consueta serietà e precisione da Lisa Cremaschi1. Una vocazione «singolare, eccezionale», che con un filo sottile unisce uomini e donne che dal IV al XVIII secolo, e probabilmente anche a oggi, hanno nascosto la loro aspirazione alla santità dietro la simulazione della follia, perseguendo in questo modo estremo l’altrettanto estremo desiderio di essere in tutto, per quanto possibile, simili a Gesù (che «è, in certo senso, il primo folle»), non soltanto nei comportamenti ma financo nei sentimenti – giusta l’indicazione impossibile di san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2, 5): «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù».
Il volume, circoscritto alla chiesa orientale e a quella occidentale (non prende cioè in considerazione il mondo slavo, dove la figura del folle per Cristo ha avuto una notevole diffusione), presenta ampi brani tratti dalle biografie antiche di una serie di personaggi, sconosciuti ai più o noti a tutti: Giovanni il Calibita e Simeone il Folle, Nicola di Trani e Massimo il Bruciacapanne, Francesco d’Assisi e Iacopone da Todi, Giovanni Colombini e Benedetto Labre, solo per fare qualche nome.
Uomini, e qualche donna, che nelle forme più diverse hanno fatto del comportamento eccentrico e «anticonvenzionale», dimostrando talvolta una notevole creatività, la chiave per fare penitenza, annunciare il messaggio evangelico (con i gesti invece che con le parole), redimere i peccatori, risvegliare le coscienze, denunciare appunto le convenzioni, smascherare l’ipocrisia, e così via. Tutto questo per così dire dal basso, da una posizione di radicale umiltà ed esclusione, a costo quindi di pagare in prima persona, proprio nel corpo, oltre che nello spirito, tale scelta. E anche a rischio di scivolare nella follia «vera», ad esempio per eccesso di ascetismo.
Derisi, sbeffeggiati, vilipesi, insozzati, maltrattati, picchiati, espulsi dal consesso o rinchiusi («in verità la maggior parte delle cure che sogliono essere impiegate per questo genere di malati consiste in questo: vengono domati con colpi, catene e reclusione, perché depongano la loro ferocia e, ammaestrati dai maltrattamenti, rientrino in se stessi», dalla Vita di Giovanni di Dio): in una parola reietti, ma del tutto indifferenti al giudizio altrui, subiscono le reazioni dei cosiddetti sani, fino alla rivelazione conclusiva, in punto di morte o subito dopo, volontaria o involontaria, quando la comunità capisce chi in realtà si celava nella figura del «matto del paese» («il giusto, ritenuto matto»).
Un monaco senza nome rispondeva a qualsiasi domanda scoppiando a ridere; la monaca Isidora (che abbiamo già incontrato) «si era legata uno straccio sulla testa», per essere la «spugna del monastero» e svolgere i servizi più umili; Simeone il Folle, «il folle in Cristo più famoso dell’antichità», quasi il modello, che entrava in chiesa, saliva sull’ambone «e da lì bersagliava le donne con le noci» e poi scendeva a frustare le colonne o «prendeva una filza di salsicce e se la metteva addosso come fosse una stola»; Nicola di Trani, che gridava in continuazione «Kyrie eleison!»; Massimo il Bruciacapanne che appunto «era solito bruciare la sua capanna ogni volta che il numero dei visitatori cresceva turbando la sua solitudine»; Saba il Giovane che si voltolava nel fango e nella sozzura; Iacopone da Todi che si presentò alla festa di nozze del fratello «tutto unto di miele e coperto di piume attaccate a ditto miele»…
Il lettore odierno si incuriosisce e talvolta sorride, anche di gusto, a leggere le imprese di questi «bizzarroni», ma si rende anche conto di essere entrato in un territorio che suggerisce la massima cautela, in particolare oggi, dopo che l’emarginazione se non la repressione del disagio psichico parrebbero archiviate. Anche la curatrice si pone, ovviamente, la questione: «Il lettore odierno», osserva, «forse si chiederà se non erano matti per davvero. Ma com’è noto, il confine tra follia e sanità mentale è spesso assai labile; la follia è un concetto statistico: è considerato folle chi fa dei gesti che nel suo contesto non sono compiuti ordinariamente da altri, e comunque va sempre contestualizzato. In quel mondo, in quegli ambienti, in quel tempo storico, gesti che noi giudichiamo insani erano socialmente accettati e rientravano semmai nel prodigioso.»
«E poi», questa la sua conclusione, «fossero pure un po’ matti, hanno comunque tentato di vivere la loro follia a servizio del vangelo. Il che non è poco.»
______
- Follia d’amore. I folli in Cristo d’oriente e d’occidente, introduzione, traduzione e note a cura di L. Cremaschi, Edizione Qiqajon, Comunità di Bose, 2020.
(la prima parte è
Sono disponibili in traduzione italiana le Vite dei Padri di Gregorio di Tours1 (attivo nella seconda metà del VI secolo e assai noto soprattutto per la sua Storia dei Franchi), anzi, come precisa l’autore stesso citando Plinio, «“gli antichi parlano delle vite di ciascuno di noi, ma i grammatici non credono che il termine vita abbia un plurale”. Quindi è chiaro che è meglio parlare di vita dei Padri, che non di vite dei Padri, poiché, anche se vi è diversità di meriti e di virtù, tuttavia una sola Vita li mantiene in questo mondo».
Come nella migliore tradizione la vicenda è cominciata con un libro adocchiato su una bancarella. Figuriamoci: Il libro della trappa, di un tale Agustín Roberts1, comprato all’istante, anche con lo stupore che esistesse un libro con un titolo del genere – che infatti si rivelerà essere un «titolo editoriale» di un originale ben diverso, Hacia Cristo. Apertolo all’impiedi davanti alla bancarella medesima, si è presentato con un’avvertenza dal tono e soprattutto dal contenuto assai singolari, che hanno acceso immediatamente il mio interesse. Nella «Nota di edizione» a pagina 9 ho letto infatti che le suore trappiste di Vitorchiano avevano contattato l’editore circa la possibilità di pubblicare in italiano il libretto, assai utile per le postulanti, che loro lo «avrebbero anche semplicemente ciclostilato in un numero limitato di copie»; l’editore aveva letto e valutato, e scoperto che il testo «forse più di ogni altro poteva far conoscere in cosa consiste lo svolgersi quotidiano della vita contemplativa».
Sì, d’accordo, i classici, però «in verità, quando si siano letti e riletti con grandissima passione e fatica, null’altro lasciano ai lettori se non vacua sonorità e rumor di parole» (Girolamo); diamogli comunque una letta, perché «se hanno detto per caso qualcosa di vero e conforme alla nostra fede… lo si deve rivendicare per il nostro uso» (Agostino). E se qualcuno «non saprà leggere, alle ore prima, terza e sesta andrà da chi lo può istruire… e, anche se non vuole, sarà costretto a leggere» (Pacomio) almeno qualcuno dei libri «che vi ho lasciato in unico armadio» (Cassiodoro). Occhio che «se qualcuno ordisca o tenti di sottrarre… anche uno solo di questi libri sopra elencati, non abbia parte nella resurrezione dei giusti, ma abbia parte con quelli che, posti alla sinistra, saranno dannati al fuoco eterno» (cod. Casin. 57).
Sandro Carotta, Alla ricerca della bellezza. Percorsi monastici, Nerbini 2023 («Orizzonti monastici»; 48). Il famoso e prolifico benedettino di Praglia ha raccolto in questo volumetto della rinata serie degli «Orizzonti monastici» scritti e contributi di varia dimensione e occasione, «indirizzati a tanti uomini e donne che, sempre più numerosi, cercano nei monasteri un punto di riferimento per la loro vita cristiana» – e non solo, verrebbe da dire. I titoli dei testi dicono già molto: La vita monastica come desiderio, Elogio dell’inutile, Deserto e solitudine, Formazione al silenzio, e così via. Non si cercheranno particolari approfondimenti in queste pagine, si troveranno bensì molti spunti, molti nomi (un po’ troppi, forse) e molte citazioni; e qualche interessante riflessione sull’accompagnamento spirituale: «L’eccessiva preoccupazione di sé non è indice di un cammino interiore ma può essere la manifestazione penosa e non riconosciuta del proprio narcisismo. Il direttore spirituale deve portare la persona guidata a specchiarsi in Cristo e non nel torbido dell’ego». Non sono d’accordo, ma questo non c’entra.
Ernesto Buonaiuti, Francesco d’Assisi, Bietti 1939. La libertà del dilettante consente di non rinunciare a leggere libri che pure non rientrano nel novero degli «studi più recenti» o delle «ricerche più accreditate». Come nel caso di questo piccolo testo che cent’anni fa il grande Ernesto Buonaiuti ha approntato su san Francesco, nell’ambito della collana «Profili» (dapprima Formiggini, poi Bietti), una serie di «graziosi volumetti… tutti opera di autori di singolare competenza», intesi a offrire «vivaci, sintetiche e suggestive rievocazioni di figure attraenti e significative». Proprio così. Tra le righe di questo ritratto – scritte in un italiano che da solo vale la lettura – ci s’imbatte poi in osservazioni che vanno oltre la figura dello joculator Domini, il «giullare di Dio», quasi simbolo incarnato della vena più autentica e rivoluzionario-contraddittoria del cristianesimo; e d’altra parte «la società nominalmente cristiana ha sempre vissuto, nel suo secolare sviluppo, di una paradossale legge di contradizioni vicendevolmente compensatrici» (il corsivo è mio). La «minoranza infinitesimale» di Francesco (concetto che riassume splendidamente molte cose: l’esiguità del nucleo originale e il bisogno di «minorità», nonché l’attenzione all’assolutamente piccolo) trova la sua strada nel mondo delle «transazioni ufficiali» in forza di una superiore necessità, tanto che quando papa Innocenzo III diede la sua «approvazione provvisoria» alla nuova forma di vita «non ebbe davvero coscienza di aver autorizzato il più superbo tentativo di rinnovamento della prima vita evangelica, che da tredici secoli la società cristiana si fosse permesso». Inquadrato nelle visioni di Gioacchino da Fiore, il Francesco di Buonaiuti è un uomo solo, ma straniero a nessuno, amato oltre misura da un piccolo gruppo di testimoni diretti per la sua «semplicità irriflessa», il suo «entusiasmo di primitivo», il suo essere allo stesso tempo, perfettamente e lietamente, dentro il mondo e fuori di esso, come nessun altro mai dopo Gesù. L’immagine, suggerita da Buoniauti, che mi porterò dietro è questa, relativa al ritiro in solitudine sul monte Subasio: «Si diede a ramingare, solitario, nella campagna, addestrandosi al misterioso linguaggio delle creature minuscole o imponenti, esili o maestose, fragile ed effimere o resistenti ed eterne che popolano la natura disabitata dagli uomini, e che noi, nella nostra egocentrica angustia mentale e nella nostra inguaribile pigrizia psichica, definiamo inanimate o inintelligenti solo perché ci siamo sequestrati dal loro consorzio e ci siamo serrati alla loro ineffabile e suggestiva parola».
Come potevo resistere davanti a un titolo del genere, che unisce tre centri di interesse sempre rinnovato: Medioevo monastico, nello specchio dei libri. Il corposo e ambizioso – a detta della stessa autrice – libro di Lidia Buono1 mira a «tracciare i percorsi attraverso cui l’ingente patrimonio culturale dell’antichità ha alimentato l’universo intellettuale del Medioevo», nella specifica declinazione monastica e ponendo al centro del discorso il libro «come medium della sacra scrittura e, in tal senso, spazio letterario e strumento d’elezione in cui si realizza l’incontro tra l’uomo e l’alterità divina». (E già qui, volendo, sarebbe bello poter decidere se anche oggi gli oggetti chiamati libri possono essere ancora luogo di incontro con una qualsivoglia alterità.)
«Costoro, abbandonato il suolo terrestre, che tutti, senza eccezione, calpestiamo, in quanto dimora poco spirituale, e rifiutatisi di vivere sulla terra, si innalzarono, con tutto loro stessi, su colonne turrite o su pilastri elevati a un’altezza vertiginosa, vi piantarono il loro nido come uccelli amanti della quiete, e risiedettero a mezz’aria, senza tetto e senza suppellettili, a guisa di volatili, e praticando, nel corpo, una condotta di vita pari a quella degli angeli, e seguendo un comportamento al di là dell’umano, trascorsero moltissimi anni in modo soprannaturale». Così riassume perfettamente e introduce il suo argomento l’anonimo autore della Vita di san Luca stilita, citato da Laura Franco nel suo ottimo Al di sopra del mondo, ampia ricognizione del per certi versi misterioso fenomeno degli stiliti1.