Scritta con ogni probabilità a cavallo dell’anno 900 da un monaco di un’abbazia in diocesi di Metz, la Regola (Regula solitariorum) di Grimlaico1 si potrebbe definire un adattamento della Regola di san Benedetto per i «solitari», cioè per i monaci che vivevano da reclusi nell’ambito di un monastero, vicini quindi a una comunità e non del tutto esclusi dalla vita dei confratelli. Oltre ai numerosi prestiti dal canone benedettino, e oltre naturalmente alle citazioni dalla Bibbia, la Regola di Grimlaico attinge ampiamente, com’è normale che fosse all’epoca, alle Vite dei Padri del deserto, alle lettere di Girolamo e alle opere di Giovanni Cassiano, Basilio, Gregorio Magno e Isidoro di Siviglia, nonché da altre raccolte di citazioni. Ciò non toglie, tuttavia, che il testo sia di grande interesse sia per la sua antichità e il suo significato storico, sia per l’immagine che restituisce del suo autore, non appiattita su quella di un diligente quanto anonimo compilatore.
La struttura dell’opera è lineare, tutti gli aspetti principali della «vita solitaria» vi sono affrontati nel dettaglio, da quelli pratici (chi può essere ammesso a questa «scelta», la struttura della cella, l’abbigliamento, l’alimentazione, gli orari – della preghiera, del lavoro, della salmodia –, i rapporti con l’esterno, i rapporti con eventuali discepoli o altri eventuali solitari presenti nel monastero, e così via), a quelli ideali e teologici (il senso della vita contemplativa – «Coloro che fuggono il mondo e ricercano la vita solitaria, cominciano in qualche modo, già in questa vita, a gustare qualcosa del riposo e della pace che sperano di ottenere nella vita futura», là dove mi colpisce sempre la menzione del «riposo» come caratteristica della vita eterna e il fatto che questa anticipazione sia accessibile da soli –, le virtù che vanno coltivate, le tentazioni che vanno temute, la grazia di cui si può essere fatti oggetto).
All’interno di questa ordinata trattazione, in larga misura svolta al «noi» («noi che aspiriamo a condurre una vita solitaria») o rivolta a un «tu» («non temere o desiderare le cose temporali») o più raramente a un «voi», mi hanno colpito i passi, non pochi, in cui Grimlaico, in modi diversi, dice «io», svelando la natura di persona che osserva e riflette su ciò che osserva. Anche se si tratta di fare la canonica professione di umiltà, come quando nel Prologo, assimilandosi ai medici che approntano i farmaci raccogliendo e combinando le erbe già presenti in natura, afferma che «questo è ciò che sono anch’io! Non sono l’autore di questo lavoro, ma solo l’assistente che ha raccolto [Ita et ego, non auctor hujus operis, sed minister in colligendo exstiti]». Oppure nel caso dei molti verbi al singolare: «Mi vergogno [erubesco] di trattare il tema del falso giuramento», «Vi è un esempio nelle conferenze dei Padri. Anche se è lungo, penso [ut mihi videtur] sia utile», «Mi sento molto imbarazzato e umiliato nel proseguire [Erubesco enim et confundor ultra procedere]», «Inoltre, come dirò più precisamente [Imo, ut proprius dicam]». Molte sono poi, appunto, le osservazioni che derivano chiaramente dall’esperienza personale: «All’interno delle mura di reclusione, se è possibile, dovrebbe esserci un piccolo giardino, nel quale può piantare e raccogliere alcune verdure e prendere una boccata d’aria fresca, cosa che gli farà molto bene [quia multum ei proderit tactus aeris]», «Una persona irascibile è uno che è sempre arrabbiato e si inquieta al minimo alito di una risposta, come le foglie agitate dal vento [Iracundus enim est, qui semper irascitur, et ad levem responsionis auram, quasi a vento folium commovetur]».
Ci sono poi due capitoli, il 27 e il 28, in cui l’esposizione di indicazioni e precetti si interrompe e Grimlaico si produce in un «lamento» sui tempi presenti nei quali nessuno è più disposto a fare fatica per seguire i comandamenti del Signore, tutti cedono alle proprie debolezze e si abbandonano ai vizi. Uno dei quali è quello di giudicare gli altri, già, perché «non troverete quasi nessuno esente da questo peccato, né una persona del mondo, né un monaco e nemmeno un solitario [a quo vitio neque saeculi hominem, neque monachum, neque etiam solitarium ullum facile reperies liberum]». Ma ditemi, sbotta Grimlaico, è così difficile, eh? «Quanta fatica ci vuole per evitare di giudicare qualcun altro? [Nam dic mihi, quid laboris habet ut non judices alium?]» E ancora, persino chi desidera vivere da recluso, prendendo su di sé la croce di Cristo, in realtà si preoccupa anzitutto del proprio benessere: «Mentre raccolgono informazioni sui monasteri o sui luoghi di reclusione in cui potrebbero vivere, s’informano soprattutto sulla tranquillità e le comodità». E affinché non si pensi che sia capace solo di criticare, Grimlaico si fa avanti in prima persona anche qui: «Forse qualcuno potrebbe pensare che nel dire queste cose io stia solo cercando dei difetti. Passerò quindi a raccontare la mia storia [Verum ne me existimet aliquis haec dicendo alios incusare, jam nunc de meipso narrabo]». E lo fa: quando ha cominciato a pensare di rinunciare al mondo, ha riflettuto a lungo «su dove e come avrei voluto vivere; nella solitudine sì, ma a patto che non mi mancasse nulla per il bisogno del corpo». Cioè?
Cioè «gli indumenti e le lampade, la legna, la verdura e cose del genere».
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- Grimlaico, Senza che si oda la loro voce. Regola per eremiti, a cura di p. M. Di Monte, traduzione di A.J. Casiraghi e M. Di Monte, Monasterium 2020 (prima traduzione italiana).

A conclusione dell’ottimo volume delle Lettere ai monaci di Montecassino di Pier Damiani – ottimo soprattutto per la qualità della traduzione e dei lunghi cappelli introduttivi ai singoli testi – si legge la Lettera in lode della flagellazione e, come si suol dire, della disciplina1, breve testo violento e corrusco, sospinto, per usare un’espressione del curatore, «dal soffio della sua [di Pier Damiani] straripante ansia di mortificazione e di penitenza, anche corporale». Curatore, Aldo Granata, che spende non poche e assai rifinite pagine per «contestualizzare» (dal punto di vista storico, religioso e con un accenno anche alla psicoanalisi) una pratica, la flagellazione, e l’autoflagellazione nello specifico, «in altro modo difficilmente accessibile alla luce dell’odierne categorie mentali e del nostro concetto di religiosità».
Alex Corlazzoli,
Maria Chiara Giorda,
Anzitutto la Via Dominici di Raimondo Spiazzi, op, autore a me già noto per le corpose e minuziose raccolte di memorie domenicane. Opera non recente (1961) la cui lettura tuttavia mi ha permesso un adeguato «ripasso domenicano», utile per definire, come dice il risvolto di copertina, «quale sia secondo la mente del Santo Fondatore, secondo la giusta Tradizione e secondo le attuali esigenze, la posizione del Frate Predicatore perché possa dirsi e chiamarsi veramente tale, fuori da ogni deviazionismo».
La singolarità dell’esemplare in mio possesso risiede nel fatto che, come si può vedere dall’ex-libris, si tratta della copia dell’Idea Centro Studi e Dibattiti, presso l’Angelicum di Roma, concessa in uso proprio all’autore. Autore che, in vista di un’eventuale ristampa, vi ha apportato di proprio pugno (con una stilografica) diverse correzioni, alcune delle quali di sorprendente dettaglio, in particolare nelle note per precisare i riferimenti di alcune citazioni, e che per segnalare la cosa ha scritto con una matita rossa sulla copertina «Copia corretta».
La seconda segnalazione è per i quattro volumi del Direttorio ascetico di Giovanni Battista Scaramelli, gesuita, nel rifacimento linguistico curato da Lorenzo Tognetti, anch’egli gesuita, nel 1943. L’opera, divisa in quattro trattati («Mezzi della perfezione cristiana», «Impedimenti alla perfezione cristiana», «Delle disposizioni prossime alla perfezione cristiana consistenti nelle virtù morali al grado perfetto», «Della perfezione essenziale del cristiano, consistente nelle virtù teologiche, specialmente nella carità»), «incontrò molte difficoltà da parte dei Revisori della Compagnia, i quali non ne approvarono la stampa, che avvenne nondimeno dopo la morte dello Scaramelli [nel 1752], per puro caso, e con tale consenso di lodi e di approvazioni da dimostrare quanto fossero eccessivi certi timori e quanto sicura invece fosse la dottrina». È un imponente manuale per il direttore spirituale, pieno di esempi, citazioni e riferimenti dalle Scritture e dai testi dei Padri della Chiesa, corredati punto per punto da «avvertimenti pratici al direttore» su come comportarsi, cosa suggerire, cosa dire e non dire. Il Tognetti avverte che il «rifacimento linguistico» si è concentrato esclusivamente sugli aspetti formali del testo, «per renderlo più comprensivo e accessibile a tutti», e le correzioni sono state fatte «allo scopo precipuo che niente venisse ad offendere o colpire la suscettibilità e la delicatezza dei lettori di oggi».
Curiosamente, la copia in mio possesso (di cui, va detto, il bancarellaio era sin troppo palesemente contento di liberarsi: «Le faccio un prezzo speciale per tutti e quattro i volumi») proviene dalla biblioteca della Scuola materna dell’Istituto S. Giorgio di Pavia («fondato nel 1888 dalle Suore di Maria Bambina con l’iniziale intenzione di dare una educazione cristiana alle giovani ragazze che all’epoca vivevano nelle campagne circostanti il comune di Pavia»), con un timbro di proprietà che leggo come Ch. M. Debora Massani.
All’interno del volume antologico La vita spirituale di André Louf1, monaco trappista, abate e luminoso scrittore di cose, appunto, spirituali, ci sono tre saggi dedicati specificatamente alla vita in comunione, saggi che, come dice Enzo Bianchi nella prefazione, oltre a trarre valore da una lunghissima esperienza di abbaziato (35 anni presso l’abbazia di Mont des Cats nella Francia del Nord), contengono «elementi di sapienza in cui anche chi si professa non credente potrà trovare spunti a cui attingere per una vita sensata, unificata, riconciliata».
La via di Benedetto di Monica Della Volpe1 è un testo nato da una viva esperienza di lectio all’interno della comunità del monastero trappista di Valserena («Non sono considerazioni astratte: tale è stata la nostra esperienza, riflettendo sulla quale abbiamo raccolto queste considerazioni, e abbiamo meglio capito l’esperienza stessa»), cioè, si potrebbe dire, di «interrogazione» della Regola, letta in parallelo con la Vita di Benedetto di Gregorio Magno, con l’intenzione di evidenziare la diretta dipendenza di quello che, in fondo, è un «testo giuridico» dalla biografia di chi l’ha scritto: «È evidente che san Gregorio ha compreso il valore della via benedettina per l’uomo del suo tempo, e lo ha spiegato, secondo uno stile di racconto sapienziale allora chiarissimo per il cristiano comune, oggi più difficile da interpretare».