Come potevo resistere davanti a un titolo del genere, che unisce tre centri di interesse sempre rinnovato: Medioevo monastico, nello specchio dei libri. Il corposo e ambizioso – a detta della stessa autrice – libro di Lidia Buono1 mira a «tracciare i percorsi attraverso cui l’ingente patrimonio culturale dell’antichità ha alimentato l’universo intellettuale del Medioevo», nella specifica declinazione monastica e ponendo al centro del discorso il libro «come medium della sacra scrittura e, in tal senso, spazio letterario e strumento d’elezione in cui si realizza l’incontro tra l’uomo e l’alterità divina». (E già qui, volendo, sarebbe bello poter decidere se anche oggi gli oggetti chiamati libri possono essere ancora luogo di incontro con una qualsivoglia alterità.)
I primi capitoli si concentrano sulla transizione tra cultura pagana e cultura cristiana, su come nelle prime esperienze cenobitiche occidentali (il Castellum Lucullanum di Eugippio e il Vivarium di Cassiodoro) viene organizzata concretamente questa transizione, per passare poi alla nascita dello scriptorium (e ai metodi di produzione dei libri, e della pergamena di cui sono fatti) e di una vera e propria biblioteca monastica (all’identificazione del luogo fisico e ai relativi sistemi di conservazione del patrimonio librario), all’impulso dato dalla riforma carolingia (ad esempio con la messa a punto di una nuova forma di scrittura corsiva, la carolina appunto) e alla creazione della schola. La seconda parte, assai ampia, è dedicata gli sviluppi della «produzione libraria» in rapporto alle singole arti del trivio e del quadrivio.
Date queste coordinate doverose, che garantiscono una lettura di un certo tipo, diremo da studiosi, va detto che il libro è pieno zeppo di cose interessanti, di informazioni tecniche, di personaggi, di citazioni (molto opportunamente tradotte), e anche di immagini molto istruttive. Grazie a una paziente ricognizione delle immagini che accompagnano i testi si può, ad esempio, imparare come si è passati dall’armarium, inteso come cassa o armadio dove vengono conservati i pochi codici disponibili, alla bibliotheca, intesa come «la piccola cella in cui vengono risposti i libri», come scrive Smaragdo di Saint-Mihiel parafrasando Isidoro per commentare Benedetto (non si tratta di name dropping, ma per ricordare che tutti si appoggiano a tutti); o dallo scriptorium come strumento di scrittura (lo stilo) allo scriptorium come luogo dove avviene la copiatura dei codici. Dice a tal proposito Alcuino di York, figura centrale del cosiddetto rinascimento carolingio: «Siedano qui coloro che scrivono le parole della sacra legge e quelle parimenti sacre dei santi Padri; e badino bene di non interporre a queste le loro frivole parole perché la loro mano, divenuta essa stessa frivola, non cada in errore. Cerchino invece con grande zelo di avere per sé libri corretti, e la loro penna veleggi sicura lungo una strada diritta. Distinguano bene il senso del discorso attraverso segmenti di significato e pongano i punti secondo l’ordine in cui devono essere posti, in modo che non legga cose false né si taccia all’improvviso dinanzi ai confratelli colui che legge in chiesa». Versi tratti da uno dei suoi carmi, a leggere tra le righe dei quali emerge una gran quantità di questioni, dalla stanchezza e dalla distrazione dei copisti che producono errori (per i quali si evoca persino la responsabilità di un vero e proprio diavolo dei refusi, Titivillus) alla necessità di procurarsi buoni esemplari, dall’importanza della punteggiatura alla lettura liturgica ad alta voce.
Già, la fatica di scrivere, come emerge dalle brevi note che ogni tanto saltano fuori dai colofoni o dagli explicit dei codici: «O felice lettore, lava le tue mani, poi prendi questo libro, sfoglialo con delicatezza, tieni le dita lontano dallo scritto. Poiché chi non conosce l’arte dello scrivere ritiene che non costi fatica alcuna. Quanto travaglio comporta invece: oscura gli occhi, spezza le reni e fiacca tutte le membra. Tre sole dita scrivono, ma tutto il corpo si affatica».
O ancora si imparano le sottili distinzioni tra armarium, inteso qui come persona, che diventa bibliothecarius, passando per il custos cartarum (che si preoccupa dei documenti) e il cantor (responsabile dei libri per la liturgia). I consuetudinari, cioè i testi che corredano la Regola di indicazioni più dettagliate e specifiche, si riempiono di precisazioni circa responsabilità e doveri di queste figure, che tendono a riassumersi in quella dell’armarium: il quale dovrà ad esempio annotare i titoli dei volumi, arieggiarli e badare che non siano aggrediti da umidità (humor parietum) o muffe, approntare adeguati scaffali in modo che siano ben collocati e accessibili (in quibus libri separatim ita collocari possint e distingui ab invicem), e che la compressione non li danneggi (ne vel nimia compressio ipsis libris noceat), verificare la punteggiatura, e così via.
Ogni pagina è ricca di esempi come questi e ne risulta un’immagine complessiva, ed esaltante, di un lavorio indefesso e di un continuo perfezionamento, anno dopo anno, codice dopo codice, riga dopo riga – un «lavoro di squadra» esteso nel tempo e nello spazio. E ogni tanto da questa schiera di anonimi emerge un nome, quello di un individuo che in un tal posto, in un tal momento ha fatto la tal cosa. Come nel caso del presbitero Emeterio, che alla fine di uno dei più bei manoscritti spagnoli del X secolo, il cosiddetto Beato di Tábara, ci ricorda più di mille anni dopo che «Io, Emeterio presbitero [Ego vere Emeterius presbiter] formato dal mio maestro, il presbitero Maius, quando vollero completare il libro per il loro Signore, fui chiamato al monastero di Tábara posto sotto la protezione di san Salvatore e quel libro che trovai solo iniziato, dall’inizio di maggio al 27 luglio, lo condussi in porto… E là sopra la prima cella [Emeterio] stette seduto per tre mesi, ricurvo sul suo lavoro e dove ne ebbe le membra squassate per l’uso del calamo. Il libro fu finito il 27 luglio, era 1008 (= 970), ore 8».
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- Lidia Buono, Medioevo monastico, nello specchio dei libri, Fondazione Centro italiano di studi sull’alto medioevo 2023.
«Costoro, abbandonato il suolo terrestre, che tutti, senza eccezione, calpestiamo, in quanto dimora poco spirituale, e rifiutatisi di vivere sulla terra, si innalzarono, con tutto loro stessi, su colonne turrite o su pilastri elevati a un’altezza vertiginosa, vi piantarono il loro nido come uccelli amanti della quiete, e risiedettero a mezz’aria, senza tetto e senza suppellettili, a guisa di volatili, e praticando, nel corpo, una condotta di vita pari a quella degli angeli, e seguendo un comportamento al di là dell’umano, trascorsero moltissimi anni in modo soprannaturale». Così riassume perfettamente e introduce il suo argomento l’anonimo autore della Vita di san Luca stilita, citato da Laura Franco nel suo ottimo Al di sopra del mondo, ampia ricognizione del per certi versi misterioso fenomeno degli stiliti1.
(la prima parte è
Nonostante siano passati quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione, o forse proprio per questo motivo, il libro che Georges Duby ha dedicato all’arte cistercense (e a san Bernardo) si legge con grande piacere, e direi anche con grande profitto1. Il piacere è dovuto in gran parte al testo vero e proprio, steso in uno stile storiografico sempre meno frequentato che non rinuncia, in nome della precisione e del rigore, a un evidente impulso narrativo, sfrondato dagli apparati, che lo rende «appassionante»; mentre il profitto deriva dal fatto che la lettura di Duby del fenomeno artistico cistercense, eminentemente architettonico, potrà anche essere datata e da aggiornare (io però non lo so), ma non può essere di certo del tutto fuori fuoco.
Sono contento quando iniziative editoriali mi consentono di leggere opere, oggi etichettabili come «oscure», ma che in altri tempi non lo erano affatto, essendo state anzi assai diffuse e molto lette, tanto da conquistare un’altra etichetta, quella ad esempio di «classico della spiritualità medievale». È il caso delle Pie meditazioni sulla conoscenza della condizione umana1, operetta («tractatulus») di ambiente monastico, benedettino, databile tra il 1160 e il 1190. Spesso attribuite in passato a Bernardo di Chiaravalle, le Meditazioni vantano una ricca tradizione manoscritta di circa 250 esemplari (che le presentano da sole o in compagnia di altre opere), cui sono seguite numerose edizioni a stampa, nonché traduzioni in francese, tedesco, italiano, portoghese, fiammingo, ungherese, danese, svedese e islandese. «Oggi, forse, il testo», osserva la curatrice Milvia Fioroni (si noti quel «forse»), «non è più al centro delle pubblicazioni, ma questo tipo di letteratura si trasferisce dal campo della spiritualità a quello della ricerca storica.» Be’, forse, non è esattamente così, o meglio, è senz’altro così, ma non solo.
Ho poi
La sapienza del cuore1 rappresenta uno degli esempi più tipici di quei libri di «cose monastiche» che non leggo per motivi di conoscenza storica e inquadramento di un fenomeno culturale bensì per… per cosa? Come definire lo scopo di una lettura del genere senza ipocrisia né autocompiacimento? Forse la formulazione più onesta è quella di «conoscenza personale»; forse si può persino rispolverare il concetto di «edificazione». Poi, con una punta – in questo caso sì – di condiscendenza verso le mie fantasie, posso immaginare di essere seduto tra gli uditori dei sermoni di san Bernardo ed esserne chiamato direttamente in causa. Oggi.

(la prima parte è
Ancora i padri del deserto? Certo, sempre. L’occasione mi è stata offerta questa volta dall’ottimo volume di Graham Gould, La comunità1, che attraverso una lettura minuziosa dei Detti dei padri esplora gli aspetti apparentemente contraddittori dell’esperienza del monachesimo primitivo egiziano, con particolare riguardo ai rapporti personali e alla contrapposizione, anch’essa apparente, tra solitudine e comunione.