Archivi categoria: Libri

Un sogno di perfezione morale (Georges Duby e l’arte cistercense, pt. 2/2)

SanBernardoArteCistercense (la prima parte è qui)

«Per capire Fontenay», scrive Duby1, citando l’abbazia «figlia» di Clairvaux, fondata nel 1119 e uno degli esempi più alti dell’architettura cistercense, «in quello che ne forma il significato e il colmo della bellezza, bisogna avvicinarvisi passo passo, per i sentieri della foresta, nella pioggia d’ottobre attraverso i rovi e i pantani, faticosamente.» Occorre quindi raggiungere la radura, che rappresenta il nucleo, la prima conquista del drappello di monaci che si lasciano tutto alle spalle per cercare un luogo, sottratto a forza di braccia alla selva primordiale, dove rintracciare, ricostituire la regolarità dello spirito, la «somiglianza» a Dio smarrita nella «regione della dissomiglianza» che è il mondo con le sue irregolarità.

In realtà non proprio tutto si sono lasciati alle spalle questi monaci: il «soffio dei tempi nuovi» li segue, insieme ad esempio ai progressi tecnici, a una nuova considerazione del lavoro (compreso quello salariato, che viene impiegato) e persino a un diverso rapporto con il denaro come strumento che non viene disdegnato (si produce e si vende, e il ricavato si usa), tutte cose che produrranno una «espansione tumultuosa» e risultati economici ragguardevoli. Li segue, senza che quasi se ne accorgano, il «movimento di rinascita dell’individuo»: le nuove abbazie che sorgono a un ritmo impressionante non sono abitate da una massa indistinta di religiosi salmodianti, bensì da gruppi compatti di individui non ignari della società da cui provengono e non privi di personalità. Nei reparti di uomini che disboscano, bonificano, arano sopravvive quello spirito di cavalleria (lealtà, coraggio, amore), quel gusto per la conquista e in fondo anche per l’avventura che è lo stesso Bernardo ad aver portato a Clairvaux: «San Bernardo non ha mai rivolto il suo sguardo su altri uomini, se non cavalieri, su antichi cavalieri, i monaci di coro, e su gli altri che ha sognato di attirare a sé», dice Duby, e continua: «Bernardo sarebbe stato un cavaliere magnifico. Ma non imparò mai il maneggio delle armi. Se l’avesse fatto forse non si sarebbe mai stornato dal mondo».

Molto si portano dietro anche del monachesimo «vigente»: la scelta cenobitica, l’ascetismo, il rispetto del passato; l’idea è quella di rimettere il monachesimo al suo giusto posto, cioè ai margini: «L’ideologia cistercense, costruita sulla trama del disprezzo del mondo, non vuole aggiungere nulla, taglia, monda, epura, ed è per questa ragione che la costruzione di Cîteaux altra non è che quella di Cluny ripulita». E nei nuovi monasteri, specchio e scuola dove l’uomo giunge alla migliore conoscenza di sé, in nome della misura e dell’equilibrio esteriore ed interiore si distrugge il vecchio uomo e si fa emergere quello che, come si diceva, conserva la somiglianza. Si bonifica l’anima, allo stesso modo in cui si bonifica il luogo: «Una vittoria dell’ordine sul caos, sforzo dell’uomo per spogliarsi della primitiva rozzezza della selva, per ritrovare il posto da lui occupato prima della caduta, prima di smarrirsi nelle regioni di dissomiglianza, dominando le belve e la vegetazione selvaggia.»

Semplificando molto la parte dedicata al declino, in questo progetto di salvezza dell’anima e di edificazione della «città perfetta» c’era secondo Duby una falla, la falla dei fratelli conversi: «Senza accorgersene, i monaci erano sulla via di diventare quello che i fondatori dell’ordine avevano loro prescritto di non essere mai: dei signori» – e fu proprio la popolazione contadina ad allontanarsi per prima dai cistercensi. La vitalità di Cîteaux si raccolse altrove e la loro capacità di interpretare l’evoluzione dei tempi si trasferì ad altri «protagonisti» più in sintonia con tale evoluzione: gli stessi ordini cavallereschi, la Cattedrale, le confraternite, e poi gli ordini, mendicanti.

«La costruzione cistercense è la proiezione di un sogno di perfezione morale», riassume in una formula Duby, e al centro di questa costruzione c’è il chiostro, «crocicchio dell’universo» dove tutto è luce e chiarezza, raffigurazione di un paradiso ricostruito: «Un’area in cui giunge al suo termine l’addomesticamento del caos silvestre, in cui tutto il cosmico ridiventa collezione ordinata, accordo musicale». E non è forse per questo che i chiostri cistercensi piacciono tanto anche oggi, «oggi che ne rimane solo il guscio, che tanto più ci commuove in quanto è perfettamente vuoto»2? Perché quell’ideale, quell’immagine seppur fuggevole allo sguardo del turista, l’hanno conservato?

Ah, dunque esisteva un posto dove… esiste ancora…

(2-fine)

______

  1. Georges Duby, San Bernardo e l’arte cistercense, traduzione di M. Zini, Einaudi 1982 (ediz. orig. Saint Bernard. L’art cistercien, 1976).
  2. Forse non tutti sarebbero d’accordo su questo «vuoto».

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Libri

Un sogno di perfezione morale (Georges Duby e l’arte cistercense, pt. 1)

SanBernardoArteCistercense Nonostante siano passati quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione, o forse proprio per questo motivo, il libro che Georges Duby ha dedicato all’arte cistercense (e a san Bernardo) si legge con grande piacere, e direi anche con grande profitto1. Il piacere è dovuto in gran parte al testo vero e proprio, steso in uno stile storiografico sempre meno frequentato che non rinuncia, in nome della precisione e del rigore, a un evidente impulso narrativo, sfrondato dagli apparati, che lo rende «appassionante»; mentre il profitto deriva dal fatto che la lettura di Duby del fenomeno artistico cistercense, eminentemente architettonico, potrà anche essere datata e da aggiornare (io però non lo so), ma non può essere di certo del tutto fuori fuoco.

Il «racconto» di Duby prende le mosse, e non poteva essere diversamente, da Cluny, dal suo splendore, in cui si sacrificava a gloria di Dio, e dei signori, il frutto del lavoro altrui, in cui si «conservavano» i morti, e si pregava per loro («le abbaziali del XII secolo sorgevano pertanto su uno spesso basamento di tombe»), in cui lo spazio si allargava e si ornava per dare risonanza al canto liturgico della comunità, per accogliere le processioni e per predicare attraverso la scultura figurata e la decorazione, in cui la società tripartita dava spettacolo di se stessa, con un posto assegnato a ogni «personaggio», compreso il «povero».

Questo modello apparentemente immutabile non regge allo «slancio del XII secolo», che partendo dal mondo agricolo investe tutto («l’arte cistercense nasce e fiorisce nella fase di maggior vivacità di un lunghissimo movimento di crescita agricola… si sprigiona da questa stessa fertilità») ed esige e produce nuove forme in ogni campo. Nella luce della crescita economica, tutto, se così si può dire, appare nuovo, persino la povertà, o perlomeno da rinnovare, e il monachesimo non sfugge a questa spinta: ci vuole un «nuovo monastero», Cîteaux. Spoglio, essenziale, funzionale, «ripulito» e «nudo», costruito in radure remote sottratte a forza alla foresta («l’arte cistercense incomincia con il creare la radura»), eremo e chiostro al tempo stesso: un luogo dove pregare e lavorare, e tornare alla lettera della Regola benedettina, e seguire più da vicino Gesù sulla strada indicata da Vangelo.

Da lì, dopo un apprendistato, un «riscaldamento», nemmeno troppo lungo fa irruzione Bernardo, facendo risuonare la sua parola «irresistibile e riecheggiata sino ai confini del mondo». Una «incessante, pungolante aggressione», la chiama Duby, contro gli altri monaci rilassati, contro i signori, contro i vescovi, contro la scuola e i suoi «pensatori», contro i crociati tiepidi, contro i rivoltosi, contro la curia, contro «un papa malamente eletto»: «Contro tutto».

Bernardo parla (scrive) di tutto, perché tutto conosce delle cose terrene e di quelle divine, ma non parla praticamente mai di arte, di quello che noi intendiamo per opera d’arte, non gli interessa. L’odiata «decorazione» va eliminata, per fare chiarezza, per tornare a concentrarsi sull’essenza, cioè sull’anima (la propria anima) dove si svolge la vicenda fondamentale dell’essere umano. Non ne ha mai parlato esplicitamente e tuttavia l’arte cistercense gli deve tutto: «San Bernardo è veramente il patrono di quel vasto cantiere e, come si dice, il maestro dell’opera. La sua parola ha governato, come il resto l’arte di Cîteaux. Perché quest’arte è inseparabile da una morale, ch’egli incarnava, che voleva a ogni costo imporre all’universo, e in primo luogo ai monaci del suo ordine».

All’universo.

(1-segue)

______

  1. Georges Duby, San Bernardo e l’arte cistercense, traduzione di M. Zini, Einaudi 1982 (ediz. orig. Saint Bernard. L’art cistercien, 1976).

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Libri

«Datemi anche solo un’ora di tempo» (le Meditationes piissimae)

MeditationesPiissimae Sono contento quando iniziative editoriali mi consentono di leggere opere, oggi etichettabili come «oscure», ma che in altri tempi non lo erano affatto, essendo state anzi assai diffuse e molto lette, tanto da conquistare un’altra etichetta, quella ad esempio di «classico della spiritualità medievale». È il caso delle Pie meditazioni sulla conoscenza della condizione umana1, operetta («tractatulus») di ambiente monastico, benedettino, databile tra il 1160 e il 1190. Spesso attribuite in passato a Bernardo di Chiaravalle, le Meditazioni vantano una ricca tradizione manoscritta di circa 250 esemplari (che le presentano da sole o in compagnia di altre opere), cui sono seguite numerose edizioni a stampa, nonché traduzioni in francese, tedesco, italiano, portoghese, fiammingo, ungherese, danese, svedese e islandese. «Oggi, forse, il testo», osserva la curatrice Milvia Fioroni (si noti quel «forse»), «non è più al centro delle pubblicazioni, ma questo tipo di letteratura si trasferisce dal campo della spiritualità a quello della ricerca storica.» Be’, forse, non è esattamente così, o meglio, è senz’altro così, ma non solo.

Le Meditazioni sono state di frequente associate al genere del «disprezzo del mondo» (de contemptu mundi) e sono molti i passaggi che lo giustificano. L’anonimo monaco ripassa con esplicita incisività il classico repertorio, con una particolare sottolineatura del sottogenere del «disprezzo di sé» (de contemptu sui). E quindi: considera, uomo, che non sei «nient’altro che schiuma divenuta carne», carne che, «per quanto sia adornata, è sempre carne», destinata a essere «verme e cibo per i vermi»; considera ciò che fuoriesce dai «passaggi del corpo» e ti renderai conto «di non aver mai visto un immondezzaio più spregevole», e così via tra ondate di orrore e fetore…

Ma, pur nel naturale contesto di un discorso che si sviluppa intorno al peccato, al pentimento, alla confessione e al giudizio (e alla beatitudine o alla dannazione), queste Meditazioni sono prodighe di immagini, paragoni e metafore di natura per così dire psicologica, e sono queste osservazioni, date in un linguaggio diretto e realistico, e per lo più in prima persona, che mi fanno dire ancora una volta che non si tratta, forse, di un testo di interesse esclusivamente specialistico

Ecco ad esempio una scena dialogata di rimorso, in cui l’anima, memore di tutti i suoi misfatti, viene trascinata davanti al Giudice e «incomincia a tremare, chiede di poter fuggire e di avere una tregua, dicendo: “Datemi anche solo un’ora di tempo”. E però, come se le opere acquisissero la capacità di parlare [dicono]: “Tu ci hai compiute, siamo opere tue, non ti abbandoneremo, ma saremo sempre con te, ti seguiremo fino al giudizio”». Ecco l’importanza dell’esame quotidiano di se stessi («Ritorna, dunque, a te stesso e – se non sempre o spesso – almeno qualche volta»), perché niente «è contrario a me, se non io stesso». Ecco l’attenzione che bisogna prestare alla propria instabilità che può ritorcersi contro, poiché il cuore «gira velocemente come un mulino e non rifiuta niente, ma macina tutto ciò che gli viene dato; se non viene aggiunto nient’altro, consuma se stesso». Ecco le autogiustificazioni sempre pronte, le ipocrisie («Dico queste cose e non le faccio»), le pose («Ho finto di essere chi non ero»), le scuse che ci rendono egoisti («Qualcuno mi aspetta desiderando parlare con me di una sua necessità: io prendo un qualsiasi libro, che altri vorrebbero avere. Lo leggo e, leggendolo, perdo il frutto della carità»), le cattiverie che per vergogna non confessiamo («Il mio cuore trama in un solo momento ciò che tutti gli uomini insieme potrebbero realizzare in un anno»), e così via tra ondate di impazienza e miserie.

«Se non osservo attentamente me stesso», dice l’Anonimo, «non mi conosco; se invece mi osservo attentamente, non posso sopportarmi», e non solo, perché «ognuno rimane in qualche modo sconosciuto a se stesso» (ricordiamo, 1175 o giù di lì). Lui, l’Anonimo, e quelli come lui potevano, e possono, contare sul Padre misericordioso che tutto conosce, almeno Lui, e tutto è disposto a perdonare. Ma quelli che non sono come lui, su chi, su cosa, possono contare?

______

  1. Anonimo del XII secolo, Meditationes piissimae de cognitione humanae conditionis. Il cammino dell’uomo verso Dio, introduzione traduzione e note di M. Fioroni, Edizioni Glossa 2023.

Lascia un commento

Archiviato in Benedettine / Benedettini, Libri

Le mille cose che ogni giorno ci capitano (Benedetto da Canfield e la volontà di Dio)

RegolaDiPerfezione Ho poi cominciato a leggere la Règle de Perfection del cappuccino Benedetto da Canfield1, e già nelle prime pagine, com’era prevedibile, data la struttura dell’opera, mi sono imbattuto in un argomento che, per così dire, mi sta a cuore: la definizione e la conoscenza della «volontà di Dio», alla quale generazioni di monaci e di monache, tra gli altri, hanno cercato di corrispondere.

Anzitutto, «per la migliore comprensione di questa materia», occorre distinguere tale volontà, ma non come fa la Scolastica, bensì con una «divisione mistica» in esteriore, interiore ed essenziale. Va da sé che quella che mi interessa di più è la prima, che così viene definita: «La volontà esteriore di Dio è il beneplacito divino, conosciuto attraverso la legge e attraverso la ragione, regola di tutti i nostri pensieri, parole e opere nella vita attiva». Qui il beneplacito è il compiacimento di Dio «quando facciamo del bene e osserviamo i suoi comandamenti»; la legge è un concetto assai capiente, nelle nove precisazioni di Benedetto, che vanno dai comandamenti alle norme ecclesiastiche, dalle Regole degli Ordini religiosi alle disposizioni vescovili, dagli «ordini dei padri e delle madri» alla «legge dei Magistrati»; la ragione interviene in tutte quelle cose non sancite dalla legge (gli esempi sono curiosi, «sposarsi o mantenersi celibi, intraprendere un viaggio o non uscire di casa, sedere o restare in piedi, parlare o tacere, e mille altre cose che ogni giorno ci capitano»), e la sua azione si può riassumere in discrezione, pietà, consiglio.

La definizione va bene, ma il discernimento è tutta un’altra storia, Benedetto ne è consapevole e dedica un capitolo (il VI: «Regola per conoscere e praticare la volontà di Dio in ogni cosa») per esporre «qualche regola più specifica». Dunque, tutte le cose da fare o non fare, ammettere o resistere, ecc., sono o comandate, o vietate, o indifferenti («e non può capitare nulla che non sia compreso in uno di questi tre tipi»). Le prime due categorie sono facili, c’è la legge, per la terza bisogna procedere a un’ulteriore distinzione in cose piacevoli per la natura umana, contrarie o indifferenti. Nel primo caso si deve resistere, mentre nel secondo accettare, perché la mortificazione è sempre gradita. Nelle situazioni dubbie – gradevole o sgradevole? – l’importante è decidere prontamente per il sì o per il no, «piuttosto che discutervi a lungo, con distrazioni, rompimento di testa e perdita di tempo». Nel terzo caso è l’intenzione che fa la differenza: «In tutte le cose indifferenti [Dio] vuole che conosciamo e facciamo la sua volontà non dando altro mezzo se non l’applicazione della nostra intenzione». Tanto che sarà più gradita una passeggiata, fatta con la sola intenzione di piacergli, che tre ore di orazioni, fatte per dimostrarsi più pii degli altri2.

Nel capitolo VII Benedetto, oltre a rispondere ad alcuni dubbi e a segnalare alcune eccezioni, aggiunge un’interessante digressione sugli appartenenti a un Ordine. I religiosi, quando considerano la vastità della volontà di Dio («La volontà di Dio è un mare spirituale sul quale ciascuno può navigare secondo la dimensione della sua nave» – molto bello), pensando di essere impegnati in altissime vicende, non devono tralasciare le piccole cose, «per piccole che siano», che preservano la condizione monastica e la circondano «come un giardino la sua siepe». Infatti, «le buone abitudini e le costituzioni del proprio ordine religioso, anche se non ne costituiscono la vera essenza, sono comunque la muraglia e la controscarpa a sua difesa».

E questa, conclude provvisoriamente Benedetto da Canfield, è la vera vita attiva e contemplativa, non separata («come molti la considerano»), bensì unita, perché nella pratica e nella costanza le mille cose che ogni giorno ci capitano si trasformano da opere esteriori in interiori, da materiali in spirituali, da oscure in luminose: la contemplazione e l’azione si saldano, «senza pregiudizio né impedimento dell’una sull’altra». Soltanto per i monaci?

A questo punto non sarebbe male approfondire cosa succede se alla «purezza interiore d’intenzione» si toglie il riferimento alla volontà di Dio, se legge e ragione non hanno come obiettivo il «beneplacito divino», ma io di certo non posso farlo.

______

  1. Benedetto da Canfield, Regola di perfezione, a cura di M. Vannini, Edizioni Biblioteca Francescana 2022.
  2. «Come una piccola quantità d’oro supera di valore una gran massa di piombo, così la purezza interiore d’intenzione supera di molto l’opera esteriore in valore di fronte a Dio.»

Lascia un commento

Archiviato in Cappuccini, Libri

Gloria o confusione

SapienzaDelCuore La sapienza del cuore1 rappresenta uno degli esempi più tipici di quei libri di «cose monastiche» che non leggo per motivi di conoscenza storica e inquadramento di un fenomeno culturale bensì per… per cosa? Come definire lo scopo di una lettura del genere senza ipocrisia né autocompiacimento? Forse la formulazione più onesta è quella di «conoscenza personale»; forse si può persino rispolverare il concetto di «edificazione». Poi, con una punta – in questo caso sì – di condiscendenza verso le mie fantasie, posso immaginare di essere seduto tra gli uditori dei sermoni di san Bernardo ed esserne chiamato direttamente in causa. Oggi.

Il volume infatti antologizza – sapientemente, è il caso di dire – alcuni mirabili sermoni dell’abate di Clairvaux sul tema della coscienza e vi unisce due testi anonimi sul medesimo argomento, sempre di ambiente cisterciense, il Tractatus de conscientia ad religiosum quemdam ordinis cisterciensis e il Tractatus de interiori domo seu de conscientia aedificanda. Ben preparati dall’introduzione di Riccardo Larini, che ricostruisce lo sviluppo del concetto di coscienza, dalle origini greche ed ebraiche a Filone alessandrino, da san Paolo a Origene e ad Agostino, fino alle sintesi cisterciense e della scuola di San Vittore, siamo pronti ad ascoltare. E «cosa ci suggeriscono allora i testi degli autori medievali sulla coscienza che abbiamo proposto in questa raccolta?» si chiede Larini, concludendo la sua introduzione. «Forse qualche spunto prezioso sono in grado di offrirlo pure a noi.» Ecco, appunto.

Ad esempio è proprio san Bernardo, campione di ascesi e di rinunce, a ricordare come Dio abbia dato all’anima una «dimora sublime»: «Parlo di questo corpo, che egli ha ideato, disposto, ornato e ordinato in tal maniera che tu puoi abitare in esso gloriosamente e con compiacimento». Nessuna condanna a priori, quindi, semmai l’invito a fare altrettanto, cioè a costruire una casa degna di accogliere a nostra volta Dio che desidera riunirsi a noi. In realtà non occorre costruirla, perché è già lì, l’anima, e in essa la coscienza, e si tratta piuttosto di pulirla, svuotarla del brutto e del superfluo, renderla accogliente. Ciò è possibile perché la coscienza è la sede dell’immagine di Dio, che è indistruttibile («La coscienza è poi eterna, non ha fine, così come non ha fine l’anima»), e a noi è data la possibilità di ricomporne la somiglianza, che invece assai facilmente possiamo dissipare. Gli strumenti che alternativamente possono dare adito allo smarrimento e alla dissipazione, o al discernimento e alla ricomposizione sono la memoria, la ragione e la volontà.

Tre facoltà che non devono separarsi, bensì cooperare: «La ragione sia quindi senza errore, per potersi ben conformare alla volontà: così la predilige, infatti, la stessa volontà. La volontà sia senza iniquità, poiché così l’approva la ragione. Altrimenti, se l’anima accusa se stessa di avere una volontà depravata, riguardo a una cosa che la ragione approva, si avrà guerra intestina e discordia pericolosa. […] Anche la memoria sia senza macchia; non rimanga in lei alcun peccato che non sia cancellato grazie alla confessione e a convenienti frutti di conversione. Altrimenti la coscienza, nella quale il peccato resta nascosto, sarà odiata dalla volontà e maledetta dalla ragione». Non è difficile vedere come anche un non credente possa addentrarsi in queste distinzioni, traendo ispirazione, se così si può dire, dal concetto dell’immagine come «nucleo di bene» che possiamo rintracciare in noi, anche ignorandone l’origine; oppure ritrovare il senso di quella «guerra intestina».

E come non riconoscere, per fare un altro esempio, l’efficacia della descrizione dei quattro generi di coscienza: buona e tranquilla, buona e turbata, cattiva e tranquilla, cattiva e turbata. La prima è quella dei santi, o comunque di chi «è dolce con tutti e non è di peso a nessuno», di chi «si serve dell’amico per la grazia, del nemico per la pazienza, di tutti per volere il bene». Una coscienza siffatta, commenta l’Anonimo, «è come un uccello raro sulla terra». La seconda è quella di coloro che «sono preda delle tribolazioni del corpo e dell’anima, ma non cedono né recedono nella tribolazione», che guardano con apprensione al futuro e ripensano – aggiunge Bernardo – «con amarezza agli anni passati». La terza è quella di chi «non teme Dio e non rispetta l’uomo», quella «di coloro che peccano sperando in bene» («è la coscienza, soprattutto, degli adolescenti», commenta Bernardo). La quarta infine è quella dei disperati (che disperano della salvezza) e di chi è tormentato dal senso di colpa: «Per esempio», dice l’Anonimo, «qualcuno desidera per il godimento l’adulterio, ma in questo è colto dall’ansia; e quest’ansia è ben più grande del godimento, a tutta vergogna e angoscia dell’uomo che vive e sa [sapit] secondo l’uomo».

Sono soltanto un paio di spunti da un libro che ne dispensa a iosa, e che offre soprattutto l’occasione di rinnovare l’attenzione su di un «luogo» in cui «accade» gran parte di ciò che ci riguarda, o che ci dovrebbe riguardare, e in cui forse è possibile anche agire, e non soltanto sentire: «La coscienza infatti è la gloria o la confusione inseparabile di ciascuno, secondo la qualità di ciò che vi è stato depositato».

______

  1. La sapienza del cuore. La coscienza al cuore della vita spirituale in alcuni testi monastici del XII secolo, a cura di R. Larini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 1997.

2 commenti

Archiviato in Cisterciensi, Libri

Con sorpresa di molti (Paul Quenon e la vita inutile)

Gethsemani 2023 01

Abbazia di Gethsemani (foto Potts)

 Ho avuto modo di tornare su un libro che avevo letto qualche anno fa, In Praise of the Useless Life, Elogio della vita inutile1, il cui autore, Paul Quenon, è monaco trappista presso l’Abbazia di Gethsemani, a New Haven, in Kentucky, da oltre sessant’anni e vi ha passato la prima parte del suo noviziato sotto la guida di Thomas Merton, che quella abbazia a suo modo ha reso famosa. Allora, ad attrarre la mia attenzione era stato, oltre alla testimonianza su Merton, il capitolo dedicato agli eremitaggi che sorgevano nei dintorni dell’abbazia; questa volta, invece, il libro mi ha colpito per la quantità di particolari che, mi sento di poter dire, soltanto un monaco americano poteva scegliere di includere nel suo testo.

Si tratta di osservazioni, immagini, paragoni, piccoli aneddoti che restituiscono una concretezza che un monaco europeo, forse avrebbe evitato, per pudore o per non dare l’impressione di eccessiva «ordinarietà» e quotidianità al racconto (per episodi) di una vita dedicata alla ricerca di un rapporto più intimo con Dio.

Quando ad esempio parla dell’utilità di mandare a memoria poesie, salmi, brani della liturgia fr. Paul ricorda che «un mattino l’anziano fr. Claude, mentre aiutava il cuoco a pulire le verdure, si lanciò in un medley di vecchie canzoni di Broadway, addirittura precedenti la Prima guerra mondiale». Per far capire lo «sballottamento» che può produrre la lettura dei Salmi dice che è un po’ come quando, «da bambini, seduti sui sedili posteriori della Chevrolet nera di papà, molto prima che fossero obbligatorie le cinture di sicurezza, attraversavamo veloci le colline della Virginia del West» – sballottati su e giù, appunto. La sveglia che punta per alzarsi per l’ufficio notturno e che poi non sente perché ha messo la testa sotto il cuscino; il calendario che gli mandano quando scrive per la prima volta all’abbazia e le foto che lo affascinano; il giradischi col quale ascolta le sinfonie di Bruckner mentre è in ritiro all’eremitaggio; la piccola macchina fotografica che tiene in una delle capienti tasche del saio. Oppure, ripensando a lungo viaggio in auto per seguire alcuni corsi a San Francisco, ricorda ancora «le autostrade che attraversano i Great Plains: così ampie, e vuote. Potevo sistemare il Salterio sul volante e recitare l’ufficio divino mentre guidavo (non è una pratica che deve essere imitata, tuttavia)». E l’annuncio dato in refettorio della morte di Merton, paragonato a quello della morte di J.F. Kennedy: «Il tempo si fermò». E il ricevimento nell’ufficio dell’abate in onore di un famoso poeta che aveva tenuto una conferenza all’abbazia: «Qualche morceaux di formaggio trappista, la nostra crostata e un assaggio del celebrato bourbon del Kentucky».

Gethsemani 2023 02

Il coro dell’Abbazia di Gethsemani (foto Potts)

 Il capitolo dedicato alla recitazione dei Salmi («Una vita di canto e musica») mi è stato inoltre di grande aiuto per capire meglio. Anzitutto lo sforzo di mettere a punto il canto collettivo è un’attività che ha un valore in sé (la partecipazione di tutta la comunità, il contributo del singolo e l’accordo, la fusione). La recitazione, poi, non è sempre uguale, non va immaginata come una pratica immutabile. Fr. Paul lo dice molto chiaramente: «Talvolta seguo il significato delle parole, altre volte la mia mente scivola in un casuale flusso di coscienza, oppure semplicemente si perde». Poi, però, una singola parola, una frase emerge, per inabissarsi di nuovo; un intero salmo passa nell’indifferenza, ma all’improvviso uno scatto riaccende l’attenzione: si accorge di pronunciare parole che dicono con esattezza lo stato d’animo del presente. Anno dopo anno «ho l’impressione che quelle non siano soltanto le mie parole, sono le nostre parole, e mi abbandono a una voce più vasta della mia». È la voce dell’umanità. «Quanto è bello essere tirato al di là dei soliti limiti dei tuoi pensieri e delle tue parole, essere spinto a pronunciare parole che non diresti mai… […] Le emozioni vengono sempre prima della dottrina, quando si canta la Scrittura.»

Queste e altre osservazioni sulla vita quotidiana del monaco, o almeno di Paul Quenon, monaco trappista da sessant’anni, sono sempre offerte con un tono piano e privo di qualsiasi enfasi, e credo mi abbiano fatto fare un piccolo passo avanti nella comprensione (anche circa il valore delle testimonianze monastiche): «Nel complesso credo che monache e monaci debbano condividere con gli altri qualche momento della loro vita (per quanto modesto possa essere). Con sorpresa di molti, questo mondo continua a essere un posto in cui esiste il monachesimo, e noi monaci facciamo bene a far sì che la gente ne possa cogliere anche una vaga idea, sia che sia disposta a prenderlo sul serio o no».

______

  1. Paul Quenon, In Praise of the Useless Life. A Monk Memoir, foreword by Pico Iyer, Ave Maria Press 2018.

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Trappisti e trappiste

«Agatone, non farlo» (A scuola dai padri del deserto, pt. 2/2)

GouldLaComunità2 (la prima parte è qui)

Dopo aver affrontato il rapporto maestro-discepolo, all’interno delle comunità monastiche primitive, Graham Gould1 allarga la visuale ai rapporti con il prossimo in genere, e il discorso si fa ancora più interessante, perché gli aspetti, le dinamiche, i problemi che emergono sono quanto mai vicini a noi lettori contemporanei. Non bisogna dimenticare, peraltro, che i Detti dei padri del deserto non sono un’«opera» strutturata e coerente, bensì accolgono, come già si accennava, fenomeni apparentemente contraddittori: ricerca della solitudine e senso di comunità, silenzio e parola, inflessibilità (verso se stessi) e misericordia (nei confronti dei fratelli), entrambe a oltranza, e così via2. Sono la testimonianza di un gruppo di individui che, praticando un instancabile discernimento, si sforzano di inseguire il bene e di rispondere alla chiamata di Dio (alla domanda: «Che cos’è un monaco?» Giovanni Kolobos rispose: «Fatica. Poiché in ogni azione il monaco deve sforzarsi. Questo è il monaco!»).

Ecco allora che, uno alla volta, emergono e vengono affiancati una serie di comportamenti e insegnamenti che brillano come se fossero appena additati e pronunciati. L’ambito più frequentato dai padri è quello relativo all’ira, al giudizio, alla lite e alla calunnia: quattro circostanze, di evidente «ispirazione» demoniaca, da fuggire a qualsiasi costo. All’ira non bisogna mai cedere, resistendo anche alla tentazione di puntualizzare e di ribattere, sottraendosi senza discutere alle situazioni di conflitto (situazioni cui sarebbe consigliabile addirittura di non assistere: accusato di non essere intervenuto nella lite tra due fratelli [che quindi accadevano], Poemen rispose: «Mettiti bene in mente che io non ero qui»). Ancor più da evitare è il giudizio sull’altrui condotta, per non peccare d’orgoglio, per non arrogarsi una prerogativa che è soltanto di Dio, per non cadere nei tranelli del demonio e per non dimenticare le proprie debolezze: al limite accusare se stessi, mai gli altri. «Agatone, quando vedeva qualcosa che il suo pensiero avrebbe voluto giudicare, diceva a se stesso: “No, Agatone, non farlo”. E il suo pensiero si acquietava». E abba Giuseppe, interrogato da Poemen sul diventare monaco, così rispondeva: «Se vuoi trovare pace in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza, di’: “Chi sono io?”. E non giudicare nessuno».

E se si è oggetto di giudizio, se non di calunnia? Niente, fermi, indifferenti, alla lode come all’insulto: «Dobbiamo diventare come questa statua che non si turba né quando è offesa, né quando è lodata», dice abba Anub. La questione della lode, d’altra parte, è legata con sottile distinzione al punto di vista: la lode ricevuta è male, perché ottunde, e perché di sicuro non è meritata, ma la lode offerta è bene, poiché innalza l’altro al di sopra di noi. Meglio ancora la lode testimoniata: «Quanto senti un anziano [abba Matoes, nella fattispecie] che loda il suo prossimo più di se stesso, sappi che è giunto a grande misura: questa infatti è la perfezione, lodare il prossimo più di se stessi».

L’altro dunque, anche per chi lo fugge ritirandosi in una grotta, resta paragone, specchio, occasione di bene, sentinella contro il male, «terreno» sul quale misurare se stessi e le proprie mancanze. Ed è anche colui verso il quale la nostra capacità di «comprensione», pallida ombra della infinita misericordia divina, deve esercitarsi senza sosta. Se i padri rivolgono costantemente a se stessi uno sguardo severo e inflessibile, quando si volgono al fratello sono pronti a sciogliersi.

E su questa nota concludo la mia incompletissima lettura di un libro che, tra gli altri meriti, ha quello di far ripassare al lettore molti dei Detti più belli e interessanti della raccolta, citando questo esempio, perfetto e dolcissimo: «Alcuni anziani si recarono da abba Poemen [ancora lui, uno dei più grandi, se non il più grande, e mi perdonerà se lo esalto…] e gli chiesero: “Se vediamo dei fratelli che sonnecchiano durante la liturgia, vuoi che li scuotiamo, perché rimangano desti durante la veglia?”. Ma egli disse: “Veramente, se io vedo un fratello che sonnecchia, metto la sua testa sulle mie ginocchia e lo lascio riposare”».

(2-fine)

______

  1. Graham Gould, La comunità. I rapporti fraterni nel deserto, traduzione di G. Dotti, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2001 (trad. di The Desert Fathers on Monastic Community, 1993).
  2. «Sarebbe in ogni caso sbagliato negare l’esistenza di comportamenti differenti o affermare che il parere espresso in un apoftegma debba essere in armonia con gli altri», pag. 158.

Lascia un commento

Archiviato in Le origini, Libri

«Occorre che sia tu a dirmelo» (a scuola dai padri del deserto, pt. 1/2)

GouldLaComunità2 Ancora i padri del deserto? Certo, sempre. L’occasione mi è stata offerta questa volta dall’ottimo volume di Graham Gould, La comunità1, che attraverso una lettura minuziosa dei Detti dei padri esplora gli aspetti apparentemente contraddittori dell’esperienza del monachesimo primitivo egiziano, con particolare riguardo ai rapporti personali e alla contrapposizione, anch’essa apparente, tra solitudine e comunione.

È assai utile, a inizio lettura, essere richiamati sul fatto che le raccolte dei Detti, come via via sono state affidate alla scrittura, siano intese anche come «un archivio duraturo» dello sviluppo di una comunità desiderosa di «salvaguardare una visione chiara» delle proprie origini2. Molto frequenti, in questo senso, sono i Detti che prendono la forma rivelatrice di «Abba Tizio dice che abba Caio diceva…» Né va dimenticato che molti testi, raccontando di incontri, colloqui e anche frizioni tra i fratelli, finiscono proprio con l’illustrare la natura dei loro rapporti.

La prima dimensione affrontata dall’analisi di Gould è quella del rapporto tra maestro e discepolo. Una relazione che, a guardarla con gli occhi di oggi, suscita al tempo stesso nostalgia, per la sua progressiva scomparsa, e preoccupazione, per le distorsioni che ancora può generare. Anzitutto il maestro, l’abba, aveva il compito di insegnare al discepolo, il nuovo arrivato, i fondamenti pratici della vita monastica (non c’era una Regola da far leggere e rileggere, come avrebbe prescritto san Benedetto) e di illustrargli i problemi che avrebbe incontrato. È una preparazione, e affinché sia efficace il discepolo vi si deve sottomettere con assoluta obbedienza, riconoscendo l’autorità e la saggezza di chi ha maggiore esperienza di lui: «[Abba Isaia] disse ancora di coloro che iniziano bene la vita monastica e si sottomettono ai santi padri: “Come accade alla porpora: la prima tintura non si scolora. E come i rami teneri si innestano e si piegano facilmente, così avviene dei novizi che vivono nella sottomissione”». Le tentazioni sono pericolose per i novizi perché sono sconosciute, non ne hanno fatto ancora estesa esperienza, e «nessuno può essere di aiuto a se stesso soprattutto quando è oppresso dalle passioni». Dopo un atto di volontà di prima grandezza come quello di voler cambiare vita, curiosamente, si potrebbe dire, «la rinuncia alla propria volontà costituisce la pietra miliare del vero progresso nella vita monastica».

L’obbedienza richiede anche la necessità di rivelare i pensieri, cioè l’apertura del cuore, altro aspetto cui guardiamo oggi con la medesima, inestricabile mescolanza di nostalgia e preoccupazione di cui sopra. C’è una speciale risonanza contemporanea, per così dire, in questa vicenda dell’apertura. Un detto della serie anonima contiene un dialogo illuminante al riguardo. Un monaco racconta che da giovane era afflitto da un pensiero, ma non si risolveva a parlarne con un anziano: andava a trovarlo, ma poi si bloccava, finché lo stesso anziano prese l’iniziativa: «Egli si voltò e vedendomi tormentato mi batté il petto e mi disse: “Che hai? Anch’io sono un uomo”. Come disse queste parole, parve che il mio cuore si aprisse. Caddi ai suoi piedi e lo pregai tra le lacrime dicendo: “Abbi pietà di me”. L’anziano mi disse: “Che hai?”. Risposi: “Non sai che ho?”. Ed egli disse: “Occorre che sia tu a dirmelo”. Allora con grande vergogna gli manifestai la mia passione ed egli mi disse: “Perché per tanto tempo ti sei vergognato a parlarmene? Non sono anch’io un uomo? Tuttavia, se vuoi, ti dico quello che so”». L’equilibrio qui è molto delicato, ma ugualmente il momento è bellissimo.

Inutile sottolineare, ribaltando la prospettiva, la responsabilità che deriva al maestro da questo tipo di rapporto. Responsabilità che ha il suo perno nel discernimento, il quale a sua volta «implica l’abilità dell’abba di distinguere tra le diverse capacità spirituali di persone differenti e di comportarsi, rispetto alle loro tentazioni, in modo adeguato». La parola dell’abba dunque non è mai generica, ma sempre personale, ed è basata sulla propria esperienza, e deve sempre accompagnarsi all’esempio, in «una testimonianza concorde di parola e vita».

Vi sono alcuni di esempi di fallimento del rapporto, o di insofferenza da parte di uno dei due «attori». Alcuni anziani, ad esempio, manifestano una certa riluttanza all’insegnamento e talvolta reagiscono col silenzio alle domande (cosa che rappresenta comunque un insegnamento). Nel complesso, però, prevalgono la comprensione e la carità, che si traducono anche in una sorprendente flessibilità di fronte ai vari casi che si presentano. L’abba è colui che è capace di trovare il modo giusto, per quanto strano possa essere, di rispondere alla richiesta di aiuto del discepolo, come in questa magnifica storia, sempre dalla serie anonima, così riassunta da Gould: «Un anziano incoraggiò il suo discepolo a resistere alla tentazione della fornicazione, ma quando il discepolo gli rispose: “Abba, non riesco più a resistere al peccato”, l’abba cambiò tattica, passando dall’incoraggiamento al coinvolgimento. “Anch’io sono tentato, figliolo. Andiamo insieme, facciamo la cosa e ritorniamo nella nostra cella”. Quando arrivarono alla casa della prostituta, l’anziano entrò, con il pretesto di incontrarla per primo, ma una volta dentro la convinse a non contaminare il fratello. Allorché il fratello entrò (presumibilmente credendo che l’anziano avesse già peccato), ella lo persuase a pregare prima di peccare e, “dopo venti o trenta metanìe”, il fratello, preso da compunzione, uscì incontaminato».

(1-segue)

______

  1. Graham Gould, La comunità. I rapporti fraterni nel deserto, traduzione di G. Dotti, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2001 (trad. di The Desert Fathers on Monastic Community, 1993).
  2. «Abbiamo a che fare con un prezioso archivio della vita concreta, in parole e opere, delle comunità monastiche di Scete e del basso Egitto», pag. 43.

2 commenti

Archiviato in Le origini, Libri

«Un po’ come Dio» (La «Vita di san Bernardo» di Robert Thomas)

VitadiSanBernardo02 Così come tendo a leggere le opere di autori monastici senza troppo riguardo alla cronologia, come se fossero il frutto di un eterno presente del fatto monastico, allo steso modo mi comporto con la relativa letteratura critica e storiografica. Non è molto giusto, lo so, ma ugualmente non rinuncio a leggere libri che potrebbero dirsi «superati», in particolare le biografie, per il piacere di «stare in compagnia» dei loro soggetti. E quindi ben venga aver trovato questa Vita di san Bernardo, scritta dal trappista Robert Thomas1, monaco del 1928 al 2002 di Sept-Fons (di cui fu anche priore) e fondatore dell’iniziativa editoriale «Pain de Cîteaux», dedicata alla divulgazione delle opere dei padri cistercensi. Quanto poi sia «superata» non saprei nemmeno dire, mentre di sicuro è caratterizzata da un abbondante, e per l’epoca relativamente nuovo, uso di citazioni, sia dalle opere di san Bernardo, sia da quelle dei suoi primi biografi. Ne risulta una bella camminata al suo fianco, dal noviziato a Cîteaux («i pochi mesi in cui sarà un semplice monaco») alla fondazione e all’abbaziato a Clairvaux, e poi in giro per la cristianità, ascoltando la «voce» dei suoi trattati, dei sermoni e delle lettere.

Al di là dei suoi mirabili scritti, ampiamente esposti dal Thomas, sono tanti i particolari che, come ogni ben disposto lettore di agiografie, un po’ mi inquietano e un po’ mi affascinano. Nel 1112, quando bussa a Cîteaux, per chiedere di esservi ammesso, si presenta con trenta compagni: tutti i fratelli, meno uno, troppo giovane, uno zio, un po’ di cugini e diversi amici. Quando alcuni parenti lo vanno a trovare a Cîteaux, ancora novizio, per non ascoltare i loro discorsi frivoli e «mondani» si mette della stoppa nelle orecchie e fa finta di ascoltare. Quando i suoi confratelli, tra le vigilie e le lodi, si ritirano per riposare, lui esce nelle campagne circostanti l’abbazia e continua a pregare, da solo. Se mangia «è per evitare di cadere, di avere un mancamento. Ancor prima di incominciare, al solo pensiero che deve mangiare, è già sazio». Non si dà pace finché tutti i membri della sua famiglia, a parte la madre Aleth, «volata in cielo», non sono entrati in un monastero, compresa Umbelina, l’unica sorella, «sposata e che non pensava affatto alla vita monastica». La sua cella a Clairvaux è un bugigattolo, «somigliava a una prigione; la scala ne prendeva un angolo, il tetto, con un piano inclinato, ne mozzava ancora un lembo». «Egli aveva l’abitudine di muoversi dal proprio stallo per risvegliare un monaco che vedeva un po’ addormentato in coro.» Solo nel 1133 visita il paese di Vaud e le abbazie di Alps e Hautecombe; raggiunge papa Innocenzo II a Pisa, poi va in missione a Genova, quindi ritorna dal papa a Grosseto; in aprile è a Roma, a giugno a Blois, poi a Bèze e in autunno a Jouarre… Quando sta tornando «a casa», i suoi confratelli gli vanno incontro, «si precipitano ai suoi piedi, si rimettono in piedi per abbracciarlo, poi lo conducono con gioia a Clairvaux intrattenendosi con lui… La gioia era calma, e senza dissipazioni…» Quando muore il suo amato fratello Gerardo non versa una lacrima, ma il giorno dopo, durante il sermone, non resiste: «Perché mi sei stato strappato? Come sei stato strappato bruscamente dalle mie mani, tu, che facevi con me un’anima sola, tu, l’uomo secondo il mio cuore!» E così via.

Unico e inconfondibile Bernardo: ispirato, incendiario, talvolta sbrigativo e tagliente, avversario da temere e amico da amare senza riserve. È un po’ sciocco dirlo, ma come mi sarebbe piaciuto poterlo incontrare: «È gracile, non ha salute, ma il suo viso, i suoi occhi soprattutto impressionano, attirano, soggiogano. Ha l’aria timida e non ha paura di nessuno. Ha uno strano potere di affascinare. Qualcosa di divino emana dalla sua persona, incute soggezione e attira: è un po’ come Dio, al tempo stesso temibile e affascinante». Oggi come allora.

______

  1. Robert Thomas, Vita di san Bernardo, traduzione del Monastero di San Giacomo di Veglia, Borla 1991 (trad. di Vie de Saint Bernard, O.E.I.L. 1984).

Lascia un commento

Archiviato in Agiografie, Libri

Il sibilo della sofferenza (Isacco di Ninive)

DiscorsiAsceticiNel frattempo ho portato a termine la lettura dei Discorsi ascetici di Isacco di Ninive, della «Prima collezione» s’intende. Mi ha accompagnato per parecchi mesi, frammista ad altre letture, ovviamente, ed è diventata quasi un sottofondo, una discreta musica costante. Può far sorridere, considerando la «musica» non di sottofondo nella quale si è oggi avvolti, ma trovo sia difficile esagerare la «bellezza» di questi testi, soprattutto se affrontati con slancio non «specialistico», così come è altrettanto difficile lodare eccessivamente l’edizione (la sensibilissima traduzione) che li ha resi disponibili al lettore italiano1.

Isacco, nato nella regione corrispondente all’attuale Qatar, brevemente vescovo di Ninive intorno al 680, prima e dopo monaco solitario e cenobita, divenuto cieco forse per l’eccesso di letture, era, secondo una notizia biografica assai più tarda, «mite, dolce e umile, e la sua parola era piena di tenerezza. Non mangiava nulla se non tre pani alla settimana insieme a un po’ di verdure, e non gustava cibi cotti».

Mite, dolce, umile, cieco, pieno di tenerezza – ma non per questo osservatore meno acuto della natura umana e conoscitore dei suoi sentieri; ed è proprio tale combinazione di bontà e lucidità che me l’ha fatto ascoltare così a lungo – è il caso di dirlo – con «incanto» (i suoi scritti, va ricordato, sono trascrizioni da parte dei suoi discepoli di discorsi effettivamente pronunciati). Il perché di questo incanto lo spiega meglio di me il curatore del volume, Sabino Chialà, quando si chiede come è possibile che Isacco parli con tale facilità «all’uomo e alla donna del XXI secolo»: perché «forse la franchezza, la sincerità e dunque l’autenticità di un’esperienza che, essendo profondamente radicata, emerge con parole che attraversano i tempi e gli spazi senza farsene oscurare, giungendo a noi come acqua limpida, appena uscita da quell’unica fonte che è capace di dissetare ogni essere umano». Isacco risponde, illustra, spiega, racconta, mostra, ricorda, avverte, consola, ammonisce, consiglia, incoraggia; Isacco, cioè, capisce e «capisce», senza che la seconda mossa diventi sommaria assoluzione, ma rimanga umana comprensione.

Inutile dire che ho sottolineato molto, nella speranza di memorizzare, o almeno di ritrovare (una nota di merito, in questo senso, all’«Indice dei temi più ricorrenti»). Ad esempio la fine osservazione psicologica che apre il Discorso XXIII: «Ogni realtà sensibile, sia azione sia parola, se non avviene in modo accidentale ma si ripete nel tempo, manifesta un qualcosa che è nascosto dentro». La forza o la debolezza della volontà non va infatti misurata da quello che si compie occasionalmente, dal casuale inciampo, bensì da ciò cui si torna più e più volte, perché «la libertà [della volontà] la si valuta in base alla persistenza di qualcosa». Oppure questa immagine tratta dal Discorso LXII: «La condotta di questo mondo assomiglia alla copiatura dei libri quando la pagina è ancora bianca, e dunque si può aggiungere e togliere ciò che si vuole e quando lo si desidera, mutando così ciò che vi è scritto». Finché non vi si appone il sigillo finale, «il libro della vita» può ancora essere corretto, «il nostro libro è nelle nostre mani». O ancora questa istantanea un po’ cruda, tratta dal Discorso LXIX, che fotografa la persistenza delle passioni: «Esse sono infatti come dei cani presso un macellaio, abituati a leccare il sangue: quando è loro sottratto ciò cui erano abituati, se ne stanno sulla porta abbaiando, fino a che la forza della loro abitudine di un tempo svanisce». E ancora questa breve nota dal Discorso LXXIV: «Non chiunque sia calmo è umile, ma chiunque è umile è anche calmo. Non esiste un umile che non sia modesto, ma di modesti che non sono umili ne troverai molti».

E così via, per oltre settecento pagine. Se tuttavia dovessi scegliere una parola, una sola, a mo’ di stemma, tornerei al Discorso XXVII, nel quale Isacco, tra le altre cose, ragiona su quella che sarà la pena dei «dannati», e dove coglie con poche e semplici parole una verità che mi pare trascenda qualsiasi fede si professi o non si professi nell’al di là o nell’al di qua: «Io dico che anche quanti saranno castigati nella geenna, saranno tormentati dalle piaghe dell’amore. Le piaghe che provengono dall’amore, cioè quelle di quanti sentono di aver mancato nell’amore sono dure e amare! Più dei tormenti che vengono dal timore! La sofferenza che sibila nel cuore perché si è mancato all’amore è più acuta di tutti i tormenti che vi possano essere».

______

  1. Isacco di Ninive, Discorsi ascetici. Prima collezione, a cura di S. Chialà, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2021.

2 commenti

Archiviato in Libri