Archivi categoria: Cisterciensi

Alla coque, al forno, al tegamino (Dice il monaco, XLI)

Dice Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), cisterciense:

Tre cose mettono alla prova e rafforzano la nostra speranza: l’umiltà derivata dalla sapienza, che è come cuocere un uovo nell’acqua [in aqua coquere]; la fermezza della costante pazienza, che è come arrostirlo nel fuoco [igni assare]; la nascosta verità dell’ispirazione, che è come friggerlo nel grasso [in sagimine frigere].

Bernardo di Chiaravalle, Sentenze II, 106, in Sentenze e altri testi, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di F. Cardini («Opere di San Bernardo» II), Città Nuova 1990, p. 327.

 

2 commenti

Archiviato in Cisterciensi, Dice il monaco

Bernardo di Chiaravalle, Psy.D.

Leclercq Monaci e amoreLa tesi del solito Jean Leclercq («solito» per me, perché in fondo è grazie ai suoi scritti che mi sono avvicinato con intenzione a queste materie) è semplice ed espressa con chiarezza: mentre nel monachesimo «tradizionale» i nuovi membri delle comunità provenivano principalmente dalle schiere degli oblati, con il XII secolo le reclute del «nuovo» monachesimo (Cisterciensi, Certosini, ecc.) erano individui adulti provenienti dal «mondo». Se nel primo caso, quindi, trattandosi di bambini offerti a suo tempo dai genitori a un monastero e poi ivi cresciuti, «la maggioranza dei monaci, di ambo i sessi, non avevano conosciuto altro che la vita del chiostro» (e ne avevano appreso le regole), nel secondo «molti di questi monaci – uomini e donne – entravano in monastero in possesso di una precisa conoscenza dell’amor profano», e della vita nei castelli e nei borghi, delle attività di scambio e spesso anche della guerra.

Per quanto un po’ schematica, è una tesi che permette a Leclercq di leggere con profitto alcuni fatti importanti nello sviluppo della letteratura monastica, in particolare la diffusione dei trattati dedicati all’istruzione dei novizi e la nascita di un nuovo genere letterario, dedicato all’amore monastico – il che naturalmente conduce al «cardine di tutta la letteratura d’amore di ambito monastico nel dodicesimo secolo [, che] è costituito dalla conversione, opera ed influenza di Bernardo di Clairvaux».

Oltre che per la trasmutazione dell’amore, tuttavia, l’opera di Bernardo è stata fondamentale anche per la sublimazione dell’«aggressività sociale» dei suoi monaci. «È noto che molti dei monaci di Clairvaux, al tempo di Bernardo, erano stati cavalieri, addestrati alle armi, versati nella letteratura cortese e a conoscenza dei romanzi cavallereschi. Ma qualunque fosse la loro origine sociale, essi erano figli della propria epoca e così, in maggiore o minor misura, conoscevano – e subivano l’influenza – delle canzoni e dei racconti del momento.»

Cosa fa Bernardo, soprattutto nelle opere minori, quelle «per tutti i giorni»? Trova il modo di sfogare gli impulsi aggressivi e il bisogno d’azione dei suoi monaci insistendo sulla dimensione militare, di vero combattimento, dell’impegno spirituale. Nelle Sentenze e nelle Parabole la Bibbia viene riletta, nei suoi episodi più violenti, espungendo il «male contenuto nel senso letterale» e trasfigurandolo nel significato simbolico. Bernardo usa tutto il lessico militare e cavalleresco, parla di assedi, imboscate, accampamenti, scudieri, fortificazioni, torri, prigioni, ecc., trasponendolo puntualmente sul piano spirituale: «Una triplice linea di fortificazioni protegge l’anima: essa è circondata dall’assidua pratica della discrezione; trova sicuro baluardo nell’intercessione dei santi; ed è completamente cinta dalla divina protezione, capace di resistere a tutti gli assalti del diavolo»; e da parte sua il miles Christi deve portare lo «scudo della pazienza», la «corazza dell’umiltà» e in testa l’«elmo della salvezza», infine «la parola del Signore sarà la spada nella sua mano e giusti desideri il destriero sul quale è montato». Bernardo parla un linguaggio che un ex soldato capisce al volo, e intanto lo trasforma in un «operatore di pace».

Piena consapevolezza di sé, accettazione, neutralizzazione degli impulsi inconsci e sublimazione: questo è il percorso che Bernardo fa compiere ai suoi monaci. «Si può forse vedere in questa sicura capacità di guida psicologica una prova che Bernardo aveva per primo percorso questa strada?» si chiede in conclusione Leclercq. È uno storico, e quindi per iscritto deve rispondere «forse», ma pare evidente che in cuor suo abbia risposto «sì».

Jean Leclercq, Aggressività o repressione in s. Bernardo e nei suoi monaci (1979), in I monaci e l’amore nella Francia del XII secolo, Jouvence 2014, pp. 111-138.

 

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Libri

Cronaca nera monastica

In un saggio del 1979 di Jean Leclercq sulle strategie retoriche messe in atto da Bernardo di Chiaravalle per aiutare i suoi confratelli a sublimare l’aggressività, a un certo punto ho letto: «I monaci medievali non erano psicologicamente diversi dai loro contemporanei, e provenivano da ambienti sociali dove la violenza era all’ordine del giorno e in cui si dava libero sfogo agli impulsi aggressivi in una quantità di scontri e combattimenti. Un buon numero di testi convalida la verità di questo giudizio: ad esempio i registri della sacrestia dell’abbazia benedettina di Fleury dal decimo al dodicesimo secolo, le delibere dei capitoli generali dell’Ordine cisterciense, la Vita di s. Stefano Obazine». Sulle delibere dei capitoli generali dei cisterciensi una nota rimanda a uno studio francese, di qualche anno prima, dal titolo molto curioso: Violenze, risse e omicidi nei cisterciensi. L’ho cercato, l’ho trovato facilmente e l’ho letto.

L’autore, A. Dimier, ha spulciato gli otto volumi degli Statuta capitolorum generalium ordinis cisterciensis, registrando tutti i riferimenti a fatti violenti interni alle comunità e dando conto di tre principali categorie: a) le violenze perpetrate ai danni di abati (la stragrande maggioranza dei casi); b) le dispute, le risse, i crimini commessi tra membri di una comunità; c) i gesti di rivolta di monache. L’arco temporale coperto va dal 1176, anno in cui si dà notizia dell’omicidio dell’abate di Clairvaux, Gerardo, da parte del monaco Ugo di Bazoches (che ha aspettato l’abate, al termine dell’ufficio delle Lodi, nascosto ai piedi della scala che porta al dormitorio e l’ha pugnalato), a una nota del 1738, in cui si danno ulteriori disposizioni per la costruzioni di prigioni nei monasteri dell’Ordine.

Non avevo mai letto, tra l’altro, di questa cosa delle prigioni che nei monasteri cisterciensi «si trovano generalmente sotto la scala che dal chiostro conduce al dormitorio dei monaci», e delle quali si possono ancora vedere alcuni resti, ad esempio nelle abbazie provenzali di Thoronet, Senanque e Silvacane.

La carrellata è interessante anche se non del tutto sorprendente. L’abate che cerca di ristabilire la disciplina e correggere gli errori a volte rischia grosso: può essere picchiato, pugnalato o avvelenato; in un caso viene aggredito insieme al suo priore mentre sta pregando nel coro; in un altro caso ancora è vittima addirittura di un’imboscata prima che arrivi presso la comunità che deve rimettere in riga. La pena in questi casi è sempre l’incarcerazione perpetua, a pane e acqua, e talvolta con i ferri a mani e piedi.

Un caso curioso è quello dell’abate di Fontfroide, Pierre Ferrer, che intorno al 1450 viene accusato di «gestione» scandalosa e quindi espulso dall’Ordine. Dopo un periodo di vagabondaggio, Ferrer «riprende possesso della sua abbazia con un intervento armato», e fatto oggetto di un mandato di arresto dal siniscalco di Carcassonne, «gli risponde barricandosi con un gruppo di armati nel monastero, e tenendolo fino alla morte». «In seguito a questi gravi disordini», commenta Dimier, «l’abbazia di Fontfroide non si risolleverà più.»

Singolare il caso del monaco Jean André, dell’abbazia di Stolpe, in Pomerania, che nel 1466 confessa spontaneamente l’assassinio di una prostituta «che si era introdotta di notte nel monastero», compiuto per «evitare lo scandalo». O ancora quello dei monaci di un abbazia norvegese, che una notte prendono a forza il priore, il sacrestano e il maestro del coro, li caricano su una barca e li abbandonano su un’isola deserta, e che, tornati indietro, aggrediscono l’abate e i suoi ospiti, li spogliano e li cacciano: «Il capitolo generale del 1243 li dichiara scomunicati e passibili della pena prevista per i cospiratori».

«Si deve sottolineare il fatto», conclude l’autore, «che in un periodo di sette secoli di storia dell’ordine di Cîteaux, che contava più di settecento monasteri maschili, e ancor più femminili – si parla cioè di migliaia e migliaia di religiosi – i circa sessanta casi di monaci o monache colpevoli di violenze o omicidi non sono che un’infima minoranza rispetto alla larghissima maggioranza di coloro che seppero restare fedeli alla loro vocazione.» Che poi è quello che osserva anche Leclercq: «La cosa stupefacente è che i monaci, che provenivano da una società così violenta, non soltanto erano meno violenti della maggioranza della gente, ma anche, in qualche modo, riuscirono a riconciliare e ad assicurare un po’ di pace alla loro epoca».

A. Dimier, Violences, rixes et homicides chez les Cisterciens, in «Revue des Sciences Religieuses» 46 (1972), 1, pp. 38-57; che si può leggere qui.

 

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Spigolature

Tu sei abate e ti tirano le pietre (Walter Map 2/2)

(la prima parte è qui)

Nei confronti del grande abate cisterciense Walter Map si trattiene, comprensibilmente, dall’insistere su accuse specifiche (non dalle battutacce, tuttavia) e introduce una categoria di narrazione agiografica insolita, beffarda e un po’ irriverente: il miracolo mancato – anche l’eminentissimo «don Bernardo» (dompnus Barnardus) ogni tanto faceva cilecca.

«Mi trovavo una volta alla mensa del beato Tommaso, allora arcivescovo di Canterbury», racconta Walter, riferendosi proprio a quel Tommaso, Becket, quando un commensale, stufo delle lodi sperticate che due abati «bianchi» stavano tessendo di Bernardo di Chiaravalle, intervenne per ricordare un caso singolare. Un giorno, a Montpellier, un indemoniato venne portato al cospetto dell’abate, che, «seduto su una grande asina, impartì ordini allo spirito immondo» di uscire immantinente da quel corpo. La cosa sembrava sistemata. Peccato però che, una volta lasciato libero, il disgraziato «si mise a scagliare sassi come poteva contro l’abate, inseguendolo con insistenza mentre fuggiva per le vie». «Questo racconto spiacque all’arcivescovo», commenta Walter: be’, non si stenta a crederlo, ma il commensale impertinente non si fece intimidire e aggiunse: «Quelli che furono presenti dicevano che si trattava di un miracolo degno di essere ricordato, poiché il posseduto dal demonio era con tutti mite e benevolo, e molesto solo verso gli impostori».

«È di dominio pubblico» (publicatum est autem), aggiunge poi Walter, che non fu l’unica volta che a Bernardo mancò la grazia del miracolo, ne occorsero altre, ahimè. Ad esempio quando Guglielmo di Nevers era morto, penitente, alla Grande Chartreuse, nel 1148, e Bernardo era accorso per partecipare ai riti funebri. Walter riferisce l’episodio in maniera concisa ed efficace, ma la scena è così vivace e simpatica che merita una minima dilatazione (con qualche licenza di fantasia).

Bernardo è disteso davanti al sepolcro di Guglielmo (che Walter chiama, erroneamente, Gualtiero), profondamente assorto in preghiera. Il priore certosino occhieggia dall’esterno della cappella, incerto: ma da quanto tempo è lì sdraiato padre Bernardo? Infine si decide: si accosta all’abate, si china e «lo pregò di andare a pranzare dato che era l’ora» – padre, scusate, sarebbe pronto in tavola…

Non se ne parla nemmeno! Bernardo si inalbera. Sembra di vedere un grande attore che si erge in tutta la sua potenza, di voce e di gesto: «Bernardo gli rispose: “Non mi smuoverò da qui finché frate Gualtiero non mi parlerà” ed esclamò a voce alta [così se c’è qualcun altro nelle vicinanze sente chiaramente]: “Gualtiero, vieni fuori!”», Galtere, veni foras!

Ahia. «Ma Gualtiero, che non sentiva la voce di Gesù, non ebbe le orecchie di Lazzaro, e non uscì.»

(2-fine)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 127-129.

 

3 commenti

Archiviato in Cisterciensi, Libri

Il mistero delle galline dei cisterciensi (Walter Map 1/2)

L’ho tenuto lì a ingiallire per venticinque anni, anzi: li ho tenuti lì, perché la meritoria edizione Pratiche del 1990 degli Svaghi di corte di Walter Map è in due volumi: presi e messi da parte come tante altre opere importanti che prima o poi dovrò aver letto. Poi, appunto, leggendo i saggi di Raoul Manselli sulle eresie medioevali, ho trovato Walter Map citato un paio di volte e accompagnato da espressioni e aggettivi fatti apposta per incuriosire: beffardo, tagliente, acre spasso, vivacissimo racconto. E così è venuto anche il turno del De nugis curialium, opera singolarissima dello scrittore gallese – ecclesiastico, poeta, conteur, diplomatico, uomo di giustizia alla corte di Enrico II Plantageneto e di Eleonora di Aquitania – circolata solo dopo la sua morte, avvenuta intorno al 1210.

Un gran simpatico, tra l’altro, uno che, lamentandosi del fatto che solo gli autori antichi hanno successo, scrive: «Il mio solo torto è questo: sono vivo. Ciò nonostante non ho intenzione di porvi rimedio morendo. […] So cosa accadrà dopo la mia scomparsa: quando incomincerò a putrefarmi, allora l’opera acquisterà sapore, il mio decesso sanerà tutti i difetti, e in una posterità lontanissima la mia antichità mi renderà un’autorità».

Un’ampia parte del primo capitolo degli Svaghi è dedicata a storie di monaci: paragrafi più o meno estesi ricchi di aneddoti, storielle, battute, informazioni, racconti fantastici, invettive, «in modo che l’esposizione avvinca e l’insegnamento tenda a migliorare i costumi». Walter Map parla di cluniacensi, templari, ospitalieri, grandmontani, certosini; di questi ultimi cartusiani dà un ritratto succinto e molto gustoso, dal quale emerge uno dei tratti caratteristici del suo sguardo: «Non tramano contro i vicini, non fanno pettegolezzi [non cavillant], non rubano; nessuna donna entra da loro, ed essi non escono per cercarne». Non è mai particolarmente benevolo, ma la sua bestia nera sono in assoluto i cisterciensi, spuntati «dall’Inghilterra, da un luogo chiamato Sherborne» (che in realtà è il luogo di provenienza di Stefano Harding, terzo abate di Cîteaux). Con i monaci bianchi ci va giù davvero pesante: avidi, avari, falsi, subdoli, truffatori, superbi, privi di carità… forse persino assassini!

Pare che ci fosse un problema particolare con la pancetta, sì, la pancetta, poiché sebbene i cisterciensi abbiano rinunciato alla carne, «nutrono tuttavia diverse migliaia di maiali, vendendone poi la pancetta, forse non tutta; le teste, le zampe, i piedi non li danno, né li vendono, né li gettano; dove vadano a finire lo sa Dio. Similmente rimane tra Dio e loro cosa facciano delle galline, di cui abbondano assai». Scherzi a parte, viene da dire, le accuse di Walter Map sono pesanti e riguardano soprattutto la sete di ricchezza dei monaci bianchi, capaci di spostare nella notte un albero di confine, di falsificare un documento, di deportare famiglie, di far sparire un’intera cascina con alberi e recinti pur di ingrandire le loro terre. Siate avvertiti: «Quelli che invece vengono sorpresi da un’invasione dei Cistercensi sappiano che li aspetta un esilio perpetuo» (dove, al di là della polemica, si sente anche un’eco della poderosa spinta di lavoro del nuovo ordine).

E quando sono colti sul fatto e messi di fronte alle loro responsabilità, questi nuovi monaci, pusillanimi, danno la colpa ai conversi, come dimostra un abate citato da Walter: «Non sappiamo nulla di ciò che avviene nelle parti più riposte della nostra casa; tutto questo è stato fatto senza che noi ne fossimo a conoscenza; i contadini che vivono fuori del chiostro e lavorano con noi hanno commesso questa mancanza senza sapere quel che facevano, e saranno battuti». Sì, battuti, e magari impiccati.

«Ecco come se ne vanno elegantemente scusati!», commenta Walter, che non si ferma nemmeno davanti a Bernardo di Chiaravalle…

(1-continua)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 121-167.

 

6 commenti

Archiviato in Cisterciensi, Libri

Il collo di san Bernardo

C’è un piccolo episodio della vita di Bernardo di Chiaravalle in cui mi sono già imbattuto più volte, senza poterne però apprendere ancora la fonte. Mi piace molto per la sua potenza, diciamo così, teatrale. È un episodio avvenuto a Verfeil (Viridi-folio), probabilmente intorno al 1145, quando in effetti Bernardo si trovava nel sud della Francia, su invito del cardinale Alberico, legato di papa Eugenio III, per combattere gli eretici seguaci del monaco Enrico.

In quegli anni Bernardo si allontana da Clairvaux sempre più malvolentieri, non soltanto per motivi di salute. È ragionevole pensare che viaggi con un piccolo corteo di confratelli, dotato di varie cavalcature. A 55 anni il grande abate è un uomo vecchio, ampiamente provato nel fisico, malato, stanco; ma è comunque Bernardo di Chiaravalle, il padre del ricco e potente ordine cisterciense, una delle figure più rispettate della cristianità, della quale si dice che sia il vero papa, e non il suo ex confratello e discepolo Eugenio.

Uno dei punti cruciali della predicazione eretica è proprio la ricchezza ecclesiastica e il richiamo alla povertà di ispirazione evangelica. Quando Bernardo attacca il suo sermone, forse sul sagrato della chiesa principale, «un eretico gli fece notare, ironicamente, quanto grasso e ben pasciuto fosse il mulo ch’egli cavalcava» (anche l’impertinente Walter Map, tra l’altro, nel parodiare un miracolo del santo fa menzione della sua «asinam magnam»).

Ed ecco la scena madre, che mi piace immaginare preceduta e seguita da un silenzio teso e profondissimo: Bernardo non risponde, lo sguardo fisso nella direzione donde è venuta la voce. Un suo monaco gli si avvicina lentamente, con due dita prende il cappuccio del saio del suo abate e lo tira, scoprendo il capo e soprattutto il collo di Bernardo.

Un collo magro e segnato da oltre vent’anni di digiuni e penitenze.

(L’ultimo incontro con questo episodio l’ho avuto grazie a Raoul Manselli, Evangelismo e povertà, in Il secolo XII: religione popolare ed eresia, Jouvence 1995, pp. 47-66.)

 

Lascia un commento

Archiviato in Agiografie, Cisterciensi, Spigolature

Qualcuno ci vuole (Dice il monaco, XXVI)

Dice p. Cesare Falletti, priore del monastero cistercense Dominus Tecum a Pra’d Mill, presso Bagnolo Piemonte, nel 2012:

La gente che viene ci chiede sempre: «Che ci state a fare qui, potreste andare a curare i malati, a fare tante cose…» Tutti ce lo chiedono. E la risposta è: «Me lo chiedo anch’io». Nel senso che io perché Dio distribuisce le sue vocazioni proprio così non lo so… Lui lo sa. E io credo che ci vogliono un po’ di monaci, molti insegnanti, molti medici, e che Dio nelle sue chiamate equilibra tutto. Molti preti, e poi… gente al servizio ce ne vuole tanta, gente che risponde e sta attenta a lui a nome di tutta l’umanità ne bastano pochi, ma qualcuno ci vuole.

La dichiarazione si può ascoltare (e il volto del priore di Pra’d Mill vedere) nella prima puntata della prima stagione dei Passi del silenzio, la notevolissima serie di documentari di Tv2000 dedicata ai monasteri italiani (a partire dal minuto 50′ e 21″).

 

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Dice il monaco

Preferenza esclusiva

«Non si può vivere la vita monastica senza dar ragione di una preferenza esclusiva.» Su questa frase mi sono fermato (stavo leggendo il testo di una conferenza recente e molto interessante dell’abate generale dei cistercensi Mauro Giuseppe Lepori). Sembra un concetto molto anticonformista (per mancanza di un termine migliore, che non sia «inattuale») quello di preferenza esclusiva, segno di una lealtà e di una dedizione ormai sempre più rare. Una nobile stabilità che tuttavia può anche cambiare di valore e diventare rigidità mentale, ottusità, ostilità al rinnovamento. (Questa ambiguità, tra l’altro, si rispecchia in una simile ambiguità tipica del mondo dei consumi: ogni produttore di merci sogna che il proprio cliente si assesti su una «preferenza esclusiva», e al tempo stesso è soltanto grazie al tradimento di questa preferenza che è possibile lanciare nuovi prodotti.)

Secondo l’abate Lepori tale preferenza è il distintivo della vocazione monastica, lo è verso la Chiesa, lo è verso le altre forme di vita cristiana, lo è anche verso il mondo. Il mondo, ribadisce con forza, deve vedere con chiarezza la differenza monastica, e deve essere spinto a chiederne il perché («Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro?», Cantico dei Cantici, 5, 9). «Non è solo una liturgia che suscita questa domanda. Né il vivere in luoghi tranquilli. E neppure un modo di vivere e vestire alternativo. Neanche l’essere all’avanguardia su certe tematiche, di vita sana, ecologiche, ecc.» Il perché della preferenza esclusiva, che diventa «consacrazione preferenziale», al Mistero manifestatosi nel Cristo è la vera testimonianza, «l’apporto più prezioso che il monachesimo è chiamato a offrire alla Chiesa e al mondo».

Io trovo che questo perché i monaci e le monache lo abbiano suscitato e lo suscitino con il loro essere, con la loro storia e con le loro testimonianze, più ancora con quelle concrete – gli edifici, gli oggetti, la nozione di comunità che si sono susseguite nei secoli – che con quelle concettuali. Per me spesso è più provocatorio un chiostro, o un ufficio notturno, che una confessione o una meditazione. Queste ultime sono preziose, senza dubbio, e ne consumo sempre in gran quantità, ma credo che si situino nella zona dove la comprensione si fa più difficile. Se mi soffermo ad esempio sulla descrizione che viene tentata di quella «preferenza esclusiva», la mia mente sente sapore di tautologia: «La preferenza di Dio è la preferenza di Dio. È anzitutto la preferenza di una relazione reale con Dio in quanto Dio, un reale fermarsi in sua presenza, un reale ascolto della sua parola, nel silenzio, e fino alla profondità del nostro cuore».

Non lo so. La nube della non conoscenza?

(Mauro Giuseppe Lepori, La vita monastica 50 anni dopo il Concilio Vaticano II, assemblea generale del Service des Moniales de France, Poissy, 11‐12 giugno 2014; il testo, ovviamente molto ampio nell’impianto e assai ricco di spunti, è disponibile sul sito dell’Ordine Cistercense, qui il link diretto alla versione italiana.)

 

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Pensierini

Jerpoint Abbey

Jerpoint 00Jerpoint Abbey è un nobilissimo rudere cisterciense che si trova nei pressi di Thomastown, nella contea di Kilkenny (Irlanda). La fondazione risale al 1160, e nei suoi circa quattrocento anni di vita l’abbazia crebbe in potere e prestigio, sviluppò intorno a sé una cittadina (ora scomparsa) e fu al centro di molte vicende, non soltanto religiose: «Per ricchezze, onori e bellezze architettoniche», dicono le guide ottocentesche, «nessuna istituzione monastica in Irlanda superò Jerpoint».

Jerpoint 01Lo scrittore e giornalista irlandese S.C. Hall pubblicò pure delle Lines written at evening, at Jerpoint Abbey, che cominciano così (in realtà, questa è la seconda di venticinque stanze):

I gaze where Jerpoint’s venerable pile,

Majestic in its ruins, o’er me lowers:

The worm now crawls through each untrodden aisle,

And the bat hides within its time-worn towers.

It was not thus when, in the olden time,

The lowly inmates of yon broken wall

Lived free from woes that spring from care or crime,

Those shackles which the grosser world enthrall.

Then, while the setting sunbeams glistened o’er

The earth, arose to heaven the vesper song:

But now the sacred sound is heard no more,

No music floats the dreary aisles along;

Ne’er from its chancel soars the midnight prayer;

The stillness broken by no earthly thing,

Save when the night-bird wakes the echoes there,

Or the bat flutters its unfeather’d wing.

 

Jerpoint 02Nei brandelli di chiostro sopravvissuti (e in parte ricostruiti nel ventesimo secolo) ho visto una cosa che, se ben ricordo, non avevo mai visto altrove. In alcuni degli intercolunni delle poche colonnette rimaste in piedi, si possono vedere degli altorilievi molto curiosi, non tutti di argomento religioso.

 

 

 

 

Compresa questa giovane donna sorridente, con la sua mantellina, e questo paggio, forse col mal di pancia.

Jerpoint 04 Jerpoint 05

(Foto Potts)

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Luoghi, spazi e sopralluoghi

Questo monastero non è un albergo!

Abbazia cistercense di Thoronet (foto Potts)

Abbazia cistercense di Thoronet (foto Potts)

Sono state rese pubbliche le «Riflessioni conclusive» che l’abate generale dell’Ordine Cistercense, Mauro Giuseppe Lepori, ha pronunciato al termine della sua Relazione sullo stato dell’Ordine al XVIII Sinodo, tenutosi a Roma ai primi di luglio. Sono riflessioni molto personali, in cui spesso ricorre la prima persona singolare, e per questo assai interessanti, e attraversate da una grande preoccupazione, appena dissimulata.

Preoccupazione profonda, che va oltre la questione della sopravvivenza delle comunità: «Tante nostre comunità, umanamente considerando, possono fare lo stesso discorso [della vedova di Sarepta, 1 Re 17, 7-16]: abbiamo quel che basta per vivere ancora qualche anno, o comunque per morire in pace, poi sarà finita». L’abate generale si augura che la discussione che sta per aprirsi vada la di là del tema pratico della precarietà, che pure va affrontato, e auspica uno slancio che si racchiude in una domanda molto sincera: «Come siamo chiamati ad esprimere la nostra fiducia che anche nelle condizioni odierne del mondo, della Chiesa, delle nostre comunità, Dio ha un disegno buono, un disegno di vita, per noi e per il mondo?» Insomma, ancora una volta, che senso abbiamo noi monaci oggi? Che ne deve essere di noi?

Con la cautela, e la mitezza, di un abate generale, Mauro Lepori due risposte le tenta: autorità come accompagnamento e comunità come cantiere costante di comunione. Per quanto riguarda il primo aspetto l’abate denuncia il senso di impotenza e solitudine che talvolta avverte («l’abate generale cistercense è un po’ il presidente d’Italia. Ha pochi poteri, e quindi poca “corte”, ma siccome le altre strutture di governo sono spesso in crisi, deve comunque occuparsi di tante realtà difficili, praticamente da solo») e le difficoltà legate all’organizzazione dell’Ordine («la struttura del nostro Ordine non aiuta sempre ad affrontare i problemi con trasparenza»). È importante che i superiori e le superiore si parlino e si aiutino tra loro: accompagnino e siano accompagnati nella loro funzione, che è l’unica che, nella pratica quotidiana di discernimento e decisione, può «tenere insieme» le comunità, mantenerle vive e in cammino, sollecitandone i membri a essere anzitutto fratelli e sorelle. (A questo riguardo, tra l’altro, compare nel discorso dell’abate l’unico, criptico accenno a tensioni intramonastiche: «Poi ci sono falsi pastori o pastore, mercenari o mercenarie, che riescono a fuggire con tutto il gregge, come abbiamo visto purtroppo nel nostro Ordine, col sostegno di altri pastori-mercenari…»)

Dal modo in cui l’abate parla di comunità, seconda traccia della sua risposta, si evince come essa sia da dare tutt’altro che per scontata. È lui stesso a dirlo con inusuale franchezza: «In molte comunità non trovo comunità. Trovo un gruppo, trovo squadra, a volte esercito, ma più spesso ospiti di albergo. È un po’ come gli alberghi che servono un’impresa particolare, per esempio una fabbrica, un aeroporto, un grosso cantiere, e in cui quindi tutti gli ospiti sono più o meno dello stesso mestiere, ma in albergo ci stanno solo per lavorare altrove». No, qualunque sia l’attività cui si è chiamati, la prima ragione della comunità è la comunità stessa, la vita insieme sotto una Regola e una guida. Vita di lavoro, preghiera, meditazione, ascolto, confronto, sostegno, dialogo, silenzio, veglia e ricreazione – tutto insieme, in un «lavoro di formazione continua».

Questa è la ragione e al tempo stesso il messaggio della comunità, in una dimensione mistica, ovviamente, poiché la comunità è «inserita» nel Corpo di Cristo e ha bisogno di questo centro più ancora che dei soldi per pagare le riparazioni e le bollette, «perché senza questo centro vedo che le persone si perdono, perdono la strada, non sono felici, vivono come pagani».

 

1 Commento

Archiviato in Cisterciensi