Lucrezia Bellini, la beata Eustochio (Who’s Who, X)

Lucrezia Bellini, o.s.b., Padova, 1444-1469. Monaca figlia di monaca, deve forse proprio a questa singolare circostanza i suoi venticinque anni di vita travagliata.

Il padre, sempre molto imbarazzato, a dir poco, dall’esistenza di quella figlia, la dà a una balia per quattro anni, poi la riporta a casa. Il rapporto con la matrigna però si guasta subito e assai presto Lucrezia è vista come «spiritata», cioè posseduta, visitata, tormentata dal demonio («Cresciuta negl’anni non ancora discernenti il bene dal male per giusto & occulto giuditio di Dio gl’entrò addosso il Demonio»); contesta i «genitori» – non si sa in che modo – e viene spesso duramente maltrattata. Quando ha sette anni il padre si decide e la affida alle monache del monastero in cui è nata, San Prosdocimo: «Quel monastero godeva, all’epoca, di una cattiva fama per i comportamenti delle monache e della superiora e i successivi anni di vita della giovane Lucrezia non dovettero essere facili».

È il 1451. Nel 1461 Lucrezia veste l’abito benedettino e prende il nome di Eustochio («nome più mascolino che femenino, per mostrare la virilità, che doveva havere contro il Demonio», ma anche omaggio all’amato san Gerolamo); nel 1465 pronuncia i voti solenni; nel 1467 indossa il velo nero; nel 1469 muore. Nel frattempo il diavolo non smette di tormentarla un solo giorno e la comunità la rifiuta, la sospetta, la calunnia, la accusa ingiustamente, la imprigiona, la ostacola, la emargina (la mettono a curare una lebbrosa nella speranza che muoia), e infine, a malincuore e senza il minimo calore, la accetta.

A lei va bene così, e va bene anche che il diavolo la tormenti. Sopporta tutto e ci aggiunge del suo. A vent’anni è già rovinata, cammina col bastone. «Come sei divenuto un niente», dice al suo corpo, «ricordati quando saltavi, correvi e mai stavi fermo, & ora non ti puoi muovere. Hora così mi piace, che tu stia». Lo strazio che c’è in questa frase è perfettamente intatto dopo oltre cinque secoli, come la tristezza trasfigurata che traspare in quest’altra, pronunciata da Eustochio all’avvicinarsi della fine: anche se ormai non mi posso più muovere «nondimeno il maligno spirito ancora cerca molestarmi con tentationi, ponendomi nella fantasia, Balli, Feste, Nozze, e molt’altre Giovenili leggierezze». Usa anche una disciplina, «composta di sette cordelle, nell’estremità delle quali per ogn’una v’era un lavorino di Rame con tre groppi», che dona al suo confessore, Gerolamo Salgario, l’unica persona (oltre a una conversa) ad aver avuto per lei qualcosa che forse era affetto, e al quale si devono gli scritti che sono alla base di tutta la letteratura successiva su di lei.

Quando muore, dal suo sepolcro provengono effluvi profumati, e quando, tre anni dopo, il corpo viene traslato, dalla fossa scaturisce una sorgente di acqua miracolosa, che continuerà a guarire i sofferenti fino al tempo delle soppressioni napoleoniche. Il suo corpo è tuttora visibile, in una teca inserita in un altare della chiesa di San Pietro a Padova. Sopra l’altare un dipinto di Eugenio Guglielmi mostra La beata Eustochio vittoriosa [che] calpesta il demonio, dalle cui mani sfugge la disciplina.

(Notizie da Emilio Fabbiani, Gerolamo Salgario e la beata Eustochio Bellini: possessione diabolica e direzione spirituale a Padova nel Quattrocento, in «Benedictina» 60, 2, luglio-dicembre 2013, p. 379; Compendio della vita della serva di Dio Eustochio di Padova… scritta dal padre Matteo Giberti Veneto, e ristretta da persona divota, Padova 1711, che si può leggere qui.)

 

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