«A regola d’arte», di Maria Ignazia Angelini (pt. 2/2)

AngeliniRegolaArte

(la prima parte è qui)

Nelle regole monastiche è possibile, secondo m. Angelini1, ritrovare quei tratti primari che precedono lo stesso ambito monastico e indicano la strada verso quella regola di vita che sarebbe compito di ognuno tracciare. Compito di tutti, perché ognuno deve muovere dalla certezza della propria «singolarità immensamente preziosa», pur nella consapevolezza di aver bisogno dell’aiuto «di chi ha vissuto prima la medesima ricerca» (eccolo, il grande fiume dell’umanità).

Anzitutto la lettura della Parola, del Vangelo nel più ampio contesto della Bibbia, perché «quando si arriva con la paziente frequentazione del testo a comprendere la medesima paziente logica che pian piano conduce dal caos di Genesi 1, 2 al “Tutto è compiuto” del Verbo annientato nel Dono dello Spirito (Giovanni 19, 30), allora non può rimanere nascosto il filo che si dipana nella propria vita, lo stile, la misura» (ho messo il corsivo per sottolineare il fatto che: può, eccome se può!). Questa lettura è anche e soprattutto salmodia, canto e preghiera individuale e comunitaria.

Il secondo elemento è la concezione della vita come prova, come – per citare la bellissima espressione usata dalla badessa – «obbedienza alle cose patite», il che comporta quindi la verifica, cioè l’esame di coscienza. Il terzo elemento è la regolarità dell’esistenza, la scansione dei tempi, il ritmo, per evitare l’impulsività dei desideri scomposti e degli sprazzi interiori: lo sbando. Il quarto elemento è l’incontro con gli altri, da cui deriva il legame, la comprensione, la misericordia, l’amore persino per il proprio nemico. Ancora, la cura del corpo, che nasce dalla conoscenza delle sue debolezze e non dall’ansia per le sue possibili prestazioni. E ancora, il tempo vuoto: non quello della noia, bensì quello della contemplazione.

«Ma alla base di tutto questo…» avverte m. Angelini, «sta il legame con Dio… L’uomo è come un recipiente fatto per essere colmato [e quindi, posso aggiungere?, irrimediabilmente svuotato]. Il profondo dell’uomo è fatto per Dio e soltanto per Dio. Se non ci rendiamo conto che l’obiettivo principale è Dio, nel quale immergerci grazie alla parola chiave dell’amore, del Tu, non capiamo chi siamo e dove andiamo». Temo di dover obiettare: non possiamo credere di capire chi siamo né dove andiamo; anzi, non possiamo sperare di essere qualcosa e di andare da qualche parte. Ed è giocoforza ricordare proprio il Salmo 39, citato dalla badessa: «Solo un soffio è l’uomo vivente e io che posso attendere, Signore? È in te la mia speranza»: speranza, appunto.

Ammiro molto, se così posso esprimermi, quelli che m. Angelini chiama «i grandi “qui c’è Dio”. I punti di reperimento di un ordine per la vita, e di una misura»: la Parola, i sacramenti, la coscienza, l’altro, inseriti nella catena delle generazioni. Contesto, semmai, l’osservazione che l’altro campo, rispetto a questo, non possa essere che quello dello spontaneismo, del «come viene», il quale, tra l’altro, sarebbe sorretto «da un’occulta, accorta strategia di marketing» che monetizzerebbe il nostro essere «indisciplinato, disordinato, superficiale per natura» (quanti problemi in quel per natura).

Bisogna fare della vita la propria vita, dice m. Angelini, trovare il modo di essere vivi fino alla morte. Compito forse davvero impossibile senza fede, speranza e carità. Ma come assolvere a un compito per il quale non si possiedono gli strumenti? È ancora un compito? È, invece, una maledizione, una condanna?

(2-fine)

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  1. Maria Ignazia Angelini, A regola d’arte. Appunti per un cammino spirituale, Città Nuova 2017.

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«A regola d’arte», di Maria Ignazia Angelini (pt. 1/2)

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Molto interessanti, come sempre, le parole di Maria Ignazia Angelini, cristiana, monaca benedettina (badessa), filosofa, per quanto lontano possa considerarmi dalla sua prospettiva1. A cominciare dalla lettura completamente negativa che lei dà della cosiddetta postmodernità come luogo in cui l’uomo è «buttato in un orizzonte di complessità irriducibile».

In questo luogo, in questa condizione di assoluta vulnerabilità all’assalto dei «pensieri» (cui seguendo m. Angelini potremmo dare anche il nome di passioni narcisistiche, di «patologie della libertà», se non di «vizi»), la sapienza monastica può proporre «una strada di umanizzazione fondata sull’invenzione di una misura, di una regola, di un passo, di uno stile, di un metodo: un’arte di vivere, a partire dalla custodia del cuore». Nella sua essenza la regola, uno dei fondamenti della comunità monastica, si sveste di qualsiasi pretesa normativo-giuridica e tecnico-pratica e si pone come esigenza decisiva per tutti, più ancora forse per i laici che per gli stessi religiosi, come «un modo di esistere umanamente, un modo di essere in relazione, un modo di stare al mondo». Questo «modo», che sarà il risultato provvisorio di una continua ricerca, sarà personale e comunitario insieme, e sarà responsoriale, cioè tentativo di risposta a una chiamata, che al di là del tradizionale concetto di vocazione sarà quella che ogni essere umano può avvertire se guarda nel profondo di se stesso: la chiamata all’essere e all’amore, da parte di tutti coloro che ci hanno preceduti, di Dio stesso.

È evidente come la dimensione entro la quale questo (mi perdonerà la badessa se lo chiamo) racconto assume un valore di realtà sia quella della fede: «Alla radice sta l’esperienza di fede», sottolinea infatti m. Angelini, «io esisto come risposta, io conosco e realizzo me stesso ricevendomi da Altri.» Al di fuori di tale dimensione… (Questo è un punto fondamentale: l’esistenza di questo «al di fuori della fede» che vorrei tanto venisse riconosciuto dagli «spiriti più avvertiti» del campo cristiano, e non soltanto descritto come terreno di insensato scontro di biglie impazzite totalmente autoriferite e «autoaffermantisi»…2) Al di fuori di tale dimensione, dicevo, la «domanda antropologica fondamentale» potrebbe non essere necessariamente: «Chi sono io?», bensì un altro grande classico, e cioè: «Che fare?»3. Prospettiva che consentirebbe comunque, tra l’altro, il recupero del metodo e della regola, seppur da altre premesse.

Tornando tuttavia all’ascolto della badessa, m. Angelini ci, e mi, ricorda che «siamo in un cosmo e non in un caos. Anche se il caos persiste nel minacciare il cosmo», e fondamento originario di tale cosmo è che «siamo preceduti, pensati, voluti per un disegno di amore universale. C’è un disegno che ci lega ad altri mentre ci singolarizza», la Parola che dice, che indica questo disegno essendo il Vangelo, e la Persona che pronuncia questa Parola essendo Gesù. È Gesù che colma l’abisso tra le creature e ciò che le trascende, che ridisegna il mondo, «e ogni regola di vita ha il compito di cercare di portarne una pur pallida impronta nella concreta vita personale». La regola, quella monastica nelle sue successive declinazioni, come quella personale nei suoi ininterrotti tentativi, sarà dunque «il testo che riassume un’esperienza viva della fede» e che la trasmette, come una parabola. E se guardiamo alla regola monastica, ad esempio a quella benedettina, vedremo che i suoi contenuti, le sue raccomandazioni non hanno nulla di «specificamente monastico»: valgono per tutti i credenti, quando non per ogni individuo. «Questo carattere rappresenta un importantissimo messaggio indiretto: i monaci sono persone umane, anzitutto. E questo non può essere mai messo tra parentesi; non saranno mai monaci cristiani senza al tempo stesso vivere secondo tutte le esigenze della comune umanità».

Le esigenze della comune umanità: che piattaforma contrattuale problematica…

(1-segue)

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  1. Maria Ignazia Angelini, A regola d’arte. Appunti per un cammino spirituale, Città Nuova 2017.
  2. O, per usare una delle tante potenti immagini del testo, «un agglomerato di piscine da cui si entra e si esce passando da un tempo all’altro».
  3. Laddove è forse proprio lo «svuotamento» definitivo dell’io, la sua definitiva frammentazione, smantellamento e abbandono a rappresentare una strada, forse, promettente.

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Arrabbiato Satanasso (Voci, 25)

AnnoBenedettino3

Dalla Vita di S. Ludgarde [Lutgarda di Tongres (di Aywères)]

I Demonj fecero sovente tutti gli sforzi per travagliare la Santa. Le apparivano in figure orribili, e le annunziavano sempre alcun accidente funesto per metterla in terrore: ma ella mostrava loro di sprezzarli, sputando contro loro e non prendendosi pena di udirli. Pres’ella tal impero sopra questi superbi spiriti, che fuggivano da lei ed avevano in orrore il luogo dov’ella faceva orazione. Questo è l’effetto delle promesse del Salvadore, e della vittoria che riportano i Fedeli sopra i maligni spiriti: voi vi metterete sotto i piedi (dice la Scrittura) l’Aspide, e il Basilisco, e calpesterete il Lione, e il Dragone. Quantunque questa mirabile figliuola non intendesse i Salmi, de’ quali avea rinunziata la intelligenza con una modestia che a mio credere non ha esempio, ella ne cavava alcuni versetti per porre in fuga i Demonj: per l’ordinario servivasi di quello col quale noi cominciamo tutte le ore dell’Offizio Canonico «Deus in adjutorium meum intende», col quale si liberava anche da cattivi pensieri. […]

Un giorno, che cantava il Vespero con fervore impareggiabile, una monaca vide uscire una fiamma di fuoco dalla di lei bocca, che dinotava visibilmente il fuoco della di lei carica e divozione. Ma la cosa più mirabile in lei era la profonda umiltà che conservava in mezzo di queste cose rare e sublimi che Dio in lei operava, considerandosi sempre piccola innanzi a suoi occhi, quanto era grande agli occhi altrui. Questo è il carattere del Figliuolo di Dio: questo è il sigillo che imprime sopra le opere sue, e quando un’anima non porta questa marca, la di lei santità non è che una illusione ed un inganno. […]

Eccovi un nuovo favore del suo diletto, una grazia che non concedesi che a persone fedeli e che conoscono la virtù della Croce. Essendo una sera tutta rapita nella passione di Nostro Signore concepì una sete intollerabile di patire per lui, morendo di dolore per non essere stata in quel secolo nel quale i tiranni perseguitavano la Chiesa. Le venne allora in memoria S. Agnese, la di cui felicità accese in lei una sì santa invidia, che le si ruppe alla fine una vena dal cuore: martirizzata in questa maniera, per mano d’amore versò in tal copia il sangue, che ne restarono inzuppati i suoi abiti, e talmente diminuita la sua forza ch’era quasi in agonia. Apparvele in questo stato Nostro Signore, con viso assai lieto, e le promise che per l’ardentissimo desiderio che avea avuto del martirio otterrebbe in Cielo il medesimo premio di S. Agnese. Fu vedut’altre volte tutta di sangue coperta mentre meditava questo istesso mistero, ed avvenne che avendola un prete ritrovata nella violenza del suo dolore le tagliò secretamente parte de’ di lei capelli che distillavano sangue; ma si disseccarono nelle sue mani, quando cessò la effusione della Santa.

Le straordinarie sue grazie mossero una Religiosa di Euvière a indrizzarle suo padre nobil uomo di condizione, e ricchissimo, ma schiavo del Demonio. La Santa posesi di buona voglia ad affaticarsi per la di lui salute, cominciando dal fare per lui fervorose orazioni. Arrabiato Satanasso contro lei, apparve ad un’altra Monaca e dissele: Donna Ludgarde si sforza di rapirmi il Cavaliere Reniero, che mi serve da tanti anni: impieghi pur ella la sua autorità: l’affare anderà in lungo, e quando io non facessi altro che ridurre questo uomo alla ultima miseria, sono sicuro di riuscirvi. Infatti questo Cavaliere dopo la sua conversione non avea un pezzo di pane da mangiare, ma in ricompensa diventò ricco per il possesso di una eroica pazienza, e mori finalmente ottimo Religioso di San Benedetto, nel Monastero di Afflighen.

♦ Jacqueline Bouette de Blémur (Mère de Saint-Benoît), La vita di S. Ludgarde, in Anno benedettino, ovvero Vite de’ Santi dell’Ordine di S. Benedetto distribuite per ciaschedun giorno dell’anno, opera tradotta dal Franzese nello Idioma Italiano, tomo terzo, che contiene li Mesi di Maggio e di Giugno, Venezia 1727, presso Francesco Storti, pp. 380-81.

 

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Ripassi (Schedine: Bienvenu; de Vogüé)

MoineOuMonialeHubert Bienvenu, Moine ou moniale? Qui es-tu? À quoi sers-tu?, France-Empire 2021. Devo confessare che mi aspettavo qualcosa di più, in virtù soprattutto di un sottotitolo che recita «Difesa e delucidazione della vita monastica», e tuttavia mi sono detto che forse anche queste brevi introduzioni al fatto monastico sono «necessarie» e possono essere utili. Sono, poi, anche sintomatiche, giacché se ne continua a scrivere e a pubblicare: devono dunque essere effetivamente difesi gli esseri umani che fanno, oggi, quella scelta? Da quali accuse? E da quale posizione possono essere accusati, cioè da chi e in nome di cosa? So che dietro queste domande può essere individuata una pericolosa forma di relativizzazione, pericolosa per i religiosi, s’intende: rispettare questa forma di vita come una delle tante possibili e legittime significa infatti togliere a essa la sua assoluta specificità. Questo è un problema che non posso che lasciare ai monaci stessi, che peraltro, mi pare, raramente si avventurano in «difese» della propria professione. In fondo, che ci abbia provato un giornalista e saggista laico, non mi sembra privo di significato. Monaci e monache per Bienvenu sono i testimoni più «evidenti» dell’amore di Dio per l’umanità e del bisogno di ricambiare tale amore: nata con il cristianesimo delle origini (e qui sarebbe interessante approfondire quella che definisco la «questione quantitativa», cioè il rapporto tra vocazione ed estensione numerica della comunità in cui essa può fiorire), «l’istituzione monastica è sempre sopravvissuta. Strettamente connessa al mistero della Chiesa, ha attraversato i secoli perché si richiama a esigenze e valori che trascendono il tempo. Dio non cambia, le parole di Cristo non passano, e l’uomo vorrà sempre “cercare Dio” in un incontro d’amore individuale. La vocazione monastica è, in questo senso, atemporale, e monaci e monache ci saranno anche domani, senza alcun dubbio».

SanBenedettoVogueAdalbert de Vogüé, San Benedetto. Uomo di Dio, traduzione di M. Magnatti Fasiolo, San Paolo 1999 (trad. Saint Benoît, Homme de Dieu, 1993). Il grande studioso (e monaco) benedettino riracconta il racconto della vita di san Benedetto fatto da Gregorio Magno (nel secondo libro dei Dialoghi). È un piacevole ripasso, non privo però di notazioni che esulano dalla dimensione, appunto, del ripasso, e che soprattutto mi ha ricordato come la clamorosa affermazione di san Benedetto e la diffusione della sua Regola non siano state esenti da una certa «fortuna»: «La fortuna di Benedetto, se così si può dire, fu di essere scelto come eroe di una biografia completa dal miglior scrittore del suo secolo e uno dei più grandi papi che abbia mai avuto la Chiesa… Immaginiamo che Giovanni Paolo II, tra due viaggi, trovi il tempo di scrivere la vita di un santo, per esempio di quel Massimiliano Kolbe che fu suo compatriota e morì cinquant’anni fa. Supponiamo che il nostro papa ci metta del talento e riesca a dare di quel religioso martire un’immagine insieme storicamente vera e spiritualmente vibrante, nella quale il popolo cristiano di oggi riconosca il suo ideale, riviva il suo dramma collettivo, senta passare la grazia di Dio. Tale fu la “fortuna” di san Benedetto». Non posso fare a meno, poi, di citare una battuta che de Vogüé si concede introducendo l’episodio della prima vestizione di Benedetto a Subiaco: «Contrariamente a un proverbio troppo ripetuto, l’abito fa il monaco. Non che basti, ma è indispensabile». Ovviamente non si tratta solo di Benedetto né semplicemente di un vestito, «ma di ricevere con esso tutto ciò che significa: la vita religiosa, com’è stata concepita, sperimentata, praticata da generazioni di monaci e com’è attualmente vissuta dai rappresentanti di questa tradizione».

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Pesanti e piegati a terra (Dice il monaco, LXXVIII)

Dice Esichio Sinaita, igumeno, nel secolo VIII (?):

Ma è bene che gli inesperti sappiano anche questo, che nemici incorporei e invisibili, che vogliono il male e sono saggi nel danneggiare, veloci, leggeri ed esperti in guerra, dai tempi di Adamo fino ad oggi, non possiamo in alcun modo vincerli, noi esseri corporei, pesanti e piegati a terra col corpo e col pensiero, se non per mezzo della perpetua sobrietà dell’intelletto e dell’invocazione di Gesù Cristo, Dio e creatore nostro. E per gli inesperti bastano la preghiera di Gesù e l’impulso a provare e conoscere il bene; per gli esperti, la pratica, la prova e il sollievo del bene sono il migliore costume e maestro.

♦ Esichio Presbitero (Sinaita), A Teodulo. Discorso per sommi capi, utile per la salvezza dell’anima, sulla sobrietà e la virtù, 42, in in La Filocalia, a cura di Nicodimo Aghiorita e Macario di Corinto, traduzione, introduzione e note di M.B. Artioli e M.F. Lovato, vol. I, Gribaudi Editore 1983, p. 238-39.

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La chiave della vita e delle cose (Gregorovius alla Certosa di Trisulti)

È il tardo pomeriggio del 28 agosto 1857 quando, proveniente da Alatri in compagnia del «villico Francesco Romano», il grande medievista tedesco Ferdinand Gregorovius giunge a cavallo nei presso della Certosa di Trisulti, ansioso di poterla visitare. Uno splendido bosco di quercie mi toglieva ancora la vista del convento. Andando avanti vidi da lontano due frati vestiti di bianco che passeggiavano su e giù nella fresca ombra di quegli alberi maestosi, ed invidiai la quiete filosofica che sembravano godere. Se vi è un luogo in cui lo spirito umano possa raccogliersi nella più seria ed elevata meditazione, dev’essere qui in una delle più sublimi solitudini che io abbia mai visto.

Si avvicina a un monaco, ben pasciuto, e, chiesta ospitalità, viene indirizzato al padre guardiano. Nel frattempo la vista sulla Certosa si è aperta, e quel piccolo paradiso, l’Eden di quei monaci, spiccava sul fondo delle foglie verdi, solitario, fantastico, meraviglioso, circondato da una vasta animazione di persone e animali. Il guardiano accoglie il viandante senza esitazioni e lo manda dal priore, il quale, accoltolo anch’egli senza esitazioni, lo affida a un converso che lo conduce alla foresteria. Le camere non sono tutte uguali, ve ne sono di prima o seconda classe secondo la condizione dell’ospite, e al Gregorovius ne viene data una, bella, con un letto pulito, cambiato di fresco, vicina al refettorio. In attesa della cena, cui non manca molto, l’ospite è libero di vistare il monastero.

Perfetto, andiamo. Peccato, però, che vi siano poche cose notevoli nella Certosa, poiché purtroppo tutto ciò che vi era di antico è sciupato o scomparso. C’è la memoria, tuttavia, la memoria dell’Ordine, della sua fioritura, dei rapporti con il territorio circostante, della sua ricchezza per quanto non individuale. Gregorovius visita il refettorio, la cucina, brillante di pulizia, ed il forno dove si prepara in grande abbondanza un pane gustoso di due qualità una fina e l’altra più ordinaria, e si sofferma nella magnifica spezieria, di cui i monaci sono molto orgogliosi: un bel frate con una lunga barba rossiccia che gli dava proprio l’aria di un mago del medio-evo, mi ricevette nel più lindo tempio di Esculapio che si possa immaginare. Mentre il certosino illustra al visitatore il suo regno, entrano parecchi contadini per chiedere pareri o medicine (che sono date gratuitamente). La farmacia di Trisulti è assai nota ai laici, anche in terre decisamente lontane. Pare, invece, che i monaci vi ricorrano raramente: non mi ricordo di aver trovato facilmente dei frati di aspetto più robusto. La tranquillità d’animo, una dieta sempre ugualmente severa e soprattutto l’aria eccellente di quei monti li conservano in salute.

Dalla farmacia Gregorovius passa alla biblioteca, ma dopo qualche domanda che provoca l’imbarazzo del bibliotecario, lo studioso torna nel vasto chiostro e si siede a osservare i monaci e a meditare sulla loro forma di vita. Essi apparivano veramente maestosi nelle loro tonache bianche come la neve. […] Vi sono molti gradi fra i monaci, simili a quelli dei mistici seguaci di Pitagora. Non vidi i frati più elevati in grado perché erano nelle loro celle. Il silenzio nel quale si racchiudono, può esser considerato come il sacrifizio supremo a cui possa giungere il fanatismo umano spinto dalla religione. Rinunciando alla parola, la chiave della vita e delle cose, essi confinano l’anima in una quiete quasi spaventosa che equivale ad una completa cecità morale: Memento mori è il raccapricciante saluto col quale essi interrompono il silenzio incontrandosi.

Spettri viventi, li chiama, e considera le poche cose che sono loro concesse per abbellire le celle dove vivono reclusi. E considera l’immane silenzio che li avvolge, più sopportabile perché consente l’ascolto della voce di Dio, che parla nello stormire del vento, fra le foglie del bosco, nello scrosciare impetuoso del Cosa selvaggio, nella bufera che imperversa fra lampi e tuoni, su quelle alte cime. Che spiriti tetri e melanconici, conclude, devono giungere a plasmare la natura, le celle e la regola del convento! Se lo sguardo avesse la potenza di penetrare in queste anime chiuse certamente vedrebbe le cose più straordinarie.

Da queste riflessioni mi liberò felicemente la cena: si va a tavola, di buon grado (l’appetito e la curiosità erano ugualmente grandi). Il menù serale prevede: maccaroni all’olio, senza formaggio, cucinati alla perfezione, insieme con erbe squisite cresciute in quei monti, fagioli verdi, freddi, conditi con olio e aceto, un fiasco di vino, più che mediocre con una punta di aceto, e per finire un pezzo di torta cotta coll’olio.

Rientrato infine nella sua camera, il primo sonno del rispettosissimo protestante è interrotto dalla campana che chiama i monaci all’ufficio notturno. Ascoltai i rintocchi della campana, che parevano risuonare strani e fantastici nell’aria, e sarei sceso volentieri in chiesa se non avessi temuto di turbare le preghiere di quei santi uomini. Mi addormentai al suono dei loro canti e appena spuntò il giorno la mia guida venne a bussare alla porta della mia cella, per avvertirmi che era l’ora di partire.

♦ Ferdinand Gregorovius, Passeggiate per l’Italia, versione dal tedesco, vol. I, Ulisse Carboni, Libraio Editore, Roma, 1906, pp. 123-34.

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Stanzette (Dice il monaco, LXXVII)

Dice Marco l’Eremita (l’Asceta), discepolo del Crisostomo, monaco, abate, eremita, intorno al 430:

Non dire: «Non so che cosa si deve fare e sono senza colpa se non lo faccio». Se infatti tu fai ciò che sai, anche il resto ti verrà rivelato di conseguenza: proprio come stanzette che si scorgono l’una attraverso l’altra. Non ti giova sapere ciò che viene dopo, prima di aver messo in opera quanto precede. Perché la scienza gonfia per colpa dell’ozio, mentre l’amore edifica in forza della sopportazione di tutto.

♦ Marco l’Asceta, La legge spirituale, 84, in La Filocalia, a cura di Nicodimo Aghiorita e Macario di Corinto, traduzione, introduzione e note di M.B. Artioli e M.F. Lovato, vol. I, Gribaudi Editore 1983, p. 178.

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«Mia patria, abbitatione e sepoltura»: le «Memorie segrete» del monastero di Santa Rosa di Viterbo

MemorieSegreteChe belle che sono le cronache monastiche! Certo, sono importanti per la ricerca storica; certo, non sono proprio tutte interessanti e leggibilissime, ma quando lo sono al lettore è offerta l’impagabile opportunità di sentire i rumori di un monastero di quattrocento anni fa, ad esempio, di osservarne le tavole apparecchiate in refettorio, di sbirciare nelle celle, di notare quella riparazione che ancora non è stata fatta e, di più, di ascoltare le voci della comunità che l’abitava.

L’arco temporale coperto dalla cronaca che ho appena finito di leggere1, nella eccellente edizione curata da Eleonora Rava (ricercatrice e direttrice dell’Archivio generale delle monache clarisse urbaniste d’Italia), va dal 1557 al 1650: un secolo all’incirca, che s’incastra in una storia, quella del monastero di Santa Rosa di Viterbo, che si estende senza interruzioni dal 1235 a oggi (a quella originaria di clarisse è subentrata in tempi recenti una comunità di francescane alcantarine). Il testo, non lungo, è steso da una monaca scrivana2 che si affida per la prima parte ai documenti e alla memoria delle consorelle e, a partire dal 1591, alla propria testimonianza diretta: «Dopo questo tenpo che il Signore mi agratiò di venire in questo santo loco ò visto, osservato e sperimentato il tutto»3. Ed è, in fondo, la sua la prima voce che, sin dal prologo, ci giunge chiara e distinta, e, mi sento di dire, toccante: «… io nell’ultimo di mia vita ò raccolte alcune cose passate alle mie care et amate madre e sorelle, per farne ricordo a voi figliole carissime. Non potendo in altro mostrarli quel vero e grande amore che porto al monastero di Santa Rosa, mia patria, abbitatione e sepoltura». (E che l’autrice/scrivana pensi alle sorelle che verranno, unite tramite le presenti a quelle che sono passate, lo si evince da tanti particolari. Quando ad esempio fa menzione della collocazione in archivio, «in un cannello di stangno, vicino li processi di Santa Rosa», di alcune scritture importanti per la gestione patrimoniale, aggiunge quasi a margine un «vi servi per aviso». Oppure quando ricorda che per oltre trecentocinquant’anni il monastero non era provvisto di parlatorio, aggiunge che «per vedere li secolari ci assedevamo per terra»: un plurale di secoli.)

Nei primi anni descritti dalla cronaca le cose non vanno bene: il monastero è pieno di magagne, la disciplina assai allentata (le giovani delle ricche famiglie viterbesi che vestono l’abito non pensano per questo di dover rinunciare a certi agi e privilegi), le badesse non sempre sanno imporsi o condurre bene le situazioni (una di esse vuole introdurre in comunità la pratica della musica, e fa venire da fuori quattro giovanette che «cantavano bene vesperi, messe e mottetti», ma «vi nacquero tante discordie, che penzo sia meglio aver la pace in casa, che la musica»), capitano pure gravi intossicazioni alimentari (scambiate per fatture), i confessori sono incapaci di guidare le anime, tanto che le virtù sono «ingolfate in mille pazie et in particolare nelle amicitie e gelosie di monache tumultuose et ingiuriose di parole offensive»: ognuna vuol fare a modo suo dicendo, e qui la cronaca presenta l’unico virgolettato: «La voglio così, così, così à da stare se venisse giù il cielo! così à da essere»4.

Insomma, «il vescovo non vi era in Viterbo, li ministri poco zelanti, le abbadesse non ardivano richiamarsi per non ronper la pace: tutte le nostre cose andavano al peggio. Quando in un monasterio manca l’obbedientia e i’ rispetto direi fosse bene levarli le mura».

A ulteriore riprova restano anche i verbali (le «ordinazioni») successivi alle visite pastorali del vescovo, pieni di disposizioni dettagliate e ripetute (alcune delle quali mi hanno fatto pensare a un’assemblea condominiale tardo novecentesca: «Che le monache che hanno le celle in alto con le finestre sopra le finestre di altre celle di sotto, non debbino tenere orticelli né vasi con herbe o fiori da inacquarsi, acciò non si dia impaccio o imbrattino le finestre et le cose di quelle che hanno le celle di sotto»; «Che in termine di diece dì si mandino fuora li gatti».)

Poi, nel 1624, la svolta. Dopo qualche anno a capo della diocesi di Viterbo, il vescovo Tiberio Muti trova tra il proprio clero la persona giusta al momento giusto per il compito giusto: è il sacerdote cinquantaduenne Antonio Grandini, cui viene affidata la cura di alcuni monasteri femminili, tra i quali quello di Santa Rosa. «Homo di molti fatti e poche parole», il Grandini si mette all’opera con ferma pazienza: «Quando diceva di far una cosa poteva dirsi “è fatta”». Poco alla volta ristabilisce la disciplina, restaura l’autorità delle badesse, allontana le monache che turbano la comunità, mette a posto i locali e i conti, assicura la continuità delle scritture e recupera i documenti. Forse non è il tipico «Deputato», «per dar gusto alle monache», infatti, «li mancava assai. Ognuno sa che le monache si conpiacciono esser conpatite con paroluccie dolci e lunghi raggionamenti et esser conpiaciute di quanto sanno desiderare, il che non si trovava in lui». Quando una sorella si mette a piangere per convincerlo, lui «diveniva aspro e si partiva subbito»; nondimeno agisce e difende a spada tratta la comunità verso l’esterno, rivendicano rendite e facendo rispettare accordi e proprietà, senza recedere di fronte a chicchessia. Quando muore, nel 1649, a 77 anni, il monastero è uno specchio di carità cristiana e in città, per i casi controversi, si è diffuso un modo di dire: «Rimettemoci al parere del Grandini».

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  1. Memorie segrete. Una cronaca seicentesca del monastero di Santa Rosa di Viterbo, a cura di E. Rava, contributi di A. Bartoli Langeli e F. Sedda, premessa di G. Zarri, Edizioni di Storia e Letteratura 2020.
  2. Le pagine dedicate alla probabile identificazione dell’autrice e della redattrice della cronaca sono dottissime e appassionanti al tempo stesso.
  3. Per rispetto al lavoro della curatrice, cito il testo nella forma in cui è edito, anche quando può essere meno chiaro o far pensare a errori di battitura.
  4. Questa descrizione del «disastro» è memorabile: «Non esser fidele della robba del monastero, voler l’officii contro la volontà de la abbadessa, metter li secolari per mezzani, non andar in cuoro, legger libri di battaglia pubblicamente; per ricreatione confessarsi quattro o cinque volte l’anno, sturare una vaschia di aquato [cioè “scolarsi una vasca di vinello”, chiosa la curatrice], schiaffare la abbadessa, minacciar di peggio, far raddunanza di persone discole, calpistare e perseguitare la quete. E quel che era peggio, e più insopportabile ci pareva il vivere in conpagnie di streghe con sospetto di essere amaliate».

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«Monachesimo interiorizzato», di Antonella Lumini (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Non è certo mia intenzione «confutare» la seconda, densissima parte del saggio di Antonella Lumini1 – non lo è mai, in generale, in queste note –, bensì contrapporre, o più precisamente affiancare un’altra lettura delle cose, fitta di dubbi e anche di contraddizioni, e nondimeno esistente, «richiedente cittadinanza» sulla base di un semplice principio: a chi ascolto, chiedo di essere ascoltato.

Mi permetto di accantonare momentaneamente il fodamentale riferimento al monaco come «archetipo umano», che Lumini deriva dal pensiero di Raimon Panikkar, sia perché devo ancora leggere bene le opere del teologo indo-spagnolo, sia perché affascinato come sono da un tale concetto, ne sospetto tuttavia l’«errore», non foss’altro rispetto al noto assioma della socialità dell’essere umano. Detto questo, «se il monaco», argomenta Lumini, «è un archetipo umano, tanto più è archetipo della vita cristiana. In ogni cristiano vive un monaco, una monaca. Questo comporta, ancora una volta, di spostare la prospettiva dalla comunità alla solitudine». Nulla da dire, se non che progressivamente il richiamo alla solitudine evoca altri concetti, altre situazioni che si estendono al di fuori della «sfera cristiana» e tendono a sovrapporsi con la condizione umana tout court (capisco che per l’autrice le due dimensioni coincidano, ma potrebbe non essere così). Una nuova «centratura» è, ad esempio, una conseguenza salutare della solitudine, di contro alla deriva caotica simboleggiata dalla onnipresente «mancanza di tempo». «La mancanza di tempo», afferma a questo proposito Lumini, «è il sintomo della corrotta concezione consumistica che ha invaso ogni sfera vitale, non solo quella materiale e produttiva. È il risultato della falsa necessità di fagocitare e ingurgitare, che crede di potersi soddisfare accumulando.»

Contesto che a fronte dell’interiorità, dell’attenzione e della concentrazione, venga indicata questa modalità predatoria come unica alternativa: c’è sicuramente anche questa, ma non solo questa. Inoltre, anche senza addentrarsi nella questione del «che fare», non vedo come necessariamente negativa una forma di disseminazione del proprio io (quanto realmente importante?) nell’oceano delle cose e dei fatti, disseminazione che non è «malsano desiderio di possedere», bensì altra forma di resa e abbandono. E per citare un altro concetto centrale nelle riflessioni e nelle proposte di Antonella Lumini, la profondità interiore, dove sarebbe rintracciabile la propria origine di creature, dove è custodita l’«immagine originaria»: ebbene, per quanto – tipicamente – sia attratto dall’immagine degli abissi, non sono certissimo che sia utile spingersi con accanimento laggiù, dove forse ad attenderci c’è solo il nostro «fondo animale», più che l’amore di un Creatore. E non è stato forse l’incessante lavorio di generazioni a creare quegli strati superficiali, culturali in senso lato, stesi sopra la ferinità?

Dice: non mi pare che il successo sia stato rotondo né durevole. Vero, ma qualcosa s’è ottenuto. Dice ancora: ma la disseminazione di cui parli non è forse il segno di quella «sete di infinito» che sta sul fondo, e che può essere placata solo dalla resa all’Amore di una «forza superiore»? L’orda di falsi desideri che ci sballotta non è forse grottesca compensazione dell’anelito originario verso Qualcosa? Può essere. Non sei forse comunque infelice? Mi si perdonerà qui se, prescindendo da ogni considerazione storica, economica, sociologica, rispondo con una certa brutalità: bella scoperta.

E mi si perdonerà anche se mi sono fatto prendere la mano: non è questo il luogo, non è questa la forma. Resta invece la proposta, il libro di Antonella Lumini, che ha suscitato in me tante e tali obiezioni, forse proprio perché va a toccare punti molto sensibili, e che si è dimostrato per questo lettura assai utile.

(2-fine)

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  1. Antonella Lumini, Monachesimo interiorizzato. Tempo di crisi, tempo di risveglio, Paoline 2021.

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Domande, risposte ed equivoci

Sono stato immediatamente attratto da un piccolo libro francese, pubblicato lo scorso gennaio 2021, dal titolo che più programmatico non si può: Monaco o monaca. Chi sei? A cosa servi?, che si fregia di un sottotitolo altrettanto didascalico: Difesa e delucidazione della vita monastica1. L’autore non è, come ci si potrebbe aspettare, un monaco o una monaca, bensì un giornalista e saggista, e il suo libro, come dice l’abate di Solesmes nella sua breve ma approvante prefazione, «si rivolge a coloro che, passando accanto a un monastero, incuriositi da un edificio spesso imponente e soprattutto da una comunità che sembra provenire da un’altra epoca, si chiedono: ma cos’è?

Prima di addentrami nel testo, la sua Introduzione mi ha dato la possibilità di tornare a riflettere sui motivi, sulle sfumature e sugli equivoci del mio interesse per le cose monastiche. E di valutare apertamente le mie reazioni e le mie risposte alle questioni e alle domande suscitate da quell’«oggetto non identificabile» che, nella definizione dell’autore, sono le vocazioni monastiche contemporanee.

«Perché allontanarsi dal mondo e mettersi da parte quando la Chiesa ha tanto bisogno di preti e di religiose attive?» Ho impiegato un po’ di tempo per capire che la «fuga dal mondo» non è rifiuto degli altri, della condivisione dell’umana condizione, quel rifiuto istintivo, e di lunga tradizione, della cosiddetta socialità che comprendo sin troppo bene, ma che nulla ha a che vedere con la scelta monastica. D’altra parte, mi pare che la Chiesa, tra le altre cose, abbia accolto nel corso del tempo tutte le possibili buone inclinazioni (i «carismi»), cercando di estendersi come una mappa 1:1 sulle manifestazioni del bene – dalle recluse ai politici cattolici, passando magari per i filologi.

«Perché condurre volontariamente una vita austera, se non ascetica e di penitenza? A che scopo?» Mentre credo di poter riconoscere il potenziale, e la velleità, della «rivolta» contro il principio di piacere, e le sue nevrosi, le sue ambiguità, la sua cattiva coscienza, mi pare anche di poter intuire il valore di «riparazione» al cospetto del Dio in cui si crede per le offese che ininterrottamente riceverebbe.

«Possono preghiera e penitenza riempire un’esistenza?» Eccome; qualsiasi cosa può riempire un’esistenza, la cui misura è infinitamente più piccola di quanto c’è a disposizione (se così si può dire). Ma questa, lo so, è una risposta del tutto insoddisfacente.

«Se si desidera edificare il Regno di Dio, perché non farlo nel mondo, in mezzo agli esseri umani?» Forse perché non può essere edificato, ma soltanto prefigurato, e… perché l’attesa, anche illusoria, è più dolce della disillusione.

«Monaci e monache non sono altro che testimoni attardati di un passato che non c’è più? Ritardari che dovrebbero mettersi al passo coi tempi?» Una domanda che può porre soltanto chi prova, anche inconsapevolmente, un vago disagio, se non addirittura un informe senso di colpa, in loro presenza (e che sul quel disagio dovrebbe interrogarsi). Non è il mio caso.

Qualsiasi risposta «dall’esterno» è insoddisfacente, sostiene Bienvenu (e fuori fuoco, aggiungo io), perché ci troviamo davanti a un mistero soprannaturale che non può essere penetrato da chi richieda prove, argomenti «naturali». La scelta di vita contemplativa, prosegue l’autore citando un’anonima monaca, «non può essere spiegata», né la felicità che ne può derivare. L’origine del mistero risiede nella vocazione, non come riconoscimento di una inclinazione, bensì come effettiva chiamata da parte di Qualcuno.

Qui le domande si devono interrompere, e la mia insoddisfazione può non essere altro che il segno di quanto io sia perfetto esempio, tra milioni di altri, di un modello di pensiero che «pretende» tutto spiegare. Thomas Merton, citato da Bienvenu, ci mette, per così dire, una pietra sopra: «Sarebbe tragico che un monaco desse un’esposizione chiara, precisa e pienamente comprensibile della vita monastica, della sua esistenza nascosta in Dio: vorrebbe dire che crede, a torto, di comprendere il mistero della sua vocazione. L’essenza della vita monastica è sepolta nel silenzio».

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  1. Hubert Bienvenu, Moine ou moniale? Qui es-tu? À quoi sers-tu? Défense et illustration de la vie monastique, France-Empire 2021.

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