Grazia e nichilismo (Dice il monaco, LXXXVIII)

Dice Aelredo di Rievaulx, monaco cisterciense, nel 1142:

Che cosa ti distingue, o uomo? Il libero arbitrio? Certamente, ma rispetto ai giumenti, non agli ingiusti. Poiché anche gli ingiusti hanno il libero arbitrio, senza il quale non potrebbero neanche essere ingiusti. Con l’unica eccezione del peccato originale, che per altro motivo lega anche quelli che non lo vogliono, nessuno è giusto se non per sua volontà, e nessuno può essere ingiusto se non per sua volontà, e dunque solo grazie al suo libero arbitrio. Ma la volontà è elevata alla giustizia solo dalla grazia; nell’ingiustizia invece sprofonda da sola.

* * *

Veda, dunque, chi può, creda chi non può vedere. Chi vede ne gioisca, ma nell’umiltà; chi non vede, creda, ma con preseveranza, perché «se non crederete non comprenderete». Veda, dico, che ogni creatura è fatta dal niente, ed è fatta mutevole, e che, spinta da questa mutabilità che fa parte della sua natura, continua a volgersi a ciò da cui è stata tratta, il niente.

♦ Aelredo di Rievaulx, Lo specchio della carità, I, XII, 36; I, XIII, 40, a cura di D. Pezzini, Paoline 1999, p. 121, 123.

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Un due tre, Stella (Isacco della)! (pt. 1/2)

Sollecitato da un dotto articolo di Domenico Pezzini1, mi sono deciso ad avvicinarmi a Isacco della Stella, «il grande mistero di Cîteaux», come lo chiama Louis Bouyer, «unico tra i primi cistercensi per la libertà e l’arditezza con cui introduce nei suoi sermoni le discussioni metafisiche più tecniche» e al tempo stesso prodigo di «impreviste espressioni di un’umanità gustosa e di una familiarità inattesa». Sarà un percorso lungo, e l’ho cominiciato proprio con i tre sermoni analizzati da d. Pezzini, pronunciati da Isacco per la domenica di Quinquagesima, ossia la domenica precedente l’inizio della Quaresima (50 giorni prima di Pasqua), e dedicati alla dialettica tra terra e cielo, tra esteriorità e interiorità, tra figlio dell’uomo e Figlio di Dio, quindi a quella che sarebbe la dualità costitutiva della nostra condizione2.

Va da sé che questa dialettica è, dovrebbe essere, «ascensionale»: dalla terra dovremmo staccarci per ambire al cielo, e subito alla rete di citazioni dalla Scrittura, e all’argomentazione che ne consegue, si mescolano osservazioni «dal vero» e considerazioni personali, in un intreccio che restituisce il sapore di un discorso effettivamente pronunciato davanti a un gruppo di confratelli; confratelli nella fattispecie riuniti nel capitolo di un’abbazia su «un’isola piccola e perduta nel mare immenso»: l’abbazia di Notre-Dame des Châteliers sull’isola di Ré, di fronte a La Rochelle, dove Isacco volontariamente o no (non si sa con precisione) passò un periodo di ritiro o di esilio (non si sa quanto lungo) qualche anno dopo il 1150.

Dovremmo fare come gli uccelli, che, «per lanciarsi con le ali nell’aria, si appoggiano a fondo con tutto il corpo sul suolo dove si trovano»; dovremmo retrocedere «come fanno gli arieti per prendere la rincorsa, e lanciarci con ancora più forza verso ciò che ci sta davanti!» Sempre davanti, sempre verso l’alto, dimenticando il mondo e lasciando a terra, nella terra, tutto quello che crediamo di essere e di essere stati: «Cosa resta infatti di noi nel mondo, non dico in termini di stima, ma anche solo di memoria?» Giudichiamoci noi per primi, con durezza, in modo da non dover temere altro giudice: facciamolo qui, dice Isacco, in questo «inferno» che è il monastero, dopo aver abbandonato il mondo, laggiù, per giungere alla gloria, lassù, e aggiunge una chiosa abbastanza sorprendente: «E se l’abate, dilettissimi, fosse negligente nei nostri confronti, dobbiamo fare da abati a noi stessi».

Duro, preciso, mesto e disilluso, Isacco. Ma ecco che il giorno dopo (Sermone 28) il discorso prende una piega inattesa: «Io pure, fratelli, delle cose che ho detto ieri in tanti modi e in un mare di parole [finissima ripresa marina] sul come crocifiggere in me il figlio dell’uomo, a dire il vero non capisco niente». Come niente? E non è finita. «Confesso», prosegue Isacco, «che fatico a capire cosa davvero faccia in tutto ciò che faccio, e dopo aver fatto tutto il bene e sopportato tutto il male, non so se alla fine merito amore oppure odio.» Con un balzo di quasi novecento anni Isacco è improvvisamente al nostro fianco, incerto, dubbioso, e ci invita a non presumere di aver fatto, capito, definito tutto, di rimanere per così dire all’erta fino alla fine, perché «il senso di ciò che affermiamo dipende dalla fine del discorso. Ogni discorso resta sospeso sino alla fine, alla fine è applaudito, alla fine si risponde, alla fine si valuta; prima della fine tutte le cose oscillano.» Prima della fine tutte le cose oscillano: si può correggere, si può tagliare, si può sbagliare di nuovo, si può aggiungere inutilmente; «nel mezzo» le cose sono mobili, non hanno «un luogo fisso», sono incerte, forse saranno compiute, forse saranno tralasciate e resteranno incompiute: solo «la fine conclude tutto, sistema tutto, perfeziona tutto, al punto che prima della fine si corre un grosso rischio nel definire un qualcosa»3.

Accidenti, Isacco!

(1-segue)

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  1. Isacco della Stella su come comporre in unità la dualità della natura umana: un tema con sette variazioni, in «Vita Nostra» XI (2021), 2, pp. 65-92.
  2. Isacco della Stella, Sermoni 27, 28 e 29, in I sermoni, vol. I, dalla Settuagesima alla Pentecoste, a cura di D. Pezzini, Paoline 2006, pp. 204-26.
  3. Si può segnalare una interessante consonanza con le considerazioni svolte da Pasolini nel breve saggio Osservazioni sul piano-sequenza, del 1967, raccolto in Empirismo eretico. «L’uomo cioè si esprime soprattutto con la sua azione – non intesa in una mera accezione pragmatica – perché è con essa che modifica la raltà e incide nello spirito. Ma questa sua azione manca di unità, ossia di senso, finché essa non è compiuta. […] Finché ha futuro, cioè un’incognita, un uomo è inespresso. […] Finché io non sarò morto, nessuno potrà garantire di conoscermi veramente, cioè di poter dare un senso alla mia azione, che dunque, in quanto momento linguistico, è mal decifrabile. È dunque assolutamente necessario morire, perché finché siamo vivi, manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita

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San Bernardo celo, Isacco della Stella manca

Il mio «interesse per le cose monastiche», credo di averlo già detto, è fatto anche di aspetti leggeri, molto leggeri, sui quali fantastico spesso, fiducioso che non si tratti di mancanza di rispetto, di ostinata secolarizzazione, ma, in fondo, di affettuosa adesione, di semplice gioco. E anche in qualche misura desiderio che queste «cose» conoscano più ampia diffusione.

Alcuni di tali aspetti non sono, forse, così leggeri, come ad esempio il sogno di una libreria superspecializzata in cui si trovi tutto quanto è stato pubblicato sul monachesimo, e nient’altro: scaffali e scaffali di volumi ordinati cronologicamente per ordine: il che produrrebbe, tra l’altro, un fantastico «ordine3», un ordine al cubo. Poi, naturalmente, ci vorrebbe una rivista, anch’essa specializzata, ma non di quelle, serie e bellissime, che già esistono, bensì un periodico di larga divulgazione, e non soltanto quei frequenti «speciali» (Scopri come viveva un monaco del Medioevo, aut similia, che dicono un po’ sempre le stesse cose): no, un bel mensile – chessò, «Famiglie monastiche», «Chiostri» – con tutte le sue belle rubriche.

Poi un supermercato di prodotti monastici! Ce n’è più d’uno online, benissimo, ma io m’immagino un iper di quelli che si vedono dalle tangenziali, con una grande insegna luminosa nella nebbia – MONKS & NUNS –, un comodo parcheggio, reparti ben segnalati e una caffetteria dove gustare il caffè leggero delle monache e sgranocchiare i mandorlati rosa e verdognoli che piacevano tanto al Principe di Salina (glisso sul relativo catalogo cartaceo dello store che conservo gelosamente). «Offerta lampo! 500 g di lavanda di Senanque al -30%». Va da sé che andrebbero previsti anche dei punti vendita più piccoli, più local, come vanno ora di moda, ma ugualmente ben forniti – «Padre, mi scusi, dove trovo la Chartreuse?», «Oh, mi spiace, purtroppo siamo rimasti senza; l’abbiamo già riordinata, ma sa, i certosini hanno i loro tempi…», «… che noi senz’altro rispettiamo»; «Scusi, sorella, è arrivato il miele millefiori di Finalpia?», «Oh sì! Giusto ieri, ed è buonissimo! Lo trova in fondo al secondo corridoio sulla destra».

Poi la Lego potrebbe mettere sul mercato un bel «Kit Mont-Saint-Michel»; e tutte le case produttrici di modellini dovrebbero fare altrettanto (in realtà c’è qualcosa del genere). Birre, caramelle, tisane e saponette ci sono già, quindi magari mazzi di carte, cancelleria, sticker e infinite emissioni filateliche (lo so, sono tutte cose un po’ novecentesche), e potrei andare avanti; il tutto però senza quella sottile distorsione del senso che si avverte nelle innumerevoli e stucchevoli raccolte di «Relaxing Gregorian». No, bisognerebbe che non si perdesse mai la profonda serietà di una scelta di vita e al tempo stesso si riuscisse a declinarla con l’ironia. Non so, questo è un punto delicato, tanto che talvolta comincio a diffidare della cosiddetta «chiave ironica» che tutte le porte dovrebbe aprire, ma adesso non è il momento…

Il culmine infine sarebbe raggiunto se un mattino, andando in edicola, trovassi l’annuncio di una nuova raccolta a fascicoli: «Monache e monaci. Scopri la vita di chi ha scelto il silenzio del chiostro. Prima uscita la figurina “Abate benedettino” e i primi tre pezzi per realizzare un vero chiostro in miniatura. Solo 1,99€». O forse, meglio ancora, se mi accorgessi che un editore illuminato ha appena lanciato l’Album delle figurine dei monaci: lo comincerei all’istante, dieci bustine per favore, grazie, anche a costo di ritrovarmi con sette san Bernardi e neanche un Isacco della Stella, che, lo si capirebbe subito, è rarissimo.

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Poveri esseri di un giorno (Dice il monaco, LXXXVII)

Mi capita spesso di leggere pagine di autori certosini come se fossero resoconti di viaggio in una terra lontana e ignota, se non – devo essere sincero – come descrizioni di un mondo alternativo, nel quale esseri viventi del tutto simili a noi, dotati forse solo di una più accesa autoconsapevolezza, fanno esperienza di una realtà che nella nostra dimensione, invece, non è data. Letteratura fantastica, in un certo senso. E qui la distanza per me è incolmabile, anche, se non soprattutto, quando la spesso incomparabile mitezza certosina di quei resoconti può spingere a dire sottovoce: «Se solo fosse vero…»

Anche quando… dice Augustin Guillerand, certosino, morto nel 1945:

Creature impotenti, poveri esseri di un giorno, piccoli fiori nati all’alba e già appassiti alla sera, eppure possiamo volgerci verso di lui e immediatamente ci dà ascolto, ci parla, ci accarezza, si dà a noi; si china sulla nostra miseria e la innalza fino al suo trono; ci fa entrare nella sua dimora, e questa dimora è il suo Amore, è il respiro stesso del suo Essere e della sua vita. Io stancherei il migliore e il meno occupato degli uomini presentandomi così a lui ad ogni momento con, purtroppo, una disinvoltura e una sfacciataggine che offenderebbero anche i più indulgenti; Dio mi riceve sempre, perdona e scusa i miei modi sfacciati. Egli mi riceve e mi coccola. Mi scopre gli splendori del suo palazzo, ha sempre qualche luce nuova da offrire alla mia intelligenza, qualche delizia per il mio cuore. E se la luce è antica, egli la riveste di freschezza come un fiore di una acerba primavera; e se crede utile lasciarmi nella notte, questa stessa notte si illumina di chiarezza e le tenebre più spesse si cambiano in vive luci. E se mi rifiuta le delizie sensibili, mi fa trovare nella preghiera del deserto delle dolcezze superiori che incantano la mia fede di bimbo che confida in suo Padre.

♦ Augustin Guillerand, in Alla scuola del silenzio. Un itinerario di contemplazione. Antologia di autori certosini, prefazione di A. Matteo, Rubbettino 2021, pp. 193-94.

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Duemilaottocentoventi pagine posson bastare, per ora (Schedine: Bernardo di Chiaravalle; Benedettini; Certosini)

SermoniAnnoLiturgico 2Bernardo di Chiaravalle, Sermoni per l’anno liturgico / 2, introduzione, traduzione e note di D. Pezzini, Città Nuova 2021. Non si può passare sotto silenzio che lo scorso settembre, con la pubblicazione del secondo tomo del terzo volume dedicato ai Sermoni per l’anno liturgico, si è conclusa l’edizione delle «Opere di San Bernardo», avviata nel 1984 con il sostegno dell’Abbazia di Chiaravalle milanese e per la cura di Ferruccio Gastaldelli. Altre 950 pagine di san Bernardo, con testo latino a fronte, fitte delle sue parole più quotidiane, se così si può dire, quelle che rivolgeva ai «suoi» monaci quando poteva rientrare nella pace di Clairvaux «con l’animo affaticato da folle umane diverse che cercano cose diverse». A riprova del giacimento reso disponibile, apro (quasi) a caso una pagina, la 611, e cito dal Sermone agli abati: «Questo mare vasto – nel quale, in ogni caso, è certo che viene indicato niente altro se non il mondo presente, amaro e fluttuante – è transitabile da tre generi di uomini perché lo attraversino, ognuno a proprio modo, per uscirne liberi. Questi tre sono Noè, Daniele e Giobbe: di questi il primo lo attraversa in nave, il secondo su un ponte, il terzo a guado».

LesBenedictinsLes Bénédictins. La Règle de saint Benoît, traduction de la Règle réalisée par les moines de l’abbaye Saint-Wandrille, sous la direction de Daniel-Odon Hurel, Bouquins-Robert Laffont 2020. Volume ricchissimo che dà la Regola nel testo latino con traduzione francese e un assai esteso commento spirituale e storico, opera di un plotone di monaci benedettini e studiosi e studiose – quasi una raccolta di brevi e non tanto brevi saggi dedicati a ogni capitolo. 1340 pagine arricchite da un’utile «Chronologie de la dynamique bénédictine» e da un’utilissima «bibliografia cronologica» della Regola che, oltre all’elenco in ordine cronologico delle edizioni a stampa della medesima (40 pagine, dall’edizione tedesca del 1485/1490 di Memmingen, a quella italiana del 2011 a cura dei benedettini dell’Abbazia Madonna della Scala di Noci), offrono soprattutto l’elenco, sempre cronologico, dei commenti alla Regola, sempre a stampa (30 pagine scarse, dal commento di Juan de Torquemada, zio di quel Torquemada, stampato a Parigi nel 1491-94, a quello dottissimo di Aquinata Bockmann, in tre volumi, stampato a Parigi – toh – nel 2018 dalle Editions du Cerf) e l’elenco delle costituzioni degli ordini e delle congregazioni che «riconoscono Benedetto come patriarca» (altre 30 pagine affascinanti e utilissime di storia benedettina). Pur inserendosi nella lunga tradizione dei commenti, questo volume «segna un doppio scarto: non è firmato da un religioso o da un gruppo di monaci, ma è un’opera collettiva che riunisce docenti universitari e alcuni religiosi particolarmente competenti. Non è rivolto ai religiosi (senza che sia proibito loro di leggerlo!), bensì al pubblico il più vasto possibile, e per far ciò tenta una sintesi di undici secoli di riflessione sulla Regola con la percezione contemporanea del monachesimo cristiano» (dall’Introduzione di D.-O. Hurel).

 

AllaScuolaDelSilenzioAlla scuola del silenzio. Un itinerario di contemplazione. Antologia di autori certosini, prefazione di A. Matteo, Rubbettino 2021. Graditissima nuova edizione, con titolo up to date, di un’antologia già apparsa nel 1987 dalle Paoline (e presentata allora dal cardinal Martini) e che inaugura la promettente collana dell’editore calabrese «Amore e silenzio. Voci», diretta da A. Cavallaro, T. Ceravolo e I. Iannizzotto. Il titolo parla da solo, il florilegio è organizzato per grandi aree tematiche, gli autori spaziano lungo gli oltre novecento anni di vita dell’Ordine e il volume (di 526 pagine) è corredato da estesi profili biografici e da un indice analitico degli argomenti singolare per precisione del dettaglio. Se cerco, ad esempio, «linguaggio», trovo che «la menzogna è il vuoto e il l. del nulla» e vengo rimandato a queste parole di Augustin Guillerand (dai suoi Ecrits spirituels, raccolti dopo la morte avvenuta nel 1945): «Si confonde il silenzio dell’Essere col silenzio del nulla. Ma il nulla non sa né parlare né tacere; sa soltanto agitarsi e mascherare, con dei movimenti superficiali, il vuoto che è in lui. Parole delle labbra alle quali non corrisponde alcun pensiero, atteggiamenti del corpo, mimica del volto che non traducono alcuna realtà o mentono realmente: ecco il linguaggio del nulla. Ed è per questo che lo moltiplica. Ci vogliono molte parole per non dire nulla o per dire ciò che non si pensa».

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Entrate / Uscite (Schedine: Bonato; Cernuzio)

IntroduzioneMonachesimoVincenzo Bonato, Introduzione al monachesimo, Nerbini 2021. L’Introduzione che il monaco camaldolese, studioso di teologia monastica e docente di Spiritualità ha pubblicato nella meritoria collana di «Orizzonti monastici» va intesa proprio come propedeutica all’idea di un reale «ingresso» in un monastero. Il testo infatti è organizzato in forma di lettera a un giovane che si senta attratto da una scelta di vita tanto lineare, all’apparenza, quanto complessa e non priva di pericoli nella sua concretezza, e si propone di illustrarne le caratteristiche: a cosa si va incontro, cosa ci si può aspettare, quali ne sono i fondamenti, i momenti costitutivi e quale ne è il significato autentico. Può essere la professione monastica la risposta a quel vago bisogno di spiritualità – termine sempre più difficile da arginare – che si attribuisce a molti giovani? Oltre a un meditato riepilogo dei principali aspetti della scelta di vita consacrata, prevedibili, in fondo, e non nuovi per chi frequenta la letteratura monastica contemporanea, e a una breve rassegna dei suoi «strumenti» primari, l’autore pone spesso l’accento sul carattere personale della vicenda o, come si tende a dire oggi, sulla sua dimensione esperienziale. Senza tradire la propria tradizione (o anzi, appunto, tradendola etimologicamente), la forza di attrazione della vita monastica non può che venire da monaci e monache in carne e ossa che mostrano agli aspiranti il senso, e gli esiti, di una scelta attraverso la loro testimonianza, il loro stile di vita abbracciato, amato e condiviso. La risposta a quel bisogno, la risposta stessa alla chiamata, quindi non può essere un’elaborazione concettuale, si potrebbe quasi dire che prima ancora di manifestarsi pienamente nella fede («Non è mai facile capire se la fede c’è o non c’è») è un «incontro personale», con il Signore anzitutto (tramite la Scrittura), ma anche con un individuo, con una comunità di individui. Individui che, all’inizio, possono vestire i panni di educatori, formatori, direttori spirituali, di maestri (la nostalgia dei quali oggi forse va di pari passo con tutte le difficoltà e anche le storture che possono sorgere da questo tipo di rapporti). Ecco allora che «il monastero presenta il vantaggio di offrirsi come luogo di vita e d’esperienza, in continuità. Perdura nel tempo, perché è animato da persone sagge, miti, sapienti più che dotte, pacificate nel cuore. Non è un luogo dove vengono elaborate teorie astratte, ma dove si manifesta un particolare stile di vita. Nella comunità monastica, lo stile di vita vale più di qualsiasi offerta culturale o catechetica».

VeloDelSilenzioQueste parole, cui anche il non credente presta ascolto e rispetto, risuonano ancora quando si chiude l’ultima pagina del libro di Salvatore Cernuzio, Il velo del silenzio. Abusi, violenze, frustrazioni nella vita religiosa femminile, San Paolo 2021. Di questa materia può parlare solo chi ne ha esperienza diretta, in quanto vittima, testimone o esperto a vario titolo, quindi mi limito ad annotare che questo libro esiste e raccoglie undici testimonianze anonime di religiose (lo specifico femminile è cruciale) che hanno sofferto di abusi, principalmente, salvo un caso, di potere e di coscienza, e hanno lasciato le comunità in cui avevano scelto di consacrare la loro esistenza. Le testimonianze sono accompagnate da un «dispiegamento di forze» assai eloquente: una prefazione di Nathalie Becquart, saveriana, sottosegretaria del Sinodo dei Vescovi («Dobbiamo ascoltarle [queste testimonianze], sentirle e prendere coscienza che la vita consacrata nella sua diversità, come altre realtà ecclesiali, può generare sia il meglio che il peggio»), un’introduzione del gesuita Giovanni Cucci, che all’argomento aveva dedicato un importante articolo su «La Civiltà Cattolica» nel settembre 2020 («Va lodato e incoraggiato chi ha deciso, non senza sofferenze e resistenze, di rompere il muro del silenzio, che è di fatto il canale privilegiato di diffusione del male»), un’intervista allo psichiatra e psicoterapeuta Tonino Cantelmi («Direi che nelle congregazioni maschili può prevalere una forma di individualismo controvocazionale, dove il conflitto è celato dal rispetto tacito dei reciproci spazi; in quelle femminili è più probabile che si nascondano forme sommerse di sofferenza e solitudini atroci in apparenti comunità attive») e un intervento del canonista Giorgio Giovanelli sugli aspetti teologici e giuridici dell’obbedienza («Se tutti i cristiani sono tenuti all’obbedienza alla Parola di Dio, l’obbedienza del religioso passa attraverso precise mediazioni umane»).

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La tecnica del nuoto (Dice il monaco, LXXXVI)

Uno degli ostacoli per me insormontabili in questo «tentativo di comprensione» è ben rappresentato da una frase che traggo dall’interessante e sapiente libretto che il camaldolese Vincenzo Bonato ha intestato a una Introduzione al monachesimo1, sotto forma di lettera a un giovane che da esso monachesimo si senta in varia misura attratto (testo cui credo dedicherò qualche altra nota). Passando in rassegna i sentimenti e gli atteggiamenti2 che caratterizzerebbero la «nostra relazione con Dio», e senza nasconderne, appunto, la «difficoltà», il monaco afferma: «L’abbandono in Dio è, forse, il sentimento più difficile da conseguire ma è anche l’unico che, liberandoci dal logoramento delle preoccupazioni, ci può infondere pace. Ciò che egli vuole è necessario che accada, mentre ciò che egli non vuole è impossibile che si realizzi». Be’, certo, commento a margine con una timida matita…

Assai opportunamente, p. Bonato accenna poco dopo alle conoscenze scientifiche che ci hanno reso consapevoli della vastità dell’universo e della nostra conseguente nullità, e al fatto che senza l’amore di Dio «saremmo proprio un niente». Quindi, «abbandonandolo, contando solo su noi stessi o addirittura vivendo sottomessi al nostro ego, corriamo il rischio di diventare realmente un nulla, divorati dal rimpianto». Ecco l’ostacolo insormontabile, per il quale accetto senz’altro l’accusa di superbia, se superbia è e non realismo, e questa è la «correzione» che per onestà propongo: non essendoci altro, dovendo contare solo su noi stessi e cercando di tenere a bada il nostro ego, riconosciamo di essere realmente un nulla, facendo il possibile con gli altri per non essere divorati dal rimpianto (e da altre cose). È poco, è qualcosa, è solo un gioco di parole? Non lo so.

A commento della difficoltà di concepire la bontà di Dio anche quando ci manda le (siamo preda delle) tribolazioni e inevitabilemente pecchiamo (sbagliamo) p. Bonato cita un efficace insegnamento spirituale di Doroteo di Gaza (ancora Gaza), e quindi:

Dice Doroteo di Gaza, monaco, agli inizi del secolo VI:

Siamo noi a non avere pazienza, a non voler fare un po’ di fatica, a non accettare di accogliere qualunque cosa con umiltà; per questo siamo fatti a pezzi [!] e, quanto più cerchiamo di sfuggire alle tentazioni, tanto più ne sentiamo il peso, ci scoraggiamo e non riusciamo a liberarcene. Ci sono alcuni che per necessità devono nuotare nel mare; se conoscono la tecnica del nuoto, quando giunge l’onda contro di loro, si curvano e si immergono finché essa passa, e così poi continuano a nuotare indenni. Se invece vogliono resistere all’onda, ne sono respinti e rigettati a una grande distanza. Come ricominiciano a nuotare, arriva su di loro un’altra onda; se di nuovo oppongono resistenza, di nuovo essa li respinge e li getta fuori, di nuovo vengono fiaccati senza concludere nulla. Se invece, come ho detto, si curvano sotto l’onda e si umiliano sotto di essa, questa passa oltre senza far loro del male ed essi continuano a nuotare quanto vogliono e a fare il loro lavoro. Così accade anche nelle tentazioni; se uno sopporta la tentazione con pazienza e umiltà, essa passa oltre senza fargli del male; se invece continua a tormentarsi, a lasciarsi turbare e a incolpare tutti, punisce se stesso, si rende più pesante la tentazione e non ne riceve profitto, ma anzi ne riceve danno3.

Forse, tuttavia, tra male vero e proprio e tentazione vi è una certa differenza…

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  1. Vincenzo Bonato, Introduzione al monachesimo, Nerbini 2021 («Orizzonti monastici»; 46).
  2. E lasciamola qui una «provocazione», che, espressa sottovoce e senza alcuna pretesa di sapienza, può anche non guastare: e se il futuro del cristianesimo fosse quello di una metamorfosi da fede in atteggiamento (complesso di atteggiamenti)?
  3. Doroteo di Gaza, Insegnamento XIII. Sopportare le tentazioni senza turbarsi e rendendo grazie, in Comunione con Dio e con gli uomini. Vita di abba Dositeo, Insegnamenti spirituali, Lettere e Detti, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2014, p. 209. (Vincenzo Bonato dà un’altra traduzione, in cui, tra l’altro, curiosamente, «la tecnica del nuoto» diventa «l’arte del tuffo».)

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La sventurata aspettava il segnale (Aelredo a Watton)

È lo stesso Aelredo di Rievaulx, mite cantore cisterciense dell’amicizia monastica, e dell’amicizia tout court, a raccontare con cautela la storia terribile di una «certa ragazza» (niente nome, solo puella quaedam) del monastero gilbertino di Watton (Yorkshire), accaduta intorno alla metà del XII secolo. La racconta in una lettera a un destinatario ignoto per prevenire in qualche misura lo scandalo che i nemici della virtù e dell’ordine potrebbero suscitare, e lo fa perché ne è stato in parte testimone oculare e perché ha saputo il resto da persona «la cui maturità e santità non le avrebbero permesso di mentire»1.

La bambina entra in monastero come oblata all’età di quattro anni, con la benedizione del vescovo di York, e, raggiunta l’adolescenza, comincia a comportarsi da… adolescente: nessun amore per la religione, nessun rispetto per la disciplina, nessun timore di Dio; e ancora, a mano a mano che passa il tempo, ammicca, è sboccata, si muove in maniera indecente, non si cura delle punizioni, morali o corporali che siano, fa gestacci e dà il cattivo esempio. Ciò nonostante è costretta a restare, per paura, e a mantenere un’apparenza di «onestà». Una ragazza ribelle, una bomba pronta a esplodere o, per usare altri termini, la preda perfetta del diavolo.

Che infatti si presenta nelle forme, avvenenti, di un giovane converso (?) che entra con altri nel chiostro per fare dei lavori. È il diavolo, certo, che ha combinato la «cosa», ma le parole di Aelredo (suo malgrado?) raccontano qui, in un primo momento, la storia eterna: lei lo guarda, lui la guarda; qualche cenno del capo, poi qualche gesto («res primum nutibus agitur, sed nutus signa sequuntur»), quindi una, due, tre parole e infine un breve e dolce dialogo amoroso – e il sostantivo che «scappa» al monaco dice tutto: «Tandem rupto silentio conserunt de amoris suavitate sermonem». E qui Aelredo fa un’osservazione che merita di essere sottolineata. Entrambi i giovani alimentano l’un l’altro il seme della lussuria, «ma lui pensava allo stupro, mentre lei, come disse in seguito, pensava soltanto all’amore» («et ille stuprum meditabatur, illa vero postea dicebat, de solo cogitabat amore»).

Comunque la miccia è accesa, la premessa della tragedia è posta. I due si parlano ancora, si accordano per un incontro, lui lancia un sasso sul tetto del dormitorio («e tu, infelice ragazza, cosa pensavi? Cosa ti spingeva a prestare orecchio alle tegole con tanta attenzione?»), lei cede, e infine («chiudete le vostre orecchie, vergini di Cristo, copritevi gli occhi») esce dal dormitorio vergine per rientrarvi poco dopo adultera, esce colomba e finisce tra gli artigli del falco («è gettata a terra, la bocca coperta in modo che non possa chiamare e, già corrotta nella mente, viene corrotta nella carne»). Sperimentata la voluttà, il male impone di essere ripetuto, sicché la cosa si ripete, le monache si insospettiscono (che sono tutti ’sti sassi?), lei resta incinta, lui scappa, lei confessa, le monache perdono la testa: la picchiano, alcune vogliono bruciarla, altre scuoiarla; la superiora riprende il controllo della situazione: la puella quaedam viene imprigionata, frustata e pesantemente incatenata, a pane e acqua.

Ma la gravidanza diventa evidente: che fare? La cosa migliore è rimandare la ragazza, che è diventata un’immonda prostituta («meretrix adulterino fetu gravida»), a chi l’ha traviata. Ed è lei, stremata, a indicare il luogo dove avrebbe potuto ritrovare il giovane se mai fosse uscita dal monastero. Alcuni membri dell’ordine maschile preparano l’agguato, uno si traveste da monaca, catturano il giovane (che, vista la figura velata «sicut equus et mulus, quibus non est intellectus, irruit in virum quem feminam esse putabat»), lo massacrano di botte e lo consegnano alle monache. La punizione deve essere esemplare. Le monache lo portano al cospetto della sventurata, obbligano costei a evirarlo e – lasciamo parlare il latino di Aelredo – «una de astantibus, arreptis quibus ille fuerat relevatus, sicut erant foeda sanguine in ora peccatricis projecit».

Aelredo inorridisce, ma non può condannare apertamente, così, dopo otto righe di premesse bibliche, dice: «Non lodo il gesto, bensì lo zelo; non approvo lo spargimento di sangue, bensì l’indignazione delle sante vergini nei confronti di tale turpitudine», e cambia argomento.

La giustizia, anzi, la vendetta è consumata. Il ragazzo viene restituito ai confratelli e la ragazza, spezzata come possiamo solo immaginare, viene rimessa in cella, e di nuovo incatenata. Qui il suo pentimento giunge a compimento – come la sua gravidanza, assai faticosa e complicata dalla prigionia e dalle angherie2 –, tanto che la notte prima di quello che ormai è un parto imminente, la giovane ha una (seconda) visione: il vescovo stesso le si presenta insieme con due donne dal volto bellissimo… La ragazza offre al prelato piena confessione del suo peccato e poi le sembra («ut sibi videbatur») che le due donne si allontanino insieme col vescovo recando un bambino avvolto in panni candidi. Quando si desta il suo ventre è vuoto e il corpo perfettamente integro.

Sulle prime, le monache la accusano di ulteriore empietà: maledetta, cos’hai fatto? Ma non v’è alcun segno che la incolpi di alcunché, non v’è traccia di neonati e, anzi, una delle pesanti catene che la imprigionavano si è spezzata. La giovane racconta la sua visione e le monache chiamano il superiore della congregazione che, a sua volta, chiama proprio Aelredo. Seguono giorni, di racconti, testimonianze, nuove accuse, verifiche di catene, preghiere, finché Aelredo torna al suo monastero, «lodando e glorificando il Signore per tutto quello che avevo visto e udito e quello che mi era stato raccontato dalle sorelle». Qualche giorno dopo una lettera lo informa che anche l’altra pesante catena che inchiodava a terra la giovane si è spezzata: bene, «ciò che Dio ha sciolto, tu non legherai».

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  1. Ho letto il De sanctimoniali de Wattun, «Le monache di Watton», nella Patrologia latina, vol. 195, cc. 780-96, aiutato nella comprensione da una traduzione in inglese di John Boswell.
  2. Tra l’altro, la descrizione dei particolari fisici della gravidanza fornita in queste pagine è stata oggetto di studi che ne hanno approfondito gli aspetti di storia della medicina.

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A Stairway to Heaven

«Giunto [Romualdo] nelle regioni del territorio di Arezzo e desiderando ardentemente di trovare il luogo adatto al suo proposito, gli venne incontro un uomo di nome Maldolo, dicendo che possedeva un ameno campo sulle Alpi [leggi Appennini], dove una volta, mentre dormiva, aveva visto, come il patriarca Giacobbe, una scala altissima, che con la sua cima toccava quasi il cielo e sulla quale si vedeva salire una moltitudine di esseri bianchi e splendenti. Udite queste parole, l’uomo di Dio, come illuminato da un oracolo divino, subito raggiunse quel campo, vide il luogo, vi costruì le celle…» Maldolo, hai proprio ragione…

Così il priore Rodolfo, nel Libro della regola eremitica1, racconta la leggenda della fondazione dell’eremo di Camaldoli da parte di Romualdo. La visione era dunque di tale Maldolo, ma nel passaggio all’iconografia viene, «comprensibilmente», trasferita allo stesso Romualdo e si diffonde lungo i secoli in una serie notevole di variazioni sul tema: miniature, dipinti e affreschi di cui raccolgo qui qualche esempio (la ricerca in Rete è assai facile).

VisioneRomualdo 03

Nella Visione di san Romualdo (1360-80) di Jacopo da Bologna (alla Pinacoteca nazionale di Bologna) la scala, a pioli, è appoggiata a un altare e buca in alto la volta del cielo dorato verso le stelle. I monaci vi salgono con cautela, aiutandosi con le mani, ben distanziati. Il santo dorme tranquillo (la barba ancora scura) posando il capo su un braccio piegato, in una posizione di grande naturalezza.

VisioneRomualdo 02

Nella Visione di san Romualdo, che Luca Longhi dipinse nel 1579, insieme con il figlio Francesco, sulla volta del refettorio di Classe a Ravenna (ora Biblioteca Classense), il santo si è addormentato leggendo, pardon, rivedendo il testo dell regola, e la scala è ancora una scala a pioli appoggiata alle nuvole e che non dà l’idea di essere proprio sicurissima. Incuranti dei pericoli, peraltro, i monaci si avventurano pure in qualche acrobazia.

VisioneRomualdo 01

Nel Sogno di San Romualdo di Donato Mascagni (chiostro di Santa Maria degli Angeli a Firenze, 1600), l’«uomo di Dio» è ancora correttamente vestito di panno scuro, s’intravedono una decina scarsa di solidi gradini ormai in muratura e i monaci vi salgono a due a due e in definitiva armonia (a giudicare dal passo perfettamente accoppiato).

VisioneRomualdo 04

La Visione di San Romualdo di Andrea Sacchi (1631; Pinacoteca Vaticana) mostra un Romualdo sveglio che racconta la sua visione ai confratelli e addita la scala (poco visibile). I monaci non si voltano a guardare, ma ascoltano il sant’uomo, con attenzione, pazienza, devozione ma anche, almeno in un caso, con una punta di incredulità. Bello il monaco che, coperto da un confratello, si sporge per vedere bene in faccia Romualdo.

VisioneRomualdo 05

Il Sogno di San Romualdo di Giuseppe Bazzani (1750 ca.; Museo diocesano di Mantova) lascia infine intravedere una solidissima scala, sulla quale i monaci (azzurrini, più che bianchi) salgono agevolmente parlottando tra loro.

La mia preferenza, tuttavia, va a una miniatura di cui, ahimè, non sono in grado di indicare la fonte e che illustra la copertina di Camaldoli e l’ordine camaldolese dalle origini alla fine del XV secolo (a cura di C. Caby e P. Licciardello, Badia di Santa Maria del Monte di Cesena 2014). Il santo vi è raffigurato dormiente e seduto all’interno del recinto, formato dalla foresta, dell’eremo già costruito (magnifico il particolare di quello che interpreterei come sistema di distribuzione dell’acqua alle celle e ad altri due edifici). Dalla sua testa (se non dalla soglia dell’oratorio) parte la scala (mobile) sulla quale i monaci marciano a coppie, lo sguardo fisso all’apertura in alto dove la loro lunga attesa alfine si concluderà.

VisioneRomualdo 06

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  1. Libro della regola eremitica, 10, in Privilegio d’amore. Fonti camaldolesi. Testi normativi, testimonianze documentarie e letterarie, a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007, p. 272.

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Priorità nei mestieri di casa (Dice il monaco, LXXXV)

Per restare nell’ambito del monachesimo di Gaza, sentiamo cosa risponde Giovanni di Gaza (l’Altro Anziano rispetto a Barsanufio, il Grande Anziano), monaco recluso, nella prima metà del VI secolo, alla domanda di un confratello.

 Un fratello domandò all’Altro Anziano: Quando m’interrogo circa le piccole cose, la mia anima s’inorgoglisce di mostrare una tale delicatezza di pensiero. Risposta:

«Se interroghi i Padri sul dedicarsi ai piccoli pensieri senza inorgoglirsi, ricorda che all’uomo è richiesto prima di tutto di correggere se stesso circa i pensieri importanti, quelli che l’Apostolo ha indicato: pensieri di lussuria, dissolutezza, invidia e altri vizi simili; e solo in seguito di prestare attenzione anche a quelli piccoli. Perché chi si affretta a prendersi cura delle piccole cose, e trascura quelle grosse, è come colui che possiede una casa sporca e disordinata, e piena di cose ammassate su cui posano alcuni fili di paglia. Volendo infine fare pulizia, costui inizia col togliere la paglia, e lascia lì pietre, legni e altri materiali, sui quali finisce per sbattere e farsi male. Anche se ha tolto la paglia, la casa non ha certo un aspetto migliore; mentre se avesse rimosso pietre, legni e altri materiali, allora avrebbe potuto togliere anche i fili di paglia, che danno alla casa un aspetto poco curato. È così che il nostro Salvatore rimproverò i farisei e i sadducei, dicendo loro: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge… Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle”.»

♦ Barsanuphe et Jean de Gaza, Correspondance, vol. II: Aux cénobites, t. 2, texte critique, notes et index par F. Neyt et P. de Angelis-Noah, traduction par L. Regnault, Editions du Cérf 2000 («Sources Chrétiennes», 450), p. 417 (lettera 381). (L’individuazione del passo, nascosto tra migliaia di pagine, la devo a Lorenzo Perrone; la traduzione dal francese, e quindi le relative piccole libertà ed errori, è mia.)

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