Una certa mistura dolce, chiamata in Sicilia cassata (Voci, 16)

Capitolo XII. Dell’osservanza del Monastero, e di alcune maraviglie in esso operate da San Francesco di Paola.

Sin dalla fondazione fiorì sempre in questo Monastero a maraviglia l’osservanza regolare, e diffuse da pertutto l’odore della virtù, che coltivarono con sommo studio le Religiose: onde la ritiratezza e santità della vita conciliò loro una venerazione particolare. […]

Si ha con molta delicatezza sempre conservata in esso la custodia del voto della Vita Quaresimale, della cui osservanza in varie occasioni s’ha mostrato zelantissimo il Santo Patriarca Francesco, come ci fan conoscere i seguenti casi occorsi con maraviglia nel Monastero. Scrive il P. Isidoro Toscano nella Vita di S. Francesco di Paola, e il P. Bartolommeo Maggiolo nella vita dello stesso santo, e Gio. Giacomo Leti nel Ristretto di detta vita, che costumandosi in questo Monastero tener due cucine, una per i cibi quaresimali, l’altra per i cibi di carne, per l’inferme, che mangiavano in refettorio distinto, come dispone la Regola; nel 1611 D. Francesco la Riba, Vicario Generale del Cardinale Giannettino Doria Arcivescovo di Palermo, entrato nel Monastero in occasion di visita, e stimando superflua quella divisione, ordinò che tutti i cibi s’apparecchiassero in una sola cucina, e tutte le Religiose, o sane, o inferme, mangiassero nello stesso refettorio, senza curarsi della Regola, che ciò espressamente proibisce.

La notte seguente mentre Suor Leonora Maria di Simone, religiosa esemplare, dormiva, fu svegliata da S. Francesco di Paola, che le disse: «Leonora getta fuori quella salvietta sozza di carne, che sta nella cucina dell’osservanza». All’apparizione e comando del Santo, s’alzò sollecitamente Leonora per ubbidire, ma ebbe animo di dire al santo Padre: «E come si farà coll’ordine del Vicario Generale, che vuole in una sola cucina apparecchiarsi tutti i cibi?» Soggiunse il Santo Patriarca: «Figlia, non dubitare: Dio provvederà. È volontà di Dio che s’osservi la mia Regola, e lo stesso Vicario ben presto ordinerà il contrario». La stessa notte fu inaspettatamente assalito il Vicario da tal sincope mortale che per sette ore parve di già spirato. Ritornato poi a’ sentimenti, riconobbe esser stato il gastigo dall’ordine dato al Monastero, e d’un subito mandò ordine contrario alle Religiose, che senza innovar cosa alcuna intorno al mangiare, proseguissero l’osservanza conforme lor comandava la Regola: perloché in appresso non s’arrischiò più ad opponersi a quanto su questo punto s’ordinava dal Santo Padre nella sua Regola.

Con altri varj e memorabili avvenimenti ha mostrato il Signore di voler la perfetta osservanza della Vita Quaresimale in questo Monastero. Raccontan le Religiose di esso, fra le altre meraviglie, che a 27 Maggio del 1714, avendo fatta una ricreazione all’inferme la Madre Correttrice, una di esse in età grave, colla sua porzione di torta di carne, si portò a passare per detto refettorio. Avvisata da altra religiosa, che se n’accorse, a non passarvi, ella non curato l’avviso seguì il cammino, per l’età molto avanzata pian piano. Appena però uscita dal refettorio le cadde dalle mani la torta, e si ridusse in minutissimi frammenti, senza potersi approfittare di qualche sua minima parte: e riconobbe l’accidente in gastigo di sua trasgressione.

Due galline del Monastero pigliaron l’uso di partorir le uova entro il refettorio dell’Osservanza, e senza alcuna occasione ben presto ne morirono.

Parecchi anni addietro una donzella, che vivea allora nel Monastero in istato di educanda (oggi religiosa professa), mentre mangiava sul limitare del refettorio un pezzo di certa mistura dolce, composta di farina, ricotta e zuccaro, chiamata in Sicilia cassata, fu avvisata ad andarsene via: ella però, senza far conto dell’avviso, entrò colla bocca ancor piena nel refettorio. Ma che? Avvicinatasi ad un altare, che allora nello stesso luogo s’accomodava, le cadde il Crocifisso dello stesso altare sul capo, e ne restò nell’istesso tempo percossa ed avvertita a custodir con esattezza l’osservanza di quel luogo.

♦ Antonino Mongitore, Istoria del ven. Monastero de’ Sette Angioli nella città di Palermo, dell’Ordine delle Minime di S. Francesco di Paola, colle memorie delle Religiose illustri in Santità, che in esso fiorirono, Palermo, per Gio. Battista Aiccardo, 1726, pp. 153-57.

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San Colombano risponde, o: «M’hai provocato, e io ti distruggo»

Perché gli ho chiesto altri consigli… Ma cosa m’è venuto in mente di insistere, si sarà forse detto il «diletto figlio e caro discepolo» (Domoalo? Agnoaldo?) quando (quando? nei primi anni del VII secolo?) avrà ricevuto da Colombano quella che è data come Lettera VI nell’esiguo e formidabile epistolario del monaco irlandese1. Perché, se da un lato il giovane religioso non poteva ancora sapere di avere tra le mani «una delle più belle e commosse pagine di tutta la letteratura latina del Medio Evo» (Ezio Franceschini), dall’altro gli era appena stato consegnato un programma impervio di vita giusta, cristiana, santa, di vita perfetta. Era vero che Colombano aveva previsto da qualche parte su quei fogli la zattera sulla quale tutti gli imperfetti fanno affidamento – «per quanto ti è possibile» –, ma l’«insegnamento» era lì, come si dice: nero su bianco, non aggirabile: Come potrò mai farcela?

E per di più era scritto in maniera mirabile: breve, chiaro, ispirato, denso, semplice in fondo, così scandito e ritmato, nella prosa, da essere quasi memorizzabile – casomai uno volesse ricordarsene nei momenti difficili.

Gli aveva già scritto, Colombano, e infatti con non troppa delicatezza se ne lamentava nel primo paragrafo: «Tu conosci bene il detto: colui al quale non basta il poco, non saprà trarre profitto dal molto»; in ogni caso, visto che le esortazioni non fanno mai male, eccomi qua. E poi, in fondo, repetita iuvant.

È impossibile, e anche inutile, descrivere i fuochi d’artificio, retorici e concettuali, che si scatenano nei due paragrafi successivi2: con un ritmo incalzante di assonanze, allitterazioni, antitesi, variazioni, omoteleuti, il breve scritto passa in rassegna l’intero spettro del comportamento giusto; e se, presi singolarmente, i «comandamenti» sono tutto sommato prevedibili ([sii] esigente con te stesso, indulgente con gli altri; memore dei benefici, dimentico delle offese; cauto nel parlare, sollecito nell’operare; sottomesso agli anziani, fervoroso con i giovani, e così via), è la loro adunata a togliere il respiro: come se una settantina di «persone» (le ho contate) raccolte in una stanza ci puntassero gli occhi addosso, a ricordarci come dovremmo essere e a rimproverarci perché spesso (sempre?) non lo siamo. È un fuoco di fila; è un pugile che si accanisce sul sacco d’allenamento; è una sequenza di una bellezza terribile.

Alcune raccomandazioni sono meno scontate di altre e aprono prospettive inattese: versatile nelle circostanze semplici, lineare in quelle complesse; dissenziente quando è necessario; generoso sempre, se non con le ricchezze almeno con il cuore; pronto a manifestare i tuoi pensieri. Va anche detto che, mentre le traduttrici italiane3, inevitabilmente, sono costrette a perifrasi e a ripetizioni, il testo latino, nella sua varietà e concisione è ancora più brillante e non si ripete una sola volta: mordax in propriis, remissus in alienis; varius in planis, planus in variis; durus stolidis, rectus erectis, humilis deictis; constans in fragoribus, laetus in maeroribus; animi depressor, cogitationum publicator, e così via.

Come forse accadde all’originale destinatario, si rimane senza parole al cospetto di tale programma, che offre nelle sue battute conclusive la chiave, il senso di una strada tanto difficile: «Se infatti in tutto ciò ti impegnerai con diligenza…», conclude Colombano, «ti troverai sempre a raccogliere per te stesso quei beni di cui godrai per l’eternità; e sarai degno di essere considerato un uomo il cui animo è giunto all’unità».

Oh! «Uomo il cui animo è giunto all’unità»: se già la salita era sembrata straordinariamente impegnativa, la sommità appare irraggiungibile, forse persino inesistente se osservata dalla moltitudine che siamo.

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  1. In San Colombano, Le opere, introduzioni di I. Biffi e A. Granata, analisi e commento di A. Granata, Jaca Book 2001, pp. 122-31.
  2. Conviene magari osservarli direttamente, ad esempio esplorando il Portale dedicato a san Colombano.
  3. Le traduzioni delle Opere pubblicate da Jaca Book sono a cura delle monache benedettine dell’Abbazia «Mater Ecclesiae» dell’Isola di San Giulio (Orta).

 

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Capanne, porcili, depositi, roulotte e pollai

Qualche anno fa ho scritto una nota su un libro dedicato agli eremiti contemporanei della cui superficialità mi rammarico ancora (il pezzo è rimasto dov’era, ovviamente). Da allora, credo soprattutto di aver capito quanto sia improprio unire strettamente la dimensione eremitica a quella dell’ascetismo penitenziale. È possibile che tale «errore» sia dovuto all’idealizzazione dei «fondatori» dell’eremitismo, i Padri del Deserto, coloro che ne avrebbero posto le vere coordinate: uomini (e donne) anzitutto di penitenza e poi di contemplazione. Ma non è detto che sia così, che la chiave dell’eremitismo sia l’espiazione, l’autopunizione per i propri peccati. Se cerco quindi di essere molto più cauto, non riesco tuttavia a non sentire una certa forma di sollievo nel desiderio di fuga dal mondo, e dagli altri, finalmente soddisfatto, non importa se all’interno di una stanza senza finestre o in una capanna ai margini di un bosco. È solo una mia proiezione?

Mi è capitato ancora leggendo il capitolo che, nel suo libro In praise of the Useless Life1, il monaco trappista Paul Quenon dedica ai famosi eremitaggi che circondavano l’Abbazia di Gethsemani nel Kentucky. E non soltanto al più famoso, il «bungalow» di Thomas Merton, del quale Quenon è diventato oggi il «custode», ma a tutti quelli dei molti monaci che negli anni Sessanta e Settanta diedero vita a quella che l’autore stesso chiama «la nostra età d’oro degli eremitaggi». «C’è qualcosa in certi posti che reclama la presenza di un eremitaggio, ben prima che un eremita si presenti alla ricerca di un luogo adatto», dice Quenon, osservando i boschi circostanti l’abbazia. La forma che questi rifugi presero, poi, dipese molto dalla personalità dei monaci che li edificarono.

Ad esempio quello di d. James Fox, abate di Gethsemani per vent’anni: una struttura seminascosta e sorprendente, in pietra, cemento e vetro, disegnata per lui dal cellerario (ex impiegato nello studio di Frank Lloyd Wright) come luogo dove deporre il peso delle responsabilità abbaziali (all’epoca delle sue dimissioni, nel 1968, Gethsemani ospitava oltre trecento monaci). La baracca di fr. Odilo, invece, era costruita con materiali di scarto: più che costruita, «messa assieme», senza un vero progetto, «stravagante e imprevedibile» come il suo abitante, definito dallo stesso Quenon «un solitario», e ricordato mentre attraversava la cucina del monastero sussurrando: «Sono solo di passaggio». Fr. Alan aveva riadattato un porcile, mentre fr. Hilarion aveva recuperato una roulotte usata; nella sua roulotte fr. Chrysogonus (Waddell) aveva trasportato un piccolo pianoforte e aveva trasformato la toilette in una libreria; poi era passato a una sistemazione più grande e l’aveva riempita di libri: «Teneva le finestre chiuse per evitare che l’umidità del Kentucky rovinasse i vecchi volumi. Quando cominciò a usare un computer, schermò tutte le finestre e l’ambiente diventò buio come una caverna, a eccezione di una piccola lampada sulla scrivania».

Fr. Rene costruì la sua «Arca» con gli avanzi dei pannelli di legno usati per realizzare le confezioni di formaggio vendute dall’abbazia; l’Arca, priva di acqua corrente e di elettricità, diventò in seguito l’eremitaggio di fr. Roman Ginn, «quanto di più simile a un Padre del Deserto ti potesse capitare d’incontrare»: ci passava tutta la settimana e soltanto la domenica faceva un salto al monastero, con i suoi due asini al seguito, per concelebrare la messa e per recuperare cibo e acqua. Fr. Matthew Kelty usò un prima un deposito di dinamite abbandonato, vicino a una cava, poi la casupola di un pozzo; mentre fr. Augustine prima si rinchiuse in una piccola stanza del monastero, chiamata «La casa dei 10.000 oggetti», poi passò in un pollaio dismesso. La galleria di personaggi è lunga, fitta di curiosità e bizzarrie, piena, credo di poterlo dire, anche di piccoli segnali di un conforto cercato nel contatto stretto con la natura e nella separazione dagli altri esseri umani.

«La stagione degli eremitaggi è finita», conclude Paul Quenon. «Come i funghi sono spuntati dalla terra e alla terra sono tornati… Oggi infatti ne sono rimasti due, che vengono usati solo di tanto in tanto.» Ma di eremiti ce ne saranno sempre nella Chiesa, aggiunge, e io provo una gran simpatia per questa particolare versione kentuckyana, che unisce al richiamo verso un più concentrato e profondo dialogo con Dio, attraverso la solitudine, una dose, anche non necessariamente consapevole, di asocialità, di anarchia e di spirito d’avventura.

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  1. Paul Quenon, o.c.s.o., In Praise of the Useless Life. A Monk’s Memoir, foreword by Pico Iyer, Ave Maria Press 2018.

 

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In fondo a un chiostro

Ci sono due frasi nella Lettera a un religioso di Simone Weil1 che evocano la dimensione monastica della fede cristiana. In una il riferimento è esplicito, e anche un po’ ingeneroso, seppur comprensibile, considerando le circostanze e la data di stesura della Lettera (novembre 1942). Al punto 25, dedicato ai miracoli, Weil scrive che «la concezione corrente dei miracoli, o impedisce l’accettazione incondizionata della volontà di Dio, oppure obbliga a rendersi ciechi riguardo alla quantità e alla natura del male che esiste nel mondo – cosa facile, evidentemente, in fondo a un chiostro; e anche nel mondo, se si vive all’interno di un ambiente ristretto».

In fondo a un chiostro: c’è forse anche una punta di spregio («evidentemente»?) in questa espressione, che pure suona familiare e chiara alle mie orecchie. Non è forse facilmente immaginabile cosa significhi «in fondo a un chiostro»? Non mi sono seduto anch’io tante volte «in fondo a un chiostro» ad ascoltare il silenzio? Non ho pensato anch’io che lì, «in fondo a un chiostro», lontani e separati, la pace potesse essere più a portata di mano che altrove? Certo che l’ho pensato, sbagliando.

E qui soccorre, se così si può dire, l’altra frase, in cui il riferimento è indiretto; e quindi forse lo vedo solo io, sbagliando ancora. Al punto 11, che verte sui rapporti tra la verità e i riflessi che le varie tradizioni religiose, tutte ugualmente nel giusto, ne colgono, Weil scrive che «una religione si conosce solo dall’interno, come i cattolici giustamente non si stancano di ripetere ai non credenti». Qui penso si possa cogliere il limite anche di questa mia esplorazione, tutto sommato libresca, di un fenomeno che si può conoscere solo dall’interno. Più che per altre circostanze, nelle quali la rivendicazione è fatta senza autentiche ragioni, la vita in un monastero «si conosce solo dall’interno» (là dove «interno» ha un senso del tutto particolare), compreso il paradosso della viva presenza del mondo in fondo al vuoto silenzioso di un chiostro.

Non rimane che continuare ad ascoltare, chiedendo magari un analogo comportamento reciproco, che non liquidi la «non credenza» come un rimbalzare disperato e senza direzione nel vuoto cosmico, alla disperata ricerca di affermazione e soddisfazioni per il proprio io… Tra l’altro, ecco come prosegue Weil nel secondo brano: «È come se due uomini posti in due camere comunicanti, vedendo entrambi il sole attraverso la propria finestra e il muro del vicino illuminato dai raggi, credessero entrambi di essere l’unico a vedere il sole e che l’altro ne riceva soltanto un riflesso. La Chiesa riconosce che la diversità delle vocazioni è preziosa. Bisogna estendere questo pensiero alle vocazioni che sono fuori della Chiesa. Perché ve ne sono».

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  1. Simone Weil, Lettera a un religioso, a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi 20085.

 

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Ci vuole tanto silenzio (Dice il monaco, LVIII)

Dice suor Maria Lucia dell’Eucarestia (Lucia De Gasperi), scrivendo al padre Alcide il 26 gennaio 1949:

Forse viviamo un po’ sempre con gli occhi velati. C’è un mondo di operazioni intime, di legami misteriosi tra la preghiera dell’uno e l’opera buona dell’altro, tra il fioretto di un bambino e le opere di un apostolo: un mondo che vedremo lassù perché qui vediamo le apparenze. Sai, quando vieni, vorrei saperti dire qualche cosa di vero: e mi è difficile. Perché sono sempre stata abituata più ad ascoltarti che a parlarti: vorrei tanto che le due sorelline si abituassero ad ascoltarti, a carpire il senso di certe tue parole che, lasciate cadere qua e là, fanno tanto riflettere. Un’altra ragione per cui non so parlare è che mai come ora ho intravveduto il vuoto di tante cose. Come bisognerebbe essere pieni di Dio per poter dire una parola che sappia di Lui! Per questo ci vuole, qui, tanto silenzio per fare una religiosa.

Suor Lucia De Gasperi, Appunti spirituali e lettere al padre, a cura di M.R. Catti De Gasperi, Morcelliana 1968, pp. 190-91. (Un modo per segnalare un libro che avvince ancora, per la testimonianza dell’amoroso dialogo spirituale tra due esseri umani.)

 

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«Pachidermici, neri come la pece» (Reperti, 47-49: Pontiggia; Borowski; Tomasi)

47. Nella più recente raccolta poetica, molto bella, di Giancarlo Pontiggia c’è una poesia, «suggerita» dal titolo di un libro di Francesco M. Cataluccio, in cui compare un monaco silenzioso1.

 Vado a vedere se di là è meglio

 

«Vado a vedere se di là è meglio.»

Ma cos’è meglio? Il silenzio mistico

di chi contempla il muro, spoglio, di una cella

o il frastornante rumore del mondo? Il mattino

quando tutto è primo, sospeso

sul fare delle cose

o il pomeriggio, sul tardi, quando

il cielo se ne va, e si porta via

ogni pensiero? La vita

che trafigge, rapida, tormentosa, i nostri anni

o la fine, la fine caritatevole, che rigenera

il mondo? Com’è che esiti,

 

se te lo chiedo?

 

48. Nelle tre biografie kantiane che vengono tradizionalmente presentate insieme, quelle di Borowski, Jachmann e Wasianski, si dà ampio spazio anche ai diversi aspetti dei rapporti di Kant con la religione. Ludwig Ernst Borowski, in particolare, ricorda tra le altre cose un opuscolo del «prof. Reuss», Va insegnata la filosofia di Kant nelle Università cattoliche?, ormai superato dai fatti, poiché non sono pochi i docenti di confessione cattolica che la insegnano, compreso lo stesso Reuss, a Würzburg. E tali docenti sono elencati in un documento, indirizzatogli dallo stesso Kant, che Borowski pone in appendice al suo scritto: «Persino nei conventi» si tengono lezioni su Kant, come a Münnerstadt, presso gli agostiniani, «i quali in ogni epoca scientifica arrivano sempre con vent’anni di ritardo»2.

In realtà anche Christian Jonas Petrus Reuss (1751-1798) era un monaco, benedettino dell’abbazia di Santo Stefano, appunto a Würzburg, dove aveva pronunciato i voti solenni nel 1777, dopo studi di filosofia e medicina, e assumendo il nome di Matern, in onore dell’abate Matern Bauerness che lo aveva accolto nel cenobio3. «Oratore affascinante, maestro amato e stimatissmo, Reuss, con un attivismo impareggiabile, si adoperò per diffondere la filosofia di Kant nella cultura tedesca, sia all’interno del suo ordine sia nelle università cattoliche della Germania» (Antiseri). Borowski non si nasconde, tuttavia, che, nonostante l’opera di Reuss e di altri come lui, «la filosofia kantiana non entrerà tanto presto dagli oscuri portoni di certe scuole claustrali». Ci vorrà tempo e, «a dispetto di qualche cenobita devoto al nostro filosofo, e per farlo montare su tutte le furie, si darà al cane da guardia del convento il nome di Kant (un fatto avvenuto, anche se non sono in grado di indicare il luogo)» – Kant! Vieni qua!

49. Avevo dimenticato il mirabile panorama monastico che Tomasi di Lampedusa ricostruisce dai pensieri del Principe di Salina in viaggio notturno verso Palermo4. Avevo dimenticato le «smisurate moli dei conventi», «pachidermici, neri come la pece, immersi in un sonno che rassomigliava al nulla». Avevo dimenticato il senso di morte che trasmettono alla città e «che neppure la frenetica luce siciliana riusciva mai a disperdere». E soprattutto avevo dimenticato quella presenza eccentrica in un elenco di ordini del tutto consueto: «Conventi di gesuiti, di benedettini, di francescani, di cappuccini, di carmelitani, di liguorini, di agostiniani…» I liguorini, cioè i padri redentoristi di Alfonso Maria de’ Liguori, che Garibaldi avrebbe espressamente «sciolto», insieme ai gesuiti, con un decreto del giugno 1860, un mese dopo la scena descritta da Tomasi, perché «sono stati nel tristo periodo dell’occupazione borbonica i più validi fautori del dispotismo», e i cui beni sarebbero stati venduti il mese successivo a favore della Pubblica Istruzione o messi a disposizione della medesima5, ebbene, sono quasi convinto che, al di là della esattezza storica, Tomasi li abbia inseriti per il suono del loro nome: una scelta musicale.

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  1. Giancarlo Pontiggia, Il moto delle cose, Mondadori 2017, p. 93-4.
  2. L.E. Borowski, Descrizione della vita e del carattere di Immanuel Kant (1804), in L.E. Borowski, R.B. Jachmann, E.A.Ch. Wasianski, La vita di Immanuel Kant narrata da tre contemporanei, traduzione di E. Pocar, Laterza 1969, p. 41.
  3. Traggo queste notizie da testi di storia delle filosofia di Dario Antiseri.
  4. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli 1958, Capitolo primo.
  5. Decreto del 20 luglio 1860, art. 4: «Le biblioteche, musei d’antichità ed arti, o di scienze naturali, i gabinetti di fisica, e tutt’altra collezione di simil natura che apparteneva ai Gesuiti, o ai Liguorini, saranno addette ad uso pubblico ciascuna nella stessa città ove si trovi; e verranno aggregate agli Stabilimenti analoghi della Città, quando ve ne sia».

 

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È già successo, o: Del rilavare l’uvetta

Nel 1974 Henri Nouwen, sacerdote e teologo di origine olandese, attivo ormai da un decennio negli Stati Uniti, decide di trascorrere un ritiro di alcuni mesi presso l’abbazia trappista di Genesee, nel nord dello Stato di New York. Sente di aver bisogno di una pausa per riflettere sulla propria attività di insegnante, di conferenziere, di scrittore (ha già pubblicato una delle sue opere che diventeranno più famose), ed è attratto da Genesee, filiazione dell’abbazia di Gethsemani, nel Kentucky, in particolare dalla presenza dell’abate John Eudes Bamberger, che era a sua volta entrato proprio a Gethsemani nel 1951, attratto dagli scritti di Thomas Merton. Durante i sette mesi di ritiro Nouwen tiene un diario, che due anni dopo diventerà il famoso «Rapporto da un monastero trappista», un testo che da allora non ha smesso di essere letto (e che io ho scoperto soltanto adesso)1.

All’inizio Nouwen ha molte difficoltà ad adattarsi ai ritmi della vita trappista: a Genesee, tra l’altro, si lavora duro per completare gli edifici monastici, la chiesa prima di tutti, e al forno, dove si produce un «Pane dei monaci» in diverse varianti, tra le quali la più famosa è quella con l’uvetta, la cui vendita nei dintorni assicura il sostentamento della comunità2. Intellettuale e, come si diceva un tempo, uomo di penna, Nouwen si affanna, si stanca, qualche volta si fa male e qualche volta combina dei pasticci, come quello accaduto venerdì 2 agosto.

«Questa mattina, toccandole col piede, ho rovesciato un grosso mucchio di casse d’uvetta lavata di fresco. È stato un disastro, che però non ha sconvolto nessuno. “È già successo”, ha detto fra’ Theodore. Poi ha rimesso in moto la macchina e ha rilavato l’uvetta.»3

È già successo.

Mi sono fermato su questa battuta, apparentemente innocua, per un lunghissimo momento.

Perché a un primo passaggio c’è tutto il pragmatismo trappista, di chi lavora e deve consegnare la quantità concordata di confezioni di pane. E c’è anche il pragmatismo monastico in generale, per lo meno di certi periodi storici, pragmatismo che trascolora nella consapevolezza quieta di una tradizione millenaria: Riesci a immaginare quante volte è accaduto che le casse si rovesciassero, che il vaso si rompesse, che un confratello sia inciampato? E così il banale incidente trascolora ancora: Quante volte abbiamo sbagliato, in questi millecinquecento anni? E cosa pensi che abbiamo fatto? Abbiamo rilavato l’uvetta, facendo attenzione a non inciampare di nuovo, possibilmente. E ancora, nessuno si è sconvolto: Credi di essere il primo a rovesciare l’uvetta? Ti pare credibile che non sia mai accaduto prima? Coraggio, benvenuto nella comunità! E ancora, è il confratello che rimedia, senza tante storie: Ci penso io, non ti preoccupare.

A distanza di oltre quarant’anni si sente ancora, chiarissima, l’eco di consolazione presente in quell’«È già successo». Sembra proprio un piccolo «fatto» dei Padri del Deserto, dal quale estrarre innumerevoli insegnamenti. Ma non solo.

Perché se lo ripasso dal mio punto di vista di non credente (per intenderci) ecco spuntare un sapore acido che si scontra con la credenza profondamente cristiana, e che lo stesso Nouwen sviluppa nelle pagine del suo diario, dell’unicità di ogni esistenza umana, di ogni anima. È un pensiero assai più grande di un singolo individuo e quindi vi faccio soltanto un piccolo, modesto accenno: è già successo, tutto è già successo, compresa la mia replica di quest’oggi, cui sono tuttavia attaccato con alterno umore e cui non posso che dar corpo come se fosse una prima assoluta mondiale, pur sapendo che non lo è.

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  1. Henri Nouwen, The Genesee Diary. Report from a Trappist Monastery (1976), trad. ital., di A. Tavianini Palieri, Ho ascoltato il silenzio. Diario da un monastero trappista, Queriniana 201616.
  2. L’attività, mai interrotta, ha assunto successivamente una dimensione pressoché industriale.
  3. L’episodio si legge a pag. 98. Tre giorni dopo, lunedì 5, è già abbondantemente superato: «Questa mattina ho unto migliaia di teglie di pane. Non è andata male; un lavoro che disturba ma non troppo».

 

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Tre piccoli gesti e un calcio

Capita spesso che, leggendo agiografie o cronache monastiche, mi fissi su particolari secondari rispetto alla narrazione principale. Il più delle volte si tratta di situazioni o gesti: piccole note marginali (quasi delle «fotografie»), ma al tempo stesso così nitide e definite da essere assai difficilmente, credo, frutto di invenzione: se al miracolo vero e proprio, ad esempio, «non si può» credere, è in ciò che lo precede che si può trovare assai più facilmente il vero. Li riconosco subito quei momenti, quando mi ci imbatto, e allora resto lì un po’, a gustare il sapore di passato remoto reso improvvisamente presente da un giro di parole efficace. Me ne sono capitati parecchi, di recente, con l’Exordium Magnum Cisterciense, la cui lettura procede: eccone alcuni.

A Cluny vigeva la regola di raccogliere a fine pasto le briciole e mangiarle, onde evitare anche il più piccolo spreco, e così aveva fatto un bravo monaco: fatto un mucchietto, l’aveva sistemato nel palmo, ma poi si era distratto ad ascoltare il lettore ed era rimasto con le briciole in mano al momento di lasciare il refettorio: adesso non sa più cosa fare, «ormai non era più possibile né buttarle né ingoiarle» e «perciò continua a tenersele strette nella mano». Andrà infine dal priore a confessare la «negligenza» e un miracolo lo premierà. (I, 7).

Stefano Harding, terzo abate di Cîteaux, ogni volta che entrava in chiesa per compieta e per l’ufficio notturno tratteneva la porta qualche istante e vi premeva con forza le dita, «come per un segno convenzionale». Molto incuriosito, un giorno un confratello gliene chiese il motivo, e questa fu la risposta dell’abate: «A tutti i pensieri che lungo la giornata sono costretto ad accogliere, secondo il dovere che mi è stato imposto di provvedere alla casa, dico di restar fuori: non osino in nessun modo entrar dentro con me, ma aspettino fino a domani. Quando avrò detto Prima, li troverò qui» (I, 26).

Pietro, ottavo abate di Clairvaux, si riteneva più di ogni altro indegno di ricoprire tale carica, pertanto affidò ai cellerari e ai procuratori quasi tutte le incombenze amministrative, per potersi dedicare interamente alla salvezza delle anime del suo gregge. «Cosicché, tutte le volte che poteva esser libero, se ne stava seduto solo in silenzio in un parlatorio con lo sguardo rivolto a terra perché se qualcuno dei fratelli più giovani o più fragili si sentiva assediato da un mucchio di tentazioni o provato da qualsiasi difficoltà, avesse la possibilità di rivolgerglisi liberamente» (II, 32).

Infine il calcio di papa Alessandro III. Già, perché quando il «manigoldo» che aveva pugnalato a morte Gerardo, sesto abate di Clairvaux, si presentò al pontefice confessando la colpa e implorando il perdono, Alessandro III, cui l’abate era stato carissimo, «si sentì inorridire e profondamente scosso, venendo meno, come si dice, alla misura, lo respinse col piede, dicendogli: “Vattene, figlio della perdizione!”». Quando poi, convinto dai suoi consiglieri, il papa fece richiamare l’assassino pentito, non fu più possibile ritrovarlo: «Dove sia andato o in che modo sia finito, a tutt’oggi si ignora» (II, 29).

 

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Schedine: Dellavite, Mazzolari, Cànopi

Giulio Dellavite, Se ne ride chi abita i cieli. L’abate e il manager: lezioni di leadership fra le mura di un monastero, Mondadori 2018. S’inserisce in un filone non povero di esempi il libro (il romanzo?) di Giulio Dellavite (che è un sacerdote, e non un monaco, e mi pare si senta), quello dei possibili parallelismi tra la Regola di san Benedetto e i trattati (o i manuali) di management, tra abate e manager: leadership, divisione dei compiti, pianificazione, obiettivi, squadra, «debolezze» che diventano «opportunità», e via di questo passo. Bloccato da un guasto alla sua auto, in mezzo alla campagna, proprio all’inizio di un sospirato week-end, un dirigente fin troppo tipico nei suoi tratti e modi si ritrova a passare una notte e una mattina in un monastero, in attesa di potersi rimettere in marcia verso i suoi impegni. Coro, sala capitolare, biblioteca, refettorio, infermeria: il manager verrà accompagnato dall’abate e dagli altri monaci in una visita ai vari ambienti, e ogni luogo sarà l’occasione per una conversazione (e per storielle, citazioni e aneddoti in gran copia). Non inaspettatamente, cellulare infine ben carico e auto riparata, il nostro se ne andrà, pensando di essere un po’ cambiato.

Primo Mazzolari, Lettere a una suora, La Locusta s.d. (ma 1961). Un piccolo fascicolo di lettere di don Primo Mazzolari a una religiosa rimasta anomima, risalenti soprattutto agli anni 1926-34, spedite quindi dalla parrocchia di Cicognara, prima, e di Bozzolo, poi. Una nota informa che le lettere giunsero all’editore accompagnate da queste parole, che ho trovato commoventi: «Sono una povera suora. Casualmente, lessi su un giornale che La Locusta sta raccogliendo le lettere di don Primo. Io ho un epistolario, che va dal 1926 al 1954. Ve lo mando. Anche per partecipare ad altri del bene che ho ricevuto da don Primo…» Ho un particolare interesse per gli epistolari tra persone «in religione», forse perché mi pare che, quasi sempre, in virtù del riferimento a una dimensione «ulteriore», vi siano assenti le scorie dei rapporti di potere e di genere. Poco importa, in fondo, che io non creda a quella dimensione se posso trovarmi al cospetto del colloquio profondo tra due individui. Qui il grande rammarico è che non siano riprodotte anche le lettere della religiosa, probabilmente perdute, onde poter scoprire quali richieste o confessioni abbiano suscitato certe frasi del sacerdote: «Per lei, come per tanti di noi che viviamo da anni in religione, non è più questione di luce, ma di obbedienza a occhi chiusi» (1926), «Non è una strada fatta, la vocazione, ma una strada da farsi, e col piccone» (1928), «Io la vorrei più suora che monaca, pronta a sopportare il peso dello stare insieme» (1928).

Anna Maria Cànopi, Chiamati ad andare oltre. Il cammino quotidiano della vita monastica, Nerbini 2018. La benemerita collana degli «Orizzonti monastici» ha ripreso le pubblicazioni, presso l’editore Nerbini, con una raccolta di scritti di m. Cànopi ricavati dai suoi corsi di formazione per le novizie. Diciassette riflessioni sugli aspetti in prevalenza spirituali della scelta di vita monastica, che la inseriscono in un quadro di riferimento non soltanto esistenziale e comunitario (ed ecclesiale), bensì anche universale e «persino cosmico» («Dobbiamo avere rispetto, devozione e affetto per questo impegno che ci caratterizza e ci identifica: siamo quelli che danno lode a Dio per tutti. […] Andando in coro, dobbiamo quindi pensare che ci uniamo alla schiera immensa delle generazioni umane del passato, ma anche quelle del presente e del futuro per camminare verso l’ultima ora della storia»). I lettori interessati – come me, al di là di qualsiasi grado di disaccordo – troveranno anche qui (anzi, qui forse più che altrove) lo stile e i temi inconfondibili di m. Cànopi, primo fra tutti lo scontro frontale e inesausto con quell’«assolutizzazione» o «divinizzazione» dell’io che nelle parole veementi della badessa pare assurgere a origine di tutti i mali.

 

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Né dopo né prima (Dice il monaco, LVII)

Riferisce Beda il Venerabile, monaco e storico, che il re di Northumbria Edwin, intorno al 625, incerto circa l’opportunità di convertirsi al cristianesimo, chiese consiglio ai suoi dignitari. Uno di essi rispose così:

O re, la vita degli uomini sulla terra, a confronto di tutto il tempo che ci è sconosciuto, mi sembra come quando tu stai a cena coi tuoi dignitari d’inverno, col fuoco acceso e le sale riscaldate, mentre fuori infuria una tempesta di pioggia e di neve, e un passero entra in casa e passa a volo velocissimo. Mentre entra da una porta e subito esce dall’altra, per questo poco tempo che è dentro non è toccato dalla tempesta ma trascorre un brevissimo momento di serenità; ma subito dopo dalla tempesta di nuovo rientra nella tempesta e scompare ai tuoi occhi. Così la vita degli uomini resta in vista per un momento, e noi ignoriamo del tutto che cosa sarà dopo, che cosa è stato prima. Perciò, se questa nuova dottrina ci fa conoscere qualcosa di più certo, senz’altro merita di essere seguita.

Venerabile Beda, Storia ecclesiastica degli Angli, II, 13; a cura di G. Simonetti Abbolito, Città Nuova 1987, p. 143.

 

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