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Taccio (dal Diario di una novizia, di Emanuela Ghini)

Una pagina del Diario di una novizia, testé pubblicato dalla carmelitana Emanuela Ghini1, grande conoscitrice della Parola (non solo di quella con la «p» maiuscola), mi spinge a tornare su uno degli aspetti non risolti – irrisolvibili? – della mia comprensione della vocazione monastica. Più che di «aspetto non risolto», si tratta forse di una convinzione, se non di un pregiudizio, che faccio fatica ad abbandonare.

Il diario, che si propone datato tra la fine degli anni ’50 e il 1960, registra «un cammino spirituale verosimilmente analogo a quello di ogni giovane che accolga la chiamata di Cristo in contesti oggi molto diversi ma non interiormente dissimili da quelli di questa novizia», intervallato da incontri con sacerdoti, confratelli e conoscenti. Uno di questi, Carlo, laico o ecclesiastico non si sa, che «non comprende la vita monastica ma è una persona di grande onestà intellettuale», e che a differenza di altri compare significativamente una sola volta, contesta alla novizia la sua scelta: «Egli crede che ci dimentichiamo del mondo, delle sofferenze reali degli uomini, nelle quali bisogna calarsi per guarirle. Vede nel monachesimo una condizione di privilegio lontana dalla vita». La novizia evita la polemica («ognuno ha la sua porzione di verità»), ma in sostanza evita anche la risposta, o quanto meno non la riporta, e si dice dispiaciuta per l’incomprensione «di modalità della vita cristiana che sono evangeliche, se realmente vissute»: la preghiera, l’apostolato «nascosto», l’obbedienza, la povertà che rende «solidali con i minimi della terra».

Carlo non è convinto – «invano parlo a Carlo di noi come comunità di persone diverse, dissimili ma unite nel fondo dalla stessa passione» – e «ripete che facciamo tutto solo per noi, che ignoriamo la vita reale». Il colloquio, non privo di reciproco affetto, s’interrompe, la novizia vorrebbe discutere su cosa sia la «realtà», ma «desiste». E sull’argomento non tornerà praticamente più.

Non si tratta certo, per quanto mi riguarda, di «questionare» una scelta di vita (ovvero, da che pulpito…), né l’autenticità di quel sentimento di solidarietà con tutti i viventi nutrito e vissuto nella separazione, bensì di nominare la mia perplessità. Quante volte ho letto negli scritti di monaci e monache, contemporanei e no, il riferimento ai quaranta giorni di solitudine di Gesù nel deserto, o alla circostanza che spesso si ritirava «da solo a pregare», ma non posso non osservare che Gesù è sempre tornato indietro da quelle solitudini, da quelle scelte temporanee, se così posso chiamarle.

Ecco la mia convinzione, o il mio pregiudizio inveterato: non c’è, per taluni (non siamo appunto tutti uguali), anche una forma di sollievo nel rinunciare al contatto quotidiano e ininterrotto con «gli altri»? Una forma, lo ammetto, per me assai comprensibile. Sì, certo, la comunità monastica è pur sempre una incarnazione degli «altri», ma non è forse una declinazione più «accessibile», più «digeribile», e soprattutto unita dall’intento comune?

La pagina che registra l’incontro con Carlo si conclude con una citazione e tre puntini di sospensione che vanno a onore della novizia: «Mi torna alla mente un’espressione di Giovanni Crisostomo a proposito delle vergini stolte del Vangelo (Mt 25, 1-13): Così erano quelle vergini: caste, decorose, modeste ma utili a nessuno… Mi considero una di queste e taccio…»

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  1. Emanuela Ghini, Diario di una novizia, San Paolo 2024.

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Inemarginabile (Augustine Roberts pt. 1)

LibroDellaTrappa Come nella migliore tradizione la vicenda è cominciata con un libro adocchiato su una bancarella. Figuriamoci: Il libro della trappa, di un tale Agustín Roberts1, comprato all’istante, anche con lo stupore che esistesse un libro con un titolo del genere – che infatti si rivelerà essere un «titolo editoriale» di un originale ben diverso, Hacia Cristo. Apertolo all’impiedi davanti alla bancarella medesima, si è presentato con un’avvertenza dal tono e soprattutto dal contenuto assai singolari, che hanno acceso immediatamente il mio interesse. Nella «Nota di edizione» a pagina 9 ho letto infatti che le suore trappiste di Vitorchiano avevano contattato l’editore circa la possibilità di pubblicare in italiano il libretto, assai utile per le postulanti, che loro lo «avrebbero anche semplicemente ciclostilato in un numero limitato di copie»; l’editore aveva letto e valutato, e scoperto che il testo «forse più di ogni altro poteva far conoscere in cosa consiste lo svolgersi quotidiano della vita contemplativa».

E qui la nota prendeva una piega inattesa. L’editore infatti riteneva che il testo potesse essere di grande utilità a «tutti coloro che con onestà vogliono fare un passo nella comprensione di un avvenimento che questa società vorrebbe emarginare, ma che di fatto è inemarginabile. L’inemarginabile dall’ideologia di questo mondo è in fondo il contenuto di questo libro». Perbacco! Anche se penso che oggi, passati altri cinquant’anni da quelle parole, «questo mondo» (ammesso che esista una concreta entità corrispondente a tale concetto) in realtà non voglia «emarginare» il monachesimo, ma sia in sostanza indifferente al suo destino (a patto che si possano visitare i monasteri e i relativi gift shop abbiano un orario decente), l’affermazione non poteva non colpirmi.

La prefazione dell’autore, che seguiva la nota dell’editore, affermava che si trattava di «uno studio sul significato dei voti monastici, precisamente come espressione della dinamica benedettino-cistercense. Poiché questa dinamica contemplativa è nel cuore di ogni uomo, speriamo che esse siano di profitto generale». La prefazione era datata «Azul, 1970», cioè, come ho appreso in seguito, dal monastero trappista di Nuestra Señora de Los Ángeles di Azul, a circa 300 chilometri a sud di Buenos Aires, del quale p. Roberts era stato abate dal 2000 al 2008, dopo essere stato per quattro anni procuratore generale dei cistercensi della stretta osservanza presso la Santa Sede.

Insomma, Agustín Roberts, nato Bruce nel 1932, quindi John nel 1953, novizio presso l’abbazia di Spencer, nel Massachussetts, e infine Augustine (poiché c’era un altro John nel monastero) monaco professo nel 1958 «è stato una delle figure più significative e influenti del monachesimo cistercense della seconda metà del XX secolo, quasi sconosciuto al di fuori del suo Ordine». E qualche mese dopo avevo in mano Configurati a Cristo, il corposo volume di 450 pagine2 che rappresenta il punto di arrivo di numerose edizioni e revisioni di quel primo testo, nato in forma di appunti nel 1967, e la cui lettura è stata di estremo interesse e utilità per cogliere dall’interno gli aspetti più importanti di quella che ancora e sempre pare una scelta di difficile comprensione.

Ma a questo punto è lecito domandarsi: Augustine Roberts, chi era costui?

(1-segue)

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  1. Agustín Roberts, Il libro della trappa. Orientamenti pratico-dottrinali sulla professione monastica, traduzione di F. Mazzariol, Jaca Book 1976.
  2. Augustine Roberts, Configurati a Cristo. Una guida alla professione monastica, Nerbini, «Quaderni di Valserena», 2018.

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Sì, d’accordo, i classici…

MedioevoMonastico Sì, d’accordo, i classici, però «in verità, quando si siano letti e riletti con grandissima passione e fatica, null’altro lasciano ai lettori se non vacua sonorità e rumor di parole» (Girolamo); diamogli comunque una letta, perché «se hanno detto per caso qualcosa di vero e conforme alla nostra fede… lo si deve rivendicare per il nostro uso» (Agostino). E se qualcuno «non saprà leggere, alle ore prima, terza e sesta andrà da chi lo può istruire… e, anche se non vuole, sarà costretto a leggere» (Pacomio) almeno qualcuno dei libri «che vi ho lasciato in unico armadio» (Cassiodoro). Occhio che «se qualcuno ordisca o tenti di sottrarre… anche uno solo di questi libri sopra elencati, non abbia parte nella resurrezione dei giusti, ma abbia parte con quelli che, posti alla sinistra, saranno dannati al fuoco eterno» (cod. Casin. 57).

Per i libri prego rivolgersi all’«armarius, che è anche maestro della scuola e bibliotecario, rivestito di un’aura da filosofo, si occupa con cura diligente della biblioteca… Non sia dunque né titubante né timido, ma molto fermo e mai dimentico della carità» (Consuetudines Floriacenses); sta a lui preoccuparsi della bontà dei testi perché «sappiamo tutti benissimo che, per quanto pericolosi possano essere gli errori di parole, molto più pericolosi sono gli errori di senso» (Karolis epistola de litteris colendis): io, per il lavoro di revisione, mi sono rivolto a Paolo Diacono, «nostro fedele e amico, invitandolo a percorrere con la massima attenzione gli scritti dei Padri, come per raccogliere dagli immensi prati delle loro opere fiorellini scelti e comporre come una ghirlanda tutto quanto vi trovasse di utile» (Karolis epistola generalis de emendatione librorum). Ci sarebbe anche Beda, che però viaggia molto ed è sempre preso a «imparare, insegnare, o scrivere» ed è fissato col computo.

Testi corretti, mi raccomando, perché la grammatica è importante. Diffidate di quelli che «affermano che, poiché Dio non si discute, né si menziona nell’arte della grammatica, dove risuonano solo nomi ed esempi dei pagani… può a ragione essere da loro respinta e ignorata. Evidentemente non sanno che insegnare una disciplina tecnica è una questione ben diversa dal parlare di Dio» (Smaragdo) e «senza colpa, anzi in modo lodevole, apprende quest’arte chi… desidera possedere la scienza del parlare correttamente e l’abilità dello scrivere». Anche perché, spesso, nelle Sacre Scritture «il senso, se inteso secondo il significato letterale delle parole, risulta assurdo» (Rabano Mauro); quindi leggiamo pure i poeti pagani per imparare la grammatica, mentre «i discorsi superflui sugli idoli, sull’amore, sulla cura delle cose mondane, li dobbiamo sradicare, radere a zero e tagliarli col ferro più tagliente, come si fa con le unghie» (Girolamo); «bisogna leggere le opere degli autori… chi si sarà abituato al loro stile, parlerà, senza neanche volerlo, in modo elegante» (Alcuino di York).

Ah, non dimentichiamo l’aritmetica, eh? «Se non assumerai come dato certo e inamovibile che il potere dei numeri risiede sia nel contenere in sé il principio di ogni cosa, sia nella loro facoltà generativa, non progredirai rapidamente verso la loro piena e perfetta comprensione» (Gerberto d’Aurillac); che poi noi «non si spese di meno nell’insegnamento della geometria, per la cui introduzione si fece costruire un abaco» (Richerio di Reims): si sa, d’altra parte, che «l’utilità di questa disciplina è estremamente grande… perché è la più sottile per stimolare i poteri dello spirito e dell’intelletto, per affinare la capacità di osservazione e la più piacevole per indagare con il potere della ragione molte cose definite vere, che sembrano a molti strane e sorprendenti» (Gerberto). Io, se devo essere sincero, «sia nei momenti di studio personale, sia nel mio lavoro, insegno ciò che so e imparo ciò che non so» (Gerberto).

Per quanto riguarda la musica – che «tra tutte le discipline nessuna ha via più diretta per raggiungere l’anima di quella che coinvolge l’udito» (Boezio) – ricordarsi che «il cielo e la terra e tutte le cose che in essi si compiono, per divino beneplacito, non si danno senza disciplina musicale» (Cassiodoro) e rivolgersi a Ucbaldo di Saint-Amand («Chiunque desideri essere iniziato ai rudimenti della musica… dovrà porre particolare attenzione alla qualità delle note, ossia all’altezza di ciascuna di esse»), ma soprattutto a Guido d’Arezzo, che mi ha scritto che ha messo a punto un sistema «affinché d’ora in poi, per suo mezzo, chiunque dotato di intelligenza e dedito allo studio impari facilmente il canto»; dice che dopo l’abc non c’è nemmeno bisogno dell’insegnante, e ha aggiunto che «se c’è qualcuno che pensa che io menta su questo, venga, sperimenti e veda [venga, sperimenti e veda!] che da noi fanno proprio in tal modo i ragazzi» (Guido).

In ogni caso, suggerisco anche di tradurre, poiché «quanto più facilmente si comprende nella propria lingua, ciò che si comprenderebbe a stento o solo in minima parte in una lingua straniera» (Notkero). E se vi mancano dei libri, «poiché non posso sostenere i costi dell’allestimento, mandatemi molti fogli di pergamena e ricompense per gli scribi e riceverete delle copie» (Notkero).

Con viva cordialità.

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Un piccolo giochino per ribadire l’eccezionale qualità del libro di Lidia Buono, Medioevo monastico nello specchio dei libri, di cui ho già detto qualcosa e dal quale sono tratte tutte queste citazioni.

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Eghi (Schedine: Carotta; Buonaiuti)

AllaRicercaDellaBellezza Sandro Carotta, Alla ricerca della bellezza. Percorsi monastici, Nerbini 2023 («Orizzonti monastici»; 48). Il famoso e prolifico benedettino di Praglia ha raccolto in questo volumetto della rinata serie degli «Orizzonti monastici» scritti e contributi di varia dimensione e occasione, «indirizzati a tanti uomini e donne che, sempre più numerosi, cercano nei monasteri un punto di riferimento per la loro vita cristiana» – e non solo, verrebbe da dire. I titoli dei testi dicono già molto: La vita monastica come desiderio, Elogio dell’inutile, Deserto e solitudine, Formazione al silenzio, e così via. Non si cercheranno particolari approfondimenti in queste pagine, si troveranno bensì molti spunti, molti nomi (un po’ troppi, forse) e molte citazioni; e qualche interessante riflessione sull’accompagnamento spirituale: «L’eccessiva preoccupazione di sé non è indice di un cammino interiore ma può essere la manifestazione penosa e non riconosciuta del proprio narcisismo. Il direttore spirituale deve portare la persona guidata a specchiarsi in Cristo e non nel torbido dell’ego». Non sono d’accordo, ma questo non c’entra.

 

BuonaiutiFrancesco Ernesto Buonaiuti, Francesco d’Assisi, Bietti 1939. La libertà del dilettante consente di non rinunciare a leggere libri che pure non rientrano nel novero degli «studi più recenti» o delle «ricerche più accreditate». Come nel caso di questo piccolo testo che cent’anni fa il grande Ernesto Buonaiuti ha approntato su san Francesco, nell’ambito della collana «Profili» (dapprima Formiggini, poi Bietti), una serie di «graziosi volumetti… tutti opera di autori di singolare competenza», intesi a offrire «vivaci, sintetiche e suggestive rievocazioni di figure attraenti e significative». Proprio così. Tra le righe di questo ritratto – scritte in un italiano che da solo vale la lettura – ci s’imbatte poi in osservazioni che vanno oltre la figura dello joculator Domini, il «giullare di Dio», quasi simbolo incarnato della vena più autentica e rivoluzionario-contraddittoria del cristianesimo; e d’altra parte «la società nominalmente cristiana ha sempre vissuto, nel suo secolare sviluppo, di una paradossale legge di contradizioni vicendevolmente compensatrici» (il corsivo è mio). La «minoranza infinitesimale» di Francesco (concetto che riassume splendidamente molte cose: l’esiguità del nucleo originale e il bisogno di «minorità», nonché l’attenzione all’assolutamente piccolo) trova la sua strada nel mondo delle «transazioni ufficiali» in forza di una superiore necessità, tanto che quando papa Innocenzo III diede la sua «approvazione provvisoria» alla nuova forma di vita «non ebbe davvero coscienza di aver autorizzato il più superbo tentativo di rinnovamento della prima vita evangelica, che da tredici secoli la società cristiana si fosse permesso». Inquadrato nelle visioni di Gioacchino da Fiore, il Francesco di Buonaiuti è un uomo solo, ma straniero a nessuno, amato oltre misura da un piccolo gruppo di testimoni diretti per la sua «semplicità irriflessa», il suo «entusiasmo di primitivo», il suo essere allo stesso tempo, perfettamente e lietamente, dentro il mondo e fuori di esso, come nessun altro mai dopo Gesù. L’immagine, suggerita da Buoniauti, che mi porterò dietro è questa, relativa al ritiro in solitudine sul monte Subasio: «Si diede a ramingare, solitario, nella campagna, addestrandosi al misterioso linguaggio delle creature minuscole o imponenti, esili o maestose, fragile ed effimere o resistenti ed eterne che popolano la natura disabitata dagli uomini, e che noi, nella nostra egocentrica angustia mentale e nella nostra inguaribile pigrizia psichica, definiamo inanimate o inintelligenti solo perché ci siamo sequestrati dal loro consorzio e ci siamo serrati alla loro ineffabile e suggestiva parola».

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Il triplete ideale: monaci, Medioevo, libri

MedioevoMonastico Come potevo resistere davanti a un titolo del genere, che unisce tre centri di interesse sempre rinnovato: Medioevo monastico, nello specchio dei libri. Il corposo e ambizioso – a detta della stessa autrice – libro di Lidia Buono1 mira a «tracciare i percorsi attraverso cui l’ingente patrimonio culturale dell’antichità ha alimentato l’universo intellettuale del Medioevo», nella specifica declinazione monastica e ponendo al centro del discorso il libro «come medium della sacra scrittura e, in tal senso, spazio letterario e strumento d’elezione in cui si realizza l’incontro tra l’uomo e l’alterità divina». (E già qui, volendo, sarebbe bello poter decidere se anche oggi gli oggetti chiamati libri possono essere ancora luogo di incontro con una qualsivoglia alterità.)

I primi capitoli si concentrano sulla transizione tra cultura pagana e cultura cristiana, su come nelle prime esperienze cenobitiche occidentali (il Castellum Lucullanum di Eugippio e il Vivarium di Cassiodoro) viene organizzata concretamente questa transizione, per passare poi alla nascita dello scriptorium (e ai metodi di produzione dei libri, e della pergamena di cui sono fatti) e di una vera e propria biblioteca monastica (all’identificazione del luogo fisico e ai relativi sistemi di conservazione del patrimonio librario), all’impulso dato dalla riforma carolingia (ad esempio con la messa a punto di una nuova forma di scrittura corsiva, la carolina appunto) e alla creazione della schola. La seconda parte, assai ampia, è dedicata gli sviluppi della «produzione libraria» in rapporto alle singole arti del trivio e del quadrivio.

Date queste coordinate doverose, che garantiscono una lettura di un certo tipo, diremo da studiosi, va detto che il libro è pieno zeppo di cose interessanti, di informazioni tecniche, di personaggi, di citazioni (molto opportunamente tradotte), e anche di immagini molto istruttive. Grazie a una paziente ricognizione delle immagini che accompagnano i testi si può, ad esempio, imparare come si è passati dall’armarium, inteso come cassa o armadio dove vengono conservati i pochi codici disponibili, alla bibliotheca, intesa come «la piccola cella in cui vengono risposti i libri», come scrive Smaragdo di Saint-Mihiel parafrasando Isidoro per commentare Benedetto (non si tratta di name dropping, ma per ricordare che tutti si appoggiano a tutti); o dallo scriptorium come strumento di scrittura (lo stilo) allo scriptorium come luogo dove avviene la copiatura dei codici. Dice a tal proposito Alcuino di York, figura centrale del cosiddetto rinascimento carolingio: «Siedano qui coloro che scrivono le parole della sacra legge e quelle parimenti sacre dei santi Padri; e badino bene di non interporre a queste le loro frivole parole perché la loro mano, divenuta essa stessa frivola, non cada in errore. Cerchino invece con grande zelo di avere per sé libri corretti, e la loro penna veleggi sicura lungo una strada diritta. Distinguano bene il senso del discorso attraverso segmenti di significato e pongano i punti secondo l’ordine in cui devono essere posti, in modo che non legga cose false né si taccia all’improvviso dinanzi ai confratelli colui che legge in chiesa». Versi tratti da uno dei suoi carmi, a leggere tra le righe dei quali emerge una gran quantità di questioni, dalla stanchezza e dalla distrazione dei copisti che producono errori (per i quali si evoca persino la responsabilità di un vero e proprio diavolo dei refusi, Titivillus) alla necessità di procurarsi buoni esemplari, dall’importanza della punteggiatura alla lettura liturgica ad alta voce.

Già, la fatica di scrivere, come emerge dalle brevi note che ogni tanto saltano fuori dai colofoni o dagli explicit dei codici: «O felice lettore, lava le tue mani, poi prendi questo libro, sfoglialo con delicatezza, tieni le dita lontano dallo scritto. Poiché chi non conosce l’arte dello scrivere ritiene che non costi fatica alcuna. Quanto travaglio comporta invece: oscura gli occhi, spezza le reni e fiacca tutte le membra. Tre sole dita scrivono, ma tutto il corpo si affatica».

O ancora si imparano le sottili distinzioni tra armarium, inteso qui come persona, che diventa bibliothecarius, passando per il custos cartarum (che si preoccupa dei documenti) e il cantor (responsabile dei libri per la liturgia). I consuetudinari, cioè i testi che corredano la Regola di indicazioni più dettagliate e specifiche, si riempiono di precisazioni circa responsabilità e doveri di queste figure, che tendono a riassumersi in quella dell’armarium: il quale dovrà ad esempio annotare i titoli dei volumi, arieggiarli e badare che non siano aggrediti da umidità (humor parietum) o muffe, approntare adeguati scaffali in modo che siano ben collocati e accessibili (in quibus libri separatim ita collocari possint e distingui ab invicem), e che la compressione non li danneggi (ne vel nimia compressio ipsis libris noceat), verificare la punteggiatura, e così via.

Ogni pagina è ricca di esempi come questi e ne risulta un’immagine complessiva, ed esaltante, di un lavorio indefesso e di un continuo perfezionamento, anno dopo anno, codice dopo codice, riga dopo riga – un «lavoro di squadra» esteso nel tempo e nello spazio. E ogni tanto da questa schiera di anonimi emerge un nome, quello di un individuo che in un tal posto, in un tal momento ha fatto la tal cosa. Come nel caso del presbitero Emeterio, che alla fine di uno dei più bei manoscritti spagnoli del X secolo, il cosiddetto Beato di Tábara, ci ricorda più di mille anni dopo che «Io, Emeterio presbitero [Ego vere Emeterius presbiter] formato dal mio maestro, il presbitero Maius, quando vollero completare il libro per il loro Signore, fui chiamato al monastero di Tábara posto sotto la protezione di san Salvatore e quel libro che trovai solo iniziato, dall’inizio di maggio al 27 luglio, lo condussi in porto… E là sopra la prima cella [Emeterio] stette seduto per tre mesi, ricurvo sul suo lavoro e dove ne ebbe le membra squassate per l’uso del calamo. Il libro fu finito il 27 luglio, era 1008 (= 970), ore 8».

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  1. Lidia Buono, Medioevo monastico, nello specchio dei libri, Fondazione Centro italiano di studi sull’alto medioevo 2023.

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Pericolo: caduta stiliti («Al di sopra del mondo», di Laura Franco)

AlDiSopraDelMondo «Costoro, abbandonato il suolo terrestre, che tutti, senza eccezione, calpestiamo, in quanto dimora poco spirituale, e rifiutatisi di vivere sulla terra, si innalzarono, con tutto loro stessi, su colonne turrite o su pilastri elevati a un’altezza vertiginosa, vi piantarono il loro nido come uccelli amanti della quiete, e risiedettero a mezz’aria, senza tetto e senza suppellettili, a guisa di volatili, e praticando, nel corpo, una condotta di vita pari a quella degli angeli, e seguendo un comportamento al di là dell’umano, trascorsero moltissimi anni in modo soprannaturale». Così riassume perfettamente e introduce il suo argomento l’anonimo autore della Vita di san Luca stilita, citato da Laura Franco nel suo ottimo Al di sopra del mondo, ampia ricognizione del per certi versi misterioso fenomeno degli stiliti1.

In realtà, una delle cose che emergono con piena evidenza dalla lettura del libro è che di sicuro la vita degli stiliti non era quieta. Già la localizzazione delle colonne, nella maggior parte dei casi, rappresentava un ostacolo a tale quiete. Spesso infatti le colonne si trovavano in luoghi per così dire assai frequentati: crocevia, piccoli agglomerati non distanti da grandi centri, luoghi già in precedenza oggetto di pellegrinaggio, vicinanze di mercati, e così via. Lo stilita poi, con la sua semplice esistenza, richiamava persone di ogni tipo (e di ogni credo) e spesso intorno alla sua colonna sorgevano in breve piccoli edifici, monasteri, ma anche taverne, botteghe, alloggi per i viandanti, vere o presunte corti dei miracoli che erano assai criticate dai denigratori. Dallo stilita ci andavano i devoti, i malati, gli oppressi, i dubbiosi, chi cercava giustizia, ma ci andavano anche i vescovi, i governatori, financo gli imperatori, e un sacco di curiosi, perché lo stilita, si direbbe, a differenza degli anacoreti che si seppellivano in una grotta nel deserto, era anzitutto uno spettacolo cui assistere, una «cosa» da vedere e da ascoltare

Al di là di qualche vaga analogia con precedenti culti pagani, lo stilitismo cristiano è stato variamente interpretato, ad esempio come derivazione dall’«uso antico di collocare sulla sommità delle colonne busti o statue di dèi, o ritratti di imperatori» o di generali vittoriosi, quindi in chiave sia religiosa sia politica, sia anche giuridica; o ancora come evoluzione della disciplina ascetica della statio, lo stare immobili in preghiera, incuranti della situazione circostante; e naturalmente come variante, praticabile e prolungabile a tempo indeterminato, dell’essere inchiodati come Cristo in croce, patendone le medesime sofferenze. Lunga storia, quella degli stiliti, la cui diffusione l’autrice colloca al massimo grado tra il V e il VII secolo, in Siria, con varie propaggini soprattutto in Cappadocia, fino a Costantinopoli e in zone più periferiche dell’impero, e ampia documentazione (di area greco-bizantina), ovviamente agiografica, ma anche storiografica e archeologica (che si siano conservati alcuni dei basamenti su cui sorgevano le famose colonne abitate è un fatto che trovo emozionante).

Stabilite le coordinate storiche e geografiche, e inquadrato il fenomeno, l’autrice dedica un capitolo ciascuno ai sei stiliti più importanti (stiliti maschi, pochissime infatti le donne stilite, le stilitisse) e dei quali si sono conservate le biografie: Simeone il Vecchio, Daniele2, Simeone il Giovane, Alipio, Luca e Lazzaro di Galesio. Sei vite in cima a una colonna (o a più di una) che vanno dal 390 circa, nascita del primo Simeone, siriano, al 1053, morte di Lazzaro, originario di Magnesia al Meandro (nell’attuale Turchia). Di ognuno si raccontano le tappe di avvicinamento alla colonna, le particolarità, le forme di ascesi (aspetto che produce le pagine più sconvolgenti e piene di digiuni sovrumani, odori disgustosi, deformazioni, piaghe e vermi), le testimonianze non «inquinate» dall’agiografia, i rapporti (talvolta burrascosi, talaltre idilliaci) con le autorità laiche ed ecclesiastiche, il coinvolgimento con le comunità («[Simeone il Vecchio] si preoccupava della condotta morale delle piccole realtà rurali nei pressi»), la società e il mondo ai piedi delle colonne (che, data appunto la localizzazione delle colonne, poteva essere sorprendentemente animato), gli aspetti che li rendono simili e le differenze. Si dà conto di come presumibilmente erano fatte in concreto le colonne che li ospitavano (alte fino a 18 metri, alcune cave con scala interna, altre con scala esterna, dotate di piattaforma con balaustra ed eventualmente piccolo riparo o del tutto esposte al sole e agli elementi, corredate di grondaie e canaline di scolo), di come si organizzavano le comunità di discepoli intorno alla colonna (semplici recinti o veri e propri monasteri), degli «attendenti» che provvedevano alle (scarse) necessità dell’asceta, della routine quotidiana (pregare, anzitutto, ma poi anche dare udienza, dirimere controversie, distribuire insegnamenti, accogliere richieste e, naturalmente, procurare guarigioni – «un numero esorbitante di guarigioni», anche a distanza e per interposta persona o strumento –, conversioni e miracoli di varia natura), delle visite illustri e di quelle di tutti i giorni, delle occasioni eccezionali in cui si assistette alla discesa temporanea dello stilita e infine delle modalità, anch’esse spettacolari, della sua morte e della calata a terra del santo corpo.

Dopo una rapida carrellata su alcune altre figure di stiliti, e su una categoria di asceti simile e non meno curiosa, i dendriti, cioè coloro che sceglievano di fare penitenza vivendo su un albero o dentro di esso, il volume si chiude con un capitolo assai interessante sulla «fortuna» degli stiliti, dai quasi contemporanei storici bizantini a Edward Gibbon, da poeti come Tennyson, Kavafis e Rilke, a registi come Buñuel e Monicelli.

È pressoché inevitabile provare stupore davanti alla singolarissima eccentricità di questi personaggi, stupore che si condivide, oggi, con quello dei loro biografi («persino i biografi di Simeone [il Vecchio] sentirono il bisogno  di giustificare l’eccentricità della scelta di vita dello stilita agli occhi del loro pubblico») e quello dei loro contemporanei, che non di rado andavano «a vedere lo stilita» quasi fosse un’attrazione del luogo da non perdere, una stranezza che «vaut le détour», come dicevano le guide Michelin («Teodoreto [di Cirro] racconta che uno spettatore [corsivo mio], intento a osservare Simeone [il Vecchio] in preghiera sul pilastro si mise a contare le genuflessioni effettuate dall’asceta in una sola giornata, e dopo essere arrivato a contarne milleduecentoquarantaquattro, rinunciò a continuare»); ed è inevitabile porsi delle domande, come se le ponevano i contemporanei e le ponevano direttamente agli asceti – l’immagine del mite vegliardo va senz’altro corretta: tanto per dire, Simeone il Giovane sale sul suo primo pilastro a sette anni e Lazzaro di Galesio dall’alto della sua colonna non perde occasione «di esercitare le sue funzioni di superiore [del monastero sottostante] nel segno di un marcato autoritarismo».

Domande che di certo si è posta anche l’autrice che, dopo oltre duecento pagine ineccepibili per precisione ed equilibrio, si riserva per sé giusto tre righe, proprio le ultime tre: «Gli stiliti di ogni tempo sono personaggi complessi, che ci possono affascinare per mille motivi, ma forse, soprattutto, come metafora della condizione umana, perché anche noi, come loro, rischiamo costantemente di cadere».

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  1. Laura Franco, Al di sopra del mondo. Vite di santi stiliti, Einaudi 2023.
  2. Della vita di Daniele, Laura Franco ha da non molto curato una bella edizione italiana: Fra terra e cielo. Vita di Daniele stilita, a cura di L. Franco, SE 2020.

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Un sogno di perfezione morale (Georges Duby e l’arte cistercense, pt. 2/2)

SanBernardoArteCistercense (la prima parte è qui)

«Per capire Fontenay», scrive Duby1, citando l’abbazia «figlia» di Clairvaux, fondata nel 1119 e uno degli esempi più alti dell’architettura cistercense, «in quello che ne forma il significato e il colmo della bellezza, bisogna avvicinarvisi passo passo, per i sentieri della foresta, nella pioggia d’ottobre attraverso i rovi e i pantani, faticosamente.» Occorre quindi raggiungere la radura, che rappresenta il nucleo, la prima conquista del drappello di monaci che si lasciano tutto alle spalle per cercare un luogo, sottratto a forza di braccia alla selva primordiale, dove rintracciare, ricostituire la regolarità dello spirito, la «somiglianza» a Dio smarrita nella «regione della dissomiglianza» che è il mondo con le sue irregolarità.

In realtà non proprio tutto si sono lasciati alle spalle questi monaci: il «soffio dei tempi nuovi» li segue, insieme ad esempio ai progressi tecnici, a una nuova considerazione del lavoro (compreso quello salariato, che viene impiegato) e persino a un diverso rapporto con il denaro come strumento che non viene disdegnato (si produce e si vende, e il ricavato si usa), tutte cose che produrranno una «espansione tumultuosa» e risultati economici ragguardevoli. Li segue, senza che quasi se ne accorgano, il «movimento di rinascita dell’individuo»: le nuove abbazie che sorgono a un ritmo impressionante non sono abitate da una massa indistinta di religiosi salmodianti, bensì da gruppi compatti di individui non ignari della società da cui provengono e non privi di personalità. Nei reparti di uomini che disboscano, bonificano, arano sopravvive quello spirito di cavalleria (lealtà, coraggio, amore), quel gusto per la conquista e in fondo anche per l’avventura che è lo stesso Bernardo ad aver portato a Clairvaux: «San Bernardo non ha mai rivolto il suo sguardo su altri uomini, se non cavalieri, su antichi cavalieri, i monaci di coro, e su gli altri che ha sognato di attirare a sé», dice Duby, e continua: «Bernardo sarebbe stato un cavaliere magnifico. Ma non imparò mai il maneggio delle armi. Se l’avesse fatto forse non si sarebbe mai stornato dal mondo».

Molto si portano dietro anche del monachesimo «vigente»: la scelta cenobitica, l’ascetismo, il rispetto del passato; l’idea è quella di rimettere il monachesimo al suo giusto posto, cioè ai margini: «L’ideologia cistercense, costruita sulla trama del disprezzo del mondo, non vuole aggiungere nulla, taglia, monda, epura, ed è per questa ragione che la costruzione di Cîteaux altra non è che quella di Cluny ripulita». E nei nuovi monasteri, specchio e scuola dove l’uomo giunge alla migliore conoscenza di sé, in nome della misura e dell’equilibrio esteriore ed interiore si distrugge il vecchio uomo e si fa emergere quello che, come si diceva, conserva la somiglianza. Si bonifica l’anima, allo stesso modo in cui si bonifica il luogo: «Una vittoria dell’ordine sul caos, sforzo dell’uomo per spogliarsi della primitiva rozzezza della selva, per ritrovare il posto da lui occupato prima della caduta, prima di smarrirsi nelle regioni di dissomiglianza, dominando le belve e la vegetazione selvaggia.»

Semplificando molto la parte dedicata al declino, in questo progetto di salvezza dell’anima e di edificazione della «città perfetta» c’era secondo Duby una falla, la falla dei fratelli conversi: «Senza accorgersene, i monaci erano sulla via di diventare quello che i fondatori dell’ordine avevano loro prescritto di non essere mai: dei signori» – e fu proprio la popolazione contadina ad allontanarsi per prima dai cistercensi. La vitalità di Cîteaux si raccolse altrove e la loro capacità di interpretare l’evoluzione dei tempi si trasferì ad altri «protagonisti» più in sintonia con tale evoluzione: gli stessi ordini cavallereschi, la Cattedrale, le confraternite, e poi gli ordini, mendicanti.

«La costruzione cistercense è la proiezione di un sogno di perfezione morale», riassume in una formula Duby, e al centro di questa costruzione c’è il chiostro, «crocicchio dell’universo» dove tutto è luce e chiarezza, raffigurazione di un paradiso ricostruito: «Un’area in cui giunge al suo termine l’addomesticamento del caos silvestre, in cui tutto il cosmico ridiventa collezione ordinata, accordo musicale». E non è forse per questo che i chiostri cistercensi piacciono tanto anche oggi, «oggi che ne rimane solo il guscio, che tanto più ci commuove in quanto è perfettamente vuoto»2? Perché quell’ideale, quell’immagine seppur fuggevole allo sguardo del turista, l’hanno conservato?

Ah, dunque esisteva un posto dove… esiste ancora…

(2-fine)

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  1. Georges Duby, San Bernardo e l’arte cistercense, traduzione di M. Zini, Einaudi 1982 (ediz. orig. Saint Bernard. L’art cistercien, 1976).
  2. Forse non tutti sarebbero d’accordo su questo «vuoto».

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Un sogno di perfezione morale (Georges Duby e l’arte cistercense, pt. 1)

SanBernardoArteCistercense Nonostante siano passati quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione, o forse proprio per questo motivo, il libro che Georges Duby ha dedicato all’arte cistercense (e a san Bernardo) si legge con grande piacere, e direi anche con grande profitto1. Il piacere è dovuto in gran parte al testo vero e proprio, steso in uno stile storiografico sempre meno frequentato che non rinuncia, in nome della precisione e del rigore, a un evidente impulso narrativo, sfrondato dagli apparati, che lo rende «appassionante»; mentre il profitto deriva dal fatto che la lettura di Duby del fenomeno artistico cistercense, eminentemente architettonico, potrà anche essere datata e da aggiornare (io però non lo so), ma non può essere di certo del tutto fuori fuoco.

Il «racconto» di Duby prende le mosse, e non poteva essere diversamente, da Cluny, dal suo splendore, in cui si sacrificava a gloria di Dio, e dei signori, il frutto del lavoro altrui, in cui si «conservavano» i morti, e si pregava per loro («le abbaziali del XII secolo sorgevano pertanto su uno spesso basamento di tombe»), in cui lo spazio si allargava e si ornava per dare risonanza al canto liturgico della comunità, per accogliere le processioni e per predicare attraverso la scultura figurata e la decorazione, in cui la società tripartita dava spettacolo di se stessa, con un posto assegnato a ogni «personaggio», compreso il «povero».

Questo modello apparentemente immutabile non regge allo «slancio del XII secolo», che partendo dal mondo agricolo investe tutto («l’arte cistercense nasce e fiorisce nella fase di maggior vivacità di un lunghissimo movimento di crescita agricola… si sprigiona da questa stessa fertilità») ed esige e produce nuove forme in ogni campo. Nella luce della crescita economica, tutto, se così si può dire, appare nuovo, persino la povertà, o perlomeno da rinnovare, e il monachesimo non sfugge a questa spinta: ci vuole un «nuovo monastero», Cîteaux. Spoglio, essenziale, funzionale, «ripulito» e «nudo», costruito in radure remote sottratte a forza alla foresta («l’arte cistercense incomincia con il creare la radura»), eremo e chiostro al tempo stesso: un luogo dove pregare e lavorare, e tornare alla lettera della Regola benedettina, e seguire più da vicino Gesù sulla strada indicata da Vangelo.

Da lì, dopo un apprendistato, un «riscaldamento», nemmeno troppo lungo fa irruzione Bernardo, facendo risuonare la sua parola «irresistibile e riecheggiata sino ai confini del mondo». Una «incessante, pungolante aggressione», la chiama Duby, contro gli altri monaci rilassati, contro i signori, contro i vescovi, contro la scuola e i suoi «pensatori», contro i crociati tiepidi, contro i rivoltosi, contro la curia, contro «un papa malamente eletto»: «Contro tutto».

Bernardo parla (scrive) di tutto, perché tutto conosce delle cose terrene e di quelle divine, ma non parla praticamente mai di arte, di quello che noi intendiamo per opera d’arte, non gli interessa. L’odiata «decorazione» va eliminata, per fare chiarezza, per tornare a concentrarsi sull’essenza, cioè sull’anima (la propria anima) dove si svolge la vicenda fondamentale dell’essere umano. Non ne ha mai parlato esplicitamente e tuttavia l’arte cistercense gli deve tutto: «San Bernardo è veramente il patrono di quel vasto cantiere e, come si dice, il maestro dell’opera. La sua parola ha governato, come il resto l’arte di Cîteaux. Perché quest’arte è inseparabile da una morale, ch’egli incarnava, che voleva a ogni costo imporre all’universo, e in primo luogo ai monaci del suo ordine».

All’universo.

(1-segue)

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  1. Georges Duby, San Bernardo e l’arte cistercense, traduzione di M. Zini, Einaudi 1982 (ediz. orig. Saint Bernard. L’art cistercien, 1976).

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«Datemi anche solo un’ora di tempo» (le Meditationes piissimae)

MeditationesPiissimae Sono contento quando iniziative editoriali mi consentono di leggere opere, oggi etichettabili come «oscure», ma che in altri tempi non lo erano affatto, essendo state anzi assai diffuse e molto lette, tanto da conquistare un’altra etichetta, quella ad esempio di «classico della spiritualità medievale». È il caso delle Pie meditazioni sulla conoscenza della condizione umana1, operetta («tractatulus») di ambiente monastico, benedettino, databile tra il 1160 e il 1190. Spesso attribuite in passato a Bernardo di Chiaravalle, le Meditazioni vantano una ricca tradizione manoscritta di circa 250 esemplari (che le presentano da sole o in compagnia di altre opere), cui sono seguite numerose edizioni a stampa, nonché traduzioni in francese, tedesco, italiano, portoghese, fiammingo, ungherese, danese, svedese e islandese. «Oggi, forse, il testo», osserva la curatrice Milvia Fioroni (si noti quel «forse»), «non è più al centro delle pubblicazioni, ma questo tipo di letteratura si trasferisce dal campo della spiritualità a quello della ricerca storica.» Be’, forse, non è esattamente così, o meglio, è senz’altro così, ma non solo.

Le Meditazioni sono state di frequente associate al genere del «disprezzo del mondo» (de contemptu mundi) e sono molti i passaggi che lo giustificano. L’anonimo monaco ripassa con esplicita incisività il classico repertorio, con una particolare sottolineatura del sottogenere del «disprezzo di sé» (de contemptu sui). E quindi: considera, uomo, che non sei «nient’altro che schiuma divenuta carne», carne che, «per quanto sia adornata, è sempre carne», destinata a essere «verme e cibo per i vermi»; considera ciò che fuoriesce dai «passaggi del corpo» e ti renderai conto «di non aver mai visto un immondezzaio più spregevole», e così via tra ondate di orrore e fetore…

Ma, pur nel naturale contesto di un discorso che si sviluppa intorno al peccato, al pentimento, alla confessione e al giudizio (e alla beatitudine o alla dannazione), queste Meditazioni sono prodighe di immagini, paragoni e metafore di natura per così dire psicologica, e sono queste osservazioni, date in un linguaggio diretto e realistico, e per lo più in prima persona, che mi fanno dire ancora una volta che non si tratta, forse, di un testo di interesse esclusivamente specialistico

Ecco ad esempio una scena dialogata di rimorso, in cui l’anima, memore di tutti i suoi misfatti, viene trascinata davanti al Giudice e «incomincia a tremare, chiede di poter fuggire e di avere una tregua, dicendo: “Datemi anche solo un’ora di tempo”. E però, come se le opere acquisissero la capacità di parlare [dicono]: “Tu ci hai compiute, siamo opere tue, non ti abbandoneremo, ma saremo sempre con te, ti seguiremo fino al giudizio”». Ecco l’importanza dell’esame quotidiano di se stessi («Ritorna, dunque, a te stesso e – se non sempre o spesso – almeno qualche volta»), perché niente «è contrario a me, se non io stesso». Ecco l’attenzione che bisogna prestare alla propria instabilità che può ritorcersi contro, poiché il cuore «gira velocemente come un mulino e non rifiuta niente, ma macina tutto ciò che gli viene dato; se non viene aggiunto nient’altro, consuma se stesso». Ecco le autogiustificazioni sempre pronte, le ipocrisie («Dico queste cose e non le faccio»), le pose («Ho finto di essere chi non ero»), le scuse che ci rendono egoisti («Qualcuno mi aspetta desiderando parlare con me di una sua necessità: io prendo un qualsiasi libro, che altri vorrebbero avere. Lo leggo e, leggendolo, perdo il frutto della carità»), le cattiverie che per vergogna non confessiamo («Il mio cuore trama in un solo momento ciò che tutti gli uomini insieme potrebbero realizzare in un anno»), e così via tra ondate di impazienza e miserie.

«Se non osservo attentamente me stesso», dice l’Anonimo, «non mi conosco; se invece mi osservo attentamente, non posso sopportarmi», e non solo, perché «ognuno rimane in qualche modo sconosciuto a se stesso» (ricordiamo, 1175 o giù di lì). Lui, l’Anonimo, e quelli come lui potevano, e possono, contare sul Padre misericordioso che tutto conosce, almeno Lui, e tutto è disposto a perdonare. Ma quelli che non sono come lui, su chi, su cosa, possono contare?

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  1. Anonimo del XII secolo, Meditationes piissimae de cognitione humanae conditionis. Il cammino dell’uomo verso Dio, introduzione traduzione e note di M. Fioroni, Edizioni Glossa 2023.

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Le mille cose che ogni giorno ci capitano (Benedetto da Canfield e la volontà di Dio)

RegolaDiPerfezione Ho poi cominciato a leggere la Règle de Perfection del cappuccino Benedetto da Canfield1, e già nelle prime pagine, com’era prevedibile, data la struttura dell’opera, mi sono imbattuto in un argomento che, per così dire, mi sta a cuore: la definizione e la conoscenza della «volontà di Dio», alla quale generazioni di monaci e di monache, tra gli altri, hanno cercato di corrispondere.

Anzitutto, «per la migliore comprensione di questa materia», occorre distinguere tale volontà, ma non come fa la Scolastica, bensì con una «divisione mistica» in esteriore, interiore ed essenziale. Va da sé che quella che mi interessa di più è la prima, che così viene definita: «La volontà esteriore di Dio è il beneplacito divino, conosciuto attraverso la legge e attraverso la ragione, regola di tutti i nostri pensieri, parole e opere nella vita attiva». Qui il beneplacito è il compiacimento di Dio «quando facciamo del bene e osserviamo i suoi comandamenti»; la legge è un concetto assai capiente, nelle nove precisazioni di Benedetto, che vanno dai comandamenti alle norme ecclesiastiche, dalle Regole degli Ordini religiosi alle disposizioni vescovili, dagli «ordini dei padri e delle madri» alla «legge dei Magistrati»; la ragione interviene in tutte quelle cose non sancite dalla legge (gli esempi sono curiosi, «sposarsi o mantenersi celibi, intraprendere un viaggio o non uscire di casa, sedere o restare in piedi, parlare o tacere, e mille altre cose che ogni giorno ci capitano»), e la sua azione si può riassumere in discrezione, pietà, consiglio.

La definizione va bene, ma il discernimento è tutta un’altra storia, Benedetto ne è consapevole e dedica un capitolo (il VI: «Regola per conoscere e praticare la volontà di Dio in ogni cosa») per esporre «qualche regola più specifica». Dunque, tutte le cose da fare o non fare, ammettere o resistere, ecc., sono o comandate, o vietate, o indifferenti («e non può capitare nulla che non sia compreso in uno di questi tre tipi»). Le prime due categorie sono facili, c’è la legge, per la terza bisogna procedere a un’ulteriore distinzione in cose piacevoli per la natura umana, contrarie o indifferenti. Nel primo caso si deve resistere, mentre nel secondo accettare, perché la mortificazione è sempre gradita. Nelle situazioni dubbie – gradevole o sgradevole? – l’importante è decidere prontamente per il sì o per il no, «piuttosto che discutervi a lungo, con distrazioni, rompimento di testa e perdita di tempo». Nel terzo caso è l’intenzione che fa la differenza: «In tutte le cose indifferenti [Dio] vuole che conosciamo e facciamo la sua volontà non dando altro mezzo se non l’applicazione della nostra intenzione». Tanto che sarà più gradita una passeggiata, fatta con la sola intenzione di piacergli, che tre ore di orazioni, fatte per dimostrarsi più pii degli altri2.

Nel capitolo VII Benedetto, oltre a rispondere ad alcuni dubbi e a segnalare alcune eccezioni, aggiunge un’interessante digressione sugli appartenenti a un Ordine. I religiosi, quando considerano la vastità della volontà di Dio («La volontà di Dio è un mare spirituale sul quale ciascuno può navigare secondo la dimensione della sua nave» – molto bello), pensando di essere impegnati in altissime vicende, non devono tralasciare le piccole cose, «per piccole che siano», che preservano la condizione monastica e la circondano «come un giardino la sua siepe». Infatti, «le buone abitudini e le costituzioni del proprio ordine religioso, anche se non ne costituiscono la vera essenza, sono comunque la muraglia e la controscarpa a sua difesa».

E questa, conclude provvisoriamente Benedetto da Canfield, è la vera vita attiva e contemplativa, non separata («come molti la considerano»), bensì unita, perché nella pratica e nella costanza le mille cose che ogni giorno ci capitano si trasformano da opere esteriori in interiori, da materiali in spirituali, da oscure in luminose: la contemplazione e l’azione si saldano, «senza pregiudizio né impedimento dell’una sull’altra». Soltanto per i monaci?

A questo punto non sarebbe male approfondire cosa succede se alla «purezza interiore d’intenzione» si toglie il riferimento alla volontà di Dio, se legge e ragione non hanno come obiettivo il «beneplacito divino», ma io di certo non posso farlo.

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  1. Benedetto da Canfield, Regola di perfezione, a cura di M. Vannini, Edizioni Biblioteca Francescana 2022.
  2. «Come una piccola quantità d’oro supera di valore una gran massa di piombo, così la purezza interiore d’intenzione supera di molto l’opera esteriore in valore di fronte a Dio.»

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