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Quando funziona (Dice il monaco, CXXXII)

Dice Erik Varden, monaco cistercense, già abate del monastero trappista di Mount Saint Bernard, in Inghilterra, dal 2020 vescovo di Trondheim, in Norvegia:

Chiunque abbia modo di vedere una comunità monastica procedere verso la chiesa per celebrare il vespro resta colpito dalla sua uniformità. I monaci indossano gli stessi abiti, tengono lo stesso passo, replicano gli stessi gesti e, idealmente, cantano intonati. Ma chi conosce una comunità in prima persona, tuttavia, è colpito dalla sua varietà, spesso francamente improbabile. C’è qualcosa nella vita monastica che, quando questa funziona, libera il carattere. Per anni ho riflettuto su una cosa che Ingmar Bergman una volta disse dei suoi film: l’elaborazione di materiale complesso richiede rigore della forma. La vita monastica offre a coloro che sono chiamati a viverla una struttura formativa che consente alla personalità di prosperare.

♦ Erik Varden, Schola Dei o schola DEI? A lezione da san Benedetto, in «Vita e Pensiero», CVIII, 3, maggio-giugno 2025, pp. 57-68.

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O grande fiume (Dice il monaco, CXXXI)

Dice Ugo di San Vittore, monaco agostiniano, intorno al 1130:

Sarebbe lungo dimostrare a una a una le vanità di questo mondo. Sappi tuttavia che di tutte queste cose che vedi, nulla è permanente, ma tutte passano e ritornano là dove sono nate. Come hanno un inizio, tutte le cose hanno anche una fine, ma vi si affrettano diversamente e non ugualmente vi arrivano. Alcune sono sorte di recente, altre sono già perite da tempo, altre transitano nel mezzo, altre ancora seguono quelle già nate, eppure tutte scorrono insieme e tendono a un unico luogo. O grande fiume, dove sei trascinato? La tua sorgente è piccola, sgorghi da una fonte esigua, scaturisci da una modesta vena. Corri e ingrossi, discendi e sei assorbito. Corri, ma verso il basso; ingrossi, ma verso la rovina: vieni e passi, e tuttavia defluisci, e sei assorbito. O vena che non ti esaurisci, o corso che non trovi riposo, o abisso che non ti colmi! Quanto la vanità sottomette! Quanto la mortalità trascina, tanto la morte insanabile inghiotte!

Quantum vanitas subjicit! Quantum mortalitas trahit, tantum insanabilis mors deglutit!

♦ Ugo di San Vittore, De vanitate mundi, PL 176, 711 A-B.

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Qualche speciale notizia (Dice il monaco, CXXX)

Dice Ugo di San Vittore, monaco agostiniano, intorno al 1125:

Non sottovalutare nessuna forma di sapere, perché ogni scienza ha valore. Se hai tempo, non esimerti dal leggere i libri che ti si presentano: anche se non ne trarrai particolare utilità, tuttavia non ne avrai nemmeno danno, perché, a mio avviso [secundum meam exsistimationem], non esiste uno scritto che non proponga qualcosa di interessante, qualora sia esaminato a tempo e luogo debito: potrebbe contenere qualche speciale notizia [aliquid speciale], che il lettore avveduto [diligens scructator] potrà apprezzare con tanto più gradimento, quanto più preziosa e singolare sarà l’informazione.

Non è un bene tuttavia ciò che impedisce il meglio: se non ti è possibile leggere tutti i libri, leggi quelli che ti sono più utili. Anche se potessi leggere tutto, non dovresti mai mettere in tutte le letture lo stesso impegno: vi sono alcuni libri che bisogna leggere, affinché non ci siano del tutto ignoti, di altri invece dobbiamo formarci almeno un giudizio, poiché talvolta si rischia di sopravvalutare proprio ciò che si ignora, e si giudica meglio quando si ha qualche conoscenza degli argomenti.

♦ Ugo di San Vittore, Didascalicon, III, 13, introduzione, traduzione e note di V. Liccaro, Rusconi 1987, p. 138.

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Le cose che gli uomini non sono in grado di dire né di fare (Dice il monaco, CXXIX)

Dice Ivo di Chartres nella sua sterminata Panormia («raccolta di tutte le leggi»), compilata tra il 1092 e il 1095 sulla base di tutte auctoritates a lui note:

Bisogna sapere che, poiché la loro natura è aerea, i demoni superano facilmente in sensibilità i corpi terrestri. E anche in velocità, a causa della superiore mobilità del corpo aereo, superano incomparabilmente non solo la corsa di tutti gli esseri, sia uomini che bestie, ma anche il volo degli uccelli [verum etiam volatus avium incomparabiliter vincant]. Dotati di queste due qualità, che sono connesse al corpo aereo, cioè l’acutezza dei sensi e la velocità di movimento, predicono o annunciano molto prima che siano conosciuti fatti di cui gli uomini si meravigliano a causa della lentezza dei loro sensi terrestri. Per via della loro lunga esistenza, inoltre, i demoni hanno anche un’esperienza delle cose di gran lunga maggiore di quella che gli uomini possono ottenere, stante la brevità della loro vita. Grazie a questi poteri efficaci che la natura del corpo aereo ha loro conferito, i demoni non solo predicono molti eventi futuri, ma compiono anche molti prodigi, e poiché queste cose gli uomini non sono in grado di dire né di fare [quae quoniam homines dicere ac facere non possunt], alcuni li ritengono degni di essere serviti e di ricevere onori divini, e la colpa è soprattutto della curiosità, dell’amore per la falsa e terrena felicità e della gloria temporale.

♦ Ivo di Chartres, In che modo i demoni predicono il futuro, in Panormia, VII, 68.

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Tanto più care (Dice il monaco, CXXVIII)

Dice Tommaso d’Aquino, il Doctor Angelicus:

Sembra che le reliquie dei santi non siano da venerare. Infatti: 1. Nulla dobbiamo fare che sia occasione derrore. Ma onorare le reliquie dei morti può somigliare allerrore dei gentili che praticavano il culto dei morti. Dunque non si devono onorare le reliquie dei santi. 2. È stolto venerare cose insensibili. Ma le reliquie dei santi sono cose inanimate. Dunque è stolto venerarle. 3. Un corpo morto è specificamente diverso dal corpo vivo e quindi non è numericamente identico. Dunque dopo la morte il corpo dei santi non può essere venerato.

In contrario nel De Ecclesiasticis Dogmatibus si legge: «Noi crediamo che si debbano venerare con tutta sincerità i corpi dei santi e principalmente le reliquie dei martiri, come membra di Cristo». Poi continua: «Se qualcuno vuol porsi contro questa dottrina, non è seguace di Cristo ma di Eunomio e di Vigilanzio».

Rispondo: S. Agostino scrive: «Se le vesti del padre, un anello o altre cose simili sono tanto più care ai posteri quanto più grande è il loro affetto verso i parenti, in nessun modo è da disprezzarsi il corpo che noi ci portiamo come più intimo e più unito di qualsiasi veste, quale elemento costitutivo della stessa nostra natura umana». Da questo risulta che se si ama una persona, si onora dopo la sua morte anche quello che rimane di lei, non solo il corpo o le parti del corpo, ma anche le cose esterne come le vesti e altri oggetti consimili.

♦ Tommaso d’Aquino, Se siano da venerare le reliquie dei santi, Somma teologica, p. III, q. XXV, a. 6.

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Una cordialità inestinguibile (Dice il monaco, CXXVII)

Dice abba Isaia, monaco bizantino, all’inizio del XIII secolo, componendo un florilegio di storie, detti e insegnamenti tratti dalle raccolte tradizionali dei Padri del deserto:

Chi è il monaco vero, sincero e saggio? È colui che è riuscito a serbare una cordialità inestinguibile fino al suo ultimo giorno, che con pazienza ha portato fino alla morte il fardello della vita, che ha dato sempre ascolto a se stesso aggiungendo fervore a fervore, fuoco dell’anima a fuoco dell’anima, sforzo a sforzo.

♦ Gli insegnamenti dell’abba Isaia alla beata monaca Teodora, 155, in Meterikon. I detti delle madri del deserto, a cura di L. Coco, traduzione di A. Sivak, Garzanti 2024, p. 168.

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Non so come mai (Dice il monaco, CXXVI)

Dice Giovanni Climaco, eremita e poi cenobita, verso la metà del VII secolo:

Perché spesso succede che, quando mangiamo in abbondanza e siamo sazi di cibo, riusciamo a vegliare con la mente lucida, e quando digiuniamo e soffriamo la fame, crolliamo miseramente nel sonno? Perché, quando restiamo nell’esichia e nella solitudine, i nostri cuori s’induriscono, e quando stiamo in compagnia di altri, raggiungiamo la compunzione? Perché, quando siamo affamati, siamo tentati durante il sonno, e quando siamo satolli, non subiamo tentazioni? E perché, quando siamo nell’indigenza, diventiamo tenebrosi e incapaci di compunzione, e quando beviamo del vino, diventiamo radiosi e inclini alla compunzione?

In queste cose, chi dal Signore ne ha ricevuto la capacità, illumini chi è senza luce, perché noi su tali questioni non siamo stati illuminati. Possiamo soltanto dire che alterazioni come queste non sono sempre frutto dell’azione dei demoni, ma a volte anche del temperamento che ciascuno di noi ha ricevuto e di questa pinguedine sordida e golosa che – non so come mai – ci avvolge.

♦ Giovanni Climaco, La scala, XXVI/2, 14, traduzione e note di L. d’Ayala Valva, introduzione di J. Chryssavgis, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2005, pp. 383-84.

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I nostri piccoli pensierini (Dice il monaco, CXXV)

Dice Grimlaico, monaco sedicente «recluso» in diocesi di Metz, intorno al 900, utilizzando per così dire metaforicamente una delle immagini più feroci dei Salmi:

Satana non sa da quale passione l’anima può essere sedotta. Questo è il motivo per cui vi semina le sue erbacce [zizania sua]. A volte semina il seme della fornicazione; altre volte quello della mormorazione o di altri vizi. Fa lo stesso con le passioni, e qualunque passione vede girare intorno a una persona [videt animum declinare], continua a mandarla. Ora, nulla vanifica gli sforzi del demone come lo smascherare i suoi stimoli, e niente lo rende così felice come quando i suoi pensieri sono tenuti nascosti. Dato che il nostro Signore Gesù Cristo ci ha dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni, vale a dire i cattivi pensieri [serpentes et scorpiones, hoc est malas cogitationes], dobbiamo purificare i nostri cuori per mezzo di un’umile confessione e sbattere questi piccolini, i nostri pensieri [parvulos cogitatus nostros], contro il Cristo, poiché quello che è scritto è detto di noi: «Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra» [Salmi, 137, 9], e anche: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».

♦ Grimlaico, Senza che si oda la loro voce. Regola per eremiti, 64, a cura di p. M. Di Monte, traduzione di A.J. Casiraghi e M. Di Monte, Monasterium 2020, p. 219.

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Puliti a specchio (Dice il monaco, CXXIV)

Dice un Anonimo del XIII secolo, di ambiente francescano spirituale:

Inoltre, in ciascuna creatura di questo mondo vi è luce e bellezza in virtù di quella luce [divina], come dicono i santi e i sapienti di questo mondo e come tu puoi comprendere facilmente. Perché al mondo non vi è cosa tanto scura che, se la si pulisce bene, non ridiventi chiara e lucente: perfino le pentole e i paioli, qualora vengano puliti accuratamente, ridiventerebbero splendenti tanto da potervisi specchiare.

♦ Scala del divino amore, Quinto gradino, introduzione e traduzione di F. Zambon, commento e note complementari di C. Di Fonzo, Paoline 2019, p. 121.

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Il vivaio delle anime (Dice il monaco, CXXIII)

Scrive Pier Damiani ai monaci di Montecassino, nel 1061:

Dunque, quando Dio onnipotente vi ha tratto in salvo dal mondo e vi ha immesso al suo servizio sotto la disciplina del monastero, a guardar bene, che altro ha fatto se non, come un tempo, durante il diluvio, di molti che perivano, scegliere voi, pochi, e, perché continuaste a vivere, farvi trovare riparo sull’arca spalmata di bitume? Poiché il recinto del monastero è il vivaio delle anime. Poiché vi vivono i pesci, che, come proclama la legge, sono provvisti di pinne, e, onde trasformarsi nel corpo di Cristo, si offrono come cibo prelibato per le mense degli israeliti. Poiché i pesci che sono provvisti di pinne sulle squame hanno pure l’abitudine di saltare sopra il pelo dell’acqua. Dunque, di che altro sono figura i pesci provvisti di pinne, se non delle anime elette, che sole – è sicuro! – si trasformano nel corpo della chiesa celeste? Giacché, non appena si reggono sulle penne della virtù, per il desiderio del cielo bramano ardentemente saltare, onde assurgere alla contemplazione delle cose di lassù, pur se di nuovo, per la carne soggetta alla morte, sdrucciolano giù su se stesse.

♦ Pier Damiani, Lettera sul valore della vita religiosa e sulla interpretazione simbolica di numerosi animali (Op. LII), in Lettere ai monaci di Montecassino, a cura di A. Granata, Jaca Book 1988, pp. 105-106.

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