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Senza forma propria (Meditazioni certosine, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Se, pur con qualche difficoltà, ho letto con interesse l’Introduzione alla vita interiore, con ancora maggiore partecipazione ho acoltato i Sermoni capitolari che compongono la seconda parte di Amour et silence.1 La cosa potrebbe suonare paradossale se le letture di cui do conto qui non avessero prodotto almeno una certa dimestichezza con certi discorsi, tanto che mi risulta ormai più facile seguire le parole di un priore certosino della prima metà del secolo scorso che quelle di un commentatore politico di oggi.

Il prefatore, il teologo svizzero Charles Journet, definisce questi Sermoni, pronunciati tra il 1940 e il 1943, «sorgenti di paradiso sulla nostra terra desolata» e riporta un brano di una lettera ricevuta dall’autore stesso, Jean-Baptiste Porion: «Non sono opera mia, in realtà. Sono i pensieri dei miei confratelli che io ripeto per far loro piacere. Sono la fiamma del loro cuore, sulla quale soffio dolcemente per farla brillare ancora di più».

Dolcemente è il tono prevalente che risuona in questi testi, tanto più intenso e struggente se si pensa, come ci ricorda Journet, che i loro protagonisti furono infine mobilitati e «andarono ad assistere i feriti sulle ambulanze o a morire al fronte». Gli argomenti affrontati si offrono come una serie di «variazioni sul tema», tema rappresentato dalla purezza e trasparenza cui deve tendere la vita contemplativa certosina, in modo che l’anima del monaco si trasformi in un vetro pulito e senza imperfezioni nel quale Dio possa nuovamente specchiarsi. Ogni pensiero distolto da Dio rischia di diventare una macchia, un’ombra che oscura la possibilità del Suo sguardo. Persino la memoria e l’aspettazione, che ci distraggono dal presente, sono tracce di quella particolarità individuale che va cancellata2: «Non perdete tempo a considerare le vostre azioni passate», dice Porion, e rintraccia nella prima Lettera di Pietro la formula più efficace: «Gettate3 su Dio le vostre preoccupazioni, e il verbo usato qui è quello che definisce esattamente l’azione di gettare a mare ciò che appesantisce un’imbarcazione che rischia di naufragare».

Anche senza inseguire risonanze esterne alla cultura occidentale, e mettendo da parte un possibile discorso sulla responsabilità, mi colpisce molto questo «progetto» estremo di annientamento di sé, perché è privo di quell’accanimento contro la propria imperfezione di tante figure di santi e sante che hanno perseguito l’annientamento anzitutto come espiazione. Il priore certosino invita invece a perseguire la calma, il silenzio, la tranquillità del cuore, che possa essere limpido come acqua ferma: «Non soltanto il nostro cuore non deve essere occupato dalla preoccupazione degli altri, ma non deve esserlo nemmeno da quella di noi stessi». Solo così possiamo abbandonarci a Dio, il medesimo «pensiero delle nostre imperfezioni non deve in alcun modo turbarci: è a Dio che dobbiamo pensare, non a noi stessi». Il modello sublime, e inarrivabile, additato in più di un sermone, è la madre di Gesù: «La Vergine santa è uno specchio limpido, così libero di qualsiasi forma propria che l’essenza divina vi si può riflettere senza riserve». Si libre de toute forme propre, una espressione che mi pare rasentare quella della non esistenza.

Come si suol dire, questi Sermoni meritano analisi ben più approfondite, ma non posso non accennare almeno allo «spirito di corpo» certosino che vi ho percepito e che sempre mi affascina: forse vi si può ravvisare – oseremo dirlo? – una punta di debolezza nella forma umanissima della vanità. È una minuscola crepa che appare in qualche impercettibile inciso, come ad esempio in questa frase: «Per noi, certosini, la rettitudine risiede con tutta evidenza nella via tracciata dalla Regola [Pour nous, Chartreux, la rectitude…4, oppure in questa: «Questi rapporti esteriori, da noi, certosini, si riducono a poca cosa, ma non sono del tutto cancellati [Ces relations exteriéurs, chez nous, Chartreux, son réduite à peu de chose…5. In fondo, perché mai un priore che sta parlando ai suoi confratelli in capitolo dovrebbe specificare? Non gli basterebbe dire: «Per noi la rettitudine risiede…»? No, qui c’è una precisa specificazione, e in tale specificazione di un altrimenti anonimo «noi» si avverte l’eco della consapevolezza certosina: Per noi, certosini, è così, per gli altri non sappiamo…

(2-fine)

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  1. Un Chartreux, Amour et silence (1951), préface de C. Journet, Editions du Seuil 1977 (edizione italiana: Jean-Baptiste Porion, Amore e silenzio. Introduzione alla vita interiore, Edizioni Certosa 2005).
  2. Anche quella cosa che non di rado le persone considerano al pari dell’oro, cioè l’«esperienza».
  3. Molte, ovviamente, sono le forme utilizzate nelle varie traduzioni di questo verbo, che nella Vulgata è proicio: «buttare, riversare, scaricare, deporre».
  4. Aux Fréres convers pour le Dimanche dans l’ocatve de la Purification, p. 91.
  5. Exaltation de la Sainte Croix, p. 103.

 

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Il tempo di voltare la pagina (Meditazioni certosine, pt. 1/2)

C’è quasi sempre un’atmosfera speciale negli scritti dei certosini, anche proprio nelle pagine più recenti, sulle quali si proietta l’ombra di una tradizione che ormai si avvicina al millenario; sembra che queste voci vengano da un’altra dimensione, anche rispetto a quelle di membri di altri Ordini: la lingua è più o meno la stessa, ma pare che i certosini si trovino davvero altrove, e che da là mandino i loro messaggi.

Ho provato la stessa sensazione anche con Amour et silence, un libretto firmato, al suo apparire, da «un certosino», successivamente identificato con Jean-Baptiste Porion, grande figura del monachesimo del XX secolo e Procuratore generale dei certosini dal 1946 al 1981. Apparso per la prima volta, se non sbaglio, nel 1951, Amour et silence attraverso le continue ristampe si è affermato come «un grande classico della spiritualità», «un testo maiuscolo della spiritualità monastica»1. Il volume unisce una Introduzione alla vita interiore, del 1945, ad alcuni sermoni capitolari pronunciati dall’autore quando era vicario alla certosa svizzera della Valsainte, negli anni 1940-432. Le due parti distinte si completano, ma al tempo stesso suscitano impressioni diverse.

Mi viene da definire l’Introduzione un piccolo trattato sulla possibile fusione di astrazione e concretezza: il testo infatti si ripromette di tratteggiare, dopo aver richiamato i «principi della vita spirituale», «un metodo semplice e pratico di meditazione», che consenta di estendere a tutta la giornata l’orazione continua: «Noi non ci accontentiamo2 di qualche gesto di pietà all’inizio e nel corso della nostra giornata. Tali pratiche non costituiscono una vita, cosa che presuppone un’attività permanente e ininterrotta».

Il richiamo ai principi muove dalla consapevolezza della propria nullità, nullità che è alimento primario della fede e non, ad esempio, premessa del desiderio di perfezionarsi: rifiutando le illusioni dell’«ascetismo egocentrico», le proprie debolezze non sono più ostacoli, bensì occasioni per riconoscere la presenza e l’azione di Dio: «Non c’è nulla, assolutamente nulla che non sia sottomesso alla sua azione: nemmeno il peccato. Nell’atto del peccato, Dio è là, Dio dà il potere di agire e di commettere l’atto. L’unica cosa che non deriva da Dio è la perversione della nostra volontà». Questa presenza «immediata e universale», nelle cose, negli esseri viventi, nelle loro circostanze, assume nelle pagine del monaco certosino una dimensione – mi si perdonerà il termine – mitologica, amplificata da una scrittura così rarefatta da suonare «poetica». «Se l’azione divina cessasse un solo istante, l’universo e noi stessi svaniremmo come un sogno»; è soltanto l’azione divina che, dopo la creazione, trattiene qualsiasi cosa, anche la più piccola, «al di qua del nulla»; la nostra sostanza sta a Dio come la nostra ombra sta a noi stessi.

La nostra nullità rappresenta al tempo stesso uno spazio, nel quale Dio può manifestarsi, come amore, nella persona del Figlio. Il Figlio è già dentro di noi, da sempre, e per riconoscerlo dobbiamo «semplificare»: «L’uomo è un essere complicato, e sembra purtroppo che si impegni a complicare ulteriormente le cose nei suoi rapporti con Dio. Dio, al contrario, è la semplicità assoluta. Più siamo complicati, più ci allontaniamo da Dio». Semplici come bambini: quando un figlio si rivolge a suo papà usa forse un manuale di retorica? No di certo.

Dall’unione di fede e semplicità, e del messaggio evangelico, deriva dunque il metodo di orazione, che rifugge da formalismi ed eccessi di immaginazione, ma che approfitta di ogni occasione per prolungare la meditazione: «Prima di ogni azione, e talvolta persino durante l’azione stessa, ci fermeremo in un istante di raccoglimento», e getteremo una sguardo sul Signore che è in noi. Questo sguardo fuggevole mi ha colpito, perché l’ho riconosciuto come mio, seppur rivolto a un’altra «realtà» e senza quello struggimento di eternità: «Quando leggeremo un libro sarà sufficiente, ogni tanto, riportare l’attenzione al centro della nostra anima, per ritrovare il contatto con Dio, non foss’altro che per il tempo necessario a voltare la pagina».

Da dove viene, appunto, questa voce? Viene da un mondo «incredibile», cioè «difficile a credersi», e tuttavia abitato da individui che vi adeguano i propri gesti, tutti.

(1-segue)

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  1. Io ho letto: Un Chartreux, Amour et silence, préface de C. Journet, Editions du Seuil 1977 (?), ma esiste anche una recente edizione italiana: Jean-Baptiste Porion, Amore e silenzio. Introduzione alla vita interiore, Edizioni Certosa 2005.
  2. Altri sermoni di Jean-Baptiste Porion saranno pubblicati in seguito; vedi, qui, Fuggi, taci e stai tranquillo.
  3. Il «noi» dei certosini, per quanto involontariamente, si presenta sempre come se fosse sottolineato.

 

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Impossibile facilità (Dice il monaco, XLIV)

Dice un certosino, presumibilmente un priore, intorno al 1943:

Coloro che sperimentano la nostra Regola spesso, dopo qualche settimana, si lamentano della facilità della vita monastica e trovano che la Certosa non corrisponda all’ideale di eroica austerità che avevano accarezzato. E tuttavia parecchi tra coloro che manifestano tale delusione poco dopo ci lasciano proprio per la ragione opposta: ora trovano la prova insostenibile. Non dobbiamo sorridere di questa contraddizione: non è tipica soltanto dei novizi. La verità è che la vita spirituale è una vita da bambini, troppo angusta per l’orgoglio e al tempo stesso troppo povera per i sensi.

Un Chartreux, Sermon capitulaire pour la Fête de tous les Saints, in Amour et silence, Editions du Seuil 1951, p. 131.

 

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Catacombe nei cieli (Reperti, 32: Léon Bloy, «Il disperato»)

bloy-il-disperatoPoco dopo aver seppellito il padre, il protagonista del Disperato – primo romanzo di Léon Bloy, pubblicato senza esiti di rilievo nel 18871 –, si presenta stremato alla porta della Grande Certosa («Si dice la Grande Certosa come si dice Carlo Magno») in cerca di pace e carità. Al monaco che lo accoglie così si rivolge: «Levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium mihi. Vi porto la mia anima da risuolare e lustrare. Vi prego di tollerare queste espressioni da calzolaio». La risposta del padre portinaio, sorridente, è di pari livello: «Signore, se siete infelice, siete il più caro dei nostri amici; les montagnes della Grande Certosa hanno orecchi, e i soccorsi che vi potranno dare non vi verranno meno. Quanto alla vostra calzatura spirituale, noi lavoriamo talvolta su cose vecchie e forse potremo soddisfarvi».

La seconda parte del corrusco romanzo2 dello scrittore cattolico francese è dedicata al soggiorno di Caino Marchenoir, il «disperato» in questione, presso la Certosa, episodio in cui si rispecchia, come peraltro in tutto il resto della vicenda narrata, una materia strettamente autobiografica: a conclusione del complicato rapporto con Anne-Marie Roulé, prostituta parigina da lui convertita a un cristianesimo acceso e visionario, Bloy aveva tentato infatti di essere accolto alla Trappa e poi tra i certosini, senza successo. Questa parentesi monastica rappresenta, sia nella storia del personaggio Marchenoir («Questo stilita intellettuale»), sia nel romanzo stesso, una parentesi di pace. Non vi mancano del tutto le esplosioni da artiglieria pesante che caratterizzano il resto del libro, e che meriterebbero un discorso a parte, ma sono in qualche modo attenuate al cospetto del silenzio certosino.

Lo stile, tuttavia, resta per così dire altisonante e ispirato, a cominciare dalla serie di definizioni che Bloy allinea descrivendo la Certosa e i suoi abitanti: «Alpestre alveare dei più sublimi operai della preghiera», «Metropoli della vita contemplativa», «Città della volontaria rinunzia e della vera gioia, oggi conosciuta da chiunque legge e pensa nel mondo», «Catacomba nei cieli» e infine «La grande scuola degli imitatori della solitudine di Dio» – espressione, quest’ultima, assai singolare, che Bloy deriva da un suo altrettanto singolare aforisma: «Dio è il grande solitario che non parla se non ai solitari».

Tra i diversi riti e liturgie della Certosa, due in particolare colpiscono Marchenoir: il funerale di un confratello e l’ufficio notturno. E se il primo, nella sua commossa semplicità, gli rammenta per contrasto le esequie pubbliche del politico Léon Gambetta («Marchenoir si ricordava di trecentomila teste di bestiame umano che accompagnavano alla dimora sotterranea il Serse putrescente della maggioranza, [… e] paragonò quella menzogna di funerale al seppellimento veridico del certosino sconosciuto»), nel secondo, cui assiste dalla «tribuna dei forestieri», riconosce il cuore della Certosa: «Visitare la Grande Certosa da cima a fondo è una cosa semplicissima… ma non si conosce il fiore del suo mistero, se non s’è assistito all’ufficio notturno. La è il vero profumo che trasfigura quel rigoroso ritiro… e quando lo si è visto, confessiamo che non sapevamo nulla della vita monastica».

Lasciato libero di fare «tutto quello che non era incompatibile con la regola del Monastero (finanche il permesso di fumare in camera; una concessione questa quasi senza esempio)», Marchenoir si aggira per la Certosa cercando di sedare le proprie intemperanze, pensando al libro che vuole scrivere e traendo insperata chiarezza interiore dai colloqui con p. Atanasio. Il monaco più che altro ascolta, e smantella infine le reiterate velleità del protagonista di vestire l’abito bianco con un discorso la cui conclusione merita una citazione estesa, tanto è concreta: «È una romantica sciocchezza, da cui dovete liberarvi, mio caro poeta, il credere che il disgusto della vita sia un segno della vocazione religiosa. Adesso voi siete qui nient’altro che un nostro ospite, andate e venite come vi piace, sognate sulla montagna e nella nostra bella foresta di verdi abeti, malgrado i cinquanta centimetri di neve che vi sembrano accrescere l’incanto; ma, credetemi, l’apparizione della nostra Regola vi riempirebbe di terrore».

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  1. Léon Bloy, Le Désespéré (1887), trad. ital. di G. Auletta: Il disperato, Edizioni Paoline 1957 (n° 13 della collana «Juventus», curata da V. Gambi).
  2. «Il romanzo autobiografico che presentiamo», si legge nella presentazione firmata dal traduttore, «ma è un vero romanzo come lo si intende oggi? – è tutto un corruscare di violenze verbali (che Bloy diceva prodotte dall’indignazione per amore), di espressioni iperboliche, di immagini talvolta barocche e lambiccate, di un certo fanatismo mistico, che potrebbe sconcertare più di un lettore abituato a ben altro linguaggio e a ben altri accomodamenti con la vita.»

 

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Silenzio, deserto, notte

SoloDinanziBenché siano passati alcuni anni dalla sua pubblicazione la conversazione tra Luigi Accattoli e l’allora priore della Certosa di Serra San Bruno, Jacques Dupont1, mantiene intatto il suo interesse. Non si tratta solo di questo, in realtà; l’incontro ha prodotto un testo che non bisogna esitare a definire molto bello, nel quale spicca soprattutto, direi, lo sforzo del priore per superare la leggendaria «riservatezza» certosina e dire qualcosa sulla scelta di vita e sulla spiritualità di questo esiguo gruppo di individui. «Esiguo», per essere esatti, significa poco meno di 450, tra monaci e monache2.

La bellezza è il risultato, soprattutto, di una serie piuttosto ampia di immagini con le quali il priore risponde alle intelligenti sollecitazioni dell’intevistatore, cercando inoltre di dare una forma comunicabile alle proprie esperienze. Le immagini sono belle, e contemporaneamente ingannevoli, proprio perché belle, cioè cariche di una promessa di spiegazione che non può essere mantenuta in un contesto dialogico; forse in poesia, ma non qui. D’altra parte sin dall’inizio si avverte la difficoltà del priore a rispondere con qualcosa che non sia allusione, accenno, immagine appunto: «I certosini sono allo stesso tempo fuori del mondo e legati strettamente al mondo. Non hanno niente da dire di proprio al mondo, non sono modelli di vita per gli altri, ma sono segno» (corsivo mio).

Vediamo alcune di queste immagini, a partire da quella del mozzo: «Il monaco può essere paragonato al mozzo che […] si arrampicava sulla cima dell’albero maestro per scrutare l’orizzonte nella speranza di vedere profilarsi una riva sconosciuta». Il mozzo non è al timone, non deve soffrire di vertigine, è una vedetta che deve gridare «Terra!» quando gli altri ancora non possono vederla. È una vedetta che mantiene accesa la fede di questo futuro avvistamento. Il certosino, ancora, è l’uomo che si addentra nel deserto («a nome di tutti»), inseguendone il silenzio, condizione decisiva per l’ascolto più importante: «La pedagogia del deserto ci dovrebbe preparare a cogliere il “sussurro” della presenza di Dio. Esso resta un segno debole, ma noi infine siamo capaci di udirlo».

Ho già citato qualche giorno fa l’immagine della vita contemplativa come «presa di corrente», anche nascosta, nel grande edificio della Chiesa; aggiungo adesso quella assai singolare che il priore riprende dalla mistica e poetessa francese Madeleine Delbrêl (1904-1964): «Dio vuole danzare con me. Per essere un buon danzatore, occorre non sapere dove questo mi porti. Bisogna seguire, essere leggero, non rigido. Non si devono chiedere delle spiegazioni. Occorre essere come un prolungamento vivente dell’altro e ricevere la trasmissione del ritmo». E se «la vita è un ballo», poco oltre il priore dirà che la morte non è altro che un «cambio di patria» – niente di nuovo per lui che dalla Francia è venuto in Italia, cambiando pure nome.

Se talvolta la preghiera notturna diventa faticosa, «non potrò cogliere tutto», ammette il priore, «ma ecco che mi metto nella barca della Chiesa, nel fiume della sua preghiera che scorre e che mi trascina con la sua corrente. L’importante è rimanere nella barca, non scendere, e lasciare che il fiume scorra, da qualche parte mi porterà». Mentre a proposito della sempiterna dialettica tra ciò che è mutevole e ciò che è immutabile, il priore così parla della gioia: «La gioia che viene da fuori è come il sole che si alza alla mattina e tramonta la sera, come l’arcobaleno che appare e sparisce, come il caldo estivo che viene e che se ne va, come il fuoco che brucia e si spegne. Invece la gioia che viene da dentro non può finire: è come un ruscello tranquillo, sempre lo stesso, sempre presente, come la roccia, come il cielo e la terra che non passano». E ancora: «Il ministero del monaco si compie nell’ombra e nel segreto. Egli è come una falda d’acqua sotterranea. Silenzio, deserto, notte. Ma la notte prepara il giorno. Il nostro è un ministero di gestazione».

Mozzi, sussurri, danze, prese di corrente, arcobaleni, barche, ruscelli, falde… Subisco inevitabilmente il fascino di queste immagini e, come dicevo, le temo perché non sono la realtà (non lo sono mai). Va anche detto che per quanto sia ricco di tante immagini come queste, Solo dinanzi all’Unico è un libro che merita più di una lettura e sarebbe ingiusto ridurlo a una raccolta di metafore che dovrebbero «dare un’idea» del monachesimo certosino. Forse siamo noi a volerla avere, questa idea, e non tanto loro a volerla dare. In fondo, alla domanda diretta di Luigi Accattoli: «Lei pensa che il mondo d’oggi possa capirvi?», il priore risponde preciso: «Penso che in qualche misura una possibilità di comprensione tra i monaci e la restante umanità vi sia in ogni epoca storica, perché non vi sono epoche dimenticate da Dio. Ma non è questa la nostra prima preoccupazione». E, più ancora che in quel la nostra prima preoccupazione, è in quella restante umanità che mi pare risuonare la drammatica singolarità dei certosini.

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  1. Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno, Rubbettino 2011. Il nome del priore, con scelta molto «certosina», non compare in copertina e nemmeno sul frontespizio, ma soltanto nelle note biografiche e nelle prime pagine. Dal 2014 dom Dupont ha lasciato Serra San Bruno e si dedica interamente al ruolo di procuratore generale dell’Ordine.
  2. «Oggi nel mondo vi sono 19 case di certosini (con circa 370 monaci) e 5 case di certosine (con circa 75 monache). Queste ultime si trovano in Francia, in Italia e in Spagna. Le case dei monaci si trovano in Europa, negli Stati Uniti e in America Latina», www.chartreux.org.

 

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La presa di corrente (Dice il monaco, XL)

Dice dom Jacques Dupont, priore della Certosa di Serra San Bruno dal 1993 al 2014, e procuratore generale dell’Ordine dal 1999:

In questo grande edificio che è la Chiesa, la vita contemplativa ha il compito – o il posto – di una presa di corrente. Intendo proprio il dispositivo sistemato nel basso della parete dove infiliamo la spina, munita di una corda che la collega a una lampada. È essa – la presa – che assicura il contatto permanente con la fonte di luce, di calore e di forza, la Fonte eterna. [«Non è un ruolo esagerato, eccessivo?»] No, anzi è un ruolo umile e nascosto. Il contemplativo permette alla corrente di passare, ma egli a volte neanche vede la luce. Proprio come la presa, può trovarsi in una zona buia, dietro a un mobile o a una tenda. Non aspira a vedere o ad essere visto. Rimane nella pura fede. Veglia mentre è notte.

Da Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno (Jacques Dupont), Rubbettino 2011, p. 30.

 

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«Cum cane unico». La stabilità di Gherardo Petrarca, monaco certosino

«Cenavo per caso presso quella santissima ed ottima persona che fu il vescovo di Padova Ildebrandino, […] quand’ecco che il caso portò da noi due priori del tuo ordine, uno italiano, l’altro francese.» Comincia così una lettera che Francesco Petrarca scrive al fratello Gherardo, probabilmente alla fine del 13521, per raccontargli del curioso incontro. Gherardo, minore di circa tre anni, aveva infatti pronunciati i voti presso la certosa provenzale di Montrieux (Mons Rivi) nel 1343: «con decisione improvvisa», si trova nei testi, dopo aver condiviso con il fratello poeta studi e spostamenti (compresa la famosa ascesa al Mont Ventoux2).

La conversazione si protrae a lungo e a un certo punto il vescovo comincia a interrogare i due monaci a proposito di Gherardo, «chiedendo loro quale vita conducessi, contento del tuo destino e della tua vocazione». I due priori si profondono in lodi di ogni tipo e infine raccontano quanto accaduto in occasione della grande pestilenza di qualche anno prima (la peste nera del 1348). Al primo manifestarsi del male il priore di Montrieux aveva esortato i trentacinque confratelli ad abbandonare la certosa e a mettersi in salvo, ma Gherardo si era opposto, e quando il priore aveva insistito, «tu gli rispondesti di nuovo, con più forza, che andasse pur egli dove credesse, ma che, quanto a te, saresti rimasto nel luogo affidatoti da Cristo». Il priore, che nel frattempo se n’era andato ed era morto poco dopo, non aveva del tutto torto: la peste si era abbattuta sul monastero, con estrema virulenza: uno dopo l’altro i certosini di Montrieux erano morti tutti.

Tutti tranne Gherardo, che, «solo nel monastero», aveva assistito all’agonia dei confratelli, «ricevendone le ultime parole e l’ultimo bacio»; ne aveva lavato i «gelidi corpi», li aveva preparati per le esequie e infine li aveva seppelliti, anche tre in un giorno, scavando da solo trentaquattro fosse e recitando l’ufficio dei defunti per ciascuno di essi; e alla fine, «solo in compagnia di un solo cane [solum te ad ultimum cum cane unico], sei rimasto a vegliare ogni notte dopo aver un pochino riposato durante il giorno».

«Trascorsa quella terribile estate», Gherardo era andato alla Grande Certosa e aveva chiesto nuovi confratelli e un nuovo priore per ripopolare Montrieux, cosa che i priori riuniti in capitolo gli avevano concesso, tributandogli insoliti onori: «Per la tua cura, la tua saggezza, la tua fede il monastero di Montrieux, un tempo venerando e poi reso deserto, era stato rifondato».

Alla fine del racconto il vescovo Ildebrandino è in lacrime e anche il Petrarca è visibilmente commosso. I due religiosi si volgono verso di lui e «ravvisando la mia somiglianza con te non so se per un monito di Dio o per un qualche intuito della mente, subito mi abbracciarono con pianto devoto e con gioia dicendo: “Te felice della pia devozione di tuo fratello!”» Viene in effetti da chiedersi come mai il Petrarca scriva al fratello per raccontargli nei particolari una vicenda che il fratello conosce bene, avendola vissuta, e forse la risposta non è così difficile. Ma ciò nonostante: che storia!

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  1. Le note alla lettera di Francesco Petrarca (Lettere familiari, XVI, 2, in Epistole, a cura di U. Dotti, Utet 19832, p. 354-61) ricordano per l’incipit – Cenabam forte – il famoso attacco di Orazio, «Ibam forte Via Sacra»; un’eco distorta del quale in fondo è arrivata sino agli odierni «ero a colazione l’altro giorno con Giandomenico».
  2. «Quando dovetti pensare a un compagno di viaggio, nessuno dei miei amici, meravigliati pure, mi parve in tutto adatto: tanto rara, anche tra persone care, è una perfetta concordia di volontà e di indoli. […] Finalmente mi rivolgo agli aiuti di casa e mi confidai con l’unico fratello, di me più giovane… Nulla avrebbe potuto ascoltare con maggiore letizia, felice di potersi considerare, verso di me, fratello ed amico», Familiari, IV, 1.

 

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«Tu ricordi, fratello» (Dice il monaco, XXXVII)

In realtà, dice il poeta fratello di un monaco. Scrive infatti Francesco Petrarca in una lettera del 25 settembre 1349 al fratello Gherardo, monaco della Certosa di Montrieux:

Se calcolo bene, nel servizio di Gesù Cristo e nella sua scuola, tu taci ormai da sette anni. È tempo ormai che cominci a parlare oppure, se il silenzio ti è dolce oltre ogni cosa, che mi risponda anche in silenzio. Tu ricordi, fratello, quale una volta era la nostra condizione e quanta faticosa dolcezza cosparsa di infinite amarezze tormentava il nostro animo. […] Tu ricordi quanto grande e quanto vano fosse in noi il desiderio di splendide vesti che ancora mi tiene, lo confesso, per quanto sempre meno ogni giorno; quel continuo affaccendarsi a vestirci e spogliarci, faticosamente ripetuto mattina e sera; quel timore che un capello potesse uscire di riga o che un lieve soffio di vento scomponesse la vanitosa acconciatura della chioma; quella cura che mettevamo nello schivare le bestie che ci venivano incontro o alle spalle perché la veste nitida e profumata non si macchiasse di uno schizzo di fango o, nell’urto, dovesse sgualcirsi. Stolte davvero preoccupazioni degli uomini, e dei giovinetti soprattutto!

Francesco Petrarca, Lettere familiari, X, 3, in Epistole, a cura di U. Dotti, Utet 19832, p. 265 (come assaggio di una storia bellissima del fratello certosino del Petrarca di prossima relazione).

 

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Racchiusi insieme protesi

«Custodiscimi come pupilla degli occhi, / proteggimi all’ombra delle tue ali, / di fronte agli empi che mi opprimono, / ai nemici che mi accerchiano» (Salmi, 17 [16], 8-9); «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali» (Matteo, 23, 37).

Sano_di_Pietro_Madonna_della_Misericordia_1440

Sano di Pietro, “Madonna della Misericordia” (Siena; 1440 ca.; coll. priv.)

Poche immagini come quella della Madonna della Misericordia si prestano così bene a sintetizzare il senso della comunità monastica: il senso dell’essere racchiusi in un luogo, dell’essere insieme, dell’essere protesi verso qualcuno che sta al di sopra di quel luogo. E il Cristo può essere più che degnamente sostituito, in quest’ultimo aspetto, da sua madre. Negli esempi medievali di questo potentissimo tema iconografico, assai diffuso anche tra i laici, c’è poi per me un tratto particolarmente significativo, cioè l’anonimato dei membri della comunità raccolti sotto il manto di Maria, un anonimato dovuto non soltanto allo sviluppo del linguaggio pittorico, ma anche all’acerbità del concetto di individuo.

Come nel caso, scegliendo un esempio tra i più belli, delle clarisse (?) di Sano di Pietro: sorelle distinte soltanto dai voti – si riconoscono chiaramente le due novizie più «piccole» anche nelle dimensioni – e da un codice del velo che, ahimè, non so decifrare. Oltre a quelle visibili, poi, ve ne sono altre quattro, sulla destra, di cui si scorge a malapena solo il contorno del capo: sorelle dell’anonimato perfetto.

Zurbaran_Sevilla

Francisco de Zurbarán, “La Virgen de las Cuevas” (1665; Sevilla, Museo de Bellas Artes)

Che differenza, giusto per fare un altro esempio, con gli immacolati certosini di Zurbarán, che hanno con tutta evidenza un nome e un cognome, una personalità e che il giorno prima che venisse il maestro per il quadro devono essersi ricordati di far stirare le loro tonache con particolare cura. (Anche qui d’altra parte ci sono tre confratelli completamente nascosti.)

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In mezzo a tanta neve (Dice il monaco, III)

Dice Guigo I, certosino:

E poiché, assieme a tutti gli altri compiti che si addicono a una vita povera e all’umiltà, ci cuciniamo da noi stessi i cibi, gli [a colui che abita nella cella] sono date anche due pentole, due ciotole, una terza ciotola per il pane, oppure, al suo posto, un tovagliolo; poi una quarta ciotola, un po’ più grande, per lavarvi il necessario. Poi due cucchiai, un coltello per il pane, una coppa, un bicchiere, una brocca per l’acqua, una saliera, un piatto, due sacchetti per i legumi, un asciugamano. Per il fuoco: un fornello, dell’esca, una pietra focaia, della legna, una scure. Per i lavori: una pialla.

A colui che leggerà queste cose chiediamo che non ci derida e non ci biasimi se prima, per un tempo abbastanza prolungato, egli non sarà rimasto in cella in mezzo a tanta neve e a un freddo così terribile.

Guigo I, Consuetudini della Certosa (1125 ca.), in Fratelli nel deserto. Fonti certosine, II, a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon 2000, p. 148.

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