«Cum cane unico». La stabilità di Gherardo Petrarca, monaco certosino

«Cenavo per caso presso quella santissima ed ottima persona che fu il vescovo di Padova Ildebrandino, […] quand’ecco che il caso portò da noi due priori del tuo ordine, uno italiano, l’altro francese.» Comincia così una lettera che Francesco Petrarca scrive al fratello Gherardo, probabilmente alla fine del 13521, per raccontargli del curioso incontro. Gherardo, minore di circa tre anni, aveva infatti pronunciati i voti presso la certosa provenzale di Montrieux (Mons Rivi) nel 1343: «con decisione improvvisa», si trova nei testi, dopo aver condiviso con il fratello poeta studi e spostamenti (compresa la famosa ascesa al Mont Ventoux2).

La conversazione si protrae a lungo e a un certo punto il vescovo comincia a interrogare i due monaci a proposito di Gherardo, «chiedendo loro quale vita conducessi, contento del tuo destino e della tua vocazione». I due priori si profondono in lodi di ogni tipo e infine raccontano quanto accaduto in occasione della grande pestilenza di qualche anno prima (la peste nera del 1348). Al primo manifestarsi del male il priore di Montrieux aveva esortato i trentacinque confratelli ad abbandonare la certosa e a mettersi in salvo, ma Gherardo si era opposto, e quando il priore aveva insistito, «tu gli rispondesti di nuovo, con più forza, che andasse pur egli dove credesse, ma che, quanto a te, saresti rimasto nel luogo affidatoti da Cristo». Il priore, che nel frattempo se n’era andato ed era morto poco dopo, non aveva del tutto torto: la peste si era abbattuta sul monastero, con estrema virulenza: uno dopo l’altro i certosini di Montrieux erano morti tutti.

Tutti tranne Gherardo, che, «solo nel monastero», aveva assistito all’agonia dei confratelli, «ricevendone le ultime parole e l’ultimo bacio»; ne aveva lavato i «gelidi corpi», li aveva preparati per le esequie e infine li aveva seppelliti, anche tre in un giorno, scavando da solo trentaquattro fosse e recitando l’ufficio dei defunti per ciascuno di essi; e alla fine, «solo in compagnia di un solo cane [solum te ad ultimum cum cane unico], sei rimasto a vegliare ogni notte dopo aver un pochino riposato durante il giorno».

«Trascorsa quella terribile estate», Gherardo era andato alla Grande Certosa e aveva chiesto nuovi confratelli e un nuovo priore per ripopolare Montrieux, cosa che i priori riuniti in capitolo gli avevano concesso, tributandogli insoliti onori: «Per la tua cura, la tua saggezza, la tua fede il monastero di Montrieux, un tempo venerando e poi reso deserto, era stato rifondato».

Alla fine del racconto il vescovo Ildebrandino è in lacrime e anche il Petrarca è visibilmente commosso. I due religiosi si volgono verso di lui e «ravvisando la mia somiglianza con te non so se per un monito di Dio o per un qualche intuito della mente, subito mi abbracciarono con pianto devoto e con gioia dicendo: “Te felice della pia devozione di tuo fratello!”» Viene in effetti da chiedersi come mai il Petrarca scriva al fratello per raccontargli nei particolari una vicenda che il fratello conosce bene, avendola vissuta, e forse la risposta non è così difficile. Ma ciò nonostante: che storia!

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  1. Le note alla lettera di Francesco Petrarca (Lettere familiari, XVI, 2, in Epistole, a cura di U. Dotti, Utet 19832, p. 354-61) ricordano per l’incipit – Cenabam forte – il famoso attacco di Orazio, «Ibam forte Via Sacra»; un’eco distorta del quale in fondo è arrivata sino agli odierni «ero a colazione l’altro giorno con Giandomenico».
  2. «Quando dovetti pensare a un compagno di viaggio, nessuno dei miei amici, meravigliati pure, mi parve in tutto adatto: tanto rara, anche tra persone care, è una perfetta concordia di volontà e di indoli. […] Finalmente mi rivolgo agli aiuti di casa e mi confidai con l’unico fratello, di me più giovane… Nulla avrebbe potuto ascoltare con maggiore letizia, felice di potersi considerare, verso di me, fratello ed amico», Familiari, IV, 1.

 

6 commenti

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6 risposte a “«Cum cane unico». La stabilità di Gherardo Petrarca, monaco certosino

  1. Pingback: letteratura come autoritratto | ATBV

  2. Cristina

    La scrittura permette di sperimentare ciò che la realtà non ci ha dato. Francesco ripete a Gherardo la vicenda per la necessità propria di condividere l’esperienza del fratello. In tal modo le emozioni e i sentimenti che era naturale vivesse sono ricreati almeno idealmente. Con la speranza che ciò che è impossibile allo scrittore non è impossibile a Dio. Intanto ha fatto la sua parte. (mi sembra)

    • MrPotts

      È senz’altro una lettura plausibile. Da parte mia, forse un po’ maliziosamente, non riesco a non pensare che il Petrarca, venuto a conoscenza di una storia così significativa, oltre a condividere l’emozione con il fratello, abbia pensato anche alla bella lettera che avrebbe scritto e che sarebbe stata tramandata ai posteri. (Ma è solo una congettura.)

  3. Pingback: Gherardo Petrarca «Cum cane unico» | Cartusialover's Blog

  4. Bella storia! capiamo bene che cosa è la stabilitas e cosa vuol dire darsi a Dio definitivamente. E Petrarca rappresenta l’uomo di oggi (e di sempre?) che ammira le grandi scelte, ma continua ad essere attirato da luccichio del mondo e della gloria

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