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Io a Lione non ci vengo (miniatura di Eucherio con signora)

Seguendo le vicende di Eucherio di Lione, figura importante del monachesimo occidentale del IV secolo e vicino all’ambiente di Lerins, ho provato a consultare la voce che Adone di Vienne (vissuto circa quattrocento anni dopo) dedica al vescovo nel suo Martirologio (16 novembre). Sono, e rimango, molto prudente circa le mie capacità di capire il latino medievale, ma questa volta il senso generale mi pare di averlo compreso…

Adone racconta che Eucherio ha lasciato l’ordine senatoriale per convertirsi a una vita santa, ritirandosi in una grotta, su un terreno di sua proprietà presso il fiume Druenza (la Durance), a digiunare e a pregare. Alla morte del vescovo di Lione, la comunità locale si domanda chi possa essere il successore e, nel dubbio, invoca il Signore che lo riveli. Appare dunque un angelo con volto di bambino che dice: «C’è un certo senatore, si chiama Eucherio, che, chiusosi in una caverna sul Druenza, ha lasciato tutto ciò che possedeva e ha seguito il Signore; andate a prenderlo e fatene il vostro pastore, poiché è il prescelto dal Signore».

Il mattino dopo si va, in gruppo. Si contatta l’arcidiacono della zona e si raggiunge il luogo. Eucherio è proprio lì, sicut Dominus revelerat. Quando gli riferiscono il motivo della visita, Eucherio risponde che lui, dalla grotta, di sua volontà, non esce. Ha giurato e quindi non seguirà l’arcidiacono, a meno che non sia condotto via incatenato.

A quanto pare la cosa va un po’ per le lunghe, Eucherio è inamovibile («Cumque diu talia repeteret»), tanto che l’arcidiacono, uomo pratico, butta giù un lato della grotta e, imprigionatolo, trascina Eucherio a Lione: «Archidiaconus, effracto muro speluncae, eduxit eum, et juxta quod ipse juraverat, vinctum perduxit Lugdunum». Qui, Eucherio è subito installato, per acclamazione, sulla cattedra vescovile.

Ma ecco quello che stavo cercando (il tema è quello della coppia nell’ambito del monachesimo delle origini, e prima o poi forse ne verrà fuori qualcosa…), la moglie di Eucherio e la famiglia: «Sua moglie Galla, consacrata al santo servizio divino, prese il suo posto nella grotta e passò tutto il tempo della sua vita nello studio della religione. Le loro due figlie, Consortia e Tullia, risplendettero per la grazia della verginità e la gloria delle profezie.»

(Per chi volesse, il testo di Adone si può leggere qui, alla colonna 395.)

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Valtario, or: Once a warrior, always a warrior

Una buona parte del Libro secondo della Cronaca di Novalesa (metà del XII secolo; anche della Novalesa, che tra l’altro è un gran bel posto) è occupata dal racconto della leggenda di Valtario. In esso, spiega Gian Carlo Alessio, ottimo curatore dell’edizione, «il cronista salda in serie due versioni della leggenda: quella costruita con le vicende del Valtario monaco e, preoccupato di attribuire consistenza storica alla figura, quella imperniata sulle imprese di Valtario guerriero, a volte riproducendo integralmente, a volte riassumendo, anche sbrigativamente, il poema epico consacrato alle gesta dell’eroe aquitano». Le questioni filologiche che il testo solleva sono da vertigini, e non posso che rimandare agli esaurienti apparati del volume, ma c’è un episodio gustoso che può essere estrapolato in nome del piacere della narrazione agiografica ed esemplare (d’altra parte, lo stesso cronista confessa un debole per il gusto del racconto: «Poiché si è presentata una buona occasione per dilungarci a narrare, il nostro racconto si è un po’ sviato, ma è bene che ora torniamo a occuparci della nostra storia», II, 5).

Diciamo, riassumendo all’estremo, che Valtario, nato da re, è stato dato in ostaggio ad Attila, presso la corte del quale è cresciuto, tanto forte, saggio e leale da arrivare a guidarne l’esercito con innumerevoli successi: un grande guerriero valoroso e temuto. Che però non ha mai dimenticato la sua origine e che alla prima vera occasione è fuggito per «tornare a casa». Varie vicende lo hanno portato a peregrinare, ad abbandonare le armi, a farsi monaco, dapprima itinerante e infine stabile proprio all’abbazia di Novalesa.

Ed è lì che lo troviamo, anziano, ancor più saggio e rispettato dal suo abate Asinario, quando al monastero giunge la notizia che un gruppo di «famigli del re Desiderio» (re dei Longobardi dopo il 750 – anche da questo si può evincere che la scrupolosità cronologica non era tra gli scopi del cronista) ha assaltato il «carro padronale» dell’abbazia, carico del grano e del vino destinati ai monaci. Dopo breve consulto, l’abate spedisce Valtario all’inseguimento dei predoni: «Li esorterai a restituirci con sollecitudine le provviste che ci hanno strappato con la violenza, se non vorranno incorrere fulmineamente nella grave ira di Dio».

Valtario, adesso monaco, ma un tempo abile stratega e previdente, chiede istruzioni precise: cosa farò se mi vorranno privare della tunica, della cocolla, della pelliccia e della camicia? L’abate non ha esitazioni: dà loro tutto, perché «così ti è stato ordinato dai monaci». «Allora Valtario: “Mio signore, non spazientirti se ancora insisto: come dovrò comportarmi se anche con le brache vorranno fare quello che prima avranno fatto col resto?”» Le brache no, risponde Asinario, basta il resto. Okay, vado.

«In breve tempo» raggiunge i predoni e li invita umilmente a rimediare alla loro scelleratezza. Quelli lo ingiuriano. Valtario riprova con parole più decise. Quelli si arrabbiano e lo fanno spogliare. «Giunti alle brache [lo sapevo che si finiva lì…], Valtario fece a lungo resistenza, dicendo che i monaci  non gli avevano affatto comandato di togliersi le brache.» E chi se ne frega dei monaci, ribattono i longobardi, mettendogli le mani addosso. Non l’avessero mai fatto…

«Senza farsi notare» Valtario stacca una staffa da una sella e la vibra sulla testa di uno dei predoni, poi gli prende le armi e si mette a menare colpi tremendi, «finché, guardandosi attorno, adocchiò un vitello che pascolava, lo abbrancò, gli divelse una spalla con cui si mise a percuotere i nemici». A quello che gli aveva dato più fastidio cercando di togliergli i sandali, mentre era chino, tira sul collo «un pugno così poderoso da rompergli l’osso e da mandarglielo in gola». Molti li uccide, gli altri li disperde. Infine la raccoglie le sue cose, recupera il carro e torna al monastero vincitore.

L’abate, però, già informato dei fatti, accoglie Valtario con gemiti e preghiere e gli infligge una dura penitenza, «perché non mostrasse superbia nel corpo per un così grave misfatto e ne patisse poi danno nell’anima».

Non è fuori luogo, come dice il curatore, ricordare qui l’exemplum «che anche oggi proverbialmente si riassume nel vulgato (eufemistico) “non calare le brache”, vale a dire nell’invito a non cedere senza resistere dinanzi alle difficoltà».

Cronaca di Novalesa (II, 10-11), a cura di G.C. Alessio, Einaudi 1982.

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La «Vita di santa Macrina» (pt. 2)

(la prima parte è qui)

È la morte della sorella, come si diceva, a «interessare» maggiormente Gregorio di Nissa. Morte di fronte alla quale si manifesta ancor più, ai suoi occhi, la grandezza di lei. Macrina aveva già mostrato «la sublimità del suo animo» in occasione della scomparsa, prematura, del fratello Naucrazio, quando «non solo conservò la calma rifuggendo da irrazionali manifestazioni di dolore, ma prestò valido soccorso alla madre che dava prova di debolezza, sollevandola dall’abisso di dolore in cui era caduta», poi di quella della stessa madre e infine di quella del fratello Basilio (quella del padre è menzionata di sfuggita). Sempre Macrina aveva resistito, «come un invitto atleta», ai colpi della sorte mantenendo lo sguardo sereno sull’oltre e, questo è ciò che preme a Gregorio, «levandosi al di sopra della natura medesima».

Ora è il suo turno. Gregorio lo apprende per caso. Sta andando a trovarla e incontra uno dei «servi» del monastero: «Domandai, allora, notizie della grande. La risposta fu che era in preda a grave morbo». Gregorio si affretta ad Annesi e si precipita nella cella di Macrina. Fratello e sorella si vedono, lei fa per tirarsi su (è stesa su «una tavola ricoperta da un sacco»), lui, «sorreggendole con le mani il volto inchinato a terra», la rimette sdraiata. Lei parla, «filosofando intorno alla natura dell’anima e spiegandoci la ragione della vita nella carne, e perché l’uomo è stato fatto e come egli è mortale», lui piange e si sente quasi «libero dai vincoli della natura umana».

Poi Macrina dice che sta meglio («né lo diceva per illuderci») e manda il fratello a riposarsi e rifocillarsi. Quindi sono di nuovo insieme e si abbandonano ai ricordi, «a partire dagli anni della giovinezza». Viene la notte. Salmi e preghiere, «tra un ansimare lieve, persistente». «A quella vista ero combattuto tra me e me da contrastanti sentimenti», ricorda Gregorio: «triste» perché di lì a poco non avrebbe  più udito la sua voce, «però entusiasta innanzi allo spettacolo che si offriva ai miei occhi, convinto che la vergine aveva varcato i confini della natura umana».

La sera dell’indomani Macrina muore. Seguono i primi riti, la vestizione, la notizia che si diffonde, il concorso di folla, l’esposizione della salma, la processione, la funzione, la sepoltura accanto alla madre: si fa il «tempo di pensare al ritorno».

La compostezza, la fortezza, la speranza sono il segno di questa cronaca minuziosa e consapevole dei posteri, ma a me sono rimasti impressi soprattutto due frammenti, incastrati fra tanto ritegno, una «cosa» sfuggita alle consorelle cui Macrina aveva sempre raccomandato il «decoro in ogni evenienza» e una confessione dell’autore: «Quando non fu possibile dominare più a lungo la sofferenza, come fuoco avvampasse nel profondo dei cuori consumandoli, [le religiose] mandarono un urlo straziante, irrefrenabile. Anch’io», aggiunge Gregorio, «non seppi contenermi».

(2-fine)

Gregorio di Nissa, Vita di santa Macrina, a cura di E. Marotta, Città Nuova 1989.

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La «Vita di santa Macrina» (pt. 1)

In fondo non stupisce che metà della già breve Vita di santa Macrina, che Gregorio di Nissa dedica, probabilmente intorno al 390, alla sua sorella maggiore, sia occupata in realtà dalla sua morte. È nella morte infatti che si concentrano una serie di temi dell’opera di Gregorio, che sgorgano qui esaltati dal dolore, seppur trattenuto, per la scomparsa di una donna che «non era estranea alla mia famiglia».

Secondo Gregorio, spiega Peter Brown, successivamente alla Caduta, insieme con la morte una nuova percezione del tempo era entrata a far parte della condizione umana: al tempo «puro» della creazione, caratterizzato dalla certezza del fine, era subentrato un tempo terreno «impuro» e incerto, denso di «ansie mai soddisfatte e vissuto come una perpetua e inquieta “tensione” dell’anima verso un futuro minaccioso e ignoto». «Il tempo umano era fatto da incessanti tentativi di evitare la morte», e al suo cuore, per così dire, trovava posto «l’orologio del matrimonio», lo strumento principe nella lotta contro la paura della fine. Per Gregorio, dunque, «il modo migliore di vincere quella paura consisteva nell’evitare la specifica istituzione sociale che ne era l’esplicito frutto»; di qui l’ossessione per il celibato e il nubilato, la verginità, l’astinenza: «Nel cuore dell’individuo casto cessava finalmente il sonoro ticchettio emesso dall’orologio del tempo mondano».

Così, Macrina, di cui Gregorio acconsente a scrivere, «affinché una vita così luminosa non fosse ignorata e non rimanesse nell’oblio, senza profitto, l’operato di una donna che, in forza del suo vivere filosofico, raggiunse il più alto grado di virtù».

La prima immagine la coglie all’età di dodici anni, «quando, soprattutto, rifulge il fiore della giovinezza», e Macrina «nonostante la sua riservatezza, non riesce a tenere nascosta la propria bellezza». Siamo intorno al 340, Macrina infatti è nata probabilmente nel 328 a Cesarea di Cappadocia, nella ricca famiglia di Emmelia e di Basilio il Retore, un «esercito di santi» se si considera che seguono la vocazione religiosa cinque dei dieci figli, tra i quali appunto Gregorio e il grande Basilio. Alla morte – ecco – del pretendente scelto dal padre, Macrina, già molto addentro alle sacre scritture, sceglie la verginità, sostenendo che lo sposo promesso è soltanto «momentaneamente lontano», «in viaggio e non già defunto», che lo ritroverà dopo la resurrezione e che quindi non vede perché non debba restargli fedele.

Il matrimonio, come accennato, era in quel contesto materia molto delicata, piena di risvolti economici, sociali e politici, ma la ragazza è irremovibile e convince anche la madre, cui è molto legata, «a rinunziare all’abituale esistenza molto agiata e ai servizi delle domestiche cui era stata avvezza sino ad allora». Dopo la morte del padre, all’età di circa vent’anni, Macrina lascia Cesarea e si ritira ad Annesi, in una proprietà di famiglia, dove fonda un asceterio che si trasforma presto in un vero e proprio monastero femminile, cui ne risulta affiancato anche uno maschile, poi affidato al fratello Pietro, l’ultimogenito. Alle consorelle Macrina detta una regola che purtroppo non si è conservata e sulla quale lo stesso Gregorio si diffonde brevemente. Libertà dalle passioni mondane, lavoro (pare che Macrina fosse particolarmente abile nel «lavoro della lana») e preghiera, preghiera continua e incessante: un’esistenza, commenta Gregorio, «sospesa a mezzo tra la natura umana e quella angelica». «Come le anime libere dai corpi in seguito a morte sono esenti dalle cure di questo mondo, così la loro esistenza era distaccata, del tutto lontana dalle vanità terrene e regolata in modo da imitare le vite degli angeli».

Anzi, azzarda Gregorio, forse si potrebbe dire addirittura che erano superiori a essi, perché comunque «vivevano nella carne, eppure non erano appesantite dal corpo: lievi, levandosi in alto, spaziavano per il firmamento in compagnia degli angeli».

(1-continua)

Gregorio di Nissa, Vita di santa Macrina, a cura di E. Marotta, Città Nuova 1989 (cfr. anche Peter Brown, Il corpo e la società. Uomini donne e astinenza sessuale nel primo cristianesimo, Einaudi 2011).

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Monaci de menare

Credo sia sufficientemente chiaro come abbia il massimo rispetto per i testi della tradizione monastica (per quelli di quasi tutte le tradizioni, in realtà). Qualche volta, tuttavia, la tentazione di una lettura «moderna» e un po’ disincantata è forte, soprattutto nel caso delle agiografie («L’agiografia è un continente vastissimo. Ognuno può scegliervi, secondo le sue preferenze, o la tesi che vuole provare, o i testi che gli sono utili», dice Jean Leclercq). Ecco dunque una storia di fronte alla quale ho ceduto. È uno dei «miracoli» di Benedetto da Norcia, ed è raccontato da Gregorio Magno nel secondo libro dei suoi Dialoghi, la Vita di san Benedetto appunto (capitolo 4).

In uno dei monasteri che Benedetto ha fondato dalle parti di Subiaco c’è un monaco che durante la preghiera comune si distrae sempre. Non riesce a rimanere inginocchiato nell’oratorio e se ne va a spasso per l’abbazia dedicandosi ad altre attività. L’abate Pompeiano è preoccupato, lo rimprovera, lo porta pure al cospetto di Benedetto, che lo ammonisce aspramente, ma quello niente: dopo due giorni di obbedienza, il terzo giorno, di nuovo, se ne va «in giro a fare altro». Benedetto allora, messo al corrente, prende l’iniziativa: «Verrò io personalmente a correggerlo».

Arrivato al monastero, e giunta l’ora della preghiera, Benedetto scopre subito la a causa di tale comportamento: infatti «vide che un negretto [niger puerulus] trascinava fuori, prendendolo per il lembo della veste, quel monaco che non riusciva a fermarsi a pregare». Chiama Pompeiano e il suo confratello Mauro e dice loro: non vedete di chi è la colpa? È l’antico avversario, non lo vedete? Ma loro no, non vedono niente. Benedetto invoca allora il Signore e dopo un paio di giorni Pompeiano ancora niente ma Mauro sì, lo vede. Così, il terzo giorno, Benedetto si piazza fuori dell’oratorio e quando il monaco distratto fa per uscire, bam, gli assesta «un colpo di verga»: «E da quel giorno il negretto non ebbe più con le sue tentazioni alcuna influenza su di lui che rimaneva immobile a pregare». Come se a essere percosso fosse stato proprio lui, commenta Gregorio, il demonio non si azzardò più a infastidire il monaco. Certo, come se.

La storiella è significativa anche perché offre il più classico esempio di ambiguità della traduzione. Mi interessa molto, infatti, ciò che il monaco distratto va a fare invece di pregare insieme con i confratelli. Il testo latino dice: «Ipse egrediebatur foras et mente vaga terrena aliqua et transitoria agebat». La mente vaga e le cose terrena et transitoria sono il punto cruciale. La traduzione a cura dei padri benedettini di Subiaco (pubblicata da Città Nuova) risolve così: «Egli se ne usciva e, con la mente svagata, si occupava di cose materiali e futili», mentre la traduzione di Manlio Simonetti (edizione Fondazione Valla / Mondadori) recita: «Egli usciva fuori dell’oratorio con la mente occupata da pensieri vaganti, futili e mutevoli» (in cui, tra l’altro, si perde completamente l’agebat, cioè il fare). Molto diversa, invece, la resa di Giovanni Bellardi (pubblicata da Jaca Book): «Se ne usciva fuori e con la mente rivolta ora a una cosa ora a un’altra si occupava di faccende riguardanti la nostra terrestrità quotidiana». Forse si spinge un po’ troppo in là (quanto ci possiamo riconoscere, però, in quella terrestrità quotidiana…), il Bellardi, ma secondo me coglie un aspetto fondamentale.

C’è una bella differenza, infatti, tra un monaco, un uomo, che si gingilla con pensieri futili e mutevoli e va in giro annoiato, e un monaco, un uomo, che non riesce a star fermo (come certi scolari) e che preferisce andare, chessò, a spazzare il chiostro, a riparare il pozzo o a preparare le verdure per i confratelli… cose effimere, certo, ma tutt’altro che futili.

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La beata Oda (i monaci e il matrimonio, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Si diceva della beata Oda, nata intorno al 1120 da famiglia nobile, che sin da piccola aveva deciso di entrare nel monastero premostratense di Bonne-Espérance. Filippo di Harvengt ne racconta la vita, diffondendosi con ampiezza sui particolari del suo rifiuto del matrimonio. Venuto a sapere dell’intenzione della figlia di farsi monaca, il padre si affretta a cercarle un fidanzato, un tal Simone, e a fissare la data delle nozze. Oda ribadisce la sua volontà e il padre per un momento pare disposto al rinvio, ma poi la inganna e le fa trovare tutti i parenti schierati nel cortile del castello. La portano davanti al sacerdote, dove l’aspetta il promesso sposo. «Secondo l’uso, il prete domanda tre volte di seguito a Simone se consente liberamente a unirsi legalmente a Oda [utrum Odam virginem sibi legaliter copulari volontarie consentiret]». Il giovane risponde tre volte di sì. Il prete si volge alla ragazza e le pone la stessa domanda. Oda, arrossendo e chinando la fronte («vultu rubore perfuso et fronte tenera inclinata»), tace. Sconcerto generale. Tale che un’amica di famiglia interviene e cerca di convincere la giovane, pregandola di aprire la bocca e di pronunciare, con gratitudine, il suo assenso.

A questo punto, Oda sbotta: «Poiché volete che io dica che mi fa piacere sposare costui, sappiate con certezza che io non voglio né lui né altri. Dall’infanzia sono legata d’amore, e ripongo fiducia in colui al quale ho dato, vergine, la mia verginità. Né l’amore di un altro, né le ricchezze, né le minacce o le percosse dei miei genitori potranno mai separarmi dai suoi abbracci».

Scoppia un pandemonio. Simone dà fuori di matto, si sente offeso e ingannato e, «come se avesse il nemico alle spalle», monta a cavallo e torna a casa con i suoi. I parenti di Oda sono infuriati («adversum eam graviter stomachantur»), discutono delle conseguenze. Il padre urla: sua figlia, volente o nolente, si sposerà. Approfittando della confusione, Oda scappa a casa e si rifugia nella camera della madre. È disperata e invoca l’aiuto di Dio. Impugna allora una spada che… era appesa sopra il letto («arrepto gladio quem ad caput lectuli videt dependere») e cerca di tagliarsi il naso. Ma le trema la mano. Non è abituata a maneggiare le armi. Non ce la fa, e maledice la lama che si rifiuta di deturparla. Così, raccogliendo tutte le forze, si squarcia le narici («obliquo vulnere nares detruncavit»). Il sangue sgorga copioso, e distrugge lo splendore del suo viso («sicque vultus sui genuinum splendorem admodum deturpavit»).

Intanto arrivano i familiari, e poi il padre, e la madre, e la cercano, battono sulla porta chiusa, e la sfondano, e trovano la giovane sfigurata… Ci vorranno ancora molte lacrime e molto sangue prima che Oda possa vedere riconosciuta la sua scelta, ma un’ultima invocazione della ragazza al padre lo convincerà a lasciarla andare.

* * *

Tornando ai principi sui quali insiste la «teologia matrimoniale» del XII secolo, dopo il consenso, si passa all’unione carnale.

(2-continua)

Jean Leclercq, I monaci e il matrimonio. Un’indagine sul XII secolo, SEI 1984.

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Scolastica e Benedetto

Siamo nel 547 (o nel 543, o forse nel 553). Come ogni anno Scolastica, monaca sin dalla primissima età, va a trovare il fratello Benedetto, venerabile abate di Montecassino. L’incontro ha luogo in una piccola proprietà dell’abbazia, non lontana dalla porta. Benedetto scende dalla collina e raggiunge la sorella, accompagnato da alcuni discepoli. La giornata, una splendida giornata di sereno, passa in «colloqui spirituali». Si fa sera e viene l’ora di mangiare. È tardi ormai, ma, mentre sono ancora a tavola, Scolastica, gravata da un presentimento, s’interrompe e supplica il fratello: «Ti prego, non lasciarmi questa notte, rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie della vita celeste».

Benedetto s’irrigidisce: «Quid est quod loqueris, soror? Che dici mai, sorella? Non posso assolutamente trattenermi fuori del monastero». Di fronte al rifiuto, Scolastica «pone sulla tavola le mani con le dita intrecciate e abbassa il capo tra le mani per invocare il Signore onnipotente». Improvvisamente scoppia un temporale. La pioggia è violentissima e comincia a scrosciare nello stesso istante in cui la monaca rialza il capo con gli occhi gonfi di lacrime. Benedetto è molto seccato: la Regola, la Regola che ha scritto lui, gl’impone di rientrare, ma non può; ed è anche turbato, per il gesto della sorella: cos’hai combinato, sorellina? Che Dio ti perdoni… «Vedi», gli risponde Scolastica, «io ti ho pregato, e tu non hai voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed Egli mi ha esaudita. Ora esci, se puoi; lasciami pure e torna al monastero.»

Ma è impossibile uscire, e Benedetto è costretto a restare. Fratello e sorella passano la notte insieme, vegliando e «scambiandosi discorsi di vita spirituale». Al mattino si salutano e fanno ritorno ai rispettivi monasteri. Tre giorni dopo Benedetto ha una visione: sua sorella è morta. Manda alcuni confratelli a prelevare il corpo, «per deporlo nel sepolcro che egli aveva preparato per sé».

Tradizionalmente, la morte di Scolastica è stabilita il 10 febbraio. Benedetto muore il 21 marzo successivo, e le viene seppellito accanto. Il 6 febbraio 547 la Regola fu sconfitta dall’amore, di una donna: «Dato che, come dice Giovanni, Dio è amore, per giusto giudizio poté di più colei che amò di più».

(La storia è raccontata da Gregorio Magno, nel secondo libro dei suoi Dialoghi, al capitolo 33. Ho mescolato alcune delle molte traduzioni disponibili.)

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L’imperatore e l’eremita

Mi capita non di rado, mentre leggo qualcosa di monastico, di essere distratto da un particolare che, lì per lì, potrebbe scorrere tranquillo nel flusso delle informazioni, e che invece improvvisamente si ingrandisce e ruba la scena. Mi distraggo, pazienza, vuol dire che riprenderò da capo.

Stavo leggendo, per esempio, un articolo su Romualdo, il fondatore di Camaldoli, e sui suoi spostamenti in area ravennate, e a un certo punto leggo questo: «Qui [ad Auregario, oggi Santa Maria in Aula Regia, a Comacchio] resta poco tempo perché è impossibile vivervi: dal fango palustre emana un terribile fetore, l’aria è tanto corrotta che ne esce depilato, tumefatto e di colore verde vivo». Ecco, non riesco più a pensare ad altro che all’immagine del sant’uomo, glabro e verde. L’estensore dell’articolo, Ruggero Benericetti, dissimula con una sommessa parentesi – «(a causa della malaria?)» – e passa oltre, io no. O meglio, rallento e comincio a pensare all’ostinatissimo Romualdo (personaggio complesso e molto interessante, un Padre del deserto tornato al mondo nel X secolo, un osso duro, uno spirito animato soprattutto da una micidiale inquietudine) che vaga per quei posti, fascinosi oggi e molto insalubri allora (è il 991), alla ricerca di un luogo dove, si potrebbe quasi dire, marcire in solitudine.

Riprendo il passo e il tono dell’articolo e leggo che poco dopo Romualdo si sposta a «15 chilometri a nord-ovest di Ravenna dove l’aria, si fa per dire, è meno pestilenziale», al Pereo, isolotto che si trovava nella zona paludosa tra due bracci del Po, il Po di Primaro e il Po di Badareno, oggi scomparso. Qui si stabilisce, ed «erige una cella misera, costituita di pali di legno e assi», una capanna dove rimane per cinque anni, pregando, lavorando (cucchiai di legno, reti da pesca, vimini) e cercando di evitare i discepoli che affluiscono richiamati dalla sua fama di santità.

Ho fatto appena in tempo a distogliere l’attenzione da Romualdo verde, ed ecco che «nel maggio del 996 l’eremita vede arrivare alla sua cella, col suo seguito variopinto di principi, vescovi e soldati l’imperatore di Germania Ottone III in persona». L’imperatore lo ha raggiunto, si suppone non senza difficoltà (avrà chiesto indicazioni?), per fargli accettare la nomina ad abate del monastero di Classe. E non è finita, perché «dopo un primo colloquio, poco fruttuoso, l’ora si fa tarda e l’augusto ospite decide, tra la sorpresa generale, di pernottare nell’isola e nell’eremo». Cioè, l’imperatore che dice: Stasera ci fermiamo qui, che devo parlare ancora con Romualdo. Posso soltanto figurarmi i mormorii dei vescovi… Non c’è verso di fargli cambiare idea, e Ottone dorme effettivamente con l’eremita, «solo rifiuta la coperta di cui Romualdo si serve abitualmente, giudicata dal sovrano troppo ispida».

Quanto ho immaginato quella sera e quella notte? Cosa si saranno detti, con quali parole? Avranno guardato insieme il paesaggio, il tramonto? Si saranno lamentati per le zanzare?

Per la cronaca, Romualdo accetterà l’incarico (anche se tutto poi finirà male) e la storia andrà avanti, seria e significativa. Ma quella notte, in un certo senso, non è mai finita.

Ruggero Benericetti, San Romualdo e la fondazione del monastero di Sant’Alberto, in «Benedictina», gennaio-giugno 2010.

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«Di certo, non era molto bella» (Vita di sant’Ugo di Grenoble, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Nonostante il rigore certosino, non mancano nelle brevi pagine di Guigo momenti meno drammatici e anche decisamente più lievi, che raccontano il contorno, fanno emergere particolari quotidiani, riecheggiano vicende collettive, sempre con quel tono personale e fermo non proprio consueto e a conferma di quei «paradossi dell’agiografia certosina» ricordati dal curatore: il bisogno di rinchiudersi nell’eremo che si scontra con la necessità di partecipare in qualche forma al mondo che sta cambiando.

Si possono così incontrare personaggi storici famosi, fissati in sei parole lapidarie, come Matilde di Canossa: «donna ma dalla tempra davvero virile»; leggere osservazioni sull’eccezionalità del padre di Ugo, che non ebbe alcuna donna al di fuori del matrimonio: «una cosa quasi incredibile al giorno d’oggi, soprattutto tra i potenti»; assistere a scene di folla, come quella, impressionante, che si raccoglie intorno alla bara del santo, portando ceri, offerte, bambini in fasce («Vi furono persino alcuni che, baciando i sandali con fede fin troppo ardente, li morsero con l’intenzione di portarsene via un frammento per il loro potere di guarigione»).

E l’esposizione degli episodi della vita del santo spesso dà luogo a immagini molto vivide e immediate, di gusto narrativo e di involontario umorismo. Uno dei carismi di Ugo, per esempio, erano le lacrime; detto in altre parole, e senza malizia, il benedett’uomo piangeva sempre, di gioia, di dolore, per sé, per gli altri, sempre. Anche quando mangiava, perché aveva preso l’abitudine di far leggere a mensa qualche testo sacro e spesso si commuoveva. Va da sé che il piacere del cibo ne risultasse compromesso, anche nei commensali, che talvolta si spazientivano: «Questi, sapendolo per esperienza, quando vedevano arrivare questa commozione, facevano cenno al lettore di interrompersi per un po’, per scansare almeno per il momento questo fastidio». Come dire: Già mangiamo poco, ci manca solo che Ugo scoppi in lacrime…

Per proteggere i sensi dalle tentazioni, poi, il santo aveva messo a punto una serie di stratagemmi. In realtà il gusto non rappresentava un problema, giacché un costante mal di stomaco preveniva qualsiasi eccesso; al tatto aveva rinunciato «prima ancora di ricevere l’ordinazione» (?); sul fronte dell’olfatto stava attento soltanto ai «cattivi odori», perché aveva spesso mal di testa e per l’udito aveva dichiarato guerra alla maldicenza («A ciascuno – diceva – bastano i suoi peccati. Non c’è bisogno di macchiare la propria coscienza o la propria lingua ascoltando o sparlando di quelli altrui»). Per la vista le attenzioni erano maggiori, dati anche i suoi incarichi pastorali. Nonostante questi, per esempio, il santo non guardava mai in faccia le donne, nemmeno quando si trattava di raccogliere una confessione o di porgere conforto. Una volta l’autore stesso, Guigo, apprende che sua madre ha incontrato il vescovo e, con spontaneità di figlio, chiede a lui come l’ha trovata, «se la vecchiaia l’aveva molto provata». Al che il santo «pensò un po’ tra sé e poi disse: “Non so se sia vecchia o no”». In realtà a questo bizzarro comportamento è sottesa un’osservazione non banale, perché, come dice lo stesso Ugo, «per la comune mutevolezza umana – come ognuno può capire dall’esperienza – i sentimenti dell’osservato spesso si trasferiscono con incredibile velocità all’osservatore», ed è già sufficiente avere a che fare con le proprie passioni senza farsi «contagiare» da quelle altrui (che è così umano, però, e così bello talvolta…).

A onor del vero, Guigo ricorda che per oltre cinquant’anni Ugo non conobbe mai volto femminile, «tranne uno». Lo dice due volte, anzi, ma per compensare tale eccezione si lascia scappare un commento, diciamo così, molto curioso, poiché costei, l’unica immagine di donna a imprimersi sulla retina del santo, era «una che, di certo, non era molto bella, ma molto bisognosa del suo consiglio». Non sia mai.

(2 – fine, la prima parte è qui)

Guigo I, Vita di Sant’Ugo vescovo di Grenoble, a cura di Daniele Solvi, in «Benedictina», gennaio-giugno 2010.

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«La pensi ciascuno come vuole» (Vita di sant’Ugo di Grenoble, pt. 1)

I certosini si distinguono anche quando si dedicano all’agiografia, un genere non statico e tuttavia dotato di regole durature. E lo fanno grazie a quel tono che altrove ho definito aristocratico e a quella serena consapevolezza di appartenere in un certo senso all’avanguardia delle schiere monastiche. Ne è un esempio la breve ed equilibrata Vita di Sant’Ugo vescovo di Grenoble di Guigo I, priore della Chartreuse, sollecitata da papa Innocenzo II pochi anni dopo la morte del vescovo (avvenuta nel 1132) per sostenerne la canonizzazione. Guigo, contemporaneo e testimone diretto di alcuni eventi, non si discosta nel complesso dallo standard, ma il suo testo non è privo di osservazioni personali e di espressioni che trovo notevoli e anche sorprendenti (segno di una solida autonomia di giudizio), se si considera soprattutto l’epoca in cui vennero scritte.

Sin dalle prime battute. Se da un lato, infatti, Guigo non si sottrae alla descrizione dei natali di Ugo (nato a Châteneuf-sur-Isère nel 1052, da famiglia nobile), tiene anche a sottolineare con forza che le origini di un individuo non significano nulla se non sono sostenute dalle virtù, e aggiunge: «E in fondo cosa importa di più: da che famiglia uno è nato, o in che modo è vissuto?» Oppure quando affronta il tema obbligato dei miracoli: a Ugo non ne viene attribuito neanche uno, ma che importa, era casto, avveduto, amorevole, umile, generoso, temperante, giusto. Il miracolo era che tali virtù si concentrassero in unico individuo, e pazienza per «quelli che non stimano la santità senza miracoli – noi invece non li consideriamo molto, perché sappiamo che ugualmente compiono prodigi gli eletti e i reprobi, e nei più grandi patriarchi e in tanti altri santi molto graditi a Dio ne abbiamo trovati poco o nulla». O ancora quando pone a confronto i meriti di Ugo con le «brutture dei nostri tempi», ricordando che «tutti bramano doni e cercano ricompense. Tutti, dal più piccolo al più grande, si votano all’avarizia»; avarizia «che è in cima a tutto, e ogni cosa obbedisce al denaro. Ma fermiamoci qui, dato che non è questo il nostro argomento».

E infine quando giunge al doloroso tema della malattia di Ugo, una forma degenerativa di demenza, manifestatasi in tutta evidenza a partire dal 1130 e accompagnata da un fenomeno insolito che Guigo attribuisce alla santità del vescovo. «Infatti», racconta, «a causa dell’aggressività della malattia quasi tutta la sua memoria fu rimossa o sconvolta, almeno per quella parte contenente le immagini dei luoghi e dei tempi, che è comune ai buoni e ai cattivi e che serve indifferentemente agli uni per il bene, agli altri per il male»; l’altra «parte», invece, quella spirituale, «risultò non solo immutata, ma talvolta più salda e agile». E se spesso «la perdita della memoria non gli faceva ricordare dove o con chi fosse», non aveva dimenticato una sola parola della Sacra Scrittura e le sue risposte su questioni religiose erano sempre «sagge e veritiere». Non è «contro natura, e perciò anche incredibile», chiede Guigo, che una mente umana smarrisca tutto ciò che è «materiale e familiare», ordinario e facile, ma non ciò che è più fragile perché meno comune e difficile da raggiungere, cioè il senso del divino? Non è un miracolo?

Quel «contro natura» mi ha colpito, anche se viene subito per così dire ricondotto sui binari di un’interpretazione consueta della sofferenza come dono di Dio e «occasione»: come aveva detto sin dall’inizio «quanto più era tribolato da essa, tanto più vigorosamente disprezzava le cose del mondo e si elevava a Dio, unico vero rifugio, attingendone un piacere – diceva – tanto più pieno e dolce, quanto più aspra era stata la sofferenza». Di certo mi illudo, ma, di fronte al complesso concettuale che trovo in assoluto più inaccettabile, mi è parso come un grido soffocato e sfuggito inavvertitamente, proprio alla fine della triste e realistica e, bisogna ammetterlo, un po’ imbarazzata descrizione degli ultimi tempi del santo: come può essere un bene questo scempio?

Niente più di un fiato, il notevole commento conclusivo è saldo: «La pensi ciascuno come vuole, a noi però – e come noi, crediamo, la penseranno i più esperti, soprattutto di medicina – sembra non meno grande e singolare… che tra tanti patimenti della mente, e così aspri e continui, non abbia perduto la conoscenza e l’invocazione di Dio».

(1 – continua)

Guigo I, Vita di Sant’Ugo vescovo di Grenoble, a cura di Daniele Solvi, in «Benedictina», gennaio-giugno 2010.

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