Capitolo IX. De’ Parlatorii, e Porte
Essendo tale il voto della Castità ch’obliga a quel ch’è necessario per custodirla, le Monache sono a ciò tanto più tenute per la fragilità del sesso e perfetione dello stato: onde debbono con gran cura fuggire le occasioni che possono cagionar loro qualche pericolo, ancorché piccolissimo, il quale molte volte porta a un grande. […] Le Monache adunque staranno molto avvertite a non perdere il pretioso tesoro della Castità (ch’è non oscuro inditio di predestinatione) né con l’anima, né col pensiero. Il che avverrà se il meno che si può si lascieranno vedere e visitare da i Secolari massimamente giovani. […]
La Monaca che nel Parlatorio tratta con Secolari che non hanno di ciò facoltà legittima, a’ quali è vietato da molte Costitutioni l’andar a’ Monisteri, senza essa doppiamente pecca, e per sé parlando con chi non si dee, e per gli altri cooperando al loro peccato: oltre alle gravissime pene ch’ella merita, minacciate da i Concilij Provinciali. Né si può scusare col presupporre che i Secolari habbiano la licenza, dovendo prima ella accertarsene, che ragionar con loro. Dalli quali peccati non è punto essente la Madre, a cui tocca usar diligenza, che la Portinaia dimandi la licenza avanti che chiami la Monaca. Né basta che i Secolari dicano d’haverla a bocca, ordinando il Concilio Provinciale primo ch’ella sia in scritto, come per molte ragioni conviene. E le Portinaie, che senza eccetione di persone indifferentemente chiamano le Monache, non dimandando prima se hanno licenza, peccano anch’esse tal volta mortalmente per la cooperatione a peccati, come di sopra, e per il pericolo al quale espongono le Monache, non facendo debita diligenza come ricerca l’ufficio loro. Né sono scusate le Portinaie con dire che la Superiora sa e lo permette, e così è l’uso antico del Monistero, perché se la Superiora pecca, non debbono esse far l’istesso; e questo è un abuso intollerabile, dal quale nasce la ruina, la dissolutione e poco buono odore de’ Monisteri. […]
La Monaca che, andando al Parlatorio a ragionar con alcuno, se ben parente, e con la licenza, conduce seco altra Monaca che non ci sia scritta, perché tratti con l’istesso suo Parente, overo ella parla non solamente seco ma con altro che sia venuto con lui al Parlatorio, e di cui non ha licenza, l’una e l’altra commettono grave peccato, tanto più nascendo scandalo o mal esempio all’altre Monache per la frequenza. […] Quella che parla nel Parlatorio con Persona scritta nella licenza, ma sa molto bene ch’ha mutato il nome o che si finge suo Parente, pecca. La Monaca che sta nel Parlatorio più tempo assai di quel che si contiene nella licenza, se il consuma inutilmente, pecca, se però qualche circostanza non la scusa, ma per maggior sicurezza dovrà dimandarne sua colpa al Confessore.
Se nel Parlatorio ragiona, o vuol ragionare, sola con gli huomini senza le Ascoltatrici, pecca per la trasgressione dell’ordine sopra ciò fatto e per le ruine che sogliono nascere ne’ Monisteri quando le Ascoltatrici non esercitano il loro ufficio. La Superiora che sa, e nondimeno permette nel Parlatorio Persone le quali per la frequenza generano scandalo e mormorazioni, pecca mortalmente benché ci sia licenza, non conoscendo i Superiori tutti coloro che la chieggano & impetrano. La Monaca che nel Parlatorio si trattiene con Persone che mostrano poca honestà, o con le parole, o con gli atti e cenni, pecca venialmente; e può essere ancora mortalmente se per aventura ella se ne compiacesse notabilmente, sì come può di leggieri avvenire. […] Se nel Parlatorio [la Monaca] si pone a ragionare con quelle donne maritate, massimamente Spose, le quali sempre raccontano alcuna cosa non convenevole de’ loro huomini, pecca più o meno gravemente secondo il poco o molto compiacimento che ne havrà havuto.
♦ Giovanni Pietro Barco, Specchio religioso per le Monache. Utilissimo a qualsisia Religiosa per giugnere a gran purità di coscienza e approfittarsi nelle più massiccie virtù, in Iesi, nella Stamperia Episcopale. Per Claudio Perciminei, 1683.

“O tempora, o mores!” 🙂