Il Commento al Cantico dei cantici di Ruperto di Deutz può risultare di lettura assai ostica per chi non abbia competenze specifiche o quantomeno spiccati interessi di mariologia. Nelle parole della curatrice della sua prima edizione italiana1, Cecilia Falchini, è infatti il primo commento al Cantico, dei molti che ne compongono la lunga tradizione, che «si colloca in una prospettiva esplicitamente mariana, con particolare riferimento all’evento e al mistero dell’incarnazione».
Il monaco Ruperto, definito da uno dei suoi massimi studiosi «probabilmente il porta-parola più rappresentativo dei benedettini, esattamente come san Bernardo per i cistercensi e Ugo di San Vittore per i canonici regolari» (J.H. Van Engen), lo scrisse intorno al 1125, quando stava concludendo la sua poco più che cinquantennale e travagliata vicenda come abate del monastero di Sant’Eriberto di Deutz (presso Colonia), dal quale derivò la denominazione ancorché fosse nato a Liegi intorno al 1075.
Stante la premessa, non me la sento proprio di dire alcunché sul trattato, se non che, tra le altre cose, mi ha offerto un esempio lampante della oggi quasi inimmaginabile familiarità che gli autori come Ruperto avevano con la Scrittura. Una cosa però, che mi ha colpito molto, la annoterò qui.
Si tratta del commento ai famosi versetti 1, 5-6 (4-5 della Vulgata): «Nera sono ma bella, figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come la pelle di Salomone. Non considerate che sono bruna, poiché mi ha abbronzata il sole» (Nigra sum, sed formosa, filiae Hierusalem, sicut tabernacula Cedar, sicut pelles Salomonis. Nolite me considerare quod fusca sim, quia decoloravit me sol). Ruperto, che sta leggendo il Cantico appunto nella prospettiva della vita della madre del Signore, la sta seguendo mentre, dopo l’Annunciazione, è andata a far visita a Elisabetta, che è al sesto mese di gravidanza, e si chiede come mai Maria se ne vada proprio appena prima del parto: è rimasta lì tre mesi, perché non ha aspettato ancora qualche giorno? «Non ne conosceremmo il motivo», dice Ruperto, «e anzi non ci accorgeremmo neppure del fatto stesso, cioè della sua partenza, se la nostra intelligenza non venisse stimolata da questa parola pronunciata attraverso di lei dallo Spirito santo: “Nera sono ma bella”.»
E la spiegazione è che Maria se n’è andata per non mostrarsi incinta anzitempo: «Che cosa pensiamo avrebbero fatto o detto i vicini o i parenti che si erano radunati [per assistere al lieto e miracoloso evento] se in mezzo a loro l’avessero vista incinta? […] Poteva, infatti, offrire ai vicini e ai conoscenti [nonché a Giuseppe] occasione di parlare il fatto che ella partorisse così presto, essendo trascorsi appena sei mesi da quando il beato Giuseppe, su avvertimento dell’angelo, l’aveva presa in sposa».
Quindi «nera sono», perché sono incinta, «ma bella», perché resa tale dallo Spirito santo e quindi ancora vergine. E ancora più precisamente: «“Non considerate”, figlie di Gerusalemme, “che sono bruna”, cioè corrotta, poiché se ho il ventre gonfio, se mi trovo incinta, questo non è opera d’uomo, poiché non conosco uomo, ma così “mi ha abbronzata il sole”. Il vero Sole – e Dio è di gran lunga più bello del sole – mi ha riempita di se stesso, e a partire da se stesso ha reso gonfio il mio ventre».
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- Ruperto di Deutz, Commento al Cantico dei cantici (De incarnatione Domini), introduzione, traduzione e note a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2005. Il commento specifico si trova alle pp. 65-70.

trovo più interessante (nel testo del Cantico) il sicut pelles Salomonis..