Durante le letture suscitate dal fervore francescano di quest’anno, una nota a pie’ di pagina mi ha spinto ad aprire la Cronaca di Giordano da Giano, che ovviamente non conoscevo e che verte soprattutto sulle vicende della missione in Germania dal 1221 in poi. Nato in Umbria intorno al 1195, Giordano entra a far parte dei Minori verso il 1219 ed è presente al «capitolo delle stuoie» del 1221 quando appunto gli viene assegnata la missione tedesca insieme con Cesario da Spira e Tommaso da Celano: «Pochi possono vantare come lui la dedizione piena, cordiale e vitale all’ideale francescano e quindi un’altrettanto autorevole testimonianza sulla verità dell’Ordine», così Gilberto Aquini nel presentarlo sulle Fonti francescane1.
Le prime pagine della Cronaca, tuttavia, riferiscono del capitolo della Porziuncola del 1217 (o 1216), noto a Giordano dai racconti dei confratelli, in cui furono deliberate le prime missioni in Germania e poi in Francia, Ungheria e Spagna (oltre che in altre parti d’Italia), ed evidenziano un interessante problema di carattere linguistico. «I frati che giunsero in Francia, interrogati se fossero albigesi, risposero di sì non capendo che cosa significasse “albigesi”; non sapendo, per altro, che erano eretici, e così furono reputati eretici.» Fortunatamente vari vescovi e «maestri» con cui vennero in contatto vollero documentarsi, lessero la regola e per maggiore sicurezza scrissero a papa Onorio, il quale confermò tutto «e così li liberò dal sospetto di eresia».
Stesso problema, ma con esito diverso, in Germania. I non pochi frati che vi si recarono, infatti, ignari della lingua, «richiesti se volessero alloggio, vitto o altre cose del genere, risposero “Ja” e così furono da alcuni benignamente ricevuti». Okay, quindi «ja» funziona, usiamolo (come non immaginare gli scambi di pareri dei fraticelli…). Tutto bene finché, «interrogati se fossero eretici e se fossero venuti appunto per contaminare la Germania, così come avevano pervertito anche la Lombardia, di nuovo risposero “Ja”». Non bene: spogliati, incarcerati o esposti al pubblico ludibrio.
Niente domande invece per i frati giunti in Ungheria: furono subito assaliti da alcuni pastori, che «senza tregua li percuotevano con le loro lance, dalla parte non appuntita». Perché ci picchiano? si chiesero. Forse vorranno le nostre tonache, diamogliele. Ancora bastonate. «Forse vogliono avere le nostre tonachette che portiamo sotto.» Ancora bastonate. «Forse vogliono avere anche i nostri mutandoni.» Fine delle bastonate. Ah, ecco. La conclusione della storia è troppo vivida per essere parafrasata: «E a me uno di questi frati riferì che così ben quindici volte ci aveva rimesso le mutande; e poiché, vinto dal pudore e dalla vergogna [e anche un po’ seccato, mi sentirei di aggiungere], si doleva più per i mutandoni che per le altre vesti, imbrattò i suoi mutandoni con lo sterco dei buoi e con altra sporcizia di modo che gli stessi pastori, provandone disgusto, gli concessero di tenerli. E dopo aver subito queste e altre offese, ritornarono in Italia».
E in Spagna? Cinque frati furono «coronati del martirio», ma la loro storia è raccontata altrove e al momento non so dire se anche lì vi furono problemi linguistici.
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- Giordano da Giano, Cronaca, presentazione di G. Aquini, traduzione e note di A. Cabassi e F. Olgiati, in Fonti francescane, terza edizione rivista e aggiornata, Editrici Francescane 2011, pp. 1521-1560 (2320-2412).
