Il mare che avevamo conosciuto (Dice il monaco, LXXVI)

Dice Gregorio di Nissa, monaco e teologo, intorno al 381:

Ogni impegno che gli uomini mettono nelle cose di questa vita è proprio come i giochi dei bambini con la sabbia: il divertimento che trovano in questi giochi cessa appena non se ne occupano più, perché appena smettono di lavorarci, la sabbia, scivolando su se stessa, non lascia più alcuna traccia della fatica che ci hanno messo i ragazzi.

Questa è la vita umana: sabbia è l’ambizione, sabbia la potenza, sabbia la ricchezza, sabbia tutto quello da cui cerchiamo un piacere della carne. Le anime puerili che si attaccano vanamente a ciò che non ha consistenza e si sottopongono a tante fatiche per ciascuna di queste cose, se solo abbandonassero il luogo della sabbia, cioè la vita secondo la carne, riconoscerebbero quanto sia vano passare la vita così. […]

A mio parere anche il grande Ecclesiaste parla di ciò come chi già se ne era reso estraneo e si era imbarcato, con l’anima spoglia, nella vita immateriale. È probabile che un giorno anche noi parleremo così, quando saremo fuori da questa spiaggia dove la sabbia costituisce ciò che è rigettato dal mare della vita, quando ci saremo allontanati da tutti i marosi che ci rimbombano e urlano intorno, e del mare che avevamo conosciuto porteremo con noi solo il ricordo di ciò in cui là ci siamo affannati; allora diremo quelle parole: «Vanità delle vanità, tutto e vanità», e ancora: «Quale vantaggio per l’uomo da tutto il suo affannarsi sotto il sole?»

Gregorio di Nissa, Omelie su Qoelet, I, 9-10, introduzione e note di F. Vinel, traduzione di M.B. Artioli, Edizioni San Clemente – Edizioni Studio Domenicano 2011, pp. 147-49.

2 commenti

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2 risposte a “Il mare che avevamo conosciuto (Dice il monaco, LXXVI)

  1. Neurom

    Tutte le volte che mi avvicino a questo tema, vanità delle vanità, avviene la rapida associazione alla vacuità della concezione buddista della vita-morte. Quanta differenza! Oppure che differenza sottile, forse nemmeno così differenza dovuta ad uno scarto, quanto ad un richiamarsi a vicenda, al ritmo meditativo che si danno e mi danno. L’illusione che suggerisce il Buddha e davvero fenomeno così diverso dall’illusione di Quohelet?
    Ma forse entrambi ci dicono qualcosa che spiazza davvero, entrambi ci “bisbigliano” che il concetto limite della vacuità (“enigma”, “sospiro“, “vuoto”) siano messaggi di un “potente padrone dell’universo” che è il nostro cervello.
    Qui iniziano le mie conoscenze scientifiche, sono pronto ad avventurarmi in questo spazio limitato. Gregorio di Nissa tuttavia è implacabile, prima o poi smetteremo di giocare, de-ludere.

    • MrPotts

      Non ho niente di interessante da aggiungere a questo interessante commento.
      Se non forse che non mi pare di aver mai incontrato un’interpretazione (traduzione) della “vanitas” di Qoelet in direzione dell'”illusione”, anche perché nel suo testo è assente qualsiasi rimando al non fare, al non patire (e non gioire), al non essere. Circa l’implacabile Gregorio, ti confesso che io sento anche tanta “dolcezza” in quel “mare della vita”.
      Grazie, sempre, per l’attenzione.

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