Piccoli conti da regolare con la normalità (Nicolas Diat, «Tempo per morire», pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Il libro di Nicolas Diat1 affronta anche zone meno luminose e più delicate delle cosiddette procedure terminali: il tema della sofferenza è inevitabilmente al centro di molte riflessioni degli abati intervistati, sulle spalle dei quali pesa la doppia responsabilità, civile e spirituale, dei confratelli a essi affidati. Come gestire il rapporto con le strutture sanitarie esterne al monastero? Come affrontare i problemi legati alla «grande vecchiaia»2, alle malattie degenerative, alle demenze senili? Come porsi rispetto alle cure palliative? In quale considerazione tenere i desideri del morente (ad esempio di non soffrire, o al contrario di non rinunciare alla sofferenza)? Difendere sempre, a qualunque costo, la volontà di morire nel proprio monastero (se non addirittura nella propria cella)3? Tutti interrogativi che rimandano a precisi punti di fede, ma che sono anche farciti di risvolti pratici, di decisioni da prendere magari sull’onda dell’emergenza.

Così si esprime dom David d’Hamonville, abate dell’abbazia benedettina di En-Calcat: «Diciamo spesso che tutta la vita monastica è una meditatio mortis, e il ruolo dell’abate è sempre stato anche quello di incoraggiare i confratelli a guardare in faccia la fine del proprio percorso. Oggi, però, non è più così. Nel momento in cui la vita si riduce a un esile filo, arrivano gli infermieri, gli addetti del pronto soccorso, e prima di affrontare la grande partenza, ci sono tante piccole partenze in ambulanza. Ossigeno, trasfusioni, antibiotici, e la vita riprende, per qualche settimana, o magari per qualche anno. Perché turbare un confratello anziano parlandogli della fine? Quando faccio visita a un monaco per dirgli che il cielo si avvicina, devo essere sicuro del suo “stato di santità”, altrimenti il cammino spirituale non ha più senso»4. Ed è particolarmente interessante la convergenza pratica che si verifica tra un abate e un non credente di fronte alla questione dell’accanimento terapeutico, seppur a partire da due principi radicalmente opposti. «L’abate di En-Calcat ha sempre pensato che non ci si debba accanire a mantenere in vita una persona molto anziana5: “Se un monaco si lascia trascinare in questo gioco, smarrisce il senso della propria professione religiosa, che consiste anche nell’essere consapevoli che dobbiamo la nostra vita a un Altro». No, dice il laico, anche volendo considerarla un dono, la vita è mia (o è diventata mia) e vorrei poterne disporre, eventualmente anche lasciandola finire. Ma il risultato, il comportamento, è simile.

L’abate di En-Calcat – persona che, stando alle sue parole riportate sulle pagine di Diat, starei ad ascoltare per ore  – affronta coraggiosamente anche il tema della malattia psicologica, della depressione, della micidiale apatia che può colpire i religiosi («Non voglio passare sotto silenzio questa realtà, che è di tutti i monasteri, il rifiuto di comunicare, il disgusto per le cose celesti»), raccontando il caso – tremendo per una comunità – del suicidio di un suo confratello. Dopo aver lasciato un biglietto inequivocabile sul tavolo della propria cella, fratello Irénée, 48 anni, una sera dell’aprile del 2012 ha raggiunto una piccola cappella che domina l’abbazia e si è ucciso ingerendo una dose letale di sonniferi. Il corpo è stato trovato il giorno dopo grazie alla localizzazione del cellulare. Dom David non può rinunciare a evocare l’intervento del Maligno, che avrebbe ispirato al monaco disperato la scelta terribile del giorno, il martedì che dà inizio alla Settimana Santa, ma sottolinea anche le difficoltà di una forma di vita che si abbraccia magari a vent’anni e che ci si trova a perseguire per sessanta: certe ferite possono riaprirsi, certi dolori esacerbarsi, il desiderio di Dio può talvolta essere offuscato da sofferenze esistenziali, alcune vocazioni possono nascere dal disinteresse per le cose del mondo o da mancanze affettive.

«I monaci che se la cavano bene [qui vont bien]», conclude l’abate d’Hamonville, con un’ammissione che trovo notevole, «sono quelli consapevoli che siamo tutti un po’ ammaccati [nous sommes tous un peu abîmés]. In un monastero abbiamo spesso piccoli conti da regolare con la normalità.»

(2-fine)

______

  1. Nicolas Diat, Un temps pour mourir. Dernier jours de la vie des moines, Fayard 2018.
  2. Osserviamo un momento, insieme all’autore: «Ho provato la medesima sensazione nel refettorio [di En-Calcat]. La tavolata dei grandi anziani mi ha scosso. Erano in sei, magari il giorno dopo uno di loro non ci sarebbe stato più. Un monaco con un grembiule bianco osservava ogni loro gesto. Sprofondato in una sedia a rotelle, fratello Olivier, 89 anni, il volto scarno, pressoché bianco, le occhiaie incavate, un berretto di lana nera in capo, sorbiva lentamente la zuppa di legumi. A ogni pasto ho ritrovato e mi sono commosso davanti a questi uomini giunti al termine del loro lungo cammino monastico: ieratici, immobili, fragili» (pp. 48-9).
  3. Un rapido pensiero alla vita regolata di un monastero, con le sue strutture, i suoi orari e i momenti collettivi o individuali, consente di cogliere i «problemi logistici» di determinate situazioni.
  4. «Pourquoi inquiéter un frère ancien en lui parlant des fins dernières? Quand je visite un moine pour lui dire que le ciel approche, je dois être certain de son état de santé. Sinon, la démarche spirituelle n’a plus de sens» (p. 51).
  5. «Le Père abbé d’En-Calcat a toujours pensé qu’il ne fallait pas s’acharner à maintenir en vie une personne d’un grand âge» (p. 52).

 

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