Archivi del mese: maggio 2015

«Questo era Abelardo»

Ha fatto tanto per lui, soprattutto alla fine della sua travagliata esistenza, si è prodigato anche per la sua Eloisa e, forse, per il loro figlio, e ne ha scritto, diligentemente, l’iscrizione tombale.

L’attribuzione dell’epitaffio di Abelardo a Pietro il Venerabile non è sicurissima, ma è plausibile e sostanzialmente accettata. Pare che, prima della Rivoluzione francese, gli undici esametri fossero ancora leggibili sulla parete della navata destra della chiesa del priorato cluniacense di Saint-Marcel a Chalons-sur-Saône, dove il filosofo era morto.

Non sono considerati particolarmente riusciti, ma mi piace immaginare il grande abate di Cluny, mai sciatto né distratto nelle sue testimonianze, che li ripassa, attento a bilanciare i due «Abelardi», quello famoso e brillante, che la storia ricorderà, e quello pio, che alla fine aveva chinato, più o meno, il capo. Ancora una volta siamo davanti a una grande prestazione diplomatica del Venerabile: cinque esametri e mezzo al primo Abelardo, cinque e mezzo al secondo (che tuttavia arranca un po’ e ha bisogno anche della data per pareggiare i pesi…).

Gallorum Socrates, Plato maximus Hesperiarum,

Noster Aristoteles, logicis quicunque fuerunt,

Aut par, aut melior; studiorum cognitus orbi

Princeps, ingenio varius, subtilis et acer,

Omnia vi superans rationis, et arte loquendi,

Abaelardus erat. Sed tunc magis omnia vicit,

Cum Cluniacensem monachum, moremque professus,

Ad Christi veram transivit philosophiam,

In qua longaevae bene complens ultima vitae,

Philosophis quandoque bonis se connumerandum

Spem dedit, undenas Maio renovante Kalendas.

Socrate dei Galli, massimo Platone degli Esperidi,

nostro Aristotele, di tutti i logici che mai esistettero,

pari o migliore; ovunque riconosciuto principe

degli studi; ingegno multiforme, sottile e penetrante,

superiore a tutto a forza di ragione e di parola:

questo era Abelardo. Ma ancor più superiore

quando, fattosi monaco secondo il costume di Cluny,

passò alla vera filosofia del Cristo,

nel cui giusto abbraccio concluse la sua lunga vita,

undici giorni prima delle calende di maggio, nella speranza

di essere un giorno contato nel novero dei santi filosofi.

Pierre le Vénérable, Poèmes, texte établi, traduit et commenté par F. Dolveck, Les Belles Lettres 2014, pp. 311-315.

Lascia un commento

Archiviato in Spigolature

Moda monastica, le collezioni del 1741

Le deviazioni sono tra le cose più belle che possono accadere durante la lettura.

Stavo dunque leggendo la presentazione di Gabriella Zarri al volume di Lettere familiari e di complimento di Arcangela Tarabotti, la monaca veneziana di inizio Seicento, in clausura a Sant’Anna in Castello, che con maggior forza denunciò il costume della monacazione forzata; presentazione che invita a precisare meglio i contorni del fenomeno e a ricordare che «vi era tuttavia da parte delle monache una propensione non minoritaria a fare del monastero un luogo di convivenza cordiale, un istituto in cui far convergere un insieme di attività culturali e devozionali che elevassero la fama del monastero e delle donne che lo abitavano». Tale cordialità si traduceva anche in una certa cura nella confezione dell’abito, tanto che «perfino il noto gesuita Filippo Bonanni, autore di un libro di incisioni sui costumi dei diversi ordini religiosi, stampato nel primo decennio del Settecento, non poté mancare di far notare che a Venezia le monache indossavano abiti assai diversi».

Monaca olivetana

Monaca Olivetana

Bene, andiamo a vedere. Il libro in questione è, per citare la terza edizione del 1741, stampata a Roma da Antonio de’ Rossi con testo a fronte, il Catalogo degli Ordini Religiosi della Chiesa Militante espressi con immagini, e spiegati con una breve narrazione… dal p. Filippo Bonanni della Compagnia di Giesù, e, grazie a GoogleBooks, si può agevolmente «sfogliare» e leggere. Il secondo volume è dedicato appunto alle monache e presenta, come il primo, a sinistra una bella incisione a pagina piena e a destra un breve testo latino-italiano. Cento e otto schede una più bella dell’altra che, sia detto senza scherno, sembrano quasi una sfilata delle collezioni primavera-estate e autunno-inverno 1741, grazie anche, bisogna dire, alla complicità di un gusto controllato ma non irrilevante per la posa delle «indossatrici».

Centootto schede che vanno dalle «Monache dette Acemete», di origine greca e dedite alla lode ininterrotta, alle «Gentildonne dette le Dimesse», che «sono in Venezia, Padova, Udine, e altri luoghi del Dominio Veneto» e si chiamano così «poiché abbandonate le pompe del Secolo, e le vanità comuni al sesso donnesco vestono abito nero molto modesto».

Agostiniana scalza portoghese

Agostiniana scalza portoghese

Centootto modelli che illustrano ogni tipo di tonaca, sopravveste, velo, collare, cintura, fibbia e calzatura; la «pazienza bianca di lana» (una tunica con cappuccio), lo «scapulare nero» e il «candido rocchetto» (sopravveste con le maniche chiuse); i «sandali di canape» e la «cintura nera congiunta con fibbia di ferro»; la «cocolla non tanto attillata, ma più ampia», le camicie di butello bianco (che vuol dire panno grosso, e rozzo)» e le «maniche strette con sopraveste a mezzagamba».

Io, poi, per gli elenchi ho un debole, e quindi, tra le altre, ricordo le Angeliche, le Beghine di Anversa, un esercito di Canonichesse, le Carmelitane (antiche, di Francia e scalze), le Domenicane (con e senza Cappa), le Filippine, le monache di Fonte Ebraldo e le monache di Fonte Ebraldo Riformate, le Minime, le Romite, le Teatine, le Turchine o Celesti, le Silvestrine, le Solitarie, le Zitelle e le Zitelle povere (cioè, dai…). Ho anche imparato che le Clarisse erano dette anche Urbaniste, da Urbano IV, che «compose per loro una regola più mite».

Gentildonna dimessa

Gentildonna Dimessa

Non posso trascrivere tutto il volume, quindi ancora due citazioni e un «ricordo». Anzitutto un classico, tratto dalla scheda delle Agostiniane portoghesi, che «se occorre il bisogno di essere visitate dal medico, o dal Confessore, in tal caso pongono in testa un denso velo, che pende per tutte le parti fino a terra, in modo, che non è mai possibile vederle in volto». Poi una menzione speciale per il velo delle Brigidine: «Gli ornamenti del capo saranno una fascia, che circonda la fronte, e le guancie in modo, che resti in parte coperta la faccia, e si unisca la di lei estremità con una spilla. A questa si sovraponga il velo di tela nera, quale si doverà fermare con tre spille, una sopra la fronte, le altre due sopra le orecchie. Di poi si aggiunga una corona di tela bianca, a cui si uniscano cinque particelle di panno rosso, come cinque goccie, la prima in fronte, l’altra dietro la testa, la terza, e la quarta sopra le orecchie, la quinta sopra il capo in modo di croce. Quella corona si fermi nella sommità con una spilla».

E infine un ricordo partecipato per le monache di San Gilberto, la cui «mortificazione della carne era singolare, la fatica continua, il sonno brevissimo, i digiuni continui, i cibi vili, e l’abito aspro»…

Insomma, «moda» monastica, ossessione per la catalogazione e gusto per la definizione fanno di questo Catalogo una piacevolissima (se si prescinde dalle vite che vi si assiepano dietro) e molto istruttiva deviazione, in cui ci si può perdere e – come si suol dire – dimenticare per un po’ gli affanni. E per non perpetuare lo stereotipo dell’esclusiva femminile in campo di moda, prossimamente sfoglieremo anche il volume dedicato agli Ordini maschili, che ha cento pagine di più, tanto per dire.

Arcangela Tarabotti, Lettere familiari e di complimento, presentazione di G. Zarri, a cura di M. Ray e L. Westwater, Rosenberg & Sellier 2005; il Catalogo del p. Bonanni si può vedere qui.

Lascia un commento

Archiviato in Iconografia, Libri, Spigolature

«Finisco un attimo e arrivo»

Anche quest’anno al Salone del Libro di Torino ho fatto il mio giretto dagli editori che ospitano nel loro catalogo «cose monastiche». La borsa l’ho riempita, devo dire. In particolare mi sono trattenuto a lungo allo stand, piccolo ma dall’altissimo peso specifico, del Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto (CISAM). Quivi ho «sbavato» con dignità sugli strepitosi volumi di «De re monastica», serie della collana «Incontri di studio» che raccoglie atti di convegni internazionali dedicati, come si può intuire, a tale argomento. Alla fine ho comprato (courtesy of sconto fiera offerto dall’editore) Nascita di una signoria monastica cistercense. Santa Maria di Chiaravalle di Fiastra tra XII e XIII secolo, di Francesco Renzi, e Teoria e pratica del lavoro nel monachesimo altomedievale, a cura di L. Ermini Pani, quarto volume di «De re monastica», appunto, con gli atti dell’omonimo convegno tenutosi a Roma e a Subiaco nel giugno del 2013 – uno spettacolo testé pubblicato.

A casa, poi, tutto contento, mi sono messo a leggere quest’ultimo e all’inizio del contributo d’apertura, di Alba Maria Orselli, intitolato Del lavoro monastico – o dei monaci e il lavoro?, mi sono imbattuto in questa frase: «Passata attraverso l’assidua frequentazione delle origini del monachesimo cristiano, […] e ad ogni modo attenta alla prescrizione impreteribile dell’autosostentamento grazie al lavoro delle proprie mani, […] come uno degli elementi costitutivi del profilo del monaco, ero rimasta a suo tempo colpita, e non del tutto favorevolmente, dalla lettura proposta da Carlo Ginzburg nella einaudiana Storia d’Italia del monaco Equizio, il celeberrimo protagonista di una celeberrima pagina dei Dialogi gregoriani».

Urca, celeberrimo e celeberrima, senso di colpa istantaneo. Sono andato subito a vedere. L’abate Equizio è protagonista del capitolo quarto del libro primo dei Dialoghi di Gregorio Magno (composti alla fine del VI secolo) e merita senza dubbio una nota tutta sua. Qui, in relazione al tema del convegno, cioè il lavoro, è bello riportare questa «fotografia».

Giuliano, nobile e dotto emissario del papa, si reca presso il monastero di Equizio, nella campagna romana, per condurre l’abate a Roma «affinché apprenda quale sia l’autorità della norma ecclesiastica». Non lo trova, così chiede ai confratelli («alcuni copisti che trovò intenti a scrivere») dove sia, «e quelli gli risposero che stava falciando il fieno nella valle sottostante al monastero». Da non credere. Così, Giuliano chiama il suo servo, «arrogante e insolente», e lo spedisce a cercare Equizio. Quello parte, bello determinato, ma a mano a mano che si avvicina all’abate contadino comincia a tremare, tanto che quando lo raggiunge gli si butta ai piedi, gli abbraccia le ginocchia e lo informa che il suo padrone è venuto da Roma e desidera parlargli.

Ed Equizio? Equizio, tranquillo, «calzato con scarpe chiodate e con al collo la falce per il fieno», lo saluta e gli dice: «Prendi il fieno verde e portalo da mangiare ai cavalli con i quali siete venuti. Ecco che io, dato che resta poco, finisco il lavoro e ti seguo».

(Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), a cura di S. Pricoco e M. Simonetti, vol. I, Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla, 2005, p. 41.)

 

2 commenti

Archiviato in Spigolature

Giorni felici e sano realismo

Un breve testo di una monaca cisterciense mi ha fatto notare che nel Prologo della sua Regola Benedetto, seppur citando i Salmi, fa riferimento ai «giorni felici» che desidera chi risponde alla chiamata di Gesù. S. Patrizia Girolami, del monastero trappista di Valserena, li evoca proprio a conclusione della sua riflessione sul senso e lo scopo della vita contemplativa oggi: «L’esiguità del numero, la debolezza e la precarietà della vita monastica oggi potrebbe far dire che tutto questo è sogno o utopia. Eppure, si può dire con sano realismo che questa è e rimane la potenzialità, la forza profetica, testimoniale, evangelica, “oggi” come sempre, della vita contemplativa. La proposta di un’umanità piena, di “giorni felici”, dice san Benedetto…»

Mi piace il «sano realismo», e mi piace il tono generale della testimonianza della monaca, attenta a rimanere aderente al tracciato della propria esperienza. Esperienza della quale s. Girolami trae in particolare due momenti che sono stati decisivi nel suo percorso. Anzitutto la prima visione che ebbe della chiesa di quello che sarebbe diventato il suo monastero: una tenda, la tenda del Dio di Israele, ma anche e soprattutto la tenda in cui il Signore ha scelto di abitare in mezzo agli uomini, cioè Gesù, come dice il Prologo del Vangelo di Giovanni (la maggior parte delle traduzioni ormai rende il verbo di I, 14 con abitare, dimorare, ma ce n’è una, dei francescani, del 1964, che recita: «E il Verbo si fece carne e si attendò fra noi»). Il secondo è quando vide, sempre quella prima volta, il coro della chiesa, con le monache unite in preghiera, e, in fondo, una porta, dalla quale alla fine «le monache sarebbero uscite… e sarebbero andate a fare altro». Era l’immagine di una vita comune, fatta di occupazioni diverse, ma raccolta intorno a un «centro».

Questi sono i due «segni» principali che la vita contemplativa addita all’oggi. Da un lato l’abitare con Dio nella «tenda» della sua presenza (si potrebbe quasi dire, parafrasando e con un gioco di parole e di maiuscole, che la vita contemplativa offra l’immagine più essenziale del vivere il presente e il Presente); dall’altro il richiamo alla centralità e all’interezza «per il tempo che ci troviamo a vivere, caratterizzato da una frammentazione del reale e della persona, percorso da un moto centrifugo che allontana dal “centro”, un tempo dove tutto è fluido, “liquido”, dove tutto si muove senza più centro».

Ora, io credo che la conquista del presente (o l’abbandono a esso) e l’interezza (o l’integrità) siano due vettori antitetici, che possano essere abbracciati soltanto uno a scapito dell’altro (e credo anche che nella frammentazione sia data una vera e aggiornata lezione di umiltà). Ma non sarò certo io a screditare le forme che la promessa di «giorni felici» può generare e le scelte cui può portare.

S. Patrizia Girolami, ocso, Vivere, oggi, la dimensione contemplativa, in «Vita Nostra» V (2015), 1, pp. 5-12.

 

Lascia un commento

Archiviato in Trappisti e trappiste

La giostra (Dice il monaco, XXXI)

Scrive Miguel de Molinos, sacerdote dell’Ordine di San Pietro di Alcantara, nel 1675, rivolgendosi all’anima:

Se commetti qualche errore, senza perdere tempo né fare tanti discorsi sulla caduta, devi fugare il timore vano e la codardia, senza alterarti né inquietarti, riconoscendo la tua mancanza con umiltà, considerando la tua miseria, rivolgendoti con fiducia amorosa al Signore, andando da lui a chiedergli perdono con il cuore, senza rumore di parole. Resta in pace nel far questo, senza chiederti se ti abbia o meno perdonata, ritornando ai tuoi esercizi e al tuo raccoglimento, come se tu non fossi mai caduta.

Non è sciocco chi partecipa a una giostra insieme ad altri e, per essere caduto sul più bello della gara, se ne sta a terra a piangere e disperarsi, ragionando sulla caduta? Su, gli dicono, non perdere tempo, alzati e riprendi a giocare, perché colui che si rialza velocemente e continua la sua gara, è come se non fosse mai caduto.

Miguel de Molinos, Guida spirituale, 2, XVIII, 129-130, introduzione di G. Perrotti, traduzione di V. Vitale, Olschki Editore 2007, pp. 81-2 (per la sua Guida, Molinos nel 1685 fu arrestato e processato; abiurò nel 1687 e fu condannato al carcere, dove trascorse gli ultimi nove anni della sua vita).

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco