«Longhi discorsi» (Reperti, 20: pseudo Jean-Baptiste Colbert)

Jean-Baptiste Colbert, il Controllore generale delle finanze, e poi Segretario di Stato, di Luigi XIV, non era un grande fan dei monaci (individui inutili in questo mondo e, abbastanza spesso, diavoli in quell’altro, scrisse più o meno in una sua lettera). Voleva ridurne il numero, ma soprattutto voleva tassarli. Ci provò nel 1674, ma, come già era accaduto a Richelieu, ottenne soltanto una specie di una tantum, sotto forma di libera donazione alla Corona. La strada comunque era aperta, e nel 1689, sei anni dopo la morte di Colbert, Luigi XIV riscuoterà l’amortissement, con tanto di arretrati: diciotto milioni di lire in un colpo solo, pari a quanto Richelieu era riuscito a recuperare in vent’anni di tentativi. Un contemporaneo definì l’evento «una vera notte di San Bartolomeo per il clero».

Colbert non aveva da dire soltanto sulle questioni economiche. Un esempio curioso del pensiero che gli veniva attribuito al riguardo l’ho trovato nel Testament Politique de Messire Jean-Baptiste Colbert, Ministre & Secrétaire d’État, opera generalmente intestata a Gatien de Courtilz de Sandras (1644-1712; noto per essere l’autore delle Mémoires de M. d’Artagnan che ispirarono Dumas) e pubblicata a L’Aia nel 1694, assai diffusa e di cui esiste anche una versione in italiano. Non sono parole del potente ministro, o meglio, io non lo so – Sandras era noto per i suoi «semi-fictional memoirs» –, forse sono plausibili, per lo meno per i suoi contemporanei, forse sono soltanto l’espressione di un sentimento diffuso (è meglio che sia sempre cauto).

Nel capitolo VII, rivolto come tutta l’opera direttamente al sovrano, lo pseudo-Colbert parla di come il re debba tenersi nei confronti della religione e dei religiosi, e a un certo punto se la prende con i monaci, che non si sono «contenuti nelle loro Regole, e ne’ primi rigori del loro Instituto». Il loro giuramento di fedeltà al papa, soprattutto, fa sì che sovente «antepongono nelle occasioni li di lui interessi alli vostri, da che sono spesso accadute delle cose, che hanno poi partorito delle funeste conseguenze». Che cosa può, e dovrebbe, fare il re? Lo pseudo-Colbert indica sei punti.

1) Ristabilire la disciplina delle origini. 2) Revocare la facoltà di confessare, «per essere questo il mezzo con cui s’insinuano nell’animo delle donne, dalle quali poi cavano segreti». 3) Ammettere alla professione solo individui di «età matura», così sarebbero di meno e «non ve ne sarebbero tanti che si mordono le dita per averlo fatto senza le necessarie riflessioni». 4) Ridurre gli ornamenti delle chiese. 5) Vietare il «traffico indegno» durante le celebrazioni. E infine: 6) Proibire «a’ Frati il parlare con le Donne… Imperoché di qual cosa possono aver’ a discorrere?»

E il malizioso pseudo-Colbert aggiunge: «Quanto a me non so se perché io sia più degli altri corrotto, o perché esamini le cose più da vicino, ma sempre osservai che le vecchie sono escluse da questo commercio, e se sono obligati a parlare con qualcuna di queste, la licenziano nell’istesso tempo, in vece che con l’altre hanno sempre longhi discorsi a fare. Vorrei sapere se credono abbagliarci, e se pretendono darci ad intendere che non ardono punto in presenza di quei fuochi, a’ quali s’accostano così d’appresso».

(Lo spunto l’ho ricavato da Elizabeth Rapley, A Social History of the Cloister. Daily Life in the Teaching Monasteries of the Old Regime, McGill-Queen’s University Press 2001; il Testamento politico del signor Gio. Battista Colbert può essere letto qui.)

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