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Vivere insieme (pt. 1)

Con mia grande soddisfazione ho perfezionato finalmente l’abbonamento a «Ora et Labora», la rivista semestrale curata dalle Benedettine dell’adorazione perpetua del Monastero San Benedetto di Milano e giunta alla sessantasettesima annata. Soddisfazione per via dell’intestazione della rivista, «Quaderni di interesse monastico», che riassume perfettamente la mia modesta intenzione, e soprattutto perché mi pare rappresenti uno splendido laboratorio di riflessioni di monaci e monache di oggi su se stessi. Ho ricevuto i due numeri del 2012 e ad apertura vi ho trovato subito una conferma nel breve testo del p. Adalberto Piovano, del monastero di Dumenza, intitolato Vivere insieme, sotto una regola e un abate (RB 1). Una riflessione, appunto, che ha anzitutto quel sapore speciale di un «fatto» che, al di là delle vicende storiche, è sempre presente e al tempo stesso in rapporto a un esordio vecchio di più di mille anni.

C’è un capitolo della Regola, si domanda Piovano, in cui è racchiusa l’essenza della forma di vita monastica? Della sua struttura concreta prima ancora che del suo ideale? Sì, è il capitolo 1, e più esattamente il versetto 2: «Il primo [genere di monaci] è quello dei cenobiti, ossia di coloro che vivono in un monastero e obbediscono a una regola e a un abate».

«Credo», afferma Piovano, «che abbiamo qui le quattro coordinate della vita monastica proposta da Benedetto e quella che anche noi desideriamo vivere»: vivere insieme; un luogo preciso; uno stile di vita; una guida, un padre. Fin qui, posso dire, c’ero arrivato anch’io, ma è nel commento ai quattro punti che ho trovato nuove e interessanti indicazioni per una maggiore comprensione.

Anzitutto la sottolineatura della vita in comune, che va intesa come una realtà più concreta della stessa «comunità» (molto in voga, oggigiorno): «Qui si parla di… una vita in cui ognuno si affianca all’altro quotidianamente… in cui ogni cammino dell’altro diventa una storia comune». Con una precisazione fondamentale, la gratuità: «Non si è scelti e questo differenzia, in un certo senso, da un’altra forma di vita comune, che è una coppia o una famiglia». Non ci si sceglie, non si sceglie il monastero, vi si è chiamati, da e in vista di un bene superiore.

Osservo a margine di questa sottolineatura, tuttavia, una cosa che mi ha sempre colpito. Anche considerando questo bene superiore e «futuro», nondimeno un’immensa quantità di energia umana viene spesa per il «funzionamento» della comunità, oggi, sabato 15 dicembre 2012, e poi domani, e dopodomani, e posdomani l’altro, a riprova che tale «funzionamento» rappresenta un valore, adesso. E potrei aggiungere, sempre dalla mia prospettiva disassata, che ciò pare un bene sia che si tratti di un’attesa di qualcos’altro o no.

Questa vita in comune, poi, ha bisogno di un luogo delimitato, simbolico e concreto, dove si sta, dove si compiono i riti della propria fede, ma dove ci si preoccupa anche della pattumiera. E l’unione di riti e pattumiera, senza fratture, è permessa da uno stile di vita: la Regola.

(1-continua)

Adalberto Piovano, Vivere insieme, sotto una regola e un abate (RB 1), in «Ora et Labora, LXVII (2012), 1 (gennaio-giugno), pp. 13-23.

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Ferramenta cordis

Il famoso capitolo IV della Regola di Benedetto contiene il programma di vita del buon cristiano, prima ancora che del monaco. Si compone di 74 precetti, che consentono la realizzazione delle «buone opere», come recita il titoletto del capitolo, e unisce ai Comandamenti le opere di carità, la cosiddetta Regola d’oro e numerose altre indicazioni di portata più o meno grande. Benedetto ha ricavato l’elenco dalla fonte diretta della sua opera: la Regola del Maestro, che a sua volta molto probabilmente si basa su un elenco preesistente, e così via.

Sempre dal Maestro, Benedetto trae anche l’immagine del monastero come «officina» dove tali strumenti possono essere utilizzati con grande giovamento, a patto che, e questa è un’aggiunta benedettina fondamentale, vi si risieda stabilmente. Le traduzioni italiane dicono in entrambi i casi di «strumenti dell’arte spirituale» (Ben.) e di «strumenti dello spirito» (Mae.), ma gli instrumenta artis spiritalis di Benedetto erano i ferramenta spiritalia e i ferramenta cordis del Maestro. Ferramenta: una vera e propria cassetta degli attrezzi.

È un bell’elenco, che ha avuto una larghissima diffusione e sul quale si è scritto molto, e nel quale gli interventi di Benedetto rispetto al Maestro sono minimi. Minimi ma non irrilevanti.

1. Un precetto viene spostato (be’, questo in effetti non è molto rilevante).

2. In genere Benedetto rende le formulazioni più asciutte, in un caso però aggiunge un inciso molto significativo. Laddove il Maestro dice che il monaco deve «prestare obbedienza agli avvertimenti dell’abate», Benedetto precisa di «obbedire in tutto agli ordini dell’abate, anche se egli – il cielo non voglia! – si comporta diversamente, ricordando quel comandamento del Signore: “Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno”». Sempre realista, Benedetto.

3. L’abate di Montecassino aggiunge quattro precetti: pregare per i nemici (che è in parte un doppione), venerare gli anziani, amare i giovani (anche altrove insiste sulla «verticalità» della fratellanza in monastero) e fuggire la boria (anche questo è quasi un doppione e secondo me qui parla proprio il suo fastidio per certi atteggiamenti).

4. Benedetto elimina infine sette precetti del Maestro. Uno (donare al bisognoso) gli sarà parso una ripetizione di soccorrere i poveri; un altro (dare a prestito) forse perché presuppone in qualche modo la proprietà individuale; due per non confondere i suoi confratelli sull’importanza di lavorare: contare su Dio per la realizzazione dei propri desideri e non sperare il sostentamento soltanto dal lavoro delle proprie mani, ma più da Dio; uno ancora per non confonderli su chi comanda in abbazia: obbedire a tutti i buoni di tutto cuore. Le ultime due eliminazioni sono tristi, e gli saranno costate, ma denotano una considerazione tutta umana dei propri limiti e di quelli di ognuno. Mi concedo di immaginarmelo, Benedetto, che, dopo averci pensato tutto il giorno, tira due righe sul foglio che ha davanti:
Tenere fede al fratello.
Adempiere le promesse e non deludere.

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Scurrilitas

Sì, lo ammetto, ho un debole per la scurrilità, il turpiloquio. Benedetto, tanto per fare un nome a caso, disapproverebbe, lo so (senza contare che la scurrilitas che lui condanna va intesa più come «buffoneria» che come vera e propria «volgarità» in senso moderno).

Il termine ricorre tre volte nella sua Regola, ed è interessante notare come, anche in questo caso, l’affermazione del principio non sia disgiunta dalla considerazione realistica di «come vanno le cose», uno dei tratti più evidenti del testo di Benedetto. La prima occorrenza (cap. VI) è l’occasione per una censura netta: «Le volgarità, le scempiaggini e le buffonerie [scurrilitates, verba otiosa et risum moventia] noi le condanniamo a una reclusione perpetua, in ogni luogo, e non permettiamo che il discepolo apra la bocca per discorsi di tal fatta». La seconda è all’inizio del capitolo XLIII, nel quale Benedetto prescrive che i monaci abbandonino istantaneamente ciò che stanno facendo quando scocca l’ora dell’ufficio divino: devono scattare al richiamo, con «una fretta tuttavia mai disgiunta da gravità, sicché non trovi alimento la scompostezza [ut non scurrilitas inveniat fomitem]». E già qui sorge qualche perplessità: si tratta infatti proprio di «scompostezza», dovuta ai movimenti concitati di chi molla tutto e corre via, e che potrebbero suscitare il riso dei confratelli, o forse di qualche parolina sfuggita dalla bocca di chi è costretto a interrompersi, magari in un momento cruciale della propria attività?

La terza evenienza è la più interessante. Nel capitolo XLIX Benedetto affronta l’«osservanza della Quaresima» e invita i suoi monaci penitenti a offrire al Signore «qualcosa in più della misura impostagli, rinunciando a un po’ di cibo, di vino e di sonno, nonché al desiderio di chiacchierare e di scherzare [de cibo, de potu, de somno, de loquacitate, de scurrilitate]». Ah! Dunque parlare e scherzare fanno parte delle attività primarie dell’essere umano, come mangiare, bere e dormire?

Tra l’altro, le citazioni in traduzione sono prese dalla versione, molto bella, di Giovanni Bellardi che, come si è visto, opta per tre diverse accezioni di scurrilitas: buffoneria, scompostezza e desiderio di scherzare. Oscillazione, certo motivata dal contesto, che si ritrova anche in altre soluzioni. Salvatore Pricoco, ad esempio, risolve le tre occorrenze con volgarità, scompostezza e frivolezza; mentre Cecilia Falchini sceglie volgarità, dissipazione (?) e scherzo grossolano. Quale che sia la resa in italiano, non ho molti dubbi su cosa Benedetto intendesse, e mi conforta il suo consueto… come lo vogliamo chiamare: pragmatismo, saggezza, comprensione? Mi sembra quasi di indovinare il suo pensiero, tra lo sconsolato e il divertito: sì, lo so che ridere e scherzare è peccato, che prima l’ho condannato, ma tanto lo facciamo lo stesso, quindi vediamo di trattenerci, soprattutto col turpiloquio e soprattutto durante la Quaresima, okay?

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Monaci de menare

Credo sia sufficientemente chiaro come abbia il massimo rispetto per i testi della tradizione monastica (per quelli di quasi tutte le tradizioni, in realtà). Qualche volta, tuttavia, la tentazione di una lettura «moderna» e un po’ disincantata è forte, soprattutto nel caso delle agiografie («L’agiografia è un continente vastissimo. Ognuno può scegliervi, secondo le sue preferenze, o la tesi che vuole provare, o i testi che gli sono utili», dice Jean Leclercq). Ecco dunque una storia di fronte alla quale ho ceduto. È uno dei «miracoli» di Benedetto da Norcia, ed è raccontato da Gregorio Magno nel secondo libro dei suoi Dialoghi, la Vita di san Benedetto appunto (capitolo 4).

In uno dei monasteri che Benedetto ha fondato dalle parti di Subiaco c’è un monaco che durante la preghiera comune si distrae sempre. Non riesce a rimanere inginocchiato nell’oratorio e se ne va a spasso per l’abbazia dedicandosi ad altre attività. L’abate Pompeiano è preoccupato, lo rimprovera, lo porta pure al cospetto di Benedetto, che lo ammonisce aspramente, ma quello niente: dopo due giorni di obbedienza, il terzo giorno, di nuovo, se ne va «in giro a fare altro». Benedetto allora, messo al corrente, prende l’iniziativa: «Verrò io personalmente a correggerlo».

Arrivato al monastero, e giunta l’ora della preghiera, Benedetto scopre subito la a causa di tale comportamento: infatti «vide che un negretto [niger puerulus] trascinava fuori, prendendolo per il lembo della veste, quel monaco che non riusciva a fermarsi a pregare». Chiama Pompeiano e il suo confratello Mauro e dice loro: non vedete di chi è la colpa? È l’antico avversario, non lo vedete? Ma loro no, non vedono niente. Benedetto invoca allora il Signore e dopo un paio di giorni Pompeiano ancora niente ma Mauro sì, lo vede. Così, il terzo giorno, Benedetto si piazza fuori dell’oratorio e quando il monaco distratto fa per uscire, bam, gli assesta «un colpo di verga»: «E da quel giorno il negretto non ebbe più con le sue tentazioni alcuna influenza su di lui che rimaneva immobile a pregare». Come se a essere percosso fosse stato proprio lui, commenta Gregorio, il demonio non si azzardò più a infastidire il monaco. Certo, come se.

La storiella è significativa anche perché offre il più classico esempio di ambiguità della traduzione. Mi interessa molto, infatti, ciò che il monaco distratto va a fare invece di pregare insieme con i confratelli. Il testo latino dice: «Ipse egrediebatur foras et mente vaga terrena aliqua et transitoria agebat». La mente vaga e le cose terrena et transitoria sono il punto cruciale. La traduzione a cura dei padri benedettini di Subiaco (pubblicata da Città Nuova) risolve così: «Egli se ne usciva e, con la mente svagata, si occupava di cose materiali e futili», mentre la traduzione di Manlio Simonetti (edizione Fondazione Valla / Mondadori) recita: «Egli usciva fuori dell’oratorio con la mente occupata da pensieri vaganti, futili e mutevoli» (in cui, tra l’altro, si perde completamente l’agebat, cioè il fare). Molto diversa, invece, la resa di Giovanni Bellardi (pubblicata da Jaca Book): «Se ne usciva fuori e con la mente rivolta ora a una cosa ora a un’altra si occupava di faccende riguardanti la nostra terrestrità quotidiana». Forse si spinge un po’ troppo in là (quanto ci possiamo riconoscere, però, in quella terrestrità quotidiana…), il Bellardi, ma secondo me coglie un aspetto fondamentale.

C’è una bella differenza, infatti, tra un monaco, un uomo, che si gingilla con pensieri futili e mutevoli e va in giro annoiato, e un monaco, un uomo, che non riesce a star fermo (come certi scolari) e che preferisce andare, chessò, a spazzare il chiostro, a riparare il pozzo o a preparare le verdure per i confratelli… cose effimere, certo, ma tutt’altro che futili.

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Benedetto Calati

La cosa migliore da fare sarebbe citarla integralmente, la brevissima «Introduzione alla Regola di San Benedetto» di Benedetto Calati, o invitarne alla lettura chiunque sia interessato all’argomento. Nella mia beata ignoranza, ho scoperto il suo autore qualche settimana fa grazie a Raniero La Valle, che lo cita spesso, e lo addita, nei suoi libri. Novizio a Camaldoli nel 1930 (a sedici anni), superiore di San Gregorio al Celio negli anni Cinquanta e Sessanta, docente e infine priore generale dei camaldolesi dal 1969 al 1987, Benedetto Calati è morto esattamente dieci anni fa, dopo aver rinnovato profondamente la vita del suo Ordine, cercato di tradurre nella pratica l’impulso del Concilio, coltivato intensi legami tra gli altri con Turoldo, Lazzati, Gozzini e Balducci, e dialogato con molti non credenti come Rossanda e Ingrao (campo minato, questo, per la verità). Un discreto grande, insomma. Un camaldolese attivo nel suo presente.

Il volumetto in questione raccoglie cinque scritti apparsi negli anni Settanta su «Servitium», la rivista dei serviti di Fontanella di Sotto il Monte, fondata da Turoldo. Sin dalle prime righe del primo di essi (L’esperienza di Dio nel monachesimo benedettino) si sente che l’aria è diversa, perché qualsiasi riferimento alla tradizione patristica (Gregorio Magno in particolare) o alla Scrittura è riportato su un terreno di assoluta concretezza, perché il confronto con la secolarizzazione è accettato di slancio, perché le critiche all’involuzione di certo monachesimo sono chiare, perché, infine, il destinatario della riflessione è la comunità, quella dei monaci, certo, ma anche quella degli esseri umani, tutti.

La Regola come strumento di esperienza, di conversione e di ascolto («Il primato dell’ascolto è la costante della Regola… sin dalla prima parola ausculta») è la chiave della «ricerca» benedettina. Va da sé che il priore si riferisca alla ricerca di Dio, ma è comunque impressionante sentirlo insistere sul carattere indefinito di tale ricerca – come se, mi verrebbe da dire, Dio non esistesse se non nel di lui «inseguimento» da parte dell’uomo: «È un fatto che nel cristianesimo non c’è vera esperienza di Dio che non sia una costante ricerca di lui» – e, mi verrebbe da aggiungere, se è costante vuole dire che non raggiunge mai il suo traguardo, e cosa c’è di più laico di una ricerca infinita? Una ricerca, ancora, che va condotta qui, poiché «l’esperienza di Dio nel cristianesimo, quali che siano i diversi carismi, non potrà mai fare a meno del mondo».

La lettura della Regola, condotta in parallelo con la Vita di san Benedetto di Gregorio Magno, si spinge anche al suo pieno superamento, oltre il «nozionismo» teologico, oltre gli «orpelli sacrali di strutture e forme, con relative risposte moralistiche e devozionali», oltre l’ascetismo, oltre insomma qualsiasi pretesa legalistica in vista della sua autentica meta, che è la carità: non la contemplazione, bensì la carità perfetta, che ha bisogno di una comunità, altrimenti non si dà. In questo senso la legge, ogni legge, è provvisoria; il culto è provvisorio; l’autorità è provvisoria (e quindi va smitizzato il «paternalismo abbaziale, il suo potere assoluto»), «ma altro è la provvisorietà dell’uomo e delle cose del mondo, altro è la fuga dalla storia, che è distruttiva di ogni vera esperienza di Dio».

Il discorso di Benedetto Calati è, per così dire, sprofondato nella fede, nella fede nella Parola soprattutto e nella prospettiva della salvezza, non potrebbe essere diversamente, tuttavia anche «da fuori» le sue parole restano comprensibili e aperte. Quando leggo che «la visione cui si apre l’esperienza di fede di Benedetto non è affatto un’intuizione di Dio causa prima, o un’intelligenza della nozione metafisica di Dio, bensì è una visione del mondo», bene, penso, tra visioni del mondo (entro certi limiti) ci può essere dialogo. Quando leggo che «più che a una dimensione trascendente di Dio che può far evadere dalla realtà concreta e storica, la fede conduce all’esperienza di Dio che è comunione con la storia dell’uomo», bene, mi dico, se ne può discutere. E anche della carità, dell’amore, se ne può discutere.

Benedetto Calati, Esperienza di Dio libertà spirituale. Introduzione alla Regola di San Benedetto, Servitium 2001.

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Scolastica e Benedetto

Siamo nel 547 (o nel 543, o forse nel 553). Come ogni anno Scolastica, monaca sin dalla primissima età, va a trovare il fratello Benedetto, venerabile abate di Montecassino. L’incontro ha luogo in una piccola proprietà dell’abbazia, non lontana dalla porta. Benedetto scende dalla collina e raggiunge la sorella, accompagnato da alcuni discepoli. La giornata, una splendida giornata di sereno, passa in «colloqui spirituali». Si fa sera e viene l’ora di mangiare. È tardi ormai, ma, mentre sono ancora a tavola, Scolastica, gravata da un presentimento, s’interrompe e supplica il fratello: «Ti prego, non lasciarmi questa notte, rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie della vita celeste».

Benedetto s’irrigidisce: «Quid est quod loqueris, soror? Che dici mai, sorella? Non posso assolutamente trattenermi fuori del monastero». Di fronte al rifiuto, Scolastica «pone sulla tavola le mani con le dita intrecciate e abbassa il capo tra le mani per invocare il Signore onnipotente». Improvvisamente scoppia un temporale. La pioggia è violentissima e comincia a scrosciare nello stesso istante in cui la monaca rialza il capo con gli occhi gonfi di lacrime. Benedetto è molto seccato: la Regola, la Regola che ha scritto lui, gl’impone di rientrare, ma non può; ed è anche turbato, per il gesto della sorella: cos’hai combinato, sorellina? Che Dio ti perdoni… «Vedi», gli risponde Scolastica, «io ti ho pregato, e tu non hai voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed Egli mi ha esaudita. Ora esci, se puoi; lasciami pure e torna al monastero.»

Ma è impossibile uscire, e Benedetto è costretto a restare. Fratello e sorella passano la notte insieme, vegliando e «scambiandosi discorsi di vita spirituale». Al mattino si salutano e fanno ritorno ai rispettivi monasteri. Tre giorni dopo Benedetto ha una visione: sua sorella è morta. Manda alcuni confratelli a prelevare il corpo, «per deporlo nel sepolcro che egli aveva preparato per sé».

Tradizionalmente, la morte di Scolastica è stabilita il 10 febbraio. Benedetto muore il 21 marzo successivo, e le viene seppellito accanto. Il 6 febbraio 547 la Regola fu sconfitta dall’amore, di una donna: «Dato che, come dice Giovanni, Dio è amore, per giusto giudizio poté di più colei che amò di più».

(La storia è raccontata da Gregorio Magno, nel secondo libro dei suoi Dialoghi, al capitolo 33. Ho mescolato alcune delle molte traduzioni disponibili.)

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Francesco vs Benedetto

L’intento è dichiarato, confrontare due monumenti: la regola benedettina (ca. 540) e quella francescana (1221-23), e a dispetto delle poche pagine questo libretto offre una gran quantità di materiali e riflessioni. E, soprattutto, un punto di vista «interno». La volontà di non giudicare, l’appello a una «conoscenza più scientifica», è espressa in apertura e ribadita in chiusura, ma l’autore è un francescano (1912-2002, studioso, docente, ministro provinciale e visitatore generale), e si sente. Anzi non dispiace che dopo le dichiarazioni di rito si lasci prendere un po’ la mano nel mostrare le proprie simpatie. Cosa che, tra l’altro, dà della grande famiglia monastica un’immagine più terrena e «reale», al di là dell’onnipresente perorazione dei «diversi carismi» che tutti concorrerebbero a dare valore all’esperienza religiosa…

Le convergenze sono poche: la provenienza geografica (Umbria), quella sociale (famiglie benestanti), la precocità della vocazione, l’assenza di sacerdozio e il fatto che entrambi sono «accompagnati» da figure femminili di grande rilievo (Scolastica e Chiara).

Dall’altro lato, invece, il tempo li divide (settecento anni) e soprattutto il contesto dal quale «escono» e in relazione al quale elaborano le loro regole. Benedetto scrive in un periodo di chiusura sociale, di dissoluzione di un sistema (l’impero romano) che lascia il vuoto, e concepisce il monastero come una fortezza di difesa dal caos; Francesco scrive in un mondo che si è riaperto, ai viaggi, agli scambi e ai commerci. Il primo fugge il mondo per ritrovare Dio, il secondo si mette in strada per riportarvelo. Benedetto si rivolge prevalentemente al «tu» e al «voi» della comunità, mentre Francesco si scioglie spesso nel «noi» (e non a caso non chiama mai Ordine la sua fondazione, bensì «fraternità» o «religione»). La regola benedettina si adatta facilmente a vari tipi di comunità, mentre quella francescana «non si presta ad alcuna manipolazione e non potrà mai accettare coperture di comodo» (come dire che quella benedettina è esposta a un rischio del genere?).

È poi nell’analisi delle differenze di ordine spirituale che mi pare di notare la «soddisfazione» dell’autore di stare dalla parte di Francesco. Quello che mantiene ancora l’aspetto di un rigoroso confronto diventa, con grande tatto e cautela, un inno all’umanità e alla modernità francescane, anche a prezzo di qualche dimenticanza nella rassegna delle caratteristiche benedettine. Un esempio rivelatore, tra i molti, sono le scelte lessicali adottate per illustrare i temi della fraternità e dell’obbedienza nelle due regole.

Il cuore della regola di Francesco, secondo il p. Quaglia, è raccolto nel capitolo 10, «la magna charta della fraternità francescana», che «non si preoccupa di stabilire, regolare, proibire questo o quello. Avendo dato le indicazioni di fondo, le linee direttrici, lascia i frati all’esercizio, faticoso certo ma esaltante, della minorità nella fraternità. […] La vita francescana è sostenuta più da impulsi carismatici che da leggi, più da creatività che da statuti… più dall’apertura che dalla clausura… più da un apostolato pieno di fantasia che da una zoppicante imitazione». Così, il rapporto tra superiori e inferiori risulta improntato al «servizio», e non vi è l’insistenza benedettina sulla disciplina e sulla punizione, sull’organizzazione quasi poliziesca che tutto stabilisce, seppure con discrezione, per il buon funzionamento della comunità. Nel monastero benedettino il monaco deve espropriare la propria volontà a favore dell’abate, che è garante dell’autorità e guida verso la salvezza; anche nel convento francescano il frate si sottomette, per amore di Cristo, ma tutti si sottomettono a tutti. L’obbedienza benedettina è scolastica, militaresca, prevalgono in essa «le motivazioni ascetico-organizzative su qualunque altro elemento che ne possa allargare l’orizzonte di respiro morale e alleggerirne la pesantezza»; quella francescana è soprannaturale e mistica, cristologica e liberante (libertaria?), universale e lieta. L’obbedienza benedettina, sembra suggerire l’autore, rischia di deresponsabilizzare l’individuo ed è aperta al pericolo dell’autoritarismo, quella francescana responsabilizza il singolo e spinge verso la letizia condivisa.

Il libretto è ricco di molto altro, ma a volerlo riassumere con una battuta, verrebbe da dire che con Benedetto si sta in caserma, consegnati, mentre con Francesco si va in manifestazione, tutti uguali.

Armando Quaglia, Due Regole a confronto. San Benedetto e san Francesco, Edizioni Messaggero Padova 1990.

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