Guglielmo di Saint-Thierry, monaco-sempre-più-monaco

 L’accuratissima monografia di Ambrogio Piazzoni (un bel volume austero, a cominciare dalla veste tipografica, e che ho dovuto leggere munito di tagliacarte, essendo ancora intonso, cosa che, quando capita, meno raramente di quanto non si pensi, produce in me anche un certo deprecabile autocompiacimento, tra l’altro per il fatto di avere, tutt’oggi, un tagliacarte) mi ha permesso di avere un’idea un po’ più precisa della figura di Guglielmo di Saint-Thierry, nato a Liegi, cresciuto alla fede da studente presso la scuola cattedrale di Reims (nel primo decennio del XII secolo), vissuto monaco (e abate) benedettino (più o meno dal 1109 al 1135), morto monaco cisterciense (dal 1135 al 1148), forse col desiderio di «spostarsi» ancora, dai certosini («monaco-sempre-più-monaco», lo definisce Piazzoni). Precisa, insomma… Diciamo che l’ho incontrato molte volte nelle poche letture fatte, soprattutto in relazione a san Bernardo, e grazie a questo saggio1 ho aggiunto come si dice qualche tessera al mosaico. (Che poi qui cos’è se non un mosaico, talvolta davvero troppo informe?)

Il percorso biografico dice molto della personalità e dello sviluppo del pensiero di Guglielmo, e inoltre, come evidenzia subito l’autore: «La sua vita sembra riassumere, rappresentare e a volte precorrere la fase evolutiva vissuta dall’intero monachesimo nell’arco del secolo XII, certo uno dei più travagliati e decisivi della sua storia». Dove per «fase evolutiva» s’intende vera e propria crisi, crisi dell’ideale monastico, nel momento in cui Cluny raggiunge il suo apice e al tempo stesso un nuovo eremitismo e un movimento di ritorno alla Regola cercano di porre rimedio ai suoi «eccessi»: «Entrambi i tentativi, però, si mostrarono insufficienti. […] Le nuove istanze di tipo religioso infatti avranno una loro più puntuale risposta fuori dall’esperienza monastica, nei movimenti ereticali, in Domenico e soprattutto in Francesco; in questo senso si è potuto parlare di “fine del monachesimo” nel secolo XII». Di tutto ciò Guglielmo è un po’ l’emblema.

Un emblema «gentile», per quanto possa avere senso una formula del genere, che piace immaginare sempre preoccupato di quello che accade nel passaggio dalla teoria alla pratica. Dopo gli studi non superficiali, di cui comunque farà tesoro nella sua attività di scrittore, invece di dedicarsi a una prevedibile carriera di professore «scolastico», decide di farsi monaco benedettino; non è un gran viaggiatore, non lo sarà mai, e sceglie una fondazione non collegata a Cluny (Saint-Nicaise), prova a passare ai cisterciensi (dissuaso da Bernardo), ma finisce abate di Saint-Thierry, monastero che seguiva le consuetudini di Cluny; amante dello studio e della contemplazione, svolge un ruolo concreto di organizzatore del movimento riformatore sorto intorno ad alcuni capitoli degli abati benedettini della provincia di Reims, tenutisi tra il 1131 e il 1135 («Noi dichiariamo che abbiamo giurato non sulle consuetudini cluniacensi, ma sulla legge e sulla Regola di san Benedetto!» scrive nel 1132 in uno dei documenti emersi da quegli incontri); cauto e superprudente nell’esprimere le proprie non rimasticate opinioni, e finisce con lo scatenare Bernardo contro Abelardo, probabilmente al di là delle sue stesse intenzioni («Io gli ho voluto bene, e vorrei volergli bene»), rendendosi in qualche misura corresponsabile del «fattaccio di Sens»: la condanna e la scomunica di Abelardo del 1140.

Lo studio di Ambrogio Piazzoni ricostruisce questo percorso, seguendo parallelamente la stesura delle opere, dal De contemplando Deo e il De natura et dignitate amoris, all’Epistola ad fratres de Monte Dei (la cosiddetta Lettera d’oro ai certosini, il suo capolavoro), alla Vita Bernardis Claraevallensis abbatis, che, pur incentrata ovviamente su Bernardo, e pur incompiuta per la morte di Guglielmo, finisce «col divenire quasi un bilancio che l’autore traccia della propria vita». Un bilancio da cui traspare il senso, certo non di una sconfitta, tuttavia della consapevolezza dei limiti dell’ideale monastico, incarnato da Bernardo, amato e riaffermato da Guglielmo, radicalizzato dai certosini, ma forse non più l’unico a disposizione del cristiano che voglia seguire Gesù.

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  1. Ambrogio M. Piazzoni, Guglielmo di Saint-Thierry. Il declino dell’ideale monastico nel secolo XII, Istituto storico italiano per il Medio Evo 1988.

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In qualunque parte del mondo si trovino (la «Periculoso»)

Leggendo di cose monastiche medioevali (ma non solo) è impossibile non imbattersi in lei, la Periculoso, la famigerata costituzione del 1298 con la quale Bonifacio VIII stabilisce l’obbligo della clausura perpetua per tutte le monache (quella che nel tempo prenderà il nome di «clausura papale»). L’avrò trovata citata decine e decine di volte, ma non l’avevo mai letta. Finalmente l’ho fatto (con la solita cautela circa la piena comprensione del latinorum).

È un testo piuttosto breve – un paio di cartelle, non di più –, suddiviso in un’introduzione (che sancisce la clausura vera e propria) e quattro paragrafi (che aggiungono dettagli – uno in particolare non secondario –, eccezioni e sanzioni) chiaro e circoscritto, anche se non privo di certe tortuosità che direi tipiche da decretale. Anzitutto «pericoloso» (e «detestabile») è il comportamento di alcune monache cui la Santa Sede ha deciso di porre rimedio. Tali monache, dimentiche della modestia che si addice al loro stato e alla verecondia che dovrebbe adornare il loro sesso, «si aggirano talvolta fuori dai loro monasteri nelle abitazioni di persone secolari, e frequentemente ammettono persone sospette all’interno degli stessi monasteri». Pertanto, affinché «completamente separate dagli sguardi del mondo, possano servire Dio più liberamente e, rimossa l’occasione di lascivia, custodire più diligentemente i loro cuori e i loro corpi in piena santità», il papa stabilisce che non possano più uscire dai loro monasteri, se non in caso di malattia grave o di altra causa ragionevole e manifesta e con speciale licenza. E questo vale e varrà per sempre, per qualunque monaca presente o futura, di qualsiasi ordine, in qualunque parte del mondo si trovi («universas et singulas moniales, praesentes atque futuras, cuiuscunque religionis sint vel ordinis, in quibuslibet mundi partibus exsistentes»). In sostanza la clausura è introdotta per il bene delle monache, per allontanarle da tentazioni e occasioni di peccato.

Il primo, breve e appunto non secondario paragrafo stabilisce che nelle comunità non vengano accolte nuove sorelle, a meno che il monastero non disponga di mezzi di sostentamento adeguati. Sono esclusi da questa prescrizione i conventi degli ordini mendicanti. Il secondo paragrafo, altrettanto breve, dispone un’eccezione per le badesse che, in virtù del feudo che il monastero detiene in dipendenza da qualche principe o signore temporale, debbano uscire per rendere omaggio e prestare fedeltà. Che si tratti di uscita breve, però, e in compagnia onesta e decorosa.

Il terzo paragrafo si dilunga invece sulla richiesta a principi e signori («chiediamo, preghiamo e imploriamo i principi e gli altri signori temporali, per le viscere della misericordia di Gesù Cristo») di permettere a badesse, priore e varie altre monache che gestiscono gli affari del monastero («abbatissas ipsas et priorissas ac moniales quascunque, monasteriorum suorum curam, administrationem negotiave gerentes») di affrontare nelle corti le questioni che lo riguardano per tramite di procuratori, in modo da non essere costrette a uscire. E se non vorranno permetterlo, che incorrano nella «censura ecclesiastica» per mano degli ordinari del luogo. «Ingiungiamo inoltre ai vescovi e agli altri prelati superiori e inferiori di trattare e risolvere i casi o le questioni che le suddette monache dovessero affrontare davanti a loro o nei loro tribunali, siano essi omaggi, giuramenti di fedeltà, cause legali o quant’altro, per tramite dei loro procuratori.»

Il quarto paragrafo, infine, «poiché sarebbe inutile stabilire leggi se non ci fossero coloro che le facessero osservare debitamente», impone a primati, arcivescovi e vescovi (e un po’ a tutto il clero coinvolto), di adoperarsi concretamente affinché nei monasteri femminili a loro soggetti sia messa in atto la suddetta clausura, a spese dei monasteri medesimi e grazie alle elemosine dei fedeli. Lo facciano appena possibile («quam primum commode») se vogliono evitare la durezza del giudizio divino e del papa («si divinae ac nostrae indignationis voluerint acrimoniam evitare»). Nel caso che si manifestino opposizioni («contradictores atque rebelles»), potranno minacciare la censura ecclesiastica e invocare, se necessario («si opus fuerit»), l’intervento del braccio secolare.

E di contradictores atque rebelles ce ne saranno eccome, almeno per due secoli e mezzo, fin dopo il Concilio di Trento…

(Il testo si può leggere nel Corpus Iuris Canonici, a cura di E.L. Richter e E.A. Friedberg, seconda parte, Akademische Druck- U. Verlaganstalt 1959, coll. 1053-1054.)

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Qualche speciale notizia (Dice il monaco, CXXX)

Dice Ugo di San Vittore, monaco agostiniano, intorno al 1125:

Non sottovalutare nessuna forma di sapere, perché ogni scienza ha valore. Se hai tempo, non esimerti dal leggere i libri che ti si presentano: anche se non ne trarrai particolare utilità, tuttavia non ne avrai nemmeno danno, perché, a mio avviso [secundum meam exsistimationem], non esiste uno scritto che non proponga qualcosa di interessante, qualora sia esaminato a tempo e luogo debito: potrebbe contenere qualche speciale notizia [aliquid speciale], che il lettore avveduto [diligens scructator] potrà apprezzare con tanto più gradimento, quanto più preziosa e singolare sarà l’informazione.

Non è un bene tuttavia ciò che impedisce il meglio: se non ti è possibile leggere tutti i libri, leggi quelli che ti sono più utili. Anche se potessi leggere tutto, non dovresti mai mettere in tutte le letture lo stesso impegno: vi sono alcuni libri che bisogna leggere, affinché non ci siano del tutto ignoti, di altri invece dobbiamo formarci almeno un giudizio, poiché talvolta si rischia di sopravvalutare proprio ciò che si ignora, e si giudica meglio quando si ha qualche conoscenza degli argomenti.

♦ Ugo di San Vittore, Didascalicon, III, 13, introduzione, traduzione e note di V. Liccaro, Rusconi 1987, p. 138.

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Mete di pellegrinaggi e rifugi per sciagurati

 Sì, non posso negare che ci sia una punta di autocompiacimento quando prelevo dallo scaffale un volume comprato ancora letteralmente intonso1 qualche anno fa e mi dico: Oh, adesso mi leggo questo Religiosa magnificenza e plebi in Sicilia nel XIX secolo2. L’autocompiacimento deriva, ahimè, dalla considerazione che non devono essere moltissimi i lettori odierni di questo libro, ma anche dalla conferma della sensazione avuta al momento dell’acquisto di: qui-dentro-ci-deve-essere-qualcosa-di-interessante. E difatti c’è.

L’autore, d. Angelo Gambasin (1926-1990), già ordinario di Storia moderna nella facoltà di Scienze politiche all’Università di Padova e di Storia della Chiesa nel Seminario vescovile di Padova, ha lasciato un ampio numero di ricerche di storia religiosa (con particolare riguardo al Veneto e al XIX secolo) basate su quella dedizione allo scavo archivistico inesausto che desta sempre gratitudine. In questo caso ha fatto un «salto» in Sicilia e si è letto gli atti (e tutta la documentazione «circostante») della congregazione dei vescovi siciliani, che si tenne dal 2 al 24 giugno 1850, «un avvenimento del tutto nuovo, essendo la prima volta dopo secoli, che si riunivano in una conferenza generale, con il placet del re, i pastori della chiesa siciliana».

All’interno di questo gigantesco «rapporto» sulla situazione del clero isolano, sulle relazioni interne e nei confronti della società civile; sui problemi, sulle continuità e sulle avvisaglie del cambiamento; sulle differenze tra città e campagna, ecc., non poteva mancare una sezione dedicata al clero regolare, e ad essa Gambasin riserva il paragrafo, Frati e monache, che apre il quinto capitolo (Devozioni e opere di carità) e che già dall’incipit promette bene: «In Sicilia le comunità e le case religiose costituivano “una parte considerevole” della società. Romitaggi, conventi e monasteri avevano scuole, gestivano opere di assistenza; erano forzieri dei patrimoni culturali e dei testi sacri, mete di pellegrinaggi e rifugi per sciagurati. […] Sui monasteri gravitavano, per motivi di interessi vari, impiegati contabili, maestri, artigiani, servi della gleba e personali, affittuari e massari, turme di mendicanti e di ricoverati».

Si comincia con qualche numero. A Palermo nel 1832 «i regolari stavano in rapporto di 1 per 227 abitanti» (in seconda posizione dietro Messina, 1 per 219), e nel 1845 le case erano 71; superate dalle 83 di Siracusa (1832) e dalle 99 di Agrigento (1828): «Ogni convento o monastero svolgeva un importante ruolo anche sociale: i francescani facevano elemosine ai poveri, custodivano i cimiteri e curavano l’istruzione elementare dei figli del popolo; i crociferi e camilliani si dedicavano all’assistenza degli ammalati; gli scolopi, i teatini e i gesuiti dirigevano collegi ed istituti di educazione per ceti nobili e borghesi; i passionisti, i gesuiti ed i cappuccini predicavano le missioni». Non mancavano anche gli eremiti: «In genere erano laici che vivevano di elemosine in luoghi remoti e inaccessibili», oggetto di venerazione da parte del popolo, di un certo fastidio da parte dei vescovi e di attenzione da parte dell’autorità – così si esprimeva un ispettore in una relazione del 1850 al prefetto di polizia di Palermo: «Io la interesso di impedire le questue alle quali ordinariamente si addicono i così detti eremiti, ed altri che per non voler muovere le braccia al travaglio, loro torna conto vivere nell’ozio, ed empire il ventre senza pena».

Già, la massa di relazioni sullo «stato delle cose» è imponente, tutti scrivono e al di là di frasi che suonano un po’ di circostanza sulle virtù del clero regolare, «magistrati, giudici, vescovi e visitatori regi e apostolici concordano nel ritenere che chiostri e monasteri precipitavano in un grave declino spirituale». Il quadro generale è abbastanza impressionante e coinvolge anche le case femminili: nei cenobi entra ormai chiunque (tanto un modo per uscire si trova una volta che ci si è impossessati di una prebenda); sfruttamento dei fratelli conversi per i lavori più umili; lotte fratricide, è il caso di dirlo, tra opposte fazioni in occasione di elezioni di superiori e abati; debiti, ozi, vagabondaggi, intrighi e continue «migrazioni dei frati da un convento all’altro», frati che, «per far quattrini, s’immischiano in affari secolari»; la «piaga» di offrire ai monasteri neonati o infanti e quella dei «conventini», cioè le comunità con meno di sei membri, quasi del tutto fuori controllo; il comportamento delle monache: «festaiolo e frivolo: parate carnavalesche per la vestizione, danze e feste con musica classica, acclamazioni comiziesche per l’elezione della superiora, libero e incontrollato accesso ai medici, domestici e sacerdoti», parlatori che restano aperti «fino a notte alta per danze, canti e balli»; reclutamento spregiudicato di bambine di età inferiore a sette anni, per carpire lasciti e donazioni o coprire il bisogno di cameriere e serve; «sordido mercimonio» tramite aste delle celle del monastero; «profuse spese di apparati, gelati, dolci, assai sconvenevoli in una religiosa funzione», sprechi per «candele, tappeti, abbellimenti di altari, e per la musica»; rilassamento generale, dispregio delle regole, nessun rispetto della clausura, eccessi gastronomici di ogni tipo, eccetera, eccetera.

È il 1850. I vescovi siciliani a fronte di tale sfacelo, non privo va detto di contraddizioni, auspicano e provano a impostare una riforma, andando incontro a forti opposizioni, non soltanto da parte dei diretti interessati, ma anche della corte napoletana e di quella… romana. La strada per arginare gli abusi, ripristinare la disciplina e l’osservanza delle regole si prefigura lunga e tortuosa… E poi, sedici anni dopo, arrivano le leggi del neonato Regno d’Italia: odiose, odiate e… provvidenziali?

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  1. Cosa ormai tanto singolare che la libraia ha inserito nel volume un foglio dove spiega il significato di «intonso» e che le «pagine appiccicate, chiuse» non sono un difetto.
  2. Angelo Gambasin, Religiosa magnificenza e plebi in Sicilia nel XIX secolo, introduzione di G. De Rosa, Edizioni di Storia e Letteratura 1979.

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Senza rimedio

 A un certo punto di un suo breve testo di presentazione del carisma certosino, il grande studioso del monachesimo, e monaco trappista, André Louf dedica un capitoletto al tema del «deserto»1. L’esperienza del quale, che ha nell’Esodo il suo paradigma, può suscitare, anche oggi, entusiasmo – la solitudine tanto ricercata e finalmente raggiunta –, ma solo per un tempo assai breve. Passato appunto l’entusiasmo iniziale, è «la tentazione che attende inesorabilmente» il monaco chiuso nella sua cella: «L’assenza di distrazioni esteriori ributta il solitario addosso a se stesso, riaccendendo i desideri fino a quel momento inconfessati che brulicano ancora nel suo cuore, e che ora si rivelano realmente inconfessabili». Nel silenzio esplode come un bomba la fragilità dell’individuo e «tutte le sue illusioni e i suoi miti» (le storie che ci raccontiamo) si sgretolano.

Per illustrare questo fenomeno, Louf cita estesamente la testimonianza di un giovane certosino anonimo: «Il deserto è un fuoco purificatore. Nella solitudine ciò che siamo veramente viene in superficie. Tutte le bassezze… tutto il male…», ecc. Diventa impossibile nascondere, dissimulare, sorvolare sulle sgradevolezze, e «risulta evidente come con troppa facilità ci giustifichiamo, considerando le nostre mancanze al pari di tratti del carattere». Niente più scappatoie, niente più distrazioni, niente più artifici: ci viene sbattuta in faccia «la nostra miseria senza rimedio». E alla fine di questo cammino buio e doloroso, secondo il giovane monaco, c’è Dio ad attenderci. A quel punto siamo così svuotati, domati, trasformati e malleabili, che Dio può compiere il miracolo: cavare dalla nostra miseria la meraviglia.

Per quanto consideri la vocazione alla solitudine, e per quanto possa concordare nel biasimare il «malcostume» di giustificare i propri difetti quali aspetti della propria personalità («Eh, cosa vuoi, sono fatto così»), devo confessare che, ogni volta che m’imbatto in questo tipo di accanimento, avverto un moto di irritazione. Non è forse possibile anche nel «mondo» riconoscere le proprie debolezze? Non ci pensa spesso (più che spesso) proprio il mondo a farle emergere, a sbattercele in faccia? Non è possibile riconoscere anche là fuori, in mezzo agli altri, le bugie che ci raccontiamo e smascherarle? Non sono proprio gli altri che spesso sono decisivi per smantellare illusioni e miti privati?

Anche per un miscredente, poi, si tratta di un «cammino di verità» (distrazioni comprese), anche se in fondo al quale non c’è nessuno ad attenderlo. O forse invece sì, qualcuno c’è, visibile.

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  1. André Louf, Saint Bruno et le charisme cartusien aujourd’hui, Editions Parole et Silence 2009, pp. 45-53.

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Pietro il Venerabile e ’sto catarro che non passa (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Come si diceva, abbiamo la risposta del medico e l’attacco dimostra la piena consapevolezza da parte del mittente del rango del destinatario: «Dopo aver esaminato la lettera di vostra sublimità, mi sono addolorato che un uomo tanto necessario alla Chiesa di Dio fosse violentemente afflitto da sofferenze fisiche… Quando giunsi a Cluny l’anno scorso, il vostro amore mi accolse con onore, senza che io meritassi nulla da voi, mi rese addirittura partecipe della vostra fraternità», ecc. ecc. Quindi, come vedete, non ho tardato a inviare alla vostra sublimità Bernardo, il latore della presente», mio amico e collaboratore, ampiamente preparato ad affrontare quello di cui mi dite. Se poi ci sarà bisogno, verrò anch’io.

«Per quanto riguarda la vostra cura, considerate questo: la flebotomia, a mio parere, dovrebbe essere rinviata finché la voce non cominci a tornare alla sua funzione precedente». Infatti il vostro problema risiede più nel catarro che nell’abbondanza di sangue, cosa che ho notato anche l’anno scorso. Ripetete pure il cauterio, senza temere che possa danneggiare la vostra vista. Circa il fatto che i vostri medici vi hanno convinto a usare rimedi umidi, ma che vi è sembrato più salutare usare rimedi secchi contro la materia umida della malattia, rispondo che non c’è contraddizione, per quanto possa sembrare. Infatti alcuni rimedi, potenzialmente secchi, sono effettivamente umidi, in quanto più chiaramente inumidiscono e leniscono. Anche i testi lo confermano. La mirra, ad esempio, come è affermato nel Libro dei Gradi, è secca, onde asciuga anche gli umori putridi, ma fa bene anche all’irritazione dei canali polmonari e delle palpebre. E ciò fa in virtù della sua viscosità e gommosità. «Riguardo a bagni e stufe, a suffumigi e fomenti al petto, a pillole da tenere sotto la lingua, a pillole per il catarro a base di balsamato paolino, a gargarismi e simili, ne ho discusso a sufficienza con il nostro Bernardo, che, se piace alla vostra reverenza e bontà, non tardate a rimandare a noi il più presto possibile.» Sono stato rassicurato dal suo resoconto sulla vostra condizione e se c’è qualcosa da modificare, me ne occuperò senz’altro.

La chiusa è finissima: «Valete, che possiate stare bene per la misericordia di Dio e per i rimedi che vi sono stati prescritti» – cioè lo sappiamo entrambi che la salute è un dono di Dio, però voi intanto fate quello che vi è stato detto…

(2-fine)

♦ Ho ricavato tutto questo da una memoria di Henri Quentin, osb, Une correspondance medicale de Pierre le Venerable avec Magister Bartholomeus, raccolta nella Miscellanea Francesco Ehrle: Scritti di storia e paleografia pubblicati sotto gli auspici di S. S. Pio XI in occasione dell’ottantesimo natalizio dell’e.mo cardinale Francesco Ehrle, vol. I, per la storia della teologia e della filosofia, Biblioteca Apostolica Vaticana 1924, pp. 80-86.

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Pietro il Venerabile e ’sto catarro che non passa (pt. 1)

In età non più giovanissima, diciamo intorno al 1150, cioè verso i 58 anni, Pietro il Venerabile, abate della grande Cluny da quasi trent’anni, scrive una lunga lettera al magister Bartolomeo per chiedergli un consiglio medico. «Gli storici della medicina riportano, proprio in questo periodo, un celebre Maestro Bartolomeo, autore di opere che lo collegano alla scuola salernitana e che risulta essere allievo di Costantino l’Africano, monaco e medico di Montecassino, morto nel 1087. Bartolomeo stesso fu commentato da un certo Bernardus provincialis [cioè di Provenza], che scrisse intorno al 1150-1160», le date tornano. La richiesta di Pietro peraltro non è strana: oltre al fatto che i due, come emerge dalla lettera, si sono conosciuti a Cluny «l’anno passato», l’abate cluniacense era una delle figure più prominenti della cristianità – per dirla in termini moderni: uno che, se chiede qualcosa, gli si risponde.

Certo, dice Pietro, «avrei preferito riversarti queste cose nelle orecchie da solo piuttosto che fartele leggere», ma io non posso muovermi né tu puoi venire, e inoltre la tua conoscenza è tale che anche in base a un resoconto potrai aiutarmi (e poi magari mi manderai quel tuo collaboratore, Bernardo, che mi ha fatto un’ottima impressione). E il resoconto di Pietro è invero accuratissimo. Riassumiamolo.

Allora, di solito sono afflitto dalla «malattia chiamata catarro quasi ogni anno», in genere due volte: una in estate, una in inverno; quest’anno mi è venuta alla fine dell’estate e all’inizio dell’autunno. Nei mesi estivi ho avuto un sacco di problemi coi nobili del luogo e sono «stato costretto a rinviare il consueto salasso», anzi l’ho saltato perché ormai il catarro ce l’avevo e perché ho sentito da alcuni che poteva essere pericoloso. Da costoro ho anche appreso che un uomo con una malattia catarrale, salassato, «perde la voce in modo permanente o per lungo tempo.» Ho sentito dire tante altre cose e allora ho ritardato il salasso di circa quattro mesi, «ma poiché il catarro non scompariva come al solito o nei tempi previsti, e temevo di incorrere in una sorta di febbre per l’eccesso di sangue o di catarro», ho finito col farlo e anche abbondante. «Ciò che i miei profeti avevano predetto è accaduto: il catarro non se ne è andato, né la voce è tornata al suo stato precedente dopo tre mesi.» Risultato, non sto bene ed espettoro molto. Mi hanno consigliato di assumere cibi caldi e umidi, «e quando ho obiettato che la malattia si sarebbe dovuta più ragionevolmente contrastare con cibi caldi e secchi, in modo che la medicina combattesse la malattia non con una sola qualità, ma con due, non sono stati d’accordo né mi hanno spiegato il motivo… dicendo che la gola, le arterie e certe altre cose di cui non conosco bene i nomi devono essere lenite con cibi umidi, non aggravate con cibi secchi». Hanno aggiunto che, oltre alla dieta, «dragagantum [acanto], issopo, cumino, regolizia, gli stessi fichi, o tutti insieme o alcuni di essi bolliti nel vino e dati come bevanda prima di coricarsi, potevano essere di beneficio. Cosa che ho spesso tentato, ma invano.» I medici qui hanno discusso a lungo «e sebbene a volte ciò che dicevano non mi sembrasse sufficientemente ragionevole, tuttavia ho ceduto, e ho seguito la dieta e assunti i rimedi che mi hanno consigliato per quasi tre mesi, come ho detto sopra. Ritengo che finora mi abbiano giovato poco o quasi nulla.» A questo punto aiutami tu.

Prima che la situazione peggiori, dimmi cosa devo fare, «e non sorprenderti se mi preoccupo non solo della salute, ma anche del recupero della voce»: sai bene che io, se i miei doveri non mi costringessero diversamente, resterei tanto volentieri muto, «ma poiché non la minima, bensì la massima parte dei miei doveri abbisogna della lingua o della voce, non potrei adempiervi se mi mancassero». La voce mi è necessaria non solo per leggere, per cantare, per celebrare i sacramenti, cosa comune anche a molti inferiori, ma soprattutto per l’alta e sublime predicazione della parola divina, quando Dio mi dice per mezzo del profeta: «Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce» [Isaia, 58, 1]. Come posso allora gridare senza voce? «Per dirla in breve, l’uso della voce di Dio è necessario per me e per ogni rettore della Chiesa di Dio, così che, se sono pigri, devono essere cani muti incapaci di abbaiare, oppure, se non lo sono, devono usare la voce di Giovanni Battista: “Io sono la voce di uno che grida nel deserto”.»

La cosa interessante è che abbiamo la risposta di maestro Bartolomeo, il suo consulto scritto, dal quale si evince tra l’altro che in effetti mandò Bernardo a visitare Pietro.

(1-segue)

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Chi non vuole mai chiedere scusa (La Regola per le vergini di Cesario di Arles)

L’apprendistato monastico di Cesario di Arles, uno dei più famosi e tipici vescovi-monaci (e fratelli maggiori) del V-VI secolo, si compie a Lérins, «l’isola felice, che pur sembrando piccola e piatta, è conosciuta per aver levato verso il cielo monti innumerevoli». Nato nell’odierna Chalon-sur-Saône intorno al 470, Cesario entra a Lérins come novizio più o meno ventenne per uscirne più o meno trentenne, dopo aver studiato, ricoperto incarichi, appreso per esperienza le dinamiche di un monastero non piccolo e svolto anche alcune missioni. Proprio in seguito a una di queste ultime il vescovo di Arles lo «aggrega al proprio clero» e nel 503 lo indica come suo successore sulla cattedra vescovile, che Cesario occuperà, fino alla morte, nel 542: attivissimo, coscienziosissimo e ammiratissimo, ma non immemore della sua prima vocazione.

Dicevo «fratello maggiore» perché, come in non pochi altri casi, c’è una sorella, Cesaria, per la quale – o con la quale secondo altri modi di porre la cosa – fonda il monastero di San Giovanni di Arles, il primo ad accogliere la clausura per le donne consacrate; e per il quale monastero Cesario redige la Regola per le vergini, «la prima regola monastica composta esclusivamente per sacre vergini» e che «sembrò a quel tempo una grande novità, come mostra anche l’ammirazione di papa Ormisda» (che nella lettera Exsulto in Domino loda Cesario per aver fondato un monastero di vergini; proibisce ai suoi successori di osare rivendicare alcun potere sullo stesso monastero…e gli conferma i beni attribuiti).

La Regola è il frutto di una lunga elaborazione, cominciata nel 512 e conclusasi nel 534, anzi, come riportano alcuni manoscritti, rivista e firmata in forma definitiva il 10 luglio 534, «al tempo del console Paolino», e se da un lato le sue fonti sono, oltre alla Bibbia, la Regola di sant’Agostino, gli scritti di Giovanni Cassiano e gli usi di Lérins, molte delle sue caratteristiche confluiranno nelle legislazioni successive, non ultima la Regola di san Benedetto, di cui anticipa, tanto per dirne una, la prescrizione della stabilità: «Ecco quanto conviene per prima cosa alle vostre anime: se una, lasciata la sua famiglia, ha voluto rinunciare al mondo ed entrare nel santo ovile, per poter sfuggire con l’aiuto di Dio alle fauci dei lupi spirituali [non soltanto spirituali, osservano alcuni commentatori, se si pensa che “nella società del tempo, in mezzo alla quale l’elemento barbarico era preponderante, si intuiscono i pericoli che potevano correre le vergini consacrate”], non esca fino alla morte dal monastero».

Oppure la necessità di sottoporre l’aspirante monaca a molte prove [multis experimentis] prima dell’ammissione alla comunità e a un anno di probandato prima della vestizione. O ancora l’insistenza sulla rinuncia a qualsiasi proprietà personale, anche minima: «Nessuna abbia in proprio beni fuori monastero, né cosa alcuna dentro e non si riservi l’amministrazione di alcunché», perché Cesario sa bene che molte sono le monache che provengono da famiglie nobiliari che vogliono ridurre il cosiddetto fronte matrimoniale spedendo alcune figlie nel chiostro, e quindi «non si ricevano se non abbiano prima fatto nei riguardi dell’intero loro patrimonio anche modesto delle carte intestate a chi vogliono, atti di donazione o di vendita, in modo da non serbare in loro potere nulla».

È molto interessante l’insistenza su lettura e scrittura. Se da una parte non si devono accogliere giovani, nobili o no, da educare o istruire, dall’altra le consorelle «tutte imparino a leggere e a scrivere» e «in ogni stagione si dedichino alla lettura per due ore, cioè dal sorgere del sole fino all’ora seconda» [Omnes litteras discant; omni tempore duabus horis, hoc est a mane usque ad horam secundam, lectioni vacent]. A parte poi gli aspetti più prevedibili circa la preghiera, il lavoro, i rapporti con l’esterno (sui quali l’insistenza è assai ribadita), molte sono le indicazioni che tradiscono anche in questo caso la «provenienza sociale» delle monache: essenzialità nell’arredo («A nessuna sia permesso di scegliersi un quartierino a parte né di avere una camera o un armadietto [nec habebit cubiculum, vel armoriolum] o altro del genere che si possa chiudere a uso personale») e nell’abbigliamento («Abbiano tutte le vesti soltanto di colore semplice e serio, mai nere, mai bianche candide, ma soltanto grezze o colore del latte [Omnia vero indumenta simplici tantum et honesto colore habeant, nunquam nigra, non lucida, sed tantum laia vel lactine]») e nel corredo («È veramente sconveniente che sul letto di una religiosa risplendano coperte variopinte da secolari e coltri ricamate [Indecorum est, si in lecto religioso stragula saecularia, aut tapetia picta resplendeant]».

E poi lavorino (la lana), si servano l’un l’altra, si alternino negli incarichi, non si preoccupino del cibo, abbiano cura delle malate, obbediscano alla badessa, preghino; e soprattutto vivano in armonia e fraternità, senza mai rivolgersi «parole aspre e ingiurie», e se ciò accade chiedano e concedano il perdono senza indugio, perché «chi non vuole mai chiedere scusa o la chiede, ma non di cuore, e chi ne è richiesta, se non perdona, sembra non avere ragione di stare in monastero».

Sine causa in monasterio esse videtur, non c’è motivo che stia in un monastero.

♦ La Regola per le vergini si può leggere in Regole monastiche antiche, a cura di G. Turbessi, traduzione di M. Bozzi, Studium 1974, pp. 335-66; altre notizie su Cesario da Cesario di Arles, Sermoni al popolo, introduzione, versione italiana e note di P. Giustiniani e L. Longobardo, Città Nuova 2024.

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Le cose che gli uomini non sono in grado di dire né di fare (Dice il monaco, CXXIX)

Dice Ivo di Chartres nella sua sterminata Panormia («raccolta di tutte le leggi»), compilata tra il 1092 e il 1095 sulla base di tutte auctoritates a lui note:

Bisogna sapere che, poiché la loro natura è aerea, i demoni superano facilmente in sensibilità i corpi terrestri. E anche in velocità, a causa della superiore mobilità del corpo aereo, superano incomparabilmente non solo la corsa di tutti gli esseri, sia uomini che bestie, ma anche il volo degli uccelli [verum etiam volatus avium incomparabiliter vincant]. Dotati di queste due qualità, che sono connesse al corpo aereo, cioè l’acutezza dei sensi e la velocità di movimento, predicono o annunciano molto prima che siano conosciuti fatti di cui gli uomini si meravigliano a causa della lentezza dei loro sensi terrestri. Per via della loro lunga esistenza, inoltre, i demoni hanno anche un’esperienza delle cose di gran lunga maggiore di quella che gli uomini possono ottenere, stante la brevità della loro vita. Grazie a questi poteri efficaci che la natura del corpo aereo ha loro conferito, i demoni non solo predicono molti eventi futuri, ma compiono anche molti prodigi, e poiché queste cose gli uomini non sono in grado di dire né di fare [quae quoniam homines dicere ac facere non possunt], alcuni li ritengono degni di essere serviti e di ricevere onori divini, e la colpa è soprattutto della curiosità, dell’amore per la falsa e terrena felicità e della gloria temporale.

♦ Ivo di Chartres, In che modo i demoni predicono il futuro, in Panormia, VII, 68.

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Le prime sillabe dell’alfabeto del mondo (Voci, 39)

 Capo IV. Quanto sia difficile salvar l’anima, stando nel secolo

Dalle cose già dette viene in conseguenza la difficoltà grande, qual provasi da ognuno che da vero si risolve d’attendere alla propria salute, in compire questo suo santo desiderio stando nel mezzo di tanti pericoli. Imperoché se è vero, come pur’è verissimo, quel ch’insegnano i Santi Padri, e S. Tomaso in particolare in più luoghi, che l’essercitio delle virtù sante, che sono i mezzi per acquistar la salute, doppo il peccato è divenuto talmente difficile che Giovanni Cassiano paragona un’anima che camina per la via delle virtù ad una nave che, trovandosi in mezzo d’un rapidissimo fiume, si sforza d’andare contro il corso, questa nave se con remi e con violenza non si spinge avanti, ogni poco che si rallenti tornerà a dietro; che sarebbe poi se oltr’al corso contrario del fiume, che è la causa di tanta fatica, havesse chi con funi, o con altri istromenti, la tirasse indietro, non solo non anderebbe avanti, ma arrischiarebbe ancora di far naufraggio. Ben provano questa difficoltà nell’operare virtuosamente quei ancora che vivono nei chiostri per il contrapeso grave di questa carne e senso depravato: che faranno poi i poveri mondani posti tra tanti pericoli del mondo?

La maniera di vivere del mondo, le sue maledette leggi contrarie del tutto alla legge di Christo, e tanto pratticate e osservate, non sono eglino grandissimi intoppi al caminare per la via della virtù? Il mondo non ha cosa più miserabile della povertà, più ignominiosa che il sottoporsi ad altri e vivere in servitù o l’esser disprezzato; per il contrario reputa per cosa felice haver delle ricchezze, honori e preeminenze, commandar’ad altri, risentirsi dell’ingiurie, il vestirsi bene, il mangiar meglio, il compiacer al senso. Queste sono le prime sillabe dell’alfabeto del mondo, che infin dalli primi anni dà ad imparare a suoi seguaci, e perché sono conformi a questo nostro senso facilmente s’apprendono e più facilmente s’essequiscono; ma perché la legge di Christo e la vera virtù, e del tutto opposta e contraria, che maraviglia poi se riesce tanto difficile e amara a cui vuole vivere secondo la legge del mondo e gusto del senso? E quel ch’importa è che, se ben tal volta l’huomo conosce la necessità della virtù e il bene in essercitarla, nondimeno, vedendo che il contrario è pratticato dal mondo, si vergogna di far quell’atto di virtù, e vuole più tosto fallar con gl’altri che esser per singolare tenuto nel bene.

♦ La Monaca Perfetta ritratta dalla Scrittura Sacra, Auttorità et Essempi de’ Santi Padri, da Carlo Andrea Basso, Theologo Oblato, e Preposito di Trezzo. Opera utilissima a chiunque desidera servir a Dio con perfettione e dall’Auttore dedicata alla Serenissima Sempre Vergine Madre di Dio, Milano, per l’erede di Pacifico Pontio e Gio. Battista Picaglia, stampatori arcivescovili, 1627, p. 20-21.

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