(la prima parte è qui)
Ci pare troppo duro il lungo «silenzio monastico»? Be’, commenta Bossuet, se considerassimo l’esame rigoroso al quale il sommo Giudice sottometterà le nostre parole, non sarebbe poi una gran fatica tacere. Nel Panegirico di San Bernardo1 Bossuet non perde occasione per edificare ed esortare: si tratta pur sempre di una predica, costellata infatti di vocativi e appelli – «cristiani!», «fedeli!» –, e declinata in prevalenza con il «voi», salvo quando il «noi» s’impone affinché nessuno possa esimersi dal riconoscersi peccatore. E forse è proprio in tali passaggi che brilla la sua lingua.
La vita e la figura di san Bernardo ci danno l’opportunità di guardare come in uno specchio la nostra vita e considerare quanto ci illudiamo e ci inganniamo a tenere gli occhi fissi sulle cose terrene. Ogni cosiddetto piacere non è forse pagato con assai più dispiaceri? «E se dovessimo espungere tutti i giorni che ci hanno recato dolore, pure secondo i valori del mondo, ce ne resterebbero in tutta la nostra vita abbastanza da riempire tre o quattro mesi?» La felicità? «Fugge, fugge come un fantasma che, dopo averci dato una specie di contentezza fintantoché è con noi, non ci lascia altro che guai.» I progetti per il futuro? «La vita ci verrà a mancare [leggerei così il terribile e ricco di sfumature «la vie nous manquera»], come un amico falso, in mezzo alle nostre imprese.» «Ahimè!», dice Bossuet alzando la voce. «Non parliamo d’altro che di come passare il tempo. Il tempo comunque passa, e noi con esso2; e ciò che passa nello scorrere del tempo entra nell’eternità che non passa.»
Tutto questo Bernardo lo aveva compreso, presto e bene, nel silenzio di Cîteaux, e quando lo ebbe compreso volle che tutti come lui lo comprendessero. Dio, infatti, aveva scelto Bernardo «per mostrarci il trionfo della croce sulle vanità, nelle circostanze più straordinarie che abbiamo mai visto in tutta la storia».
E «tutti» per Bernardo sono proprio tutti. A cominciare dalla sua famiglia che conquistò alla verità tutta intera, fino all’ultima sorella, che pure si era sposata e indossava «la pompa del Diavolo» e che, toccata dalle parole del fratello, «corre anch’essa ai digiuni, al ritiro, al sacco, al monastero, alla penitenza». E anche il padre che, rimasto vedovo e solo, ritrova infine i suoi figli a Clairvaux dove «muore nella santa speranza e, se posso dirlo, nella pace e nell’abbraccio del Salvatore». Lo slancio apostolico di Bernardo, cui Bossuet dedica il secondo «punto» del panegirico, si estende fino ai principi, ai vescovi, ai re, al papa: armato di verità e semplicità («Cosa c’era di più solido e penetrante della semplicità di Bernardo?») si rivolge all’umanità intera, senza distinzioni né esclusioni, comprensivo con i deboli, inesorabile con i potenti: «Quale regione del mondo non è stata rischiarata dalla predicazione di Bernardo?»
E risplende, quello slancio, soprattutto nei confronti dei suoi amati confratelli, dei settecento angeli – «chiamo così gli uomini celesti che insieme a lui servivano Dio» – che popolavano «di norma» Clairvaux. Con i suoi sermoni quotidiani Bernardo li abituava alle dolcezze della Croce e «li faceva vivere in modo che nulla più sapessero delle cose del mondo, come se un immenso oceano li separasse ormai da esso».
Les faisait vivre de sorte qu’ils ne savaient non plus de nouvelles du monde que si un’océan immense les en eût séparés de bien loin. Oggi nessuno più direbbe così, e i monaci, come tutti, sono assai consapevoli delle «nouvelles du monde», ma forse l’«océan immense» è quello che talvolta vorrebbero, e non solo loro, li distanziasse dalle suddette.
(2-fine)
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- Jacques-Bénigne Bossuet, Panégyrique de St. Bernard, in Oraisons funèbres. Panégyriques, texte établi et annoté par l’abbé Bernard Velat, Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade, 19512, pp. 287-314.
- Scrive Omar Khayyam: «È la Vita, la Vita che passa come tu sai passarla».
La sapienza del cuore1 rappresenta uno degli esempi più tipici di quei libri di «cose monastiche» che non leggo per motivi di conoscenza storica e inquadramento di un fenomeno culturale bensì per… per cosa? Come definire lo scopo di una lettura del genere senza ipocrisia né autocompiacimento? Forse la formulazione più onesta è quella di «conoscenza personale»; forse si può persino rispolverare il concetto di «edificazione». Poi, con una punta – in questo caso sì – di condiscendenza verso le mie fantasie, posso immaginare di essere seduto tra gli uditori dei sermoni di san Bernardo ed esserne chiamato direttamente in causa. Oggi.
Considero salutare, per il mio modesto impegno di comprensione, misurarmi con testi come Il sole nella notte di Bernardo Olivera1. Un testo impegnativo e istruttivo, il cui argomento si estende molto oltre la mia capacità di riferirne (e in fondo anche di accoglierne le premesse). Come infatti recita il sottotitolo, il libro del monaco argentino, abate generale dei Trappisti dal 1990 al 2008, parla di «mistica cristiana ed esperienza monastica», con particolare riferimento alla tradizione di autori e autrici cisterciensi.
Di grande interesse il numero più recente di
Si prenda un sermone abbaziale del XII secolo, uno dei tanti, su un argomento particolarmente ostico per un «non credente», la discesa dello Spirito Santo, di un un autore non di primissimo piano, Guerrico d’Igny, che pure è stato inserito tra «i quattro evangelisti di Cîteaux, al fianco dei sommi Bernardo di Chiaravalle, Guglielmo di Saint-Thierry e Aelredo di Rievaulx. Si prenda e si legga, come se fosse pronunciato oggi1.
VIII. Svelamento dell’interiorità
