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«Dolcemente e lievemente» (la Vita di Chiara da Montefalco pt. 3/3)

BerengarioDonadio

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Ho deciso di riservare un terzo appuntamento con la Vita di Chiara da Montefalco di Berengario di Donadio1 non per affrontare la delicata e complessa questione del cuore della santa, che dopo la sua morte fu trovato piuttosto ingrossato («grosso come la testa di un bambino piccolo») e recante, secondo l’agiografia, i segni della Passione di Cristo – questione assai dibattuta anche da un punto di vista medico. Né per passare in rassegna i circa trenta miracoli post mortem riportati in appendice (conversioni, visioni e guarigioni, di uomini e animali, dall’epilessia al mal di denti) e la lunga serie di intercessioni i cui destinatari – come riportati da un’opera di molto posteriore – sono suddivisi in un irresistibile elenco: «I. Morti resuscitati; II. Paralitici, attratti et impediti in qualche membro del corpo, guariti e liberati; III. Rotti et herniosi liberati; IV. Liberati dal male di pietra; V. Donne liberate dal dolore di madre, flusso di sangue e dolori di parto; … IX. Liberati dalle scrofole et enfiature della gola; … XII. Persone liberate da nemici e dal pericolo d’annegarsi», e così via2). Mi preme invece di annotare quanto occorso a Giocondo di Gonzo, «un frate della regola e dell’Ordine dei Minori, incaricato di predicare alle esequie di Chiara». Tre momenti in particolare.

Fra Giocondo si è preparato il sermone, «come era solito fare per i defunti», ma non appena sale sul pulpito è colto da improvvisa ispirazione e inizia a parlare a braccio, tessendo lodi altissime di Chiara. È proprio scatenato, tanto che suscita più di una perplessità nell’uditorio. Qui la scena è riportata con una tale vividezza che merita la citazione estesa: «Alle sue elevatissime parole, i frati, venuti da molti diversi Ordini, indignati, specialmente i suoi confratelli francescani, cominciarono alcuni a sghignazzare dentro i cappucci, altri a guardare con occhi torvi, mentre altri scuotevano il capo, altri volgevano altrove il viso e altri si dicevano vicendevolmente che passava la misura nel suo elogio». Giocondo si accorge del malumore che serpenteggia tra i suoi ascoltatori, se ne dispiace, ma non demorde, anzi, «buttando via ogni timore… diceva della predetta vergine tutto ciò che non aveva pensato prima ma che gli ispirava il Signore».

Lo scandalo del sermone non si chiude con la fine della funzione. Giocondo rincara la dose in altre occasioni, attirandosi critiche sempre più aspre. È molto amareggiato e comincia anche a dubitare del proprio giudizio. Un giorno, mentre si trova nella sua cella, ha una visione: è proprio Chiara, che gli si avvicina «con volto lietissimo» e gli chiede: «Guardami e vedi se ti sembra troppo quanto hai detto di me nelle prediche». Comincia così una scena la cui accesa sensualità è tenuta a stento entro i limiti dal partecipe Berengario. Giocondo è abbagliato dallo splendore della santa, capisce e non capisce, allora Chiara, «interposti mano e braccio tra il collo del frate, che dormiva leggermente, e il guanciale, con l’altra mano lo toccò dolcemente e lievemente nella parte superiore della guancia dicendo: “Guarda ora e vedi se sono bella”». Un gesto che ripeterà tre volte… Al di là di qualsiasi considerazione, è una scena di grande dolcezza.

Più volte incalzato dalla santa a riconoscere la sua bellezza, e quindi rassicurato su quanto aveva predicato, fra Giocondo pensa a cosa possa essere paragonata la luminosità ineffabile di Chiara. Tutto gli sembra insufficiente, finché «finalmente gli venne da considerare il colore del cielo d’occidente dopo il tramonto del sole, tutto sereno, senza alcuna una nuvola».

(3-fine)

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  1. Berengario di Donadio, Vita di Chiara da Montefalco, a cura di R. Sala, o.s.a., note di S. Nessi, Città Nuova 20093.
  2. Battista Piergilii, Vita della B. Chiara detta della Croce di Montefalco, Foligno 16632.

 

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«Tutte le cose ardono» (la Vita di Chiara da Montefalco pt. 2/3)

(la prima parte è qui)

Quando diventa badessa Chiara è già molto avanti su diverse «strade».

Senz’altro lungo quella della distruzione del proprio corpo: la sua anima, riporta Berengario1, «sosteneva il corpo come fosse non suo, quasi fosse una veste o il corpo di altri non unito alla sua anima: a malapena lo sentiva come proprio». Continua ad andare scalza, dorme seduta o «appoggiata a una pertica che era piantata nella sua piccola cella», si copre un po’ solo quando è malata, mangia malissimo (vegana e crudista). Cede quando il corpo si arrende, e allora dirà alle novizie: «Se io avessi un corpo come avete voi, non mi coricherei mai nel letto».

È avanti lungo la strada dell’umiltà. Oppostasi inutilmente all’elezione, mantiene il suo atteggiamento di servizio e di costante autosvalutazione: «Io sono convinta di essere la donna peggiore del mondo e non vedo nessuna persona peggiore di me»2. Mantiene anche, bisogna dire, la volontà d’acciaio che ha manifestato sin da piccola. Se il più delle volte è esercitata per mortificarsi, altre è in aperto contrasto con lo spirito di obbedienza. Berengario riporta a questo proposito un piccolo episodio molto bello. Chiara ha sempre interpretato la castità in maniera ultra radicale, anche quella dello sguardo: occhi a terra, mantello e cappuccio chiusi, tenda alla grata. Non vedere né essere vista, figuriamoci poi toccare o essere toccata. Un giorno le viene richiesto di accettare un oblato posandogli le mani sul capo: «Bisogna che tu lo riceva con le mani scoperte, come fanno le altre abbadesse», le dice un canonico. «Ma Chiara rispose: “Io non farò così”».

Chiara è senza dubbio avanti, inoltre, sulla strada della scienza. Non è «donna istruita» ma, come i padri delle origini, possiede la piena comprensione delle Scritture e, mentre prima non parlava quasi mai, dopo la morte della sorella e l’elezione è un fiume di insegnamenti per le consorelle. Non solo, e questo è un tratto insolito, è infusa anche di scienza mondana: «Era pure consapevole che di qualsiasi cosa si trattasse – per fare un esempio, anche di un ramoscello di quercia – avrebbe saputo dare con diversi procedimenti tante spiegazioni e cavar fuori tante cognizioni, che se ne sarebbero potuti scrivere molti libri». Il suo sapere brilla in particolar modo nel confronto assai noto con il francescano Bentivenga da Gubbio che, accompagnato da Giacomo da Coccorano, si trattiene a lungo (Berengario parla di due giorni interi) alla grata del monastero della Santa Croce, cercando di convincere Chiara della giustezza dei suoi argomenti a favore dello «spirito di libertà» e dandole della «grossa di cervello». Chiara non si scompone, ribatte punto su punto, ci pensa su e infine denuncia ai superiori dell’Ordine l’eterodossia del frate (che sarà poi inquisito, condannato, su iniziativa di Ubertino da Casale3, e infine incarcerato).

Ancora, Chiara è molto avanti sulla strada della «visione» e della «profezia». Lo spirito profetico si manifesta soprattutto nella forma della comprensione delle «cose occulte delle menti»: intuisce i rimorsi delle consorelle, scorge le colpe nascoste di chi parla con lei, prevede i segreti di chi le chiede consiglio. Le visioni invece si presentano durante «rapimenti» che possono essere molto intensi e spesso sono accompagnati da tremiti anche violenti o improvvise rigidità. Le consorelle si spaventano (la testa ciondolava «come fosse di una morta»), anche perché le visioni lasciano Chiara prostrata e vieppiù indebolita, e giungono al punto di non «parlare di Dio» in sua presenza per non innescare altri episodi. Di cosa Chiara veda e senta «non si può sapere nulla con certezza, nemmeno quanto essa riferiva con grande difficoltà, raramente e in modo incompleto». Qualcosa tuttavia, ogni tanto, trapela, soprattutto quando parla mentre è estatica, come quella volta che:

«Levò le braccia al cielo e si alzò a sedere con ammirazione delle monache, appunto perché per molto tempo non si era potuta muovere. E disse: “Tutte le cose ardono, tutte le cose ardono, e voi che fate?”»

(2-continua)

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  1. Berengario di Donadio, Vita di Chiara da Montefalco, a cura di R. Sala, o.s.a., note di S. Nessi, Città Nuova 20093.
  2. Berengario ci mostra spesso Chiara assorta nella considerazione dei propri peccati e difetti, e della propria nullità nell’immensità divina: «Si vedeva come una catinella in mezzo al mare, immersa nell’acqua e da essa sostenuta».
  3. Si ricorderà, a questo proposito, la scena del Nome della rosa di Umberto Eco, nella quale i legati pontifici si accapigliano con i francescani, tra i quali c’è Ubertino: «“È colpa mia se Ludovico legge i miei scritti? Certo non può leggere i tuoi che sei un illetterato!” “Io un illetterato? Era letterato il vostro Francesco, che parlava con le oche?” “Hai bestemmiato!” “Sei tu che bestemmi, fraticello da barilotto!” “Io non ho mai fatto il barilotto, e tu lo sai!!!” “Sì che lo facevi coi tuoi fraticelli, quando ti infilavi nel letto di Chiara da Montefalco!” “Che Dio ti fulmini! Io ero inquisitore a quel tempo, e Chiara era già spirata in odore di santità!” “Chiara spirava odor di santità, ma tu aspiravi un altro odore quando cantavi il mattutino alle monache!”» (Quinto giorno, Prima).

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«Una mela e un pezzettino di pane» (la Vita di Chiara da Montefalco, pt. 1/3)

«A sei anni Chiara entrò con grande entusiasmo nel reclusorio della sorella Giovanna. Ne sentì tanta gioia che per una settimana, perso l’appetito, non mangiò che una mela e un pezzettino di pane.» Come dicevo, la Vita di Chiara da Montefalco di Berengario di Donadio1 è piena di notizie di prima mano su un esempio di bizzocaggio, un «reclusorio», appunto, o «carcere» tipico di quegli anni (1274) nell’Italia centrale. A Montefalco, tra l’altro, nel momento in cui Chiara manifesta l’intenzione di seguire le tracce della sorella, di reclusori ce n’erano quattro, e tutti si sarebbero trasformati (o uniti) in monasteri. È interessante anche osservare che in questo caso la famiglia non era affatto contraria alle aspirazioni religiose dei figli e delle figlie, anzi, il padre Damiano si era occupato personalmente della costruzione del reclusorio, mentre la madre Iacopa, alla morte del marito, si unirà alle figlie.

BerengarioDonadioOrientato alle stelle di penitenza e povertà («vivevano poverissime di offerte spontanee e non cercate»), il reclusorio non ha una dimensione istituzionale definita e non prevede l’emissione di voti, infatti Chiara «benché non avesse fatto professione di obbedienza, dato che il reclusorio non era ancora un monastero con una regola, tuttavia obbediva totalmente alla sorella Giovanna e osservava come fossero di Dio i suoi consigli e ordini». Quell’«ancora» che ho evidenziato è interessante, e forse è tipico più del punto di vista di chi scrive, Berengario, un vescovo vicario, di chi, per così dire, viene scritto, cioè le compagne di Giovanna. L’uomo di Chiesa sembra dire, implicitamente, che quella forma di vita non poteva che essere preludio a una forma più stabile, quando forse le donne penitenti non ne vedevano invece la necessità. Anche i «consigli e ordini» sono interessanti, perché ci dicono del ruolo di Giovanna, la «rettrice», che, pur senza lo status di badessa, incarna quella che non è, formalmente, una vera e propria regola. Nel reclusorio, ad esempio, si osserva il silenzio da compieta all’ora terza del giorno dopo, e questo avviene «per abitudine e comando della rettrice»; Giovanna distribuisce i compiti, e infatti Chiara «accoglieva con riverente umiltà il comando della rettrice riguardo ai servizi» (lei poi doveva far di più – «volendo obbedire più all’intenzione che alla voce» –, ma questo è un altro discorso); Giovanna assegna le penitenze (e ha un bel da fare a contenere gli eccessi della sorellina).

Passano gli anni, non pochi, a riprova forse che le penitenti non trovavano nulla di sbagliato nella loro forma di vita. Giovanna, infine, intorno al 1289 stabilisce che la comunità2 abbandoni il reclusorio e trovi un posto dove fondare un monastero (l’autore sottolinea con compiacimento che ciò avviene per ispirazione divina). Il luogo viene individuato, e con fatica rivendicato; e quella che è ancora una «casa» viene ordinata «a modo di monastero». Gli inizi sono difficili e la rettrice decide che le sorelle escano per elemosinare («si dovette affidare ad alcune l’incarico di mendicare il pane di porta in porta»), cosa che non avrebbe più potuto fare di lì a poco. Circa un anno dopo, infatti, «ordinato un poco il luogo che era stato costruito per essere monastero, Giovanna e le altre religiose chiesero al vescovo diocesano una delle regole approvate».

Il vescovo concede, nel giugno del 1290; la regola assegnata è quella «più moderata, cioè quella del beato Agostino»; fine del bizzocaggio, il Monastero di Santa Croce è eretto; Giovanna ne è la prima badessa, ma, «afflitta secondo la natura umana», muore quasi subito; nel 1291, a 22 anni, nonostante se ne ritenesse del tutto indegna, Chiara viene eletta badessa.

(1-segue)

 

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  1. Berengario di Donadio, Vita di Chiara da Montefalco, a cura di R. Sala, o.s.a., note di S. Nessi, Città Nuova 20093.
  2. «Già le Rinchiuse arrivavano al numero d’otto, ed erano le infrascritte Giovanna di Damiano, Chiara di Damiano, Andriola, Tomasa d’Angelo, Marina di Giacomo, Paola di Gualtario, Illuminata di Giovannello, Agnese di Tadione, tutte da Montefalco. Queste otto Vergini per la piccolezza del Reclusorio, parevano più tosto sepolte, che rinchiuse», dalla Vita della B. Chiara detta della Croce da Montefalco di Battista Piergili, 16632.

 

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Chiara e Francesco (non quelli, altri due)

Una delle letture che i due grossi volumi di Mario Sensi mi hanno spinto a fare è la Vita di Chiara da Montefalco di Berengario di Donadio (Berengario di Sant’Africano, Béranger Donadieu de Saint-Afrique), molto interessante per esemplificare alcuni tratti dei bizzocaggi dell’Italia centrale della fine del XIII secolo, e per la figura della santa. Ma di questo un’altra volta, poiché il testo dell’allora vicario del vescovo di Spoleto è ricco anche di piccole notazioni curiose e, si direbbe oggi, sottotrame. Una mi ha colpito in modo particolare.

BerengarioDonadio

Chiara muore intorno alle nove del mattino di sabato 17 agosto 1308. La sera prima ha mandato «a chiamare suo fratello Francesco, allora superiore dei frati Minori nella valle di Spoleto». Cosa fa il fratello? Accorre? No, fa chiedere «se potesse attendere fino al giorno dopo», al che Chiara risponde: «Se domani non verrà molto presto, non occorrerà più che venga per me». Uno scambio singolare, e non posso fare a meno di immaginare la notte di fratello e sorella, i loro pensieri – dovevo andare?; be’, poteva venire…

Al mattino presto Chiara viene visitata dal medico, che, uscendo, incontra Francesco, che invece sta arrivando. Alla domanda su come stia la sorella, il medico risponde: «Credo che sia del tutto guarita. A parte il timore per i rapimenti che ha frequentemente, non può esserci alcun pericolo imminente». Il frate, sorprendentemente, esita di nuovo: «Allora voglio tornare perché, da quanto mi pare [in questo inciso c’è un mondo], non occorre che entri»; sembra proprio che si appigli a qualsiasi parola pur di rimandare l’incontro con la sorella. Chiara però, infusa di spirito profetico, percepisce il dialogo che si sta svolgendo alla porta del monastero, chiama una conversa e le dice: «Va’ e di’ a Francesco che entri, altrimenti non mi vedrà più». Francesco non ha più scuse ed è costretto a entrare. Avrà uno scambio di battute un po’ surreale con la sorella e, insieme alla comunità, assisterà al santo trapasso.

Un indizio sul motivo della riluttanza di Francesco si può trovare, forse, nelle ultime parole che Chiara gli rivolge: «Ti raccomando in modo speciale questo monastero e tu comportati bene e sii buono». Per un istante si può indulgere all’immagine di un fratello schiacciato dalla presenza di una sorella già santa sin da bambina (senza dimenticare che un’altra sorella, Giovanna, è la rettrice del reclusorio nel quale si ritira la piccola Chiara) e da anni di raccomandazioni e ammonimenti. Di questi si trova una piccola traccia nei pochi «detti» della santa, riportati in appendice alla Vita e tratti dalle testimonianze rese al primo processo di canonizzazione. «Al fratello Francesco ancora fanciullo» Chiara dice di recitare l’Ave Maria e fare molte «genuflessioni e prostrazioni»; «quand’era studente ad Assisi» gli ricorda che lei sa benissimo quando, invece di studiare, si dà «ai giochi e ai divertimenti, a mangiare e a bere in modo disordinato»; infine al fratello «divenuto lettore di teologia» ricorda la castità, la preghiera, la pietà e che non è il caso di esaltarsi per i libri letti: «Anzi, ti dico che da parte mia avrei maggiore consolazione se tu fossi un laico e cuoco dei tuoi fratelli con buono spirito e con devoto fervore che se fossi uno dei maggiori teologi». Niente, non va mai bene niente.

Sicché, non siamo troppo severi con il Francesco adulto, fermo sulla porta del monastero, che ascolta le parole del medico, spera disperatamente che siano vere, si sente straziare dentro e alla fine non riesce a trattenersi: mi sembra di capire che posso venire più tardi

Berengario di Donadio, Vita di Chiara da Montefalco, a cura di R. Sala, o.s.a., note di S. Nessi, Città Nuova 20093.

 

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«Con le sue manj». Il taglio dei capelli di Chiara d’Assisi

LeggendaSantaChiara«Et poi sancto Francesco la tondì denante allo altare, nella chiesia de la vergine Maria dicta dela Portiuncola.»

Ho approfittato dell’edizione in volume separato da poco pubblicata dalle edizioni Paoline per leggere la Leggenda di santa Chiara vergine di Tommaso da Celano. Quando mi avvicino alla «regione francescana» (e clariana), in particolare alle sue fonti, si accende una sensibilità inconfondibile, e sono certo di non essere il solo miscredente (peraltro non si è mai il solo «qualcosa») che Francesco d’Assisi zittisca. Oggi è stata la volta di una scena: il taglio dei capelli di Chiara d’Assisi.

Richiesto su come comportarsi per seguirlo nella «religione» («quando e come dovesse agire»), Francesco ha detto a Chiara di lasciare la casa paterna e di raggiungere lui e i suoi compagni a Santa Maria degli Angeli, la notte della Domenica delle Palme («el dì de la oliva», del 1211 o del 1212). Lei lo fa, uscendo da una porta secondaria, che apre miracolosamente, e «accompagnata da una onesta compagnia». In breve raggiunge la chiesa della Porziuncola, illuminata da fiaccole e dove i frati la stanno aspettando in preghiera. «E lì subito, gettate via le brutture di Babilonia, diede al mondo il libello del ripudio, tagliati per mano dei frati i capelli, depose anche i vari ornamenti» (Leggenda, IV).

Così scrive Tommaso da Celano. È un brano che nel suo complesso è stato, come è ovvio, attentamente analizzato, poiché ricco di sfumature e allusioni, ma del quale rimane intatta la forza dell’immagine notturna della chiesetta, illuminata dalle torce e presumibilmente fredda (è marzo), in cui fa il suo ingresso Chiara, attesa dai frati. Il curatore della Leggenda, Marco Guida, osserva sulla scorta di diversi studi anche il significato preciso della scelta del Celano di attribuire collettivamente ai frati, in contrasto con le fonti agiografiche precedenti, il taglio dei capelli di Chiara: la «responsabilità corale» nella fuga della giovane serve a ribadire, a molti anni di distanza dai fatti «il legame tra “sorelle povere” e “frati minori” caratteristico delle origini».

Altre «leggende», invece, scelgono comprensibilmente di unire Chiara e Francesco anche in quel gesto. Come nel caso della Legenda minore umbra, in volgare, probabilmente della fine del XIV secolo, che anzitutto precisa che i frati stavano proprio pregando per Chiara, «che non havesse impedimento al suo sancto desiderio et proponimento»; che restituisce poi ancora più poetica l’immagine della chiesa, «et intrando nella echiesia dove erano multi lumi accesi, però che li frati cantavano multe belle laude de Dio, et himnj sancti multo devotamente»; e arriva infine così all’apice della scena (che merita la citazione estesa):

«Et vestita de una soctana grossa, sancto Francesco con le sue manj sì li moçço et tondì li soi capilli, et cénseli una grossa corda, et puseli in capo uno velo biancho et uno negro de grosso et materiale panno. – Porresti pensare piatosamente, che era ad vedere una fanciulla tanto dilicata de .xiij anni andare con una soctana grossa et così grosamente velata con quillo angelico volto, et acompagnata da così poveri frati.»

Tommaso da Celano, Leggenda di santa Chiara Vergine, a cura di M. Guida, Edizioni Paoline 2015; la Legenda minore umbra, e tante altre cose molto interessanti, si può trovare nel sontuoso Fonti clariane. Documentazione antica su santa Chiara d’Assisi…, a cura di G. Boccali ofm, Edizioni Porziuncola 2013.

 

 

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Come ti scrivo una Vita di Cutberto

Nel Prologo della Vita Cuthberti di Beda, il Venerabile Beda, si può leggere una delle rarissime descrizioni di come veniva composta un’opera, in questo caso un’agiografia, nell’alto Medioevo. Non si può certo estendere a tutti i casi tale modello, ma gli studiosi sono inclini ad attribuirgli un certo grado di esemplarità.

Siamo intorno al 718 e la comunità dell’«isola santa» di Lindisfarne, nella persona della sua guida, il vescovo Eadfrith, chiede a Beda di scrivere una vita in prosa del grande Cuthbert, predecessore di Eadfrith, morto nel 687. Beda ne ha già scritta una, in versi, oltre dieci anni prima, ma accetta ugualmente.

Verso il 720 l’opera è compiuta, e Beda vi antepone una prefazione (praefationem aliquam), anch’essa su richiesta del vescovo, in cui ripercorre le fasi della stesura, ed è così che impariamo un sacco di cose interessanti. Beda si preoccupa anzitutto di precisare di non aver scritto nulla senza aver prima indagato rigorosamente i fatti e aver intervistato testimoni attendibili. Questa fase preliminare si è concretizzata in una serie di note (scedulas) che, raccolte in un opuscolo, Beda ha sottoposto ad alcune persone che conoscono bene la «materia», come il prete Herefrith e altri, accogliendone senza esitazioni le osservazioni («diligentemente ho emendato alcune cose secondo il loro giudizio»).

A questo punto il testo approda a una prima stesura chiara e distesa su pergamena, che Beda consegna alla comunità in modo che ciò che è falso possa essere corretto e il vero approvato (atque ad vestrae quoque fraternitatis praesentiam asportare curavi, quatinus vestrae auctoritatis iudicio vel emendarentur falsa, vel probarentur vera esse, quae scripta sunt). «La comunità di Lindisfarne dà così inizio a una lettura pubblica che dura due interi giorni, durante i quali ogni dettaglio viene attentamente esaminato e discusso»: una valutazione collettiva di anziani e maestri che si conclude con la consegna ufficiale del testo ai copisti.

In realtà i confratelli avrebbero indicato qualche mancanza e suggerito qualche possibile integrazione. Si trattava di episodi «certamente meritevoli di essere menzionati», commenta Beda, leggermente piccato, «se non fosse sembrato poco adeguato e corretto inserire nuovo materiale in un’opera già concepita e realizzata (deliberato ac perfecto operi)». La cosa era finita lì.

La frecciatina viene in parte smorzata dalla immediatamente successiva richiesta di intercessione, non senza tuttavia che Beda colga l’occasione per ricordare la rapidità con la quale aveva accettato l’incarico. È un piccolo capolavoro di retorica: «Ho pensato inoltre sia giusto ricordarvi ciò che coronerebbe la vostra eminenza: come io non ho tardato a eseguire con prontezza il compito che avete ritenuto affidare alla mia obbedienza, allo stesso modo non sarete lenti nel conferirmi il premio della vostra intercessione».

Devo questa lettura a uno studio di Franco De Vivo, che così conclude: con tutte le cautele possibili, questo racconto mostra come «nella coscienza dei contemporanei un [concetto di] testo “originale” vi fu, per quanto privo di quel carattere di ferrea e indiscutibile unicità che il senso comune tende oggi ad annettervi», e la prefazione di Beda ci dice come, «almeno nell’ambiente monastico, l’elaborazione di questo “originale” fosse oggetto di lunga e complessa negoziazione con la comunità dei suoi fruitori». Senza per altro che ciò ne sancisse la successiva intangibilità, «poiché la modificabilità era connaturata ai tempi e ai modi dell’editoria medievale», e tale provvisorietà rappresentava in fondo «la migliore garanzia della sopravvivenza del testo nel tempo».

(Franco De Vivo, Rappresentazione del lavoro intellettuale nei monasteri inglesi dell’alto medioevo, in Teoria e pratica del lavoro nel monachesimo altomedievale, Atti del convegno internazionale di studio, Roma-Subiaco, 7-9 giugno 2013, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo 2015, pp. 57-69 – un volume spaziale.)

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Sciuscià, arlecchino e chef (la Vita di san Benedetto di Aniane, pt. 3)

Aniane(la prima parte è qui, la seconda qui)

Oltre che di informazioni storiche, la Vita di san Benedetto di Aniane di Ardone Smaragdo è ricca di quelle che si possono definire «fotografie» di vita quotidiana, o comunque di episodi che spiccano o si discostano per qualche particolare dalla normalità del canone agiografico.

Osserviamo ad esempio Benedetto che, agli inizi della sua vita monastica (cominciata nel 774, dopo diversi anni passati alla corte di Pipino il Breve, dove raggiunse la carica di coppiere, e poi di Carlo), si sottopone a un duro regime di penitenze e umiliazioni, e «si accaniva contro la sua carne come una bestia feroce». Nel monastero (di Saint-Seine, vicino a Digione) si mette al servizio di tutti, e di notte, mentre gli altri dormono, «egli puliva detergendoli con l’acqua i calzari e li restituiva puliti al posto giusto», come il servizio negli alberghi. Alcuni confratelli lo irridono per questo, e di giorno, «quasi prendendosi gioco di uno completamente pazzo, lanciavano le scarpe contro di lui che era posto un po’ in disparte»: Toh, capo, pulisci anche queste! Ah ah ah! E Benedetto? «Sopportava tranquillo».

Non presta neanche molta attenzione alla veste monacale: quando il tessuto si lacera perché troppo vecchio, «con un panno occasionale di un colore molto diverso rappezzava il buco che si era venuto a creare, cosa che lo rendeva abbastanza goffo [deformem]». Un arlecchino, anche in questo caso sbeffeggiato (e sputato) da molti .

Guardiamolo adesso mentre si trova ad Aniane, alla guida della sua piccola, nuova comunità, povera di tutto, tranne che di fede e di amore fraterno. Benedetto si prodiga in ogni attività, aiuta tutti e non disdegna di preparare il cibo per i confratelli; già che c’è, «contemporaneamente trovava il tempo di scrivere un libro di cucina [librum etiam pariter circa coquinam occupatus scribere satagebat]». Peccato che il ricettario di chef D’Aniane non si sia conservato…

Benedetto non si sottrae a nulla, «arava con coloro che aravano, zappava con coloro che zappavano, mieteva con i mietitori»; non si lascia mai andare a bere un goccio di più e «più volte l’abbiamo visto misurare ciò che gli era posto davanti nella ciotola»; si raccomanda sempre di non aggiungere formaggio grattugiato (ne exigua particola casei triti) alle sue vivande e non ammette che si sprechi un solo legume («subito avrebbe pronunciato una sentenza degna di una scomunica, come si fosse trattato di un delitto»). Più di ogni altra cosa, Benedetto è singolarmente capace di operare il bene, in ogni forma, tanto che «chi era angustiato dalla malattia della tristezza, avvicinandosi a lui, immediatamente se ne andava contento». Un diffusore di serenità.

La scena che ho trovato più divertente riguarda un’improvvisa invasione di cavallette (locustarum), «così numerose da nascondere i raggi del sole». I monaci sono preoccupatissimi per la vigna, e Benedetto fa la cosa più semplice: va in chiesa a invocare l’aiuto di Dio. E cosa accade? «Dopo poco le cavallette, trovandosi male, se ne andarono»: Ehi, non trovate anche voi che qui non si stia affatto bene? Sì, vero, stavo per dirlo anch’io. Sì, dai, andiamo via. Giusto, andiamocene…

Così, tra l’altro, nessun animale è stato maltrattato per la realizzazione di questa scena.

(3-fine)

Benedetto di Aniane. Vita e riforma monastica, a cura di G. Andenna e C. Bonetti, Edizioni Paoline 1993. (Assai utile per approfondire il saggio di Fabio Cusimano, La biografia di Benedetto di Aniane tra storia e topoi agiografici, pubblicato nel 2012 in una raccolta di studi per Réginald Grégoire e consultabile qui.)

 

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Nel fazzoletto o nelle maniche (la Vita di san Benedetto di Aniane, pt. 2)

Aniane(la prima parte è qui)

È una storia bellissima, quella della progressiva affermazione della Regola di Benedetto da Norcia, complicata e non priva di zone oscure. Vi si saldano spinte diverse per intenzione e origine: una tendenza all’uniformità in territorio franco, attestata sin dal primo decennio del VII secolo; il confronto tra regole diverse da tempo in atto sul campo, il VII secolo può essere considerato il periodo della regula mixta o composita, in cui convergono, oltre a quella cassinese, le consuetudini di Pacomio, di Basilio, di Agostino, di Colombano, quelle spagnole; la decisione di Carlo Magno di usare la rete dei cenobi per rafforzare il proprio piano imperiale (ne è convinto, il re dei franchi, tanto da scrivere all’abate di Montecassino affinché gli mandi una copia della Regola – sappiamo di questa cosa fantastica dalla sopravvissuta lettera di accompagnamento dell’abate: «Poiché piacque a Dio che qualcuno dei monaci di quella regione venisse informato della vostra devozione verso la dottrina e verso i notevoli esempi del nostro beato padre Benedetto, in base alla vostra richiesta vi abbiamo inviato la Regola dello stesso beato padre, trascritta dallo stesso codice che egli scrisse con le sue sante mani»).

E a fianco di Carlo Magno c’è Benedetto di Aniane, che da un lato sperimenta in prima persona alcune regole, dall’altro le studia e poi compone due opere di avvicinamento: un Liber ex regulis diversorum Patrum collectio (o Codex Regularum) e una Concordia Regularum, «mirante a dimostrare la priorità di quella benedettina, esaminata per capitoli». La vera alternativa, in territorio franco, era rappresentata dalla regola di origine irlandese cosiddetta «di Luxeuil», scritta da Colombano, cui quella cassinese fu preferita per una serie di motivi. Anzitutto la Regola di Benedetto da Norcia rispondeva «all’esigenza di far prevalere la tradizione monastica romana su quello iro-franca», e questo si sposava bene con il progetto carolingio; in secondo luogo era meno dura ed esigente di quella di Colombano, in breve era più realistica e più adatta per una sua applicazione universale perché lasciava all’abate un buon margine di discrezionalità per eventuali adattamenti (e questo Benedetto di Aniane l’aveva visto direttamente); infine la stabilità che contraddistingueva la regola cassinese era perfetta sia per il potere politico sia per l’idea di monachesimo che aveva maturato Benedetto di Aniane, in particolare riguardo alla pratica liturgica.

E dopo Carlo Benedetto sarà a fianco di Ludovico il Pio, perché l’opera non si completerà con un paio di editti, ma sarà lunga, osteggiata e richiederà, tra le altre cose, l’istituzione di una figura che può essere considerata progenitrice di quella del padre visitatore. Ludovico vuole che Benedetto – «di cui l’imperatore si serviva per numerosi affari» – sia più vicino alla corte, così gli costruisce addirittura un monastero (a Inda) perché possa lasciare Aniane. «Dopo questi avvenimenti l’uomo di Dio incominciò a varcare spesso la soglia delle porte del Palazzo e talvolta a portare scompiglio per essere utile a molti». Da intransigente qual era, Benedetto a corte si fa molti nemici, ma tutti capiscono anche che l’imperatore lo ascolta, sicché «coloro che, danneggiati da altri, chiedevano favori imperiali si avvicinavano a lui». Benedetto accoglie tutti e prende nota delle lamentele, riportandole su foglietti (in schedulis) che al momento opportuno presenta all’imperatore. «Il sovrano si abituò a questo, ed alcune volte il serenissimo imperatore li trovava toccando il fazzoletto e le maniche [aliquoties serenissimus imperator mapulam manicasque ejus palpans reperiebat], leggeva le richieste e decideva quali fossero le più utili da esaudire; per la sua smemoratezza, infatti, era solito porle in tali posti.»

(2-segue)

Benedetto d’Aniane. Vita e riforma monastica, a cura di G. Andenna e C. Bonetti, Edizioni Paoline 1993.

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«Nessuno o solo pochi potevano imitarlo» (la Vita di san Benedetto di Aniane, pt. 1)

Aniane

La Vita di san Benedetto di Aniane di Ardone Smaragdo (che può essere indicativamente collocata intorno all’830) ha più di un motivo di interesse. È anzitutto un documento primario sulle manovre che portarono alla nascita del nucleo di quello che sarebbe diventato l’Ordine benedettino, istituzione grandiosa e longeva che Benedetto da Norcia mai nemmeno immaginò; ci lascia poi intuire alcuni aspetti concreti del paesaggio monastico dell’epoca; ci dà qualche bella immagine di prima mano di Carlo Magno e di suo figlio Ludovico il Pio; ci regala infine, anche involontariamente, come tutte le agiografie, alcune impagabili «fotografie» di vita quotidiana.

Il piccolo libro, a cura di Giancarlo Andenna e Cinzia Bonetti, che mi ha permesso di leggerla in italiano contiene anche i due saggi introduttivi dei curatori, molto utili e interessanti, e una preziosa appendice di documenti che aiutano a orientarsi meglio in quel singolare tratto della storia monastica così carico di conseguenze: due lettere di Benedetto di Aniane, una «Supplica presentata dai monaci di Fulda all’imperatore Carlo», trentasei (più tre) decreti promulgati dal primo Sinodo di Aquisgrana (816), quarantatre decreti promulgati dal secondo Sinodo di Aquisgrana (817) e i relativi Statuta Murbacensia, che li commentano e che per me valgono già soltanto per il nome.

A leggere i saggi introduttivi pare difficile sottovalutare il ruolo svolto da Benedetto di Aniane, nato Vitiza, da nobile famiglia gota, nella riforma del monachesimo carolingio e soprattutto nella ferma decisione di imporre la Regola del primo Benedetto (essendo quello di Aniane talvolta chiamato il secondo Benedetto) a tutti i cenobi del mondo franco, decisione che aveva identificato nel canone benedettino non soltanto un strumento eccellente, e sperimentato in oltre due secoli di lenta diffusione, «per salvare l’anima di chi desiderava abbandonare il secolo e le realtà secolari», ma anche una chiave per unire, senza stravolgerne il senso, la diffusione dei monasteri al progetto politico di rafforzamento dell’impero franco, sempre più ricco di genti germaniche convertite: «Il particolarismo, incerto e sempre passibile di crisi, delle prime comunità benedettine… scompariva per sempre», e per «questa sua intuizione e per la forza con cui seppe realizzarla entro i confini dell’impero carolingio, Benedetto di Aniane merita di essere considerato il primo artefice dell’unità culturale europea» (G. Andenna).

Se da un lato il progetto politico appare comprensibile, dall’altro ci si imbatte in una domanda affascinante: perché fu scelta proprio la Regola di Benedetto da Norcia? La risposta che dà Ardone non soddisfa lo studioso, ma ha una sua logica. Benedetto di Aniane si butta nella vita monastica con un ardore incontenibile (come poi vedremo) e in un primo momento rifiuta la regola cassinese, che «sarebbe stata concepita per i novizi e gli ammalati», inseguendo una durezza senza scampo e indirizzandosi piuttosto verso i modelli orientali di Basilio e Pacomio. Tuttavia, «pur eccellendo in questi esercizi di contrizione, quando si accorse che nessuno o solo pochi potevano imitarlo, per divenire testimonianza di salvezza per molti fu attratto, con l’aiuto della grazia divina, dalla Regola di Benedetto e come un nuovo atleta entrò in campo con l’intenzione di combattere apertamente una singolare battaglia». Certo, con l’aiuto della grazia divina, ma anche dopo aver compreso di non poter chiedere l’impossibile, cosa che anche l’altro Benedetto aveva capito assai bene (e sulla propria pelle, per così dire).

Ed è proprio questa, nonostante tutto, un’indicazione non trascurabile circa i motivi dell’affermazione della regola cassinese. «Perché dunque la Regola cassinese ebbe tanto successo?» si chiede Cinzia Bonetti nel suo saggio introduttivo; e successo rispetto a quali altri regole?

(1-segue)

Benedetto di Aniane. Vita e riforma monastica, a cura di G. Andenna e C. Bonetti, Edizioni Paoline 1993.

 

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«Facciamo che tu eri l’abate…» (dalla «Vita di Benedetto di Aniane»)

Nella Vita di Benedetto di Aniane di Ardone Smaragdo (prima metà del IX secolo), della quale ho trovato una preziosa traduzione italiana, viene raccontato, tra gli altri, un miracolo davvero singolare. L’azione miracolosa, operata dalla comunità intera di cui Benedetto era abate, non ha niente di speciale, trattandosi di una guarigione, ma la situazione che la produce sì.

In montibus

Dal racconto veniamo anzitutto a sapere che il lavoro dei monaci comprendeva la pastorizia e che prevedeva anche l’alpeggio, la scena si svolge infatti tra i «monti sui quali erano soliti dimorare mentre pascolavano le pecore». Poi scopriamo che per poter rispettare i tempi dell’ufficio divino, non potendo rientrare ogni volta all’abbazia, i confratelli avevano costruito nei pressi dei pascoli un oratorio.

Ed ecco la svolta inattesa: «In esso [nell’oratorio], dopo che i confratelli si erano allontanati da quel luogo, entrarono delle donne che, deridendo i monaci, dicevano a vicenda: “Tu avrai la funzione dell’abate e starai al suo posto”». Cioè, ci sono delle donnemulieres»), che non soltanto hanno osservato i riti dei religiosi e ne hanno riso insieme, ma che decidono di scherzarci su, giocando a Facciamo che tu eri l’abateet deridentes habitacula monachorum dicebant ad invicem: Tu vicem abbatis habeto in loco ejus stans»). E lo fanno proprio: si sistemano negli stalli del piccolo coro e, «comportandosi come quelli che pregano», simulano il rito e imitano anche le prostrazioni.

Inaudito! E infatti «un’adeguata vendetta divina le raggiunse subito»: visto che avevano deriso i monaci con finte genuflessioni e inchini, «incominciarono a essere tormentate dal mal di schiena» (l’originale parla di tornutionibus, termine con pochissime attestazioni, cui viene attribuito anche il significato di «vertigini»).

E il dolore non se ne va finché i mariti non si danno da fare, raggiungendo i monaci e supplicandoli di intercedere per quelle sconsiderate («ut pro temerariis preces funderent»). I monaci di Benedetto non esitano un istante, e «per merito delle preghiere dei confratelli le donne riacquistarono immediatamente la salute fisica».

Ardone Smaragdo, Vita di san Benedetto di Aniane, 26, in Benedetto di Aniane. Vita e riforma monastica, a cura di G. Andenna e C. Bonetti, Edizioni Paoline 1993, pp. 84-85.

 

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