Quello che io contesto non è certo il richiamo ai valori della Regola benedettina per affrontare le «sfide antropologiche e culturali di oggi» (per riprendere il titolo di un capitolo di un recente libro di s. Maria Geltrude del Divin Cuore, benedettina dell’Adorazione Perpetua)1. Figuriamoci, proprio io. Figuriamoci se non sono sensibile a «un atto di speranza nelle potenzialità del monachesimo anche nel nostro tempo». Quello che mi pare legittimo contestare, anche in un certo senso come parte in causa, è la «lettura» che viene data della dimensione delle «persone che vivono lontano da Dio e sembrano incredule se si parla loro del suo amore perché non hanno avuto il dono di sperimentarlo». E si tratta di una lettura assai diffusa, per non dire obbligatoria, perlomeno negli scritti di questo genere che ho letto sinora. Capisco la necessità dialettica di impostare il discorso su un’antitesi, ciò nondimeno la trovo una premessa non del tutto sostenibile, che, anzi, nonostante l’apertura di molti religiosi e religiose, mi pare ricada in un vecchio schema «dualistico»: il bene di qua, il male di là.
Dalla parte del male abbiamo: la libertà intesa in senso individualistico, la falsa libertà («che è una vera riedizione del peccato dei progenitori»), il rifiuto istintivo di ogni disciplina, la «tendenza a seguire pedissequamente le chiacchiere… e gli imperativi della moda accettati acriticamente», la frammentazione della persona, la ricerca del piacere immediato, i condizionamenti occulti del nostro inconscio, la superficialità episodica dei rapporti, la mentalità consumistica dominante, una «cultura dominata dal secolarismo e dalla negazione di un finalismo basato sul Trascendente», il dinamismo frenetico e senza una direzione precisa, e si potrebbe andare avanti spalancando un abisso di inautenticità, ostilità, egoismi, futilità, disperazione.
Ora, va ribadito che s. Maria Geltrude non è una religiosa ottocentesca ottusamente china sul Sillabo, né l’articolazione delle sue tesi ha bisogno del mio riconoscimento. Lei stessa riconosce senza esitazioni che molte posizioni del passato, compreso «l’atteggiamento apologetico di condanna della cultura moderna», «non sono certo da rimpiangere!» Tuttavia, a fronte di quei «mali» che vengono da lei (ripeto, non soltanto da lei) ricordati, e che sono innegabili, mi sarebbe piaciuto vedere espresso con pari vigore che la modernità non si riduce a quei mali. La messa in discussione di un determinato modello di autorità non comporta necessariamente l’autosufficienza e la «convinzione di non aver bisogno di imparare nulla», perché mai? Il rifiuto di un certo tipo di obbedienza non comporta necessariamente «l’abbandono al proprio capriccio». La liberazione dei rapporti interpersonali da certi vincoli non porta necessariamente allo sfruttamento vorace dell’altro. E così via.
«Sembra di moda dichiararsi agnostici», scrive s. Maria Geltrude in un passo particolarmente meditato, «affermare che Dio o non esiste o non ha nulla a che fare con noi, con la nostra vita e con tutto l’orizzonte umano. È proprio per questo che percepiamo dolorosamente la disumanità del mondo attuale: senza Dio l’uomo creato a sua immagine non è più sé stesso, non è più autenticamente umano…» Be’, l’ateismo, lo sforzo di sviluppare un pensiero che non ricorra ad alcuna forma di trascendenza, non è proprio una «moda»… Cedendo poi alla tentazione della polemica mi verrebbe da evidenziare qualche altro aspetto, in particolare quello molto complesso della «volontà di Dio» e quello dell’«impossibilità» del cattolicesimo di riconoscere davvero «uno di fuori», ma non lo farò.
Direi di restare sul terreno di quanto di buono la Regola può suggerire a tutti, in termini di stabilità, di rispetto (della persona e delle regole, appunto) e disciplina (sì), di attenzione alla comunità, di rapporto con la natura, di solidarietà, eccetera. Ci si può incontrare lì, rispettando la fede e la di lei assenza.
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- Maria Geltrude del Divin Cuore, La Regola di san Benedetto di fronte alle sfide antropologiche e culturali di oggi, in Svegliare l’aurora. La sapienza di Benedetto: alba di speranza per il nostro tempo, Nerbini 2026, pp. 190-214.

Penso che ci siano valori umani ed esperienze che, pur comprendendola, travalichino la circonferenza di un’espressione limitatamente “religiosa”. Ritengo la religiosità una terminologia non unica ma tra le molte di un’esperienza trascendente l’ordinario. Grazie per la sua riflessione 🙂