Nell’inchiesta di «Jesus» sulla crisi della vita consacrata1 che citavo qualche settimana fa, il priore di Novalesa p. MichaelDavide Semeraro apriva il suo intervento dicendo tra l’altro che «la vita religiosa, così come noi la concepiamo, è destinata non a scomparire, ma a diventare più rara. Stiamo tornando, dopo un lungo periplo, allo stato degli inizi della vita consacrata, all’esperienza dei padri e delle madri del deserto, che era la risposta di battezzati che, a un certo punto della loro vita, hanno sentito il bisogno di dare al loro discepolato una forma particolare, una risposta più individuale e personale». Bene, aprendo un volume che da tempo desideravo leggere2 ho trovato queste parole scritte trentasette anni fa del suo curatore, Guido Dotti, monaco di Bose: «La storia della spiritualità cristiana dimostra che, ad ogni rinnovamento spirituale nella chiesa, i padri del deserto riacquistano autorità, sia come effetto che come causa. Si direbbe che i padri del deserto ritornino più attuali e più vivi ogniqualvolta si ha maggiormente bisogno di loro, cioè ogni volta che emerge la radicalità richiesta a ogni cristiano per soddisfare le richieste dell’evangelo».
Abba, dimmi una parola! è il titolo del volume in questione, raccoglie una dozzina di saggi della metà degli anni ’80 (salvo uno del 1960), scritti dai «più qualificati conoscitori degli abba del deserto, a loro volta monaci e padri di monaci», e la «parola» che fa risuonare si rivela – più o meno paradossalmente a seconda dei punti di vista – di grande significato anche per «uno di fuori», forse proprio perché, come dice Thomas Merton nel contributo che apre il volume, le cose che ci trasmettono i padri del deserto non sono state soltanto dette, bensì anche e soprattutto fatte: detti e fatti dei padri del deserto. Circostanza, questa del «fare», quanto mai utile per non risolvere le proprie idee in proclami astratti e ritualità svuotate, e per mostrare che la spiritualità (o l’ideologia) vissuta non può essere disgiunta dall’attività, dalla «messa in pratica», «un elemento spirituale che, se autentico, tenderà necessariamente a concretizzarsi in atti e in pratiche in cui il corpo avrà la sua parte» (Lucien Regnault).
E se il deserto suona oggi come la grande metafora della terra incognita, dell’altrove, fisico e mentale, nel quale avventurarsi per togliersi di dosso il superfluo, il primo termine del nome degli abba rimanda alla paternità spirituale, all’altro cui aprirsi e affidarsi con fiducia. Già, scomparso il confessore, se ne è fatta una professione, con uno slittamento che chiameremo economico di prestazione che ne ha cambiato profondamente la prospettiva. «Uno scopo dello svelamento dei pensieri», scrive André Louf, «è quello di far risalire alla superficie quelle tendenze che si annidano in fondo al cuore e che provocano grandi devastazioni proprio nella misura in cui non sono condivise con nessuno. Una volta portate alla luce, invece, svaniscono spesso da sole.»
Molti sono gli aspetti presi in considerazione dai saggi presentati, a riprova anche dell’incredibile fertilità di un insieme di testi, gli apoftegmi, che rischiano sempre più di secolo in secolo di essere scambiati per un’opera di fiction, ma in questa periodica ricognizione a me è sembrato che proprio «altrove» e «altro» fossero i due poli attorno ai quali ruota l’asse di collegamento tra quel gruppuscolo di «anarchici» e noi, in opposizione al «qui» e all’«io», cui spesso (spesso?) riduco il mio sguardo. Due poli che comportano una costellazione di concetti e di pratiche come l’austerità, l’umiltà, la fiducia, la mitezza, il discernimento e la comprensione, ma anche il coraggio, la determinazione, la schiettezza, ecc., che, aggiungo io, non necessariamente possono fiorire solo in un contesto religioso, o essere distorte in un «contesto competitivo».
Mi fa sorridere trovarmi a sottolineare il commento conclusivo di Louis Leloir: «Uomini come Antonio, Macario, Poemen e Sisoes sono necessari oggi come lo sono stati quindici secoli fa e in tutte le epoche, soprattutto in quelle di grandi mutamenti»; o quello di Thomas Merton: «Mi basti dire che noi dobbiamo imparare, da questi uomini del IV secolo, a ignorare i pregiudizi, a sfidare le costrizioni e a partire, senza paura, verso l’ignoto».
______
- G. Ferrò e V. Prisciandaro, La vita religiosa tra crisi e profezia. Dal crollo delle vocazioni una riflessione sull’identità e sul futuro dei consacrati, in «Jesus» 48, 4, aprile 2026.
- Abba, dimmi una parola! La spiritualità del deserto, a cura di G. Dotti, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1989 (scritti di Merton, Regnault, Louf, Guy, Bianchi, Leloir, Van Parys e Couilleau).
