L’accordo fondamentale della musica del tempo monastico

Introducendo una bella edizione dei Sermoni per l’Avvento e la Vigilia di Natale di Bernardo di Chiaravalle1, Maria Francesca Righi, oggi badessa del monastero trappista di Valserena, svolge un’interessante riflessione sul tempo, chiarendone la dimensione che esso assume nella prospettiva cristiana, esaltata, se così si può dire, nell’esperienza monastica. Devo dire subito che non la condivido, come si può immaginare, o meglio che non ne condivido la parte negativa, ma devo anche ammettere di non avere argomenti rilevanti da opporle, argomenti che non siano frammenti sparsi di dissentimento, di carattere più che altro emotivo.

Appoggiandosi, tra gli altri, a Agostino, Guardini, Ratzinger e Taylor, Righi si dedica soprattutto a confutare quella posizione tipicamente «moderna» (nella quale mi riconosco) che denuncia la svalutazione del tempo presente da parte della visione cristiana, che sposterebbe nella sostanza, se non nella pratica, il valore dell’esistenza verso l’eternità. Tra cancellazione della memoria ed esaltazione del soddisfacimento immediato dei bisogni, ci consegniamo in realtà a un presente freddo, oscuro, fondamentalmente ostile e svuotato di vero desiderio, di attesa, di speranza – un comodo (per certuni) carcere di falsa festività e profonda disperazione.

È una diagnosi che consuona con molte analisi, svolte anche in campi assai diversi da quello della fede, e infittitesi in un momento di supercrisi come l’attuale. È una posizione alla quale io so rispondere solo con una domanda: perché proprio noi, che forse unici quaggiù siamo consapevoli della nostra fine, dovremmo essere individui che mirano all’eternità? Perché è sempre stato così, da quando l’uomo ha cominciato a porsi consapevolmente domande: bene, questa non è una risposta, bensì, molto semplicemente, un’osservazione.

Va da sé che la risposta di s. Maria Righi è assai più semplice e al tempo stesso più complessa. La risposta è la Rivelazione, la risposta è Cristo, «centro del tempo e della storia». Se il divenire cieco non è altro che corsa verso il nulla, e l’eternità trascendente non è altro che alienazione, «il cristianesimo», nelle parole della badessa, «prende in contropiede entrambe queste visioni coniugando insieme tempo ed eternità, così che l’Eterno scendendo nel tempo ne impreziosisce ogni istante e il tempo trova nell’eterno la sua destinazione, la sua vera patria».

La vita monastica, regolando la quotidianità, celebra la memoria di Cristo, ne attualizza la presenza tramite l’imitazione (o sequela), e ne vive l’attesa del ritorno: «Le assi di questo progetto temporale in cui l’oggi e il correre finché c’è tempo significano l’urgenza e la leggerezza, dentro una vita stabile e regolare, sono i pilastri dell’ora, lege et labora, preghiera lettura e lavoro e, se consideriamo la lettura il nutrimento dello spirito, ci sono anche i tempi dei pasti (dove c’è la lettura) e sono ugualmente regolati i tempi della fraternità. Questi tre pilastri, ordinatamente regolati, costituiscono l’accordo fondamentale della musica del tempo monastico» – una musica di cui, come è evidente, subisco il fascino pur non… suonandola.

La liturgia, l’ufficio divino, è il luogo dove avviene «la concentrazione dell’eterno nell’istante». È in questo momento presente che curiosamente la coscienza monastica e quella postmoderna si incontrano, ma mentre «il carpe diem del postmoderno somiglia molto alla cronofagia del paganesimo, che polverizza e frammenta il tempo e rende l’istante un passaggio verso il nulla», l’adesso cristiano e monastico è abbraccio dei tre tempi, è la saldatura dei tre momenti: passato, presente, futuro: creazione, redenzione, gloria.

Nel mio fragilissimo (egoistico?) adesso, respingo timidamente l’accusa di cronofagia, e anche quella di paganesimo, ma oltre per il momento non so andare – forse perché oltre sento di non voler e poter andare?

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  1. Bernardo di Chiaravalle, Sermoni per l’Avvento e la Vigilia di Natale, a cura di M.F. Righi, introduzione di W. Verbaal, Nerbini 2019 («Quaderni di Valserena»; 10).

 

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