Schedine: Raffaello Morghen; Ermanno Cavazzoni; un sacerdote anonimo

 Raffaello Morghen, La riforma monastica dei secoli X-XII (1958, 1968), in Civiltà medioevale al tramonto. Saggi e studi sulla crisi di un’età, Laterza 1985, pp. 1-23. C’è un aspetto per il quale i «vecchi» saggi rappresentano di frequente una lettura appassionante, al di là della loro eventuale rilevanza non superata, ed è la visione d’insieme, il tentativo, sostenuto da una lingua ben addestrata, di cogliere il fenomeno in questione da una prospettiva più ampia. Spesso non ho la preparazione sufficiente per stabilire il valore di uno studio di cinquanta, sessant’anni fa, ma trovo utili ugualmente al pensiero formulazioni come questa: «Intorno al monastero si raccolsero, nei lunghi secoli del trapasso alla nuova età, vincitori e vinti, sotto la tuitio di un santo, patrono e quasi sovrano effettivo, possessore di beni e di sudditi, e i “volghi dispersi” appresero di nuovo la sacralità del lavoro, non più degradato alla funzione puramente materiale del lavoro servile, ma impegnato a estendere, a moltiplicare e a migliorare l’opera dell’uomo e il rendimento della terra. In una carta topografica dell’Occidente nell’Alto Medioevo i monasteri figurerebbero numerosi quanto i maggiori centri abitati di oggi e a buon diritto si può parlare di una “civiltà monastica” nei secoli dal VI al X, poiché dinanzi al monastero si arrestò l’ondata della barbarie, ed ebbe inizio il riflusso della ricostruzione civile».

 Ermanno Cavazzoni, Gli eremiti del deserto, Quodlibet 2016. Capisco benissimo Ermanno Cavazzoni quando, nella breve Premessa, afferma di aver «sempre letto queste vite con ammirazione e invidia, per quei tempi di libertà, di povertà volontaria non sindacalizzata, di avventure interiori e incontri fantastici straordinari». Si riferisce alle biografie di san Girolamo, alla Storia lausiaca e alle opere di Rufino di Concordia e di Teodoreto di Cirro, da cui ha tratto con oculatezza alcune storie, tra le più famose e le meno note, e le ha riscritte, con gran rispetto per l’originale. Persino troppo rispetto, se si fa qualche confronto. D’altra parte l’espressività delle storie dei padri del deserto è spesso difficilmente superabile, e forse si può dire che il libro di Cavazzoni, che di sicuro è stato scritto con divertita partecipazione, e che affianca idealmente questi atleti dell’ascetismo ad altre figure della sua opera, si rivolga a chi queste storie non conosce: dunque un invito a scoprirle.

 A Priest, Report from Calabria. A Season with the Carthusian Monks, Ignatius Press 2017. Grazie alla segnalazione del blog «Cartusialover» ho recuperato e letto questo «Rapporto dalla Calabria», sotto forma di lettere ad amici e famigliari, di un sacerdote americano che ha passato quattro mesi presso la Certosa di Serra San Bruno, condividendo con i certosini la loro vita di solitudine, silenzio e preghiera (e condividendo la scelta dell’anonimato). Si può dire che questi testi rappresentino un genere preciso all’interno della letteratura monastica, quello del «soggiorno in monastero», di cui sono molto ghiotto e che offre esiti diversi a seconda che il soggiornante sia un laico, un religioso, una scrittrice, un antropologo, e così via. In questo caso, l’aspetto forse più curioso è dato dal fondo culturale statunitense dell’autore, che emerge con discrezione qua e là. Parlando del cibo e dei pasti consumati in cella, ad esempio, ci scappa un riferimento alla consegna a domicilio, «proprio come Domino’s Pizza»; oppure, considerando l’orario delle attività, si dice che «la schedule è speciale perché una certosa “produce” tre cose: lode di Dio, preghiera personale e di intercessione, unione contemplativa con Dio»; o ancora, osservando il giardino della cella che gli viene assegnata, il commento è: «Penso che il precedente inquilino sia stato il Luther Burbank dei Certosini: in fondo al giardino ho trovato una schiera di vasi da fiori» (il riferimento è al grande botanico statunitense della seconda metà dell’Ottocento). Il volume è, come si suol dire, corredato da una serie di fotografie molto belle, prevalentemente di F. Moleres e B. Tripodi, e di un’appendice di testi certosini e di documenti pontifici. Mi sono segnato questo insegnamento di grande praticità: «Se ho qualche richiesta importante, mi rivolgo ai monaci dopo l’ufficio. Ma il più delle volte mi dico: “Ne parlerò durante lo spaziamento (la passeggiata) della prossima settimana”, e spesso il problema si risolve prima di allora».

 

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