Tecnologie del sé monastico (Reperti, 18: Michel Foucault)

Uno degli ultimi progetti, incompiuti, di Michel Foucault è un libro sulle «tecnologie del sé», cioè quei complessi di pratiche «che permettono agli individui di eseguire, coi propri mezzi o con l’aiuto degli altri, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima – dai pensieri, al comportamento, al modo di essere – e di realizzare in tal modo una trasformazione di se stessi allo scopo di raggiungere uno stato caratterizzato da felicità, purezza, saggezza, perfezione o immortalità». Ne sono testimonianza i materiali di un seminario tenutosi all’Università del Vermont nell’autunno del 1982. In questo senso le pratiche monastiche non potevano non finire sotto la lente di Foucault, e lo dimostra il lungo saggio intitolato appunto Tecnologie del sé, in cui viene ricostruito il percorso di alcuni concetti da Socrate a Cassiano, passando per la decisiva svolta ellenistica e tardo-imperiale.

Ho trovato molto interessante soprattutto la trasformazione del precetto «conosci te stesso» in «prenditi cura di te» e infine in «fa’ l’esame di coscienza» («ma stai attento a come lo fai e non fidarti di te stesso», si potrebbe aggiungere). In principio ogni attività di «ritiro in se stessi», come anche di astensione dalla vita pubblica, è comunque finalizzata all’azione futura. Scopo della riflessione è verificare ad esempio se ciò che si è fatto è stato conforme a ciò che si doveva fare, oppure prepararsi a ciò che sarà o che potrebbe essere (la premeditatio malorum degli stoici). In questa prospettiva non esistono colpe da riconoscere, tantomeno peccati, bensì errori che, sperabilmente, si eviterà di compiere in futuro. E anche sul fronte dell’astinenza e della privazione, che hanno una lunga tradizione precristiana, non si tratta di rinunciare in virtù di un guidizio negativo del mondo e della natura umana, e in vista della salvezza, bensì come in una specie di allenamento (ghymnasia) per eventuali situazioni di sventura.

Tra parentesi, mi pare che ci sia una certa assonanza tra il «ritirarsi in se stessi e lì dimorare» dei pitagorici e la stabilità che sarà poi benedettina, e ben più che un’assonanza tra l’affermarsi dell’arte dell’ascolto (per la quale è richiesto il silenzio) sulle procedure dialogiche e il famoso incipit della Regola di Benedetto.

È col passaggio al cristianesimo che l’esame di coscienza si sgancia dalla pratica per spostarsi sull’indagine dei pensieri – e allo stesso tempo l’askesis stoica, che è padronanza di sé, si trasmuta nell’ascesi cristiana, che è rinuncia alla realtà e anche a se stessi, in preparazione a un’altra realtà. La propria fede, come la propria condizione di peccatori, diventa oggetto di divulgazione pubblica (la publicatio sui di Tertulliano), secondo tre modelli. Quello medico: «Per essere curati bisogna mostrare le proprie ferite»; quello giuridico: «Confessare la propria colpa è sempre un mezzo per mitigare la condanna del giudice»; e soprattutto quello del martirio, che, da un certo punto in poi, non può che essere rituale: «È un mezzo per dimostrare che si è capaci di rinunciare alla propria vita e a se stessi», si è pronti a distruggere la propria identità passata. Il passo all’obbedienza è facilissimo: «Si tratta di un sacrificio di sé, che si realizza nella rinuncia alla volontà propria del soggetto: in questo dunque, consiste la nuova tecnologia del sé».

Secondo Foucault, «tale tecnologia, ispirata a forme di esame di sé ricavate dalle tradizioni siriaca ed egiziana, viene descritta in modo piuttosto chiaro nelle opere di Cassiano». Obbedienza e contemplazione sono i cardini della vita monastica e l’esame di sé diventa lo strumento fondamentale per capire se siamo sulla strada giusta, se i nostri pensieri sono costantemente rivolti a Dio, se non siamo distratti. È necessario quindi saper discernere: come farlo? «C’è un solo modo: raccontare tutti i nostri pensieri al nostro direttore spirituale, obbedire in tutto al nostro maestro, sottoporci alla continua “verbalizzazione” dei nostri pensieri.» Dalla confessione pubblica si passa alla confessione privata, e in entrambi i casi lo svelamento coincide con la rinuncia: «È chiaro che, verbalizzando di continuo i propri pensieri e di continuo obbedendo al proprio maestro, si attua la rinuncia a se stessi e alla propria volontà. Questa pratica, dopo l’importante passaggio costituito dalla nascita della penitenza nel secolo XIII, si perpetuerà fino al Seicento».

Michel Foucault, Tecnologie del sé, in Un seminario con Michel Foucault. Tecnologie del sé, a cura di L.H. Martin, H. Gutman e P. Hutton, traduzione di S. Marchignoli, Bollati Boringhieri 1992, pp. 11-47.

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