Caterina Vegri (Who’s Who, IX)

«Caterina poverella bolognesa, cioè in Bologna acquistata nata e allivata e in Ferrara da Cristo sposata e quel che segue ne le precedente due cartette scritte di mia mano.» La «poverella bolognesa» è Caterina Vegri (o Vigri, o de’ Vigri, 1416-1463, o.s.c.), nota e venerata come santa Caterina da Bologna, e le «due cartette» sono l’Epilogo dell’autografo delle Sette armi spirituali, opera tormentata e dettata soprattutto dall’esperienza di maestra delle novizie, ma «esplosa» strada facendo in racconto autobiografico.

Grande mistica clarissa, Caterina «fu donna colta, allevata alla corte di Niccolo III d’Este a Ferrara… istruita nelle arti della letteratura, della musica e della miniatura.» A tredici anni lascia la corte ed entra nella comunità laica del Corpus Domini di Ferrara. Professa i voti nel 1432, quando la comunità viene trasformata in convento di clarisse. Dal 1456 è a Bologna, badessa del monastero del Corpus Domini, dove muore («santa viva»)  e dove tutt’oggi (per alcuni la «santa nera») veglia sulla sua comunità: il suo corpo incorrotto è infatti esposto, in posizione seduta in una teca, nella cappella a lei dedicata.

La sua vicenda, che intreccia temi femminili, francescani e politici, è molto interessante ed ampiamente trattata. Oltre agli autografi, si sono conservate la sua giga (una specie di viola) e alcune sue opere pittoriche, miniature, tele e forse affreschi, oggetto di vari studi di attribuzione. L’opera indiscussa è il suo Breviario personale, che «appare come un “sito interattivo”, dove gli elementi del testo e le immagini stesse operano insieme per stimolare la preghiera. Caterina deve perciò essere considerata una vera artista clarissa, che attinge alle fonti letterarie della spiritualità del suo ordine, inventando nel contempo un nuovo linguaggio formale, volto a rappresentare i voti di umiltà e povertà, creando in tal modo un'”arte povera” per le clarisse» (Kathleen G. Arthur).

Ma è stata la sua lingua che mi ha colpito molto, un bolognese incisivo e potentemente jacoponico, come direbbero gli studiosi, cioè influenzato da Jacopone da Todi, autore amatissimo dalla santa. A cominciare dall’incipit e dal modo indimenticabile con il quale Caterina si definisce: «Con reverenzia prego per lo dolce e suave amore Cristo Iesù qualunca persona alla quale vegnerà notizia de questa picoleta opera facta con lo divino aiuto per mi, minema cagnola latrante soto la mensa delle excelente e dilicatissime serve e spose de lo immaculato agnello Cristo Iesù, sore del monasterio del Corpo de Cristo in Ferrara, guardise dal difecto de la infidelità, e anche non reputi a vizio de presonzione né piglie alcuno errore de questo presente liberzolo, lo quale io sopradicta cagnola de mia propria mano scrivo solo per timore de la divina reprensione, se io tacesse quello che ad altri porria zoare».

(Ho letto un assaggio delle Sette armi nelle Scrittrici mistiche italiane, a cura di G. Pozzi e C. Leonardi, Marietti 1820 2004; mentre notizie sul breviario le ho trovate in Kathleen G. Arthur, Il breviario di santa Caterina da Bologna e l’«arte povera» clarissa, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005. Qui alcune immagini della santa.)

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