Il vessillo del monaco

Potrebbe sembrare un discorso d’occasione, composto di formule collaudate, ma non lo è. L’omelia pronunciata dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Montini, il 21 marzo 1960, poco più di tre anni prima di diventare Paolo VI, presso il monastero delle benedettine dell’Adorazione perpetua del SS. Sacramento, è un testo di grande densità e partecipazione, tutto centrato sul «proprio» del monachesimo e in cui ogni parola è pesata con attenzione (a questo proposito aggiungerò qualche corsivo).

È la festa di san Benedetto, e Benedetto dà il la, «desiderando piacere soltanto a Dio» (da Gregorio Magno). Per far ciò, per seguire Gesù, il monaco lascia tutto, nega l’uomo. Infatti «nascono questi uomini molto, molto aderenti al loro nido, lì dove nascono, cioè alla terra, sono così vincolati a questa così detta madre terra che vi aderiscono istintivamente e purtroppo totalmente». È pur vero, concede l’arcivescovo, che bisogna rispondere alle necessità imposte da questo vincolo, per lo meno «finché siamo nel tempo»; è pur vero che «non possiamo volare», ma non per questo non possiamo nemmeno camminare, anzi, dobbiamo riconoscere che nel punto di partenza è già presente una direzione verso la quale andare. E questa direzione è Dio, attraverso la strada tracciata da Cristo, che, sebbene non ne avesse bisogno, l’avrebbe già percorsa per noi. (È interessante notare, tra l’altro, come la stabilità fisica cui si votano i monaci diventi premessa di autentico movimento.)

È una concezione «eroica e drammatica anche, che pone l’uomo in contrapposizione con le cose sue, le sue relazioni umane, in grande, grandissima parte anche con se stesso» e che suscita due forti obiezioni: da una parte c’è la «natura» che ci riporta a terra, che non molla la presa. Ci possiamo sentire liberati, staccati, e invece basta un’inezia per ricadere su di essa, «perché ci si sta così bene a questo mondo che ci si pensa proprio come a una cosa a cui dobbiamo la nostra esistenza, mentre la nostra esistenza vorrebbe ormai essere sospesa soltanto alla ricerca e all’amore di Dio». D’altra parte, e lo stesso Montini la chiama «tentazione» più che «obiezione», da un punto di vista psicologico, le cose non sono necessariamente cattive, anche il mondo è «creatura di Dio» e occorre guardarsi dal chiudersi in un «perimetro di negazione» (una splendida immagine del possibile travisamento del significato del chiostro): perché non si può godere il mondo e rivolgersi ugualmente a Dio? «La cosa è molto bella ed è molto centrata e potrebbe essere studiata con maggiore analisi e con maggior premura di quanto facciamo noi adesso».

Non è la via del monaco, però, che non accede alla contemplazione salendo sulle cose, bensì staccandosi da esse: «La contemplazione esige una grande pausa che vuol dire grande abbandono delle cose che sono il tessuto della vita attiva e della vita esteriore». Senza timore di impoverirsi, anzi, confidando nel bene supremo cui quella via conduce, la pace, il vero «vessillo» del monaco: «Ha trovato la pace chi ha fatto la guerra al mondo e si è invece rivolto completamente a Dio; diventa un dominatore ed equilibratore delle cose, delle vicende, delle impressioni in cui si svolge la vita». Un vessillo squisitamente monastico, ma additabile a tutti. (E sembra qui risuonare anche l’eco semplice di sentimenti moderni, una velata risposta all’alienazione, lenita da «un certo grado di libertà dalle cose».)

Ora, non mi sfugge la velleità insita nel confrontarmi con un tale pensiero, e tuttavia si scelgono i «nemici» migliori per cercare di essere, a propria volta, migliori. Dunque non posso che respingere, con altrettanta compostezza, questa ricetta pratica di trascendenza, non in base a una contrapposizione di «fedi», bensì in forza di un distacco già consumato e immanente, quello di chi non vede (qualcuno direbbe non riesce più o ancora a vedere) segnali di un altro tempo e di un altrove; e in forza, perché no?, di una contemplazione costitutivamente limitata, di individuo tra individui, di nodo di desideri tra flussi di desideri, di vicenda finita tra vicende finite, di cosa tra cose. La pace ottenibile non parrebbe poi così diversa.

Giovanni Battista Montini, Il grande vessillo di San Benedetto, in Paolo VI, L’uomo recuperato a se stesso. Discorsi ai monaci, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2010, pp. 251-257.

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