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Delegati d’amore (Baldovino di Ford)

«La prima volta che ho letto il Trattato sulla vita comune di Baldovino di Ford sono rimasta delusa. Ero agli inizi della mia vita monastica, ma la “luna di miele” era già conclusa. Le domande sulla vita cenobitica avevano iniziato ad accumularsi e desideravo risposte concrete. La vita comune della Trinità o la condivisione degli angeli non mi sembravano soluzioni pratiche. Sì, sì, sì, era tutto molto bello, ma era come cercare di riparare un rubinetto con una chiave inglese in una mano e un libro di poesie nell’altra.» Quando un po’ per caso ho letto queste parole della monaca Maria Gonzalo1, oltre a riconoscere il tipico spirito pratico trappista, mi son detto: andare subito a leggere il suddetto trattato di Baldovino, di cui, guarda caso, avevo recuperato tempo fa per ogni evenienza la traduzione italiana2.

In effetti il testo del monaco cistercense inglese – abate di Ford, quindi vescovo di Worcester, in seguito arcivescovo di Canterbury, morto infine a Tiro nel 1190, nel corso della terza Crociata (quella di Riccardo Cuor di Leone) – sembra, se così si può dire, un po’ astratto, per quanto l’assunto di partenza sia di grande interesse teologico. Più ancora che nella comunità degli apostoli, infatti, la vita cenobitica trova la sua origine altissima nella vita comune della Trinità. «Dio non vive nel singolare», scrive Baldovino, «non è solitario… La vita di Dio non è sottratta alla comunione, poiché per le tre persone una sola è la vita». E con la vita comune discende la sua legge, cioè l’amore, perché «l’amore solitario è tormento a se stesso e finisce per odiarsi, perché non può essere solitario, non può essere privo di reciprocità» (tutt’altro che casuali, per tempo e luogo, gli echi della lirica cortese). L’amore è anche la via che conduce al ristabilimento della somiglianza delle creature al Creatore ed è strumento di conoscenza superiore alla stessa fede («Grazie ad esso Dio si fa vedere e sentire in noi molto più di quanto si faccia conoscere nella sola fede»).

La mediazione che permette il passaggio della vita comune dal modello supremo della Trinità all’imitazione abborracciata degli esseri umani è la comunità degli angeli, e «la lirica descrizione della vita degli angeli quale ci è dato di leggere al cap. IV», come opportunamente fa osservare il curatore del volume, «è in realtà una rappresentazione ideale del monastero». Tutti si amano, tutti vogliono le stesse cose, unico è l’intento; niente superbia, niente gelosia, non si litiga, non si sparla, tutti ubbidiscono; ogni cosa è ordinata, materialmente e spiritualmente, tutto è di tutti. E poi «nulla che sia trattenuto di nascosto con l’intento di appropriarsene» (che detto di angeli fa un po’ ridere, detto di monaci al contrario), e ancora «attorno all’unica mensa si saziano dello stesso cibo» (idem come sopra), e infine «nessuno si dedica nella singolarità a opere che possono turbare o contrastare la pace comune» (e tre).

La superiorità della vita comune è poi sottilmente suggerita da un passaggio che sottolinea come l’amore del prossimo sia la custodia dell’amore di e per Dio, il suo «terreno di coltura». Quel po’ di bene che riusciamo a fare, infatti, è di giovamento a noi, certo non a Lui «che in sé non ha bisogno dei nostri benefici»; siamo noi che abbiamo bisogno di amore, non Dio, «che basta a se stesso». Amare Dio non vuol dire nulla se non si ama l’altro che è lì, in carne e ossa: «Se ogni uomo non avesse uno strumento con cui far prova di sé, con cui saggiarsi, se cioè non amasse il prossimo che vede, che ha davanti a sé come delegatogli da Dio e cui deve rendere il suo debito d’amore, come potrebbe mai amare Dio che non vede, che non gli si mostra presente e bisognoso?» Ho molte difficoltà con l’uso che i più diversi uomini e donne di religione hanno fatto nei secoli del termine e del relativo verbo (per non parlare della carità…), e non posso nascondere il mio risibile «fastidio» per l’«arruolamento» dell’amore da parte del pensiero cristiano, come se la specie umana fosse diventata capace di tale sentimento soltanto «per grazia ricevuta», ma l’idea della delega è, come si suol dire, un’ipotesi di lavoro comune – per quanto pressoché preclusa, come sempre, a chi santo non è.

  1. Maria Gonzalo, The Love of Sharing and the Sharing of Love, https://cistercian-mentors.webnode.es/materials/baldwin/ ↩︎
  2. Baldovino di Ford, Perfetti nell’amore. Tract. XV – De vita coenobitica, seu communi; Tract. XVI – Perfectorum religiosorum encomium, introduzione, traduzione e note a cura di E. Arborio Mella, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 1987. ↩︎

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