Le cose che gli uomini non sono in grado di dire né di fare (Dice il monaco, CXXIX)

Dice Ivo di Chartres nella sua sterminata Panormia («raccolta di tutte le leggi»), compilata tra il 1092 e il 1095 sulla base di tutte auctoritates a lui note:

Bisogna sapere che, poiché la loro natura è aerea, i demoni superano facilmente in sensibilità i corpi terrestri. E anche in velocità, a causa della superiore mobilità del corpo aereo, superano incomparabilmente non solo la corsa di tutti gli esseri, sia uomini che bestie, ma anche il volo degli uccelli [verum etiam volatus avium incomparabiliter vincant]. Dotati di queste due qualità, che sono connesse al corpo aereo, cioè l’acutezza dei sensi e la velocità di movimento, predicono o annunciano molto prima che siano conosciuti fatti di cui gli uomini si meravigliano a causa della lentezza dei loro sensi terrestri. Per via della loro lunga esistenza, inoltre, i demoni hanno anche un’esperienza delle cose di gran lunga maggiore di quella che gli uomini possono ottenere, stante la brevità della loro vita. Grazie a questi poteri efficaci che la natura del corpo aereo ha loro conferito, i demoni non solo predicono molti eventi futuri, ma compiono anche molti prodigi, e poiché queste cose gli uomini non sono in grado di dire né di fare [quae quoniam homines dicere ac facere non possunt], alcuni li ritengono degni di essere serviti e di ricevere onori divini, e la colpa è soprattutto della curiosità, dell’amore per la falsa e terrena felicità e della gloria temporale.

♦ Ivo di Chartres, In che modo i demoni predicono il futuro, in Panormia, VII, 68.

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Le prime sillabe dell’alfabeto del mondo (Voci, 39)

 Capo IV. Quanto sia difficile salvar l’anima, stando nel secolo

Dalle cose già dette viene in conseguenza la difficoltà grande, qual provasi da ognuno che da vero si risolve d’attendere alla propria salute, in compire questo suo santo desiderio stando nel mezzo di tanti pericoli. Imperoché se è vero, come pur’è verissimo, quel ch’insegnano i Santi Padri, e S. Tomaso in particolare in più luoghi, che l’essercitio delle virtù sante, che sono i mezzi per acquistar la salute, doppo il peccato è divenuto talmente difficile che Giovanni Cassiano paragona un’anima che camina per la via delle virtù ad una nave che, trovandosi in mezzo d’un rapidissimo fiume, si sforza d’andare contro il corso, questa nave se con remi e con violenza non si spinge avanti, ogni poco che si rallenti tornerà a dietro; che sarebbe poi se oltr’al corso contrario del fiume, che è la causa di tanta fatica, havesse chi con funi, o con altri istromenti, la tirasse indietro, non solo non anderebbe avanti, ma arrischiarebbe ancora di far naufraggio. Ben provano questa difficoltà nell’operare virtuosamente quei ancora che vivono nei chiostri per il contrapeso grave di questa carne e senso depravato: che faranno poi i poveri mondani posti tra tanti pericoli del mondo?

La maniera di vivere del mondo, le sue maledette leggi contrarie del tutto alla legge di Christo, e tanto pratticate e osservate, non sono eglino grandissimi intoppi al caminare per la via della virtù? Il mondo non ha cosa più miserabile della povertà, più ignominiosa che il sottoporsi ad altri e vivere in servitù o l’esser disprezzato; per il contrario reputa per cosa felice haver delle ricchezze, honori e preeminenze, commandar’ad altri, risentirsi dell’ingiurie, il vestirsi bene, il mangiar meglio, il compiacer al senso. Queste sono le prime sillabe dell’alfabeto del mondo, che infin dalli primi anni dà ad imparare a suoi seguaci, e perché sono conformi a questo nostro senso facilmente s’apprendono e più facilmente s’essequiscono; ma perché la legge di Christo e la vera virtù, e del tutto opposta e contraria, che maraviglia poi se riesce tanto difficile e amara a cui vuole vivere secondo la legge del mondo e gusto del senso? E quel ch’importa è che, se ben tal volta l’huomo conosce la necessità della virtù e il bene in essercitarla, nondimeno, vedendo che il contrario è pratticato dal mondo, si vergogna di far quell’atto di virtù, e vuole più tosto fallar con gl’altri che esser per singolare tenuto nel bene.

♦ La Monaca Perfetta ritratta dalla Scrittura Sacra, Auttorità et Essempi de’ Santi Padri, da Carlo Andrea Basso, Theologo Oblato, e Preposito di Trezzo. Opera utilissima a chiunque desidera servir a Dio con perfettione e dall’Auttore dedicata alla Serenissima Sempre Vergine Madre di Dio, Milano, per l’erede di Pacifico Pontio e Gio. Battista Picaglia, stampatori arcivescovili, 1627, p. 20-21.

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Era già un po’ che me ne stavo lì (Gregorio Magno)

 Gregorio I è papa da circa tre anni (è salito al soglio nel 590) e non passa giorno in cui non pensi con nostalgia ai suoi anni in monastero, a Sant’Andrea al Celio. Ne parla spesso nelle lettere e non perde occasione di ribadirlo quando mette mano al mirabile proemio del primo libro dei Dialoghi, un testo che «è stato celebrato da critici illustri (Auerbach in testa) come scritto di straordinaria modernità e collocato tra i modelli, nel solco del grande Agostino, della letteratura di confessione» (Salvatore Pricoco1). L’ho riletto, nella traduzione delle Benedettine di Viboldone2.

1. Un giorno,

Sembrerebbe un attacco comune, tipico di Gregorio peraltro, ma a me la formula dà un senso preciso come di apertura di un sipario, come invito a vedere, a immaginare, oltre che ad ascoltare. E infatti ci sarà molto da immaginare nei primi paragrafi e non pochi saranno i termini riferibili al vedere e allo sguardo.

oppresso dall’insopportabile invadenza [agitazione, per Simonetti] di alcuni uomini di mondo [seculares], ai cui affari troppo spesso siamo costretti a pagare un tributo, anche quello che sicuramente non starebbe a noi accollarci,

Una precisazione che non ci si aspetterebbe da un papa che lungo tutta la sua «carriera» ha sempre sentito il valore della responsabilità del pastore.

andai a cercarmi un luogo appartato [quindi dove non esser visto], consono alla tristezza, perché capissi lucidamente tutto ciò che, nelle mie occupazioni, mi metteva a disagio, e potessi considerare liberamente tutti i quotidiani motivi di afflizione.

Bello e quasi romantico il «luogo appartato consono alla tristezza», il locum amicum moerori, dove il moeror accoglie un vasto insieme di significati da tristezza a malinconia, da pena ad afflizione a dispiacere.

2. Era già un po’ che me ne stavo lì, triste e silenzioso,

Nel testo latino Gregorio precisa che se ne stava seduto, e come non vederlo, lì, fermo, lo sguardo perso nel vuoto a ripassare i motivi concreti della propria depressione, magari concedendosi una punta di autocommiserazione, solo una punta, prima che arrivi l’amico. I due, è evidente, si sono sorrisi vicendevolmente.

quando mi si presentò il dilettissimo figlio e diacono Pietro, legato a me in intima amicizia fin dal primissimo fiore della giovinezza e compagno [socius] delle mie ricerche [meglio, compagno di ricerche] sulla Parola Sacra. Vedendomi sopraffatto da quella forte depressione, mi disse: «È successo qualcosa di nuovo, che la pena ti invade più del solito?»

Che succede, Gregorio? Qualche nuova tegola? Anche qui l’evidenza della domanda e della situazione, familiarissima, è tale che sembra quasi di sentirla, quella domanda.

3. Io risposi: «Pietro,

Ma no, niente, le solite cose… Il fatto è che

la tristezza ci cui io soffro ogni giorno, mi è sempre vecchia, perché ormai consueta, e sempre nuova perché ogni giorno si accresce. In effetti, il mio animo infelice, oppresso dalla ferita del quotidiano affaccendarsi [pulsatus vulnere occupationis], si ricorda di com’era un tempo in monastero quando tutte le cose caduche erano da lui poste su un piano inferiore; di come dominava tutte le realtà passeggere, e aveva abitualmente il pensiero alle realtà celesti; si ricorda che, pur trattenuto nella condizione terrena, superava attraverso la contemplazione le frontiere della carne e amava la stessa morte, che pressoché da tutti è ritenuta una condanna, quale ingresso nella vita e premio alla fatica.

La risposta, come anche il paragrafo seguente, non è improvvisata, si capisce che le parole sono state messe a punto in lunghe meditazioni ripetute. Da notare come le «frontiere della carne», che Simonetti rende con «angustie della carne», in latino è carnis claustra, ed è pensabile che un ex monaco qual era Gregorio non usi quel termine a caso, ancorché al plurale – il corpo quale secondo chiostro.

4. Ma ora a motivo della responsabilità pastorale si affanna [l’animo] per le questioni degli uomini di questo mondo, e dopo la bellezza stupenda di quella pace è imbrattato dalla polvere dell’azione terrena. Una volta che ci si è dispersi nell’esteriorità per venire incontro alla moltitudine, anche quando si ricerca l’interiorità ci si ritrova indubbiamente molto svuotati.

Certo, le strade della Terra sono polverose e se ci si muove lungo di esse, ecc. «Incontro alla moltitudine», cioè «incontro alle esigenze di molti» (Simonetti), da cui emerge proprio la folla di chi si rivolge al papa e chiede, chiede, chiede.

Perciò da una parte valuto ciò quello che devo sopportare, dall’altra quel che ho perduto, e quando intuisco la profondità della perdita mi si fa più greve il fardello da portare.

Se ci ricordiamo che siamo alla fine del VI secolo «quello che devo sopportare» suona incredibilmente «moderno». È il momento della metafora della nave che, quantunque classica, non è ancora, alla fine del VI secolo appunto, del tutto consumata e inutilizzabile, anzi:

5. Ecco, ora sono sbattuto dai flutti del grande oceano, e nella navicella del mio spirito sono squassato dall’infuriare di una violenta tempesta. E guardando alla vita di prima, quasi voltandomi a guardare indietro, sospiro al vedere il lido lontano. E ancora più pesante è il mio disagio quando, sballottato su giganteschi cavalloni, riesco a malapena a scorgere il porto che ho lasciato.

Guardando, guardare, vedere, scorgere…

Questa infatti sono le cadute dello spirito [o della mente, mentis, ancora più adatto a noi contemporanei]: prima si perde il bene che si possiede, ma ci si ricorda ancora di averlo perduto; poi però, allontanandoci ulteriormente da esso, ci si dimentica anche del bene che si è perduto, e succede che non si vede più neppure con lo sguardo della memoria ciò che una volta si possedeva in atto.

Non è anche, forse, l’esatta fotografia della vecchiaia, come l’abbiamo vista e come la temiamo? Ricordarsi dapprima del buono che, pure, è stato e poi, a poco a poco, a mano a mano che si procede in gurgite vasto, non ricordarsene nemmeno più?

Così si produce ciò di cui dicevo, che cioè quando si è navigato a lungo, non si vede più neppure il porto di pace che si è abbandonato.

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  1. Salvatore Pricoco, Introduzione a Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), introduzione e commento a cura di S. Pricoco, testo critico e traduzione a cura di M. Simonetti, 2 voll., Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori 2005.
  2. San Gregorio Magno, L’uomo di Dio Benedetto. La vita narrata nel II Libro dei Dialoghi, testo latino, versione e note a cura delle Benedettine di Viboldone, Abbazia di Viboldone 19883.

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Tanto più care (Dice il monaco, CXXVIII)

Dice Tommaso d’Aquino, il Doctor Angelicus:

Sembra che le reliquie dei santi non siano da venerare. Infatti: 1. Nulla dobbiamo fare che sia occasione derrore. Ma onorare le reliquie dei morti può somigliare allerrore dei gentili che praticavano il culto dei morti. Dunque non si devono onorare le reliquie dei santi. 2. È stolto venerare cose insensibili. Ma le reliquie dei santi sono cose inanimate. Dunque è stolto venerarle. 3. Un corpo morto è specificamente diverso dal corpo vivo e quindi non è numericamente identico. Dunque dopo la morte il corpo dei santi non può essere venerato.

In contrario nel De Ecclesiasticis Dogmatibus si legge: «Noi crediamo che si debbano venerare con tutta sincerità i corpi dei santi e principalmente le reliquie dei martiri, come membra di Cristo». Poi continua: «Se qualcuno vuol porsi contro questa dottrina, non è seguace di Cristo ma di Eunomio e di Vigilanzio».

Rispondo: S. Agostino scrive: «Se le vesti del padre, un anello o altre cose simili sono tanto più care ai posteri quanto più grande è il loro affetto verso i parenti, in nessun modo è da disprezzarsi il corpo che noi ci portiamo come più intimo e più unito di qualsiasi veste, quale elemento costitutivo della stessa nostra natura umana». Da questo risulta che se si ama una persona, si onora dopo la sua morte anche quello che rimane di lei, non solo il corpo o le parti del corpo, ma anche le cose esterne come le vesti e altri oggetti consimili.

♦ Tommaso d’Aquino, Se siano da venerare le reliquie dei santi, Somma teologica, p. III, q. XXV, a. 6.

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Cercasi/Offresi eremita

 Nella prefazione di Laurence Freeman al volume sull’eremitismo contemporaneo di cui scrivevo un paio di settimane fa ho letto un inciso che, come si suol dire, ha subito acceso la mia curiosità: «Nel XVIII e XIX secolo divenne di moda tra i ricchi proprietari [inglesi] avere un eremita o una reclusa nella loro proprietà. Era solo un’attrazione per i loro ospiti, ma forse tradiva anche la nostalgia per qualcosa che erano inconsapevoli di aver perduto a causa dell’opulenza materiale e della superficialità della religione istituzionale»1. Una breve ricerca e ho «scoperto» un fenomeno che, come quasi tutto, è ampiamente trattato, quello che gli inglesi chiamano degli ornamental hermits, sì, gli eremiti ornamentali, decorativi.

Più che tra i fenomeni di derivazione religiosa gli eremiti ornamentali sono rubricati dagli inglesi tra le eccentricità, non a caso il testo più citato sull’argomento è un saggio di Edith Sitwell, Ancient and Ornamental Hermits, raccolto nel volume del 1957 English Eccentrics2, saggio che riprende un capitolo di English Eccentrics and Eccentricities di John Timbs, pubblicato nel 1875. A sistemare in lungo e in largo la questione, è arrivato in tempi più recenti il volume The Hermit in the Garden, di Gordon Campbell3, un professore di Oxford (che forse si candida a essere il Professore di Oxford per antonomasia, come dimostra questa presentazione).

Così ho imparato che non era infrequente trovare nei giardini delle residenze nobiliari di campagna delle «situazioni» che venivano definite eremitaggi, volta a volta simboli della moda del «ritorno alla natura» (Rousseau docet, «gli eremiti ornamentali sono l’incarnazione dell’ideale di Rousseau»), della diffusione della «sensibilità» («L’eremitaggio e il suo eremita fisico o immaginario rappresentavano l’inclinazione della persona sensibile per il mondo naturale e le sfumature emotive suscitate dal ritiro malinconico»), del piacere riconquistato della solitudine e del silenzio, e della dolce malinconia che ne deriva (Milton docet, «Il Penseroso di Milton è il testo del XVIII secolo che “fonda” il culto della malinconia») – del grande armamentario romantico intriso di letteratura e che annoverava, tra l’altro, piccoli cimiteri sotto la luna, paesaggi «selvaggi», iscrizioni smangiate dal tempo, capanne nel bosco e rovine (rovine di monasteri abbandonati in testa). Tali «situazioni» comprendevano piccole grotte, ruderi, casette sugli e negli alberi, padiglioncini, baite (come non pensare a quella di Thomas Merton, anche se non c’entra niente), il più delle volte vuote, o al massimo con dei segni che indicavano che qualcuno si era solo temporaneamente allontanato, o con una figura impagliata o addirittura un automa capace di movimenti e… suoni (nel resoconto di una visita del 1801 a Hawkstone Park, nello Shropshire, si legge: «Fummo condotti nella cella dell’eremita, che è certamente la migliore rappresentazione che io abbia mai visto di ciò che i poeti descrivono. Si suona un campanello e la porta si apre immediatamente da sola rivelando un venerabile vecchio scalzo e seduto in una nicchia con un tavolo davanti a sé, su cui si trovano un teschio, una clessidra, un libro e un paio di occhiali; si alza al vostro avvicinarsi e si inchina. Quando gli rivolgete delle domande, muove le labbra e risponde con voce roca e cupa, tossendo come se fosse quasi esausto. Ci disse di avere cento anni e di aver trascorso lì la maggior parte della sua vita. Sopra la nicchia c’era scritto “Memento mori” a caratteri cubitali, ma c’erano altre righe che non riuscivo a decifrare per mancanza di luce…» – ah, la voce è quella del giardiniere opportunamente celato alla vista).

Talvolta però l’eremita era in carne e ossa ed era un individuo che veniva assunto per impersonarlo a fronte di uno stipendio e di un mansionario che prevedeva capelli e barba lunghi (e spesso anche unghie), silenzio, atteggiamento malinconico e severo, lettura (vera o simulata). Un impiego per il quale non era impensabile mettere un annuncio di ricerca o di offerta (anche se il professor Campbell non ne è del tutto certo), Scrive Timbs: «Un corrispondente di Notes and Queries descrive un gentiluomo vicino a Preston, nel Lancashire, [che] pubblicò un annuncio di una ricompensa di 50 scellini all’anno, a vita per chiunque si impegnasse a vivere sette anni sottoterra, senza vedere anima viva, e a lasciarsi crescere le unghie dei piedi e delle mani, insieme ai capelli e alla barba, per tutto il tempo. Un apposito appartamento sotterraneo è stato allestito, molto spazioso, con un bagno freddo, un organo da camera, tanti libri a piacere e provviste servite dalla propria tavola». E qualche pagina dopo aggiunge: «Una persona pubblicò un annuncio di ricerca di impiego come eremita, sul Courier dell’11 gennaio 1810: “Un giovane, che desidera ritirarsi dal mondo e vivere da eremita in un luogo conveniente in Inghilterra, è disposto a impegnarsi con qualsiasi nobile o gentiluomo che desideri averne uno. Qualsiasi lettera indirizzata a S. Lawrence (affrancata), da lasciare presso il signor Otton, n. 6, Coleman’s Lane, Plymouth, che specifichi quale gratifica verrà offerta insieme con tutti gli altri dettagli, sarà debitamente esaminata”».

Per conoscere il declino e gli sviluppi ulteriori del fenomeno, le sue propaggini novecentesche, fino, forse, ai famigerati nanetti da giardino, non c’è che rivolgersi al volume del professor Campbell, piccolo esempio luminoso di curiosità, ricerca e rinfrancante umorismo – non posso citarlo tutto…

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  1. Il silenzio e i suoi sentieri. L’esperienza dell’eremo nel nostro tempo, a cura di G. Giambalvo Dal Ben, prefazione di L. Freeman, Effatà Editrice 2024, p. 8.
  2. Perché rinunciare al piacere di citare la presentazione dell’editore: «L’arguta incursione di Dame Edith Sitwell nel mondo degli eccentrici inglesi è un magnifico tributo all’individualità. In un’epoca di conformismo, ecco una deliziosa opportunità per fare la conoscenza di personaggi stravaganti, donchisciotteschi, se non scervellati, che potevano permettersi di essere diversi. L’eccentricità è caratteristica particolare degli inglesi, dice Dame Edith in un ironico inciso, grazie a “quella peculiare e soddisfacente conoscenza dell’infallibilità che è segno distintivo e diritto di nascita della nazione britannica”. Eremiti, sportivi, ciarlatani, marinai, gli instancabili viaggiatori britannici, uomini di cultura, uomini di vita – e le signore, Dio le benedica – ecco una gloriosa galleria di estremi della natura umana ritratti da Dame Edith con tale arguzia, partecipazione, sapienza e amore da risultare irresistibile».
  3. Gordon Campbell, The Hermit in the Garden. From Imperial Rome to Ornamental Gnome, Oxford University Press 2013.

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Terze, quarte, quinte e seste cose

 Tanto breve il saggio di Renata Rizzo Pavone e Anna Maria Iozzia, Comunità monastiche catanesi tra ’700 e ’800, quanto «gustoso». Letteralmente1. Le due studiose, già direttrici dell’Archivio di Stato di Catania, ed entrambe purtroppo scomparse, hanno infatti spulciato gli Ordinari di alcuni monasteri, in particolare quello benedettino di S. Nicolò l’Arena, con l’intento di ricostruire «il tipo di alimentazione in uso nelle comunità monastiche catanesi nei secoli XVIII e XIX».

Grazie alle serie consistenti e alla ricchezza delle indicazioni riportate circa la qualità dei cibi, la quantità e il numero dei confratelli presenti nel monastero le autrici hanno potuto definire con sorprendente dettaglio i comportamenti alimentari della comunità, a cominciare dai quattro schemi quotidiani prevalenti. Nei giorni «normali» il pranzo prevedeva: carne, minestra, antipasto, arrosto, frutta; la cena: minestra, pesce, «terza cosa», frutta e/o foglia. E già qui cominciano le sorprese, perché la quantità del piatto di carne che apriva il pranzo si aggirava intorno al mezzo chilo a testa, il piatto di pasta che lo seguiva era di circa 150 g, con l’aggiunta di ancora un po’ di carne, mentre l’antipasto, «pietanza abbastanza elaborata da collegare al tornagusto della cucina baronale, era assai vario». A quel «vario» segue un elenco rutilante, dal quale mi limito a segnalare le granatine, «polpette di carne dal volume inusitato», e la impanata «con pasta, lardo, salsiccia e soppressata». In ogni caso dopo c’è l’arrosto, cioè altra salsiccia e alla fine 150 g di frutta. A cena facciamo conoscenza con la «terza cosa» – dopo il primo e 200 g di pesce –, «pietanza molto varia, dolce o salata», ad esempio «ricotta, caciocavallo, pane fritto con uova… cavolo bastardo con alici… caponata con asparagi… sciroppata di mele… pasta siringata, pasta cotta nel mosto…». Il lunedì si riduce un po’ la carne a favore delle uova e nei giorni di astinenza dalla carne largo al pesce! Durante la Quaresima e l’Avvento, in cui la carne scompare quasi del tutto si fa avanti invece una «quarta cosa» (crispelle di riso il lunedì, lenticchie il martedì, pasta fritta il mercoledì…). A pranzo, ad esempio: pesce, minestra, seconda minestra, «quarta cosa», frutta o verdura; mentre a cena: minestra, colazione, sopratavola, là dove la colazione è un piatto di pesce e il sopratavola un po’ di pasta.

«Nei giorni di festa il pranzo si arricchiva in misura proporzionale all’importanza attribuita alla festa stessa», una frase che dà il la a una serie incredibile di prelibatezze e al dilagare dei dolci, serviti nelle grandi occasioni come «quinta cosa» (fagioli, passola [uva senza semi] e castagne), e come «sesta cosa» (gelo di cannella). Tra l’altro nel recepire le novità gastronomiche i benedettini sono sempre all’avanguardia, si nota infatti via via «un’esigenza di maggior ricercatezza ed elaborazione nella preparazione dei cibi, che troverà piena realizzazione agli inizi dell’800», grazie anche all’influenza della cucina francese importata dai cuochi delle famiglie nobili. Ed ecco comparire nei registri «riso in cagnò, barrachiglie di riso e caciocavallo, cutumè di riso o ricotta, sorcicelli di pasta brugnè con caciocavallo e piacentino, gnocchi alla tedesca…» Gli elenchi sono sempre affascinanti e in queste pagine ce ne sono tanti e meravigliosi. (Si vedano i dolci delle monache: «Cannoletti a base di riso, uova e latte, biscotti di mandorle ricoperti di “liffia” (glassa di cioccolata), “mostazzole” [biscotti di sottile sfoglia di farina roccella farciti con mandorle e nocciole abbrustolite, noci, buccia d’arancia legate con vino cotto e miele], cassate di ricotta per Pasqua, “fastucata” [dolce a base di pistacchi legati da zucchero vanigliato e spolverati con cannella], “combaita” e dolce bianco».)

Meno dettagliati i registri degli altri ordini, ma in generale domenicani, carmelitani, minori e minimi paiono un po’ più sobri, sia nella quantità sia nella quantità, ma fino a un certo punto se si considera che «il quantitativo giornaliero di carne pro capite per i carmelitani si aggirava intorno a g. 300 per pietanza e antipasto». I minimi in coda a tutti avevano «un regime alimentare basato essenzialmente su pane, pasta, vegetali e pesce» – pesce di qualità –, ma ogni tanto facevano festa anche loro e «notevolissimo era infine il consumo di “scacciu”, cioè frutta secca, come nocciole, mandorle e noci, che durante la “conversazione” si accompagnava al vino».

E le prescrizioni della Regola? Al capo XXXIX il padre Benedetto dice: «Dunque a tutti i fratelli devono bastare due pietanze cotte e se ci sarà la possibilità di procurarsi della frutta o dei legumi freschi, se ne aggiunga una terza. Quanto al pane penso che basti un chilo abbondante al giorno, sia quando c’è un solo pasto, che quando c’è pranzo e cena. In quest’ultimo caso il cellerario ne metta da parte un terzo per distribuirlo a cena». Ma, per usare le parole di Federico De Roberto, «questa era una delle tante “antichità” – come le chiamava fra’ Carmelo – della Regola. Potevano forse le Loro Paternità mangiare pane duro?»

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  1. Il saggio, del 1995, è stato ristampato in Renata Rizzo Pavone e Anna Maria Iozzia, La cucina dei benedettini a Catania, introduzione di G. Giarrizzo, con uno scritto di A. Leonardi, Giuseppe Maimone Editore 2000, pp. 21-53.

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Il silenzio degli eremi

 La mia impressione ricorrente è che ci sia una distanza «speciale» tra l’esperienza dell’eremitismo, nella sua variante contemporanea, e le parole che vengono usate per descriverlo. Ne ho avuto conferma dalla lettura di Il silenzio e i suoi sentieri1, esempio tipico della periodica ricognizione che studiosi, giornalisti e persone interessate provano a fare del fenomeno. Il volume, che ha origine da una serie di incontri organizzati dal curatore nel 2023 per il Centro di Meditazione Cristiana di Firenze, ha il pregio di non essere «un libro sugli eremiti, bensì un libro scritto dagli eremiti» (di ispirazione cristiana cattolica), nella convinzione che per «indagare il significato della vita solitaria al giorno d’oggi» sia più utile ascoltare la testimonianza viva dei singoli individui che hanno fatto questa scelta (che hanno risposto a questo richiamo o vocazione), seguendo il racconto del loro percorso unico e irripetibile seppur nato da una sensibilità comune.

E in effetti i testi raccolti sono a loro modo «tutti diversi e tutti uguali»: Giancarlo Bruni, Servo di Maria presso l’eremo delle Stinche, in Chianti; Antonella Lumini, nella sua casa di Firenze; Andrea Pighini, frate cappuccino, e Daniela Carducci, del Cammino di Betlemme; Raffaele Busnelli, presso l’eremo della Breccia, a Gallino (LC); Mirella Muià, presso l’eremo dell’Unità a Gerace (RC): provenienze e storie diverse, esiti differenti ma simili, tonalità, sfumature, variazioni sul tema del silenzio come approdo preliminare per l’incontro con Dio. Vicende che attingono a una tradizione antica e che allo stesso tempo consuonano con una diffusa aspirazione all’allontanamento dalla «pazza folla», dal cosiddetto mondo distorto della distrazione e della frenesia. Qui il confine tra autenticità e inautenticità, tra realtà che si manifesta e desiderio che si afferma, è molto sottile, e come in altre circostanze non si può che avere fede nella (buona) fede di chi pronuncia certe parole. Ecco alcuni esempi.

«Silenzio pertanto non riducibile al tacere… ma al far tacere ogni voce che ostacoli il cammino verso la propria radice, non distratti dal passato, dal presente e dal futuro, tesi allo scopo in una taciturnità che invoca luce e attende luce» (Bruni); «Il silenzio favorisce l’ascolto: la parola divina sgorga dal silenzio. Il silenzio aiuta a conformarsi alla misura originaria, a distinguere il disordine del mondo, a vederlo, a smascherarlo, soffrirlo» (Lumini); «La fede si dà nel silenzio. Noi crediamo in un Dio che è Parola, che è risorto, ma che è silenzio. Non possiamo offrire un incontro diretto a chi ci chiede perché preghiamo Dio, dal momento che non ne sentiamo la voce. La fede si dà in questo silenzio di Dio» (Busnelli); «Non è infatti lo stare da solo in un luogo che fa l’eremita ma lo stare alla presenza del Signore nel nome di tutti coloro che non ci stanno, non sanno o non vogliono, e in loro favore» (Muià).

Il diluvio di paradossi che si incontra in queste pagine dà la misura di quella distanza cui accennavo all’inizio, paradossi e talvolta vere acrobazie verbali tra opposti che si attraggono e si respingono (solitudine e isolamento, solitudine e comunione, silenzio e mutismo, silenzio e ascolto, allontanamento e prossimità), nel tentativo di estrarre dal silenzio raggiunto parole che, paradossalmente, lo comunichino. Forse la cosa più onesta che si possa dire è che gli eremiti esistono (stanno aumentando) e che sanno quello che fanno, ma che quando sono sollecitati a raccontarsi cominciano i «problemi».

«Decisivo per ogni uomo», scrive Giancarlo Bruni, «credente o meno, nell’oggi in cui viviamo, è sapere di quale immagine di Dio sono portatori coloro che si riferiscono a un Dio, ne va di mezzo la qualità della vita e la stima di Dio stesso.» Quindi, un Dio silenzioso e imperscrutabile, e che tuttavia ci ama e soffre con noi?

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  1. Il silenzio e i suoi sentieri. L’esperienza dell’eremo nel nostro tempo, a cura di G. Giambalvo Dal Ben, prefazione di L. Freeman, Effatà Editrice 2024.

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Al posto giusto (Dice il monaco, CXXVIII)

Dice sant’Agostino nel 397, prescrivendo quanto si deve «osservare nel monastero»:

Chiunque abbia recato danno a un suo fratello, con ingiurie, maldicenze, o accuse gravi, non si dimentichi di rimediare al male procurato porgendo le sue scuse senza indugio. Quanto a colui che è stato offeso, perdoni senza discutere. Se si sono recati un danno reciproco, devono perdonarsi vicendevolmente le loro offese… Se uno si lascia spesso trasportare dalla collera, ma si affretta a implorare il perdono di chi riconosce di aver offeso, è da preferire a chi forse è meno disposto all’ira ma difficilmente si decide a chiedere perdono. E colui che pretende di non farlo mai o non lo fa dal profondo del cuore, non è al posto giusto in un monastero, anche se non viene espulso. Siate dunque avari di parole dure. E se ce n’è stata qualcuna sulla vostra bocca non abbiate vergogna a rimediarvi con la stessa bocca dalla quale è venuta la ferita.

♦ Sant’Agostino, Regola, VI, 2, in Luc Verheijen, La Regola di S. Agostino. Studi e ricerche, traduzione di B. Caravaggi, revisione di G. Scanavino, Edizioni Augustinus 1986, p. 32.

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«Potrebbe averlo fatto, ma non ne è certa» (Voci, 38; pt. 2)

 (la prima parte è qui)

Continua il verbale della visita del vescovo di Lincoln al priorato di Catesby (17 luglio 1442).

Suor Agnes Allesley afferma che la priora semina discordia tra le suore, dicendo: «Così e così ha parlato una di voi», se colei a cui si rivolge ha trasgredito in qualche modo. Afferma inoltre quanto sopra riguardo allo scandalo della priora e di Sir William Taylour, che ora risiede a Boughton, vicino a Northampton; e afferma che l’eccessiva gentilezza tra loro è stata causa di scandalo, perché alla mattina usciva per andare ai laboratori da sola con quel cappellano; e quando la priora è stata informata di tale scandalo, quel cappellano, dopo la sua partenza, è venuto alla casa tre volte in un mese. Le rendite della casa, tredici anni prima, valevano sessanta sterline all’anno e ora a malapena cinquanta; e questa diminuzione è dovuta al cattivo governo della priora e di sir William Taylour, e alla negligenza nella riparazione delle case e nell’acquisto di tenutari, ecc. Inoltre, due ovili sono rimasti senza tetto negli ultimi due anni: quindi il legno sta iniziando a marcire e gli agnelli che vi crescevano sono morti a causa dell’umidità. Dice inoltre che al momento dell’ingresso della priora la casa era poco o per niente indebitata. Allo stesso tempo ha trovato anche tovaglie adatte a servire il re e un set di dodici cucchiai d’argento; e ora tutto è scomparso, e i cucchiai e gli altri utensili che si trovano nella casa appartengono alla madre della priora. Dice inoltre che il coro non viene osservato, poiché la priora chiama le giovani suore per svolgere suoi affari.

Suor Alice Kempe afferma che, poiché le suore durante l’ultima visita rivelarono ciò che doveva essere rivelato, la priora ne ha frustate alcune; e che la priora è troppo crudele e dura con le suore e non le ama. Inoltre, se per caso le suore trasgrediscono, le rimprovera, e lo fa davanti ai laici, e persino durante l’ufficio divino, senza esitare. Inoltre, la priora svela i segreti della loro religione ai laici.

Suor Agnes Halewey afferma che la priora, sia in coro che fuori, strappa i veli dalla testa delle suore, chiamandole mendicanti e prostitute. Inoltre, sebbene sia giovane e desiderosa di imparare la disciplina religiosa e altre cose, la priora la incarica di rifare i letti, cucire, filare e altri compiti. Dice anche che…

E la priora cosa dice? 

La priora nega l’accusa di crudeltà per quanto riguarda il chiamarle prostitute e mendicanti; nega anche l’uso violento delle mani con le monache. Quanto al non aver reso conto, lo confessa, e lo fa perché non ha un segretario in grado di scrivere. Quanto al peso del debito, rimanda al resoconto che verrà fatto ora. Quanto alla negligenza nel riparare gli ovili, rimanda alle prove visibili. Quanto al calice impegnato, afferma che è stato fatto con il consenso del convento per il pagamento delle decime. Quanto all’abbattimento degli alberi, afferma che è stato fatto a vantaggio della casa, in parte con la consapevolezza e in parte all’insaputa del convento. Quanto alle rivelazioni durante l’ultima visita e ai rimproveri a coloro che le hanno fatte e alle frustate, nega l’accusa. Quanto alle minacce affinché le suore non rivelassero nulla, nega l’accusa. Quanto alla divulgazione dei segreti della loro religione, nega l’accusa. Quanto a sua madre e a Joan Coleworthe, nega l’accusa. Quanto al rifare i letti e ad altri lavori, nega l’accusa. Quanto al negare cibo e vestiario alle suore, lo confessa in parte. Quanto al degrado degli edifici esterni, afferma che sono in parte in riparazione e in parte no. Quanto al seminare discordia, afferma che potrebbe averlo fatto, ma non ne è certa. Quanto al fatto che abbia affermato di essere venuta a conoscenza di tutte le rivelazioni dell’ultima visita in cambio di una borsa e del denaro, nega categoricamente l’accusa. Quanto a sir William Taylour, nega il crimine in qualsiasi tempo.

La priora ha avuto il giorno successivo per scagionarsi [dalle accuse] che ha negato insieme a quattro delle sue sorelle, e per ricevere la penitenza per quelle che ha confessato. Al quale termine non ha presentato alcuna compensazione, e pertanto è stata dichiarata inadempiente e, non avendo presentato nulla, dichiarata colpevole; ha abiurato dal suddetto uomo e da ogni rapporto di familiarità con lui da allora in poi.

Isabel Benet confessa il suo crimine, ma non con Sir William Smythe. Ciò nonostante ha abiurato da lui e da ogni rapporto di familiarità [con lui] da allora in poi, e dovrà scontare la sua penitenza il giorno successivo. Dopodiché si è scagionata con Juliane Wolfe, Elizabeth Langley, Alice Holewelle e Alice Kempe.

Riguardo alle candele, la priora dice che saranno fornite. Riguardo ai cappellani, la priora dice che non se ne possono avere; farà tutto il possibile affinché ve ne siano.

Quindi [il signor vescovo] ha rinviato la sua visita al giorno dopo, essendo presenti Depyng, Thorpe e io, Colstone. Il signor vescovo ha ordinato che ci fossero due [suore] ricevitrici, [per ricevere e pagare il denaro da conservare in una cassa] sotto tre serrature; e che tutte avessero un incarico comune, lasciando da parte le proprie famiglie, e che queste cose avessero inizio dal prossimo giorno di San Michele. E tutte sono state ammonite di allontanare tutti i secolari dal dormitorio il giorno dopo l’Assunzione. E tutte sono state ammonite, sotto pena di scomunica, che nessuna rimproverasse un’altra a causa delle sue rivelazioni. E la priora è stata ammonita di [chiudere] e aprire le porte della chiesa e del chiostro agli orari stabiliti, e di tenere le chiavi con sé durante la notte. Quindi ha rinviato la sua visita al martedì successivo, dopo la festa di Sant’Andrea, essendo presenti Depyng, Thorpe e io, Colstone.

(2-fine)

♦ Visitations of Religious Houses in the Diocese of Lincoln, vol. II: Records of Visitations Held by William Alnwick, Bishop of Lincoln (1436-1449), part I, edited by A. Hamilton Thompson, W. K. Morton & Sons 1918. A indirizzarmi all’esplorazione di questi fantastici verbali di visite vescovili è stata Eileen Power, con il suo Vita nel Medioevo (Einaudi 1966), in particolare con il capitolo dedicato alla badessa, M.me Englentyne.

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«Le chiama prostitute e le tira per i capelli» (Voci, 38; pt. 1)

 La visita al priorato delle monache di Catesby, dell’ordine di Cîteaux, della diocesi di Lincoln, celebrata nella sala capitolare il 17 luglio dell’anno del Signore 1442, dal reverendo padre in Cristo e Signore, Lord William, per grazia di Dio, vescovo di Lincoln, nel sedicesimo anno della sua consacrazione e nel sesto del suo trasferimento.

 In primo luogo, poiché il suddetto reverendo padre sedeva in qualità di giudice per la questione della suddetta visita, nel giorno e nel luogo sopra indicati, si presentarono davanti a lui la priora e la comunità del suddetto luogo, pronte, come era evidente, a sottoporsi a tale visita; e poi, prima di tutto, la parola di Dio fu pronunciata in lingua volgare, per il procedimento che si sarebbe svolto e per l’assemblea che l’avrebbe ascoltata, dall’onorevole maestro John Beverley, professore di Sacra Scrittura, e secondo queste parole: «Uscite, figlie di Sion, e guardate il re Salomone» [Ct 3, 11], ecc. E quando ciò fu fatto, la priora consegnò al signor vescovo il certificato del mandato [che le era stato indirizzato] per l’inizio di tale visita, dopo queste parole: «Al reverendo padre in Cristo», ecc. Dopo averlo letto, la priora mostrò il suo titolo e una bolla di conferma della fondazione, e giurò obbedienza e fedeltà. E poi lo stesso reverendo padre procedette alla sua inchiesta preparatoria nel modo seguente.

Suor Margaret Wavere dice che suor Agnes Allesley permette che sei o sette giovani di entrambi i sessi dormano nel dormitorio. [Inoltre] afferma che i secolari frequentano spesso le stanze delle monache all’interno del chiostro, e che vi si svolgono conversazioni e consolazioni [solacia] all’insaputa della [priora]. [Inoltre] afferma di tenere quattro monache come domestiche, e che ci sono altri tre casi del genere all’interno del chiostro. [Inoltre] afferma che il servizio divino non viene celebrato nelle ore stabilite dalla regola, e che il silenzio non viene osservato nei luoghi dovuti. [Inoltre] che le monache inviano e ricevono lettere senza il consenso della priora. [Inoltre] afferma che i segreti della casa vengono rivelati nel circondario dai secolari che la frequentano. Inoltre, che le monache inviano i servitori del priorato per loro affari personali e ricevono persone con le quali [tengono] colloqui e conversazioni, di cui la priora è all’oscuro. Afferma inoltre che Isabel Benet è stata vista da Sir William Smythe, già cappellano della casa, e che ha concepito con lui e gli ha partorito un figlio, e che non l’ha corretta perché non ha osato. Anche che la suddetta Isabel non obbedisce alla priora. Allo stesso modo, le altre monache a volte obbediscono, a volte no; e non portano il velo fino alle sopracciglia, ma tengono la fronte scoperta.

Suor Juliane Wolfe afferma che dovrebbero esserci due candele accese nella chiesa superiore e nel coro durante il servizio divino. Afferma inoltre che la priora non mostra il resoconto della sua amministrazione alle suore. Afferma inoltre che la priora ha impegnato i gioielli della casa, ovvero, per un periodo di dieci anni, un calice per il Corpo di Cristo, che rimane ancora in pegno, e anche altri pezzi d’argento. Dice anche che la priora ha minacciato che, se le suore avessero rivelato qualcosa durante la visita, le avrebbe messe in prigione. Afferma inoltre che la priora è solita recarsi da sola nella città di Catesby, ai giardini, con un solo prete, di nome William Taylour. Inoltre che Isabel Wavere, la madre della priora, gestisce quasi tutta la casa insieme a Joan Coleworthe, parente di un certo prete, e queste due tengono le chiavi di tutti gli uffici. Inoltre che, quando arrivano ospiti, la priora manda le giovani suore a rifare i loro letti, il che è uno scandalo per la casa e un pericolo. La priora, inoltre, non dà soddisfazione alle suore per quanto riguarda il vestiario e il denaro per il vitto; e afferma che, per quanto riguarda i locali, la priora è in debito con le suore per tre quarti d’anno. Inoltre che gli edifici, sia all’interno che all’esterno del priorato, sono fatiscenti e molti sono crollati a causa delle mancate riparazioni.

Dame Isabel Benet afferma che, quando la priora è infuriata con una delle suore, le chiama prostitute [meretrices] e le tira per i capelli, anche in coro. Afferma inoltre che la priora si è disonorata [diffamata] con Sir William Taylour. L’uomo è comparso di persona davanti al signor vescovo nella chiesa di Brampton e, dopo che gli è stato contestato il reato, ha sempre negato il crimine. Pertanto, su sua richiesta, il signor vescovo gli ha prescritto, il sabato successivo alla festa di Santa Margherita, di discolparsi con cinque cappellani di buona reputazione a conoscenza del suo comportamento, nella chiesa di Rothwell, ecc. Le suore non sanno nulla delle entrate e delle spese della casa, così come dello stato della casa, perché la priora non ha mai reso conto. In questi dieci anni la priora non ha effettuato alcuna riparazione se non in una parte del chiostro, e poi ha venduto alberi per un importo di venti scellini, e un’altra particella della chiesa, per la quale ha ricevuto 26 scellini e 8 pence del lascito della moglie di Brewes di Daventry. […] Afferma inoltre che il servizio divino viene cantato con tale rapidità che non si fanno pause. Inoltre, la priora è così dura e ostinata che non può in alcun modo essere placata. Inoltre, la madre della priora conosce bene i segreti del capitolo e li diffonde in città. Così come la stessa priora li diffonde. Anche nell’ultima visita fatta da Lord Wilham Graye, la priora ha detto che, in cambio di una borsa e di una certa somma di denaro, un segretario del suddetto vescovo avrebbe reso noto ciò che ogni suora aveva rivelato in quella visita.

Non è mica finita…

(1-segue)

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