Chi, se non noi monaci?

Talvolta, quando leggo «Vita Nostra», il semestrale dell’Associazione «Nuova Cîteaux», ho l’impressione, se non proprio di spiare dal buco della serratura, quantomeno di essere un ospite che ascolta una conversazione alla quale non era stato invitato. Non è l’organo ufficiale dell’Ordine Cistercense (dei suoi due rami) a uso interno, si tratta, in fondo, di una pubblicazione, tuttavia la mia sensazione è quella, poiché la quasi totalità degli articoli che vi vengono appunto pubblicati deriva da occasioni interne all’Ordine, spesso strettamente interne, come le «settimane di formazione», le lettere circolari, le «commissioni liturgiche», ecc. È una rivista scritta da monaci e monache che si rivolgono ai propri confratelli e consorelle, quindi, come si può immaginare, di eccezionale interesse per avere un’idea di cosa (alcun)i monaci e monache (cistercensi) di oggi pensano di se stessi e della loro scelta di vita.

Il primo numero del 2024, dal punto di vista sopra indicato, è assai notevole. A cominciare da alcune riflessioni dell’abate generale (ocso) Bernardus Peeters, sollecitate dalla domanda di un postulante che l’ha colto di sorpresa: «Qual è il vantaggio, per me e per la comunità, di appartenere a un Ordine?» La risposta dell’abate è concreta: «È un corpo grazie al quale siamo chiamati a sostenerci gli uni gli altri». E a riprova cita tre casi specifici di aiuto materiale: una colletta internazionale per una comunità in difficoltà («voi avete donato con generosità»); una visita a una comunità lungamente rimandata a causa di una guerra («la cerimonia ha avuto luogo mentre intorno continuavano i combattimenti»); l’ondata di solidarietà in seguito alla morte improvvisa di un abate («il fatto che noi fossimo là come comunità dell’Ordine»). È nella crisi che il legame di carità dell’Ordine si dispiega al massimo grado: «È proprio questo il momento in cui abbiamo disperatamente bisogno l’uno dell’altro come comunità».

A seguire con l’intervento di m. Cristiana Piccardo sul servizio abbaziale, sulle difficoltà del dialogo intra-comunitario, tra «aggiornamento» e rispetto degli Usi e delle Osservanze (come far convivere, ad esempio, lo stimolo al dialogo con l’osservanza del silenzio?) e sulla secolare dialettica tra libertà e obbedienza («la libertà aderisce a… ciò che è giusto e nato dalla ricerca sincera del bene comune»). A seguire ancora con le pacate rivendicazioni di Patrizia Girolami (ocso) in tema di liturgia: «Chi, se non noi monaci, possiamo gustare e testimoniare la bellezza della liturgia? Chi, se non noi monaci, possiamo riscoprirne il senso teologico e aiutare gli altri a riscoprirlo? Chi, se non noi monaci, possiamo offrire, oggi, la possibilità, a chiunque lo voglia, di vivere il mistero della liturgia?»

Per giungere infine, sorvolando su due articoli sull’esperienza di Tibhirine e sull’«attualità» di Guglielmo di Saint-Thierry che meritano un discorso a parte, all’articolo di Monica Della Volpe (ocso), estremamente significativo a partire dal titolo programmatico: Quali aspetti del nostro carisma potrebbero aiutare il monachesimo italiano a un rinnovamento e a rispondere alle sfide di oggi, non privo di punte più o meno velatamente polemiche (Bose, il sacerdozio dei monaci, il cosiddetto monachesimo urbano, le monache camaldolesi, Civitella, anche Viboldone e le «grandi abbazie benedettine [che] sembrano piuttosto soffocate dal peso di una storia») e che attacca con una presa di posizione inequivocabile: «La vita monastica ha avuto una sua resistenza, basandosi su usi e osservanze la cui validità era comprovata da secoli, ed è arrivata sino a oggi, talvolta però in condizioni pietose; dove è conservata, più che rinnovata, sembra tirare gli ultimi respiri». Il discorso si fa da qui complesso e delicato, e io, osservatore impreparato e non invitato, o mi fermo o ci penso bene prima di proseguire.

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Scrivere lettere, che traffico! (Dice il monaco, CXVIII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, scrivendo al canonico Ogero, nel 1125:

E la mania di scrivere ci tiene tanto più impegnati, quanto più è faticosa, dato che, mentre neppure quando siamo presenti riusciamo a dire l’un l’altro facilmente quello che vogliamo, ci tocca in più, quando ci volgiamo agli assenti, dover esprimere accuratamente l’uno all’altro sia ciò che ci chiediamo reciprocamente sia ciò di cui siamo richiesti. Quando perciò, standoti lontano, penso, detto, scrivo e t’invio ciò che tu leggendo possa ricevere come se mi stessi accanto, dove va a finire la quiete, dove la pace del silenzio? «Ma questo – mi dirai – lo puoi fare anche stando in silenzio.» Ci sarebbe da meravigliarsi se proprio questa fosse la tua opinione in risposta alla mia. Non lo sai quale agitazione infuria nel cervello di chi detta, dove rumoreggia una caterva di espressioni, dove s’affolla una gran varietà di discorsi e diversità di significati, dove spesso si getta via ciò che viene sotto mano e si va in cerca di ciò che t’è scappato via? Dove si pone mente con ossessiva attenzione a ciò che sembra più bello secondo la forma o più logico secondo il contenuto, a che cosa sia più facilmente comprensibile o più giovevole alla buona coscienza e persino a ciò che va detto prima e ciò che va detto dopo, e a molte altre cose che i dotti son soliti considerare con estrema cura in queste occasioni? E in questo tu osi dirmi che c’è la quiete? E tu puoi chiamare silenzio questo stato di cose, anche se la lingua rimane ferma?

♦ Bernardo di Chiaravalle, Lettera LXXXIX, 1, in Lettere, Parte prima 1-210, introduzione di J. Leclercq, traduzione di E. Paratore, commento storico di F. Gastaldelli («Opere di San Bernardo», VI/1), Città Nuova 1986, pp. 443-445. (La lettera, con la quale Bernardo si rifiuta di rispondere ad alcune questioni di teologia scolastica poste da Ogero, contiene tra l’altro la famosa, e per certi versi famigerata, frase a effetto con cui, appunto, Bernardo motiva il suo rifiuto: «Poiché non è ufficio di un monaco, quale pare che io sia, o meglio di un peccatore quale sono in realtà, insegnare, ma piangere».)

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Chi controlla i controllori? (Voci, 36)

Vetus Disciplina Monastica Capitolo IV. I controllori

I controllori [circatores; circuitores] che, come prescrisse san Benedetto, devono ispezionare in determinate ore gli ambienti del monastero, notando le negligenze dei fratelli e le eventuali trasgressioni all’Ordine, sono scelti tra i più religiosi e ferventi di tutta la congregazione, affinché non denuncino maliziosamente alcuno per odio privato, né per privata amicizia, né, ad esempio, per il gusto di qualche scurrilità tacciano una inadempienza. Costoro si muovono ogni giorno dopo l’offerta della messa maggiore e di quella minore, e dopo cena, quando i fratelli si ristorano due volte, o dopo il pranzo, quando si ristorano una volta; partecipano all’ufficio dei defunti; si alzano spesso dalla mensa, durante la cena o il pranzo, ma non tutti, solo alcuni, quando sospettano di trovare  qualche negligenza nella cantina, o all’infermeria, o altrove vicino al refettorio, in modo che, nel caso, possano immediatamente riunirsi agli altri a fine pasto.

Sono soliti muoversi anche nell’intervallo di tempo che va dal suono della campanella fino al pranzo. Per consuetudine devono camminare religiosamente, sì da incutere paura in chi li vede e mostrare un chiaro esempio di comportamento. Devono procedere in modo silenzioso e severo, e non parlare mai con nessuno, né fare alcun segno, né buono né cattivo. Nel mentre, devono osservare con la massima diligenza e scoprire le offese e le negligenze. Quando trovano qualcuno che parla, devono ascoltare quanto possono mentre passano, affinché nessuno dei fratelli, come il cellerario o l’elemosiniere, o chiunque altro, si intrattenga con i servi di favole e cose inutili.

Questa deferenza deve essere da loro contenuta, sì che quando trovano due che conversano, posto che non vi siano né servi né laici, costoro possano rivolgersi a loro e dire che hanno il permesso di farlo, se è vero; ma se non lo è, debbano smettere. È consuetudine, infatti, che se trovano due fratelli che parlano, e che ne hanno avuto il permesso, uno di loro dica: Abbiamo il permesso di stare qui e di parlare. Dopodiché il controllore non deve denunciarli in capitolo. Ma se un controllore trova qualcuno che parla con un servo o con un laico, costui non deve giustificarsi in alcun modo, né fare alcunché, sia che ne abbia il premesso o no, né insorgere contro di lui.

Si noti anche che i controllori non devono mai andare in giro contemporaneamente, ma in modo tale che mentre uno esce dall’infermeria, l’altro vi entri poco dopo; e nello stesso modo si faccia riguardo agli altri ambienti e a tutti i luoghi in cui si vengano a trovare. Non devono mai uscire dal chiostro; coloro che sono stati comandati, tuttavia, possono talvolta sostare all’interno delle officine che sono collegate al chiostro, fermandosi sulla porta, dalla quale possano vedere ed essere visti, in modo da accorgersi di chi se ne va in giro.

I controllori vengono ascoltati con molta attenzione e riverenza in capitolo, poiché spetta soprattutto a loro di parlare, dopo che colui che presiede il capitolo abbia detto: «Parlate del vostro Ordine».

♦ Bernardo di Cluny, Ordo Cluniacensis, in d. Marquard Herrgott, Vetus Disciplina Monastica, Parigi 1776. [E mi auguro che la traduzione non contenga degli strafalcioni…]

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Comunicare agli altri

Credo che nessun monaco o monaca di oggi si avventurerebbe in una dimostrazione di preminenza del proprio Ordine quale quella, nemmeno tanto velata, che il p. Raimondo Spiazzi esprime nel suo libro del 1961 dedicato all’ideale domenicano1. Come è consuetudine, lo fa citando i padri, e nello specifico «montando» sapientemente alcune osservazioni di san Tommaso sul rapporto tra vita contemplativa e vita attiva e sulla loro sintesi.

Il modello supremo è, naturalmente, Gesù, che ha scelto e indicato al mondo la via apostolica, unione perfetta delle due forme di vita. «Qualcuno», concede il p. Spiazzi, «potrebbe pensare che sia più perfetta la vita contemplativa e che perciò il Cristo avrebbe dovuto condurre vita solitaria dal momento che alla vita contemplativa appartiene la solitudine.»

Gesù, però, ha fatto diversamente, perché la vita attiva, in virtù della spinta alla condivisione, cioè alla predicazione delle verità di cui la vita contemplativa si è nutrita, «è più perfetta della vita solamente contemplativa, perché tale vita presuppone l’abbondanza della contemplazione: e perciò il Cristo scelse tale vita».

La sintesi si realizza quindi nella figura del monaco-apostolo che contempla e agisce, salva se stesso e gli altri in una indissolubile fusione di intenti in cui entrambe le forme sono reciprocamente causa ed effetto.

E in questo direi che c’è da meditare una lezione di san Tommaso, che mi pare risuoni oggi anche senza avventurarsi nelle complessità del concetto di verità. Una lezione sul valore della condivisione del sapere, poiché, infatti, «come è maggior cosa illuminare che splendere solamente, così è maggior cosa comunicare agli altri le cose contemplate che solamente contemplare».

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  1. Raimondo Spiazzi, op, Via Dominici. Lo spirito e la regola di san Domenico, Presbyterium 1961.

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Via Benedicti

LaViaDiBenedetto La via di Benedetto di Monica Della Volpe1 è un testo nato da una viva esperienza di lectio all’interno della comunità del monastero trappista di Valserena («Non sono considerazioni astratte: tale è stata la nostra esperienza, riflettendo sulla quale abbiamo raccolto queste considerazioni, e abbiamo meglio capito l’esperienza stessa»), cioè, si potrebbe dire, di «interrogazione» della Regola, letta in parallelo con la Vita di Benedetto di Gregorio Magno, con l’intenzione di evidenziare la diretta dipendenza di quello che, in fondo, è un «testo giuridico» dalla biografia di chi l’ha scritto: «È evidente che san Gregorio ha compreso il valore della via benedettina per l’uomo del suo tempo, e lo ha spiegato, secondo uno stile di racconto sapienziale allora chiarissimo per il cristiano comune, oggi più difficile da interpretare».

È un testo estremamente «utile» e molto consigliabile a chiunque sia interessato ad ascoltare una voce autorevole del monachesimo contemporaneo, a capire come una badessa emerita di grande esperienza vede, pensa e rappresenta la propria forma di vita («Più che il parafulmine della Chiesa, la vita monastica deve essere il serbatoio della Chiesa, da dove poi, per vie a noi stessi ignote – ma in parte anche note – si dirami la sua segreta fecondità apostolica», il corsivo è mio), ma c’è un altro aspetto che mi ha colpito di più e in parte distratto nella lettura. In tutto il testo, infatti, si dipana, sottile ma solidissimo, un filo polemico nei confronti del cosiddetto relativismo contemporaneo, dell’«uomo relativista del XXI secolo che si annida in tutti noi» (neanche fosse lo sporco che appunto si annida negli angoli della casa e nelle fibre degli indumenti…) e una rivendicazione della «superiorità» del sapere divino rispetto al sapere mondano.

Già il giovanissimo Benedetto dimostra di avere la capacità – il carisma – di discernere tra vero e falso, tra bene e male (un aspetto «fondamentale anche nella Regola e in tutta la tradizione monastica»), quando abbandona Roma per cercare altrove la verità, «una sapienza più grande», e «sulla base di questo rifiuto Benedetto (Dio tramite Benedetto) fonderà una nuova scuola di Sapienza, diverrà padre della cultura europea, di tutto ciò che di buono, di tutto l’immenso tesoro che la civiltà europea ha prodotto», l’allibito corsivo è mio). E per ottenere questa nuova, vera, sapienza «è indispensabile rifiutare il mondo, cioè la sua visione della vita», fuggire la gloria e la vanagloria, non vivere per l’ammirazione, la lode altrui, non soccombere al culto di se stessi, «smettere di vivere costantemente sotto gli occhi degli altri, per iniziare a vivere sotto lo sguardo di Dio». Possiamo dire che c’è una punta di manicheismo in questa posizione? Come se il mondo fosse stato storicamente e sia un’entità unica e immutabile, caratterizzata da un’altrettanto immutabile visione della vita; come se una comunità orientata al bene comune non potesse per principio trovare proprio nello «sguardo degli altri» uno strumento positivo di comportamento. «Il problema vero, ai tempi di Benedetto come ai nostri, è quello di ben pensare per ben fare e non peccare. Di distinguere il bene dal male e il vero dal falso, di scoprire la Sapienza vera e di respingere quella falsa», certo, ma è saggio tagliar fuori da quest’opera di discernimento chi, sempre per così dire, non rifiuta il mondo, senza per questo accettarne le storture?

Quanto sia degna di rispetto e considerazione la via di Benedetto, cioè la via di Gesù, cioè «la quotidiana rinuncia a noi stessi per vivere come dono», non credo di aver bisogno di ripeterlo. Quanto l’egocentrismo sia responsabile di errori e sofferenze si sa. Quanto sia decisiva l’umiltà, questo «pensiero nuovo» che è «l’unico atteggiamento veramente ragionevole della mente umana», è assodato. Ma nelle parole della badessa emerita, prive anche del più piccolo residuo di dubbio, ancora una volta pare che l’alternativa alla «Verità con la V maiuscola», quella che l’essere umano può ricevere solo da Dio, ci sia il caos, lo scatenamento degli istinti più bassi, la guerra delle «voglie» (quasi fossero uccelli rapaci svolazzanti), la dittatura dell’io che divora tutto – mettere l’io al centro produrrà «una visione che non corrisponde a verità e inevitabilmente tenterà di violentare la realtà in un modo o nell’altro»: sì, certo, mettendo l’io al centro, ma mettendo il noi? Un noi storico, multiforme, immanente, faticoso?

«Non sprecheremo qui parole», scrive m. Della Volpe, «per dimostrare che l’uomo che non cerca la Verità e non cerca Dio, lungi dal raggiungere una più grande comunione con gli altri uomini, si rinchiude in se stesso, nell’individualismo o nella disperazione, e tende in questo modo a perdere le sue più genuine caratteristiche umane. La cosa è sotto gli occhi di tutti coloro che sono capaci di vedere».

Forse non sarebbero state sprecate, poiché, evidentemente, non sono capace di vedere. Pace.

(1-segue, forse)

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  1. Monica Della Volpe, La via di Benedetto. Dalla Vita alla Regola, prefazione di G. Meiattini, osb, presentazione di M.F. Righi, ocso, Nerbini 2022 (Quaderni di Valserena; 12).

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Anime semplici o che tendono a ritrovare la semplicità

CercareDioNellaSuaParola «Ogni relazione con Dio si basa su un diligente ascolto», afferma il benedettino Guy-Marie Oury (1929-2000, professo a Solesmes) nella prima pagina del suo libro sulla lectio divina1, ed è anzitutto nella Sacra Scrittura «che si può incontrare meglio Dio e ciò che egli ha detto di se stesso».

Per il monaco – il monaco di tutti i tempi, come d. Oury mostra nell’excursus storico cui dedica uno dei capitoli del libro – la lectio divina è la pratica fondamentale di accesso alla Bibbia: pratica di ascolto, durante l’ufficio; di lettura, ancora durante l’ufficio e nel tempo personale; di «meditazione incessante», che si «intromette» in tutte le sue occupazioni.

Ruminatio, masticatio, manducatio – tutti termini che si riferiscono alla pratica della lectio e che rimandano a un processo di ingestione, digestione e nutrimento: «La Lectio è dunque una refezione spirituale dell’anima nel suo cammino verso Dio». Studio e preghiera vi sono intimamente collegati, perché non è mai un’attività per così dire «oggettiva» (tutto quello che Dio ha detto «ci riguarda personalmente»), è anche uno strumento, un «luogo» di trasformazione, che per essere tale ha bisogno di essere liberato dalla pressione continua degli impegni materiali, dalle distrazioni («la distractio è la causa di tutti gli abbattimenti del monaco»), dal fiume di immagini che provengono dal mondo, dal desiderio di sapere «mille cose inutili».

La lectio si può estendere, e di fatto si è estesa, anche oltre la Bibbia, alle opere ascetiche, ai trattati sulla preghiera, alle memorie autobiografiche, ai libri di meditazione e naturalmente alle agiografie: «Si pensi al beneficio che hanno ricavato le anime semplici – e i monaci sono anime semplici o che tendono a ritrovare la semplicità», dalle raccolte di miracoli e dalle vite dei santi.

Al di là dei pochi aspetti evidenziati qui, a differenza della esaustiva trattazione di d. Oury, che esplora gli aspetti storici, pratici, dottrinali, teologici, ecc., sono molte le… lezioni della lectio che possono tornare utili per non rimanere confinati in una delle funzioni oggi consuete della lettura: informazione, studio, svago e consolazione. La continuità, anzitutto, il contenimento della distrazione, l’ascolto, l’atteggiamento discente, la meditazione e l’abitudine di porre domande – le proprie domande – al testo che si legge. Anche qui, insomma, mi pare ci sia «qualcosa» che sarebbe insensato scartare sulla base di un pregiudizio. Se la lectio nasce con la qualifica di divina, credo si possa provare a cambiare quell’aggettivo così carico di «problemi» e tentare di definire una lectio humana. Che poi, quando leggo del rapporto che monaci e monache hanno con la Bibbia, e attraverso di essa con Dio, mi viene da dire che la lectio, a occhi contemporanei, può quasi sembrare un prototipo della psicoanalisi: stesi sul lettino della Sacra Scrittura, a leggere/parlare di sé con un Analista che non si vede, parla davvero poco, ma ascolta tutto. In fondo, quando d. Oury dice che è nella Bibbia «che si può incontrare meglio Dio e ciò che egli ha detto di se stesso», aggiunge anche: «È qui che si può meglio vedere, come in uno specchio, ciò che gli uomini… sono e devono essere».

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  1. Guy-Marie Oury, Cercare Dio nella sua parola. La Lectio divina, presentazione di A.M. Cànopi, traduzione di L. Zardi, Edizioni Paoline 1987.

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Vento, mare, tempesta (Dice il monaco, CXVII)

Dice Isacco della Stella, monaco e abate cistercense, dopo il 1150:

Perciò, fratelli miei, dobbiamo vigilare con somma cura, e farlo con tanta maggiore attenzione avendo noi scelto una solitudine remotissima, a che nella barca del nostro uomo interiore, per il quale l’uomo esteriore è come un mare, mai dorma la parola di Dio, dato che lui in sé né dorme né sonnecchia mai. Un Cristo che sia ozioso non può vegliare su di noi e, per dirla breve, egli vuole sempre che gli si chieda qualcosa o che lo si interroghi, e certo vuole che, mentre parla lui, lo ascoltiamo da svegli. Infatti, fratello, se mentre lui parla cominci a dormire di fronte a lui, subito egli dormirà di fronte a te. Ma guai a te se egli ti si addormenta davanti! Per te è sveglio il vento, è sveglio il mare, è sveglia la tempesta, sono svegli i flutti dei pensieri e il ribollire di mille tentazioni se per te soltanto lui dorme. Perciò prega e digli con il Profeta: «Illumina, Signore, i miei occhi perché non mi addormenti mai nella morte». […] Dove sono quelli che nel chiostro sonnecchiano sui loro libri, durante la lettura nell’oratorio russano, e di fronte a un discorso fatto a viva voce nel capitolo dormono? In questi casi il Verbo di Dio parla, ma non gli si fa caso. Il Signore, il maestro parla, e l’uomo, il discepolo dorme.

♦ Isacco della Stella, Sermone secondo per la quarta domenica dopo l’Epifania, in I sermoni, vol. II, Mariale – Santorale – Tempo ordinario, a cura di D. Pezzini, Paoline 2007, pp. 248-49.

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Fuori, dentro (Reperti, 66-67: Volponi; Nooteboom)

66. Tra gli inediti di Paolo Volponi resi disponibili dalla nuova edizione della sua opera poetica1 è emersa una poesia, databile al 1960, dedicata alla monacazione della sorella Maria Luisa. È un testo triste e non privo di rammarico per quella che Volponi vive come una definitiva separazione, se non addirittura come una «perdita». Non sente più la sorella, anche se sa che «laggiù, in fondo / dove tutto è più scuro / laggiù canta mia sorella, / la mia bianca sorella / ormai sorella di tutti»; non la vede più, anche se sa che è dietro quel muro «di mattoni sconnessi», fragile eppure impenetrabile, confusa in «quel povero branco di sventurate», di «dolci sciagurate» il cui fiato vitale dilegua nel canto. Il fratello è rimasto solo, in piedi davanti al recinto del monastero, e vede «soltanto / un albero, un tetto, / il muro di un giardino», guarda e cede al rimpianto:

Laggiù, in fondo

canta una sorella non più mia

io chiudo gli orecchi

perché vorrei sentire la sua voce.

67. Nei suoi «itinerari spagnoli»1, sulla strada da Barcellona a Soria, lo scrittore olandese Cees Nooteboom fa una tappa al «convento di Veruela», cioè al Real Monasterio de Santa María de Veruela, la più antica fondazione cistercense in Aragona. Il brano che ricava dalla visita può essere definito la tipica pagina di libro di viaggio di epoca pre-Internet: un po’ di descrizioni di ambienti, monumenti e sepolture – accurate, come oggi si verifica con facilità in rete; un po’ di informazioni sul monachesimo per contestualizzare – succinte, ma precise e ben dette; e le «impressioni» dello scrittore, che – siamo nel 1981 – gode della clamorosa possibilità di aggirarsi per il monastero in assoluta solitudine. E in queste impressioni ho riconosciuto un tratto assai familiare, sensazioni che ho provato molte volte. Ho riconosciuto l’effetto di «trasferimento» che si attiva al passaggio dall’esterno all’interno: «La macchina del tempo esiste davvero», scrive Nooteboom, «mi trovo in una capsula, protetto dalla morte e da ogni sventura, calato negli abissi del medioevo per sempre scomparso. Dove sono ora invece questo tipo di vita continua a esistere come in una coltura microbica del secolo ventesimo» (ecco, forse non direi «microbica»). E in particolare ho condiviso un sentimento preciso che deriva dal camminare in quello come in tutti i chiostri, se non in quella come in tutte le chiese:

Anche se si toglie a queste esperienze ciò a cui non si crede, resta pur sempre l’imponderabile, che altri in questo luogo credono e, soprattutto, hanno creduto.

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  1. Paolo Volponi, Poesie, a cura di E. Zinato, Einaudi 2024 (p. 439-40).
  2. Cees Nooteboom, Verso Santiago. Itinerari spagnoli, traduzione di L. Pignatti, Feltrinelli 1994 (ora Verso Santiago. Digressioni sulle strade di Spagna, Iperborea 2023). Il «reperto» in questione è alle pagine 14-19 dell’edizione Feltrinelli.

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Non dimezzato, non amputato, non diminuito (Dice il monaco, CXVI)

Dice Giuseppe Dossetti, nel 1990, commentando l’ottavo gradino dell’umiltà come espresso nella Regola di san Benedetto:

*

Più vado avanti negli anni e nell’esperienza, più mi sento di mettere in guardia contro questa tendenza che può esserci, e che può essere suggerita anche da zelo buono, ma non illuminato, non costruttivo. Fare di meglio e fare di più, anche se non desse luogo a nessun inconveniente esterno, è già presunzione, dice san Benedetto. Quello che invece è veramente la norma sicura, da cui non si può uscire ingannati o imbrogliati, è quello di fare tutto quello che è prescritto dalla regola comune nel modo migliore possibile, tutto, ma non di più. Farlo interamente, non dimezzato, non amputato, non diminuito, farlo cioè in pienezza, senza presumere di andare solo un pochino più in là: questo è grado di umiltà.1

*

Per la verità, tutto il capitoletto, intitolato «Concorrere alla sinfonia comune, con tutta la pienezza delle proprie forze», è assai interessante. Qui più che mai occorre contestualizzare le parole che vengono pronunciate: Dossetti infatti sta parlando a una comunità femminile della Piccola Famiglia dell’Annunziata (da lui fondata), svolgendo una serie di meditazioni su alcuni capitoli della Regola benedettina. Ma come spesso accade, per lo meno a me, è facile estendere il discorso al di fuori del suo contesto, per vedere se ci può essere qualche insegnamento di carattere più generale.

In questo senso, e in questo caso, la difficoltà è palese, e tuttavia, forse, proficua. Dossetti sottolinea come la tendenza a «fare di più» rispetto alla «norma comune» possa produrre effetti squilibranti per il singolo, oltre che inconvenienti comunitari, perché si tratta in fondo di un «desiderio più o meno conscio di segnalarsi e di distinguersi, quindi con sicura perdizione». Accidenti, con sicura perdizione… Lo spingersi oltre, sempre originato da orgoglio e vanità, conduce a una solitudine pericolosa, perché ci «si trova delle volte scoperti alle spalle, come uno che avanza e la sua linea di difesa, quella comune, non avanza; e, a un certo punto, si trova con le spalle scoperte e il nemico dietro di sé, oltre che davanti a sé». Mentre «è una forza grandissima quella di fare le cose in comune, è una garanzia rispetto alla mutevolezza dei sentimenti e alla debolezza inevitabile della natura o ai momenti, che vengono a tutti, di stanchezza e sazietà».

Ecco la difficoltà che affiora nell’«esportare» questo pensiero in ambiti diversi (e lasciando da parte la storia monastica plurisecolare, punteggiata da figure che hanno sentito la necessità di «fare di più», stabilendo nuove regole e fondando nuovi Ordini): che dire se la «norma comune» è solo stanca consuetudine, «morale corrente», protocollo imposto? È sempre biasimevole il voler fare qualcosa in più? È sempre e comunque frutto di orgoglio e volontà di farsi notare? E d’altra parte, come stimare quella cieca «volontà di emergere» (senza distinzioni) che dovrebbe tutto giustificare? Da quelle «puntine oltre», come le chiama Dossetti, non possono derivare talvolta effetti positivi che ricadono su tutta la comunità? Ma d’altra parte, come negare la «forza grandissima» di un anonimo sforzo comune?

È tutto molto intricato, e non so rispondere in maniera univoca a tali domande. Che però, probabilmente, sono mal poste, poiché non si può mai generalizzare, ma si deve sempre fare riferimento alla situazione concreta, al «che cosa» e al «perché» di una comunità quale che sia.

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  1. Giuseppe Dossetti, Sulla Regola di san Benedetto. Meditazioni, Edizioni San Lorenzo 2023 (collana curata dalla Piccola Famiglia dell’Annunziata). Si tratta della trascrizione di una serie di meditazioni tenute durante il ritiro delle sorelle della Famiglia ad Ain Arik (Ramallah) dal 22 al 28 ottobre 1990.

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«La causa unica di tutte le miserie di cui soffre il mondo»

DodiciGradiUmiltà La copia in mio possesso del Commento ascetico al capo VII della Regola di san Benedetto del benedettino Jean de Monléon1 è datata 1958 ed è consumata dall’uso di tanti ignoti lettori che mi hanno preceduto. Religiosi e religiose, presumo. Ed è questo il motivo per cui ho letto un’opera che mi sento di definire in larga misura «superata», per quanto improprio sia l’uso del concetto di «superato» nel caso della letteratura monastica: nulla è mai del tutto «superato» come si può dire di un trattato di fisica della fine dell’800. L’ho letta perché innumerevoli persone si sono identificate con il pensiero che vi è espresso, vi hanno per così dire sinceramente creduto. Superata, in realtà, è forse dir poco; di certo pre-conciliare (ma è stata ristampata nel 2021, e non a caso dalle Edizioni Piane, la casa editrice della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da mons, Lefevre) e percorsa da un evidente tratto antimodernista (nonché punteggiata da qualche osservazione vagamente antisemita e razzista).

DodiciGradiUmiltàB La scelta di commentare non la Regola nella sua interezza, bensì un solo capitolo, quello dedicato all’umiltà, il più lungo, è sintomatica. Se infatti, teologicamente, l’umiltà è preceduta da altre virtù, «nell’ordine pratico questa virtù è la prima perché… rimuove quell’ostacolo che con la sua presenza arresta la grazia di Dio», cioè l’orgoglio, «causa unica di tutte le miserie di cui soffre il mondo e anche il principio di tutti i nostri traviamenti». Da qui, il Commento discende e al tempo stesso ascende i dodici gradini dell’umiltà (suddivisi secondo lo schema che riporto qui a fianco) con un tono prevalente di ferrea durezza che mi pare alieno dallo spirito con il quale san Benedetto ha steso la sua Regola. Già, «perché la nostra vita religiosa non è affatto una bella strada carrozzabile che permette di salire comodamente verso la perfezione in una vettura ben molleggiata; è invece un sentiero ripido, stretto, scabroso, nel quale si va avanti solo aiutandosi con le mani e con i piedi».

È un vero tour-de-force, del quale si può dare solo qualche esempio e dal quale si esce, per usare un’espressione dell’autore, «piallati, raschiati, modellati e lisciati». Noi, che dimentichiamo che siamo delle creature effimere, inette, cui il demonio ronza continuamente intorno, capaci di una varietà di peccati quasi infinita, negligenti, accecati, incapaci di sorvegliare i desideri cattivi che salgono dal fondo più oscuro della nostra natura (peraltro guasta); pronti a scaricare la responsabilità delle nostre colpe (è stato il caso, la sfortuna, il vento, il demonio, il gatto) e ad assolverci con la scusa del così-fan-tutti (state ben attenti che il Signore ha detto: «Io sono la verità», e non: «Io sono la consuetudine»); che inseguiamo fantasie, frivolezze, oscenità; che ridiamo e facciamo ridere, che ci guardiamo intorno facendo entrare di tutto attraverso gli occhi; che ci sbagliamo in continuazione…2

E invece dovremmo rifuggire dall’uomo vano, che si lascia trascinare dal movimento spontaneo della sua natura; dovremmo calpestare incessantemente la nostra volontà con l’obbedienza, l’unico mezzo per riparare il peccato di Adamo (anche perché Dio non ci domanderà conto delle azioni fatte per obbedienza [e già…]); dovremmo accettare le ingiurie, le sofferenze, le prove, spogliandoci del mantello delle illusioni di cui ci rivestiamo, estinguendo il prurito della singolarità, il desiderio di farsi centro… e d’attirare sopra di sé l’attenzione degli altri3; basta con tutto questo «io», che se è odioso perfino in letteratura, quanto più lo sarà presso coloro che pretendono cercare la perfezione!; dobbiamo fonderci nello stampo della Regola e purificarci con la forma di penitenza più grande ed efficace, la vita in comune.

Giobbe tra i primi metteva in guardia l’uomo vano che si crede libero «come il puledro dell’asino selvatico»: perché l’asino selvatico, si chiede d. Monléon? Perché non è come quello domestico, condannato a tirare il carretto e portare il basto, no, lui nasce libero, «niente lo ostacola, niente lo trattiene… nessuno gli impedisce di seguire i movimenti della sua natura; può galoppare in pianura, ruzzolarsi nell’erba, correre all’impazzata con i suoi simili, mangiare, bere, dormire come meglio gli sembra. [Allo stesso modo l’uomo vano] non considera la vita che come un prato fiorito dove gli è permesso di correre e divertirsi secondo l’attrattiva del momento».

Be’, anzitutto, chi ha mai detto che la vita sia un prato fiorito; e poi, ammettiamolo, mica male qualche giorno seguendo la routine dell’asino selvatico, no?

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  1. Jean de Monléon, I dodici gradi dell’umiltà. Commento ascetico al capo VII della Regola di san Benedetto, traduzione dei monaci di S. Maria del Monte di Cesena, Edizioni Abbazia di Viboldone 1958.
  2. «La nostra memoria non è stata fedele, la nostra logica ha zoppicato, il nostro ragionamento ha trascurato dei dati importanti, la nostra immaginazione soprattutto, e le nostre passioni, hanno deformato, a nostra insaputa, ciò che pretendevamo, con molta buona fede, aver visto o inteso.»
  3. «Questo difetto lo ereditiamo dalla nostra madre Eva, di cui la primissima deviazione, nel Paradiso terrestre, fu probabilmente il piacere che provò nel vedere che il serpente si interessava di lei.»

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