In movimento (Schedine: Corlazzoli; Giorda)

DiarioDaUnMonastero Alex Corlazzoli, Diario da un monastero. Parole di un ateo in cammino, EDB 2024. Giornalista, scrittore, insegnante di classe 1975, Alex Corlazzoli ha trascorso qualche mese presso il monastero di Cellole, filiazione di Bose dalle parti di San Gimignano, e ne ha tratto un «diario» di osservazioni (del luogo, delle pratiche quotidiane, dei boschi circostanti), riflessioni (sulla vita dei monaci che l’hanno accolto, su di sé), incontri e conversazioni e ricordi (di letture, di altri luoghi e altri incontri), raccogliendoli sotto trenta parole-guida, da quelle più «canoniche» come Silenzio, Cella, Orto, a quelle meno prevedibili come Nocino, Bisaccia, Sesso. Come dice Enzo Bianchi nella Prefazione: «Grande è il tatto, la delicatezza, direi il pudore con il quale [Cortazzoli] racconta i momenti più importanti che scandiscono la vita monastica, ma anche quelli più intimi della vita personale e comune». Il testo, sia concesso dirlo, scorre sui binari ben lubrificati del genere, cioè della testimonianza di «quelli di fuori» che provano a vedere, con reale partecipazione e apertura, quello che c’è «dentro». Una nota per Sincletica, la gatta che vive con la comunità e che nei mesi più freddi puoi trovare «sulla poltrona di vimini della piccola sala nel refettorio o sul letto in una delle celle di qualche monaco. Non ha preferenze, ama “impadronirsi” delle coperte di chi vuole, quasi a dire loro che quel luogo le appartiene alla pari».

MonachesimoEIstituzioniEcclesiastiche Maria Chiara Giorda, Monachesimo e istituzioni ecclesiastiche in Egitto. Alcuni casi di interazione e integrazione, seconda edizione riveduta, Morcelliana 2023. Che le «cose» non si manifestino da un giorno all’altro è esperienza comune. Più si va indietro nel tempo, tuttavia, più facilmente si può cadere nella semplificazione e pensare, tanto per fare un esempio, uno a caso, che un giorno non esistessero i monaci e i monasteri, e il giorno (o al massimo l’anno) successivo, eccoli lì, perfettamente definiti, con tanto di abito, regole, chiostro e dormitorio dei novizi. Il periodo di emergenza, definizione e assestamento del fenomeno è proprio quello che cerca di esplorare, basandosi in larga misura sulle fonti scritte, il saggio di Maria Chiara Giorda, professoressa associata di Storia delle religioni all’Università di Roma Tre, con particolare riguardo alla realtà egiziana (sottolineo le «fonti scritte» perché esiste una notevole attività di ricerca in campo archeologico sulle origini degli «edifici monastici» cui l’autrice fa comunque riferimento). I cinque capitoli che seguono quello introduttivo indagano via via, da un punto di vista terminologico, lo sviluppo dei momenti liturgici (eucaristia, sinassi, prosfora, eulogia, agape) e degli edifici (aghios, ecclesia, monasterion, eukterion, kellion, laura); quindi le diverse forme diciamo così «istituzionali» dei primi monaci, sospesi per così dire tra laicato e chiericato, i loro rapporti con il clero secolare e gli scivolamenti da un gruppo all’altro (come nel caso dei vescovi-monaci o dei monaci-vescovi); e ancora la progressiva definizione delle «funzioni monastiche» (chi faceva cosa), ad esempio la direzione spirituale (che può comprendere l’accoglimento della confessione), l’applicazione della disciplina, la gestione della malattia e dell’ospitalità, l’economato. La lettura, non sempre agilissima, mi ha offerto l’accesso a una serie di fonti originali di grandissimo interesse e mi ha lasciato l’immagine di un momento di incredibile fermento e mobilità, concettuale ed esistenziale: «Le tracce che le fonti attestano, relative ad una confusione e sovrapposizione dei ruoli (si pensi alla gestione del sistema di perdono dei peccati/penitenza/pentimento, spartita tra chierici e monaci), ad un’identità plurale dei soggetti, che sono monaci ma anche chierici (diaconi, preti, financo vescovi), veicolano informazioni interessanti a riguardo del mondo religioso dell’Egitto tardo antico. La società egiziana pensava e tale pensiero, messo per iscritto nei testi letterari e documentari che abbiamo presentato in questo percorso, costruiva un ambiente religioso fatto di immagini, di una rete di relazioni, connessioni, interazioni appunto, e capace di modellare a sua volta gli individui e i gruppi».

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Basilio risponde (le «Regole brevi»)

BasilioRegole È così facile, e bello, immaginare il grande Basilio attorniato dai giovani monaci delle comunità cui offriva il suo sostegno mentre, nella semioscurità, risponde alle loro domande sulla vita cristiana. È lui stesso a ricordare, in una lettera del 375 a Eustazio di Sebaste, la circostanza: «Visitavo le fraternità e vi passavo le notti in preghiera, e parlavo e ascoltavo, intrattenendomi in discorsi su Dio». Era lui stesso, come si è visto, a sollecitare quelle domande, per «passare quel che resta della notte nella ricerca sollecita di ciò che è necessario». E per rispondere attingeva alla Scrittura (soprattutto al Nuovo Testamento e in particolare ai Vangeli, agli Atti e alle Lettere paoline), unico vero codice della vita cristiana, in cui sono contenute tutte le risposte. Sì, nella Scrittura si possono trovare tutte le risposte, ma non tutte le domande.

Quelle che oggi, per nostra fortuna, possiamo leggere sotto il titolo generalmente accettato di Regole brevi1, anche se vere e proprie regole non sono, non è «soltanto una testimonianza di valore storico incalcolabile, ma una ricchissima summa di sapienza evangelica» (Umberto Neri): trecentodiciotto domande e risposte che spaziano da semplici e assai meno semplici questioni di esegesi biblica a questioni molto concrete sui problemi minuti del vivere quotidiano in comunità. Leggendole, tra l’altro, si può cogliere il meccanismo grazie al quale si è passati da sequenze potenzialmente infinite appunto di singole questioni, ai testi che conosciamo come «regole», nei quali le domande si coagulano in categorie e trovano una sintesi, dal particolare al generale: come si prega, come ci si veste, come si mangia, come si accolgono i nuovi arrivati, e gli ospiti, e così via. E forse, soprattutto, leggendole, si prova la netta e impagabile sensazione di trovarsi di fronte alla trascrizione di scambi di battute che si sono realmente verificati.

Basilio, maestro di vita cristiana, risponde a tutto, con un’infinita pazienza che traspare dai testi, tracciando l’immagine di una comunità di persone serie, ispirate dalla carità, pronte all’obbedienza, soccorrevoli le une con le altre, attente a non far mai prevalere se stesse sui fratelli. Una comunità ideale di perfetti che tuttavia, proprio attraverso le domande, riconoscono le proprie imperfezioni, le mancanze, il bisogno di perdono reciproco. Sono le domande che traducono l’ideale in realtà.

E poi ci sono i casi particolari e particolarissimi, che inevitabilmente catturano l’attenzione, proprio perché dimostrano che di reali situazioni vissute si tratta (e testimoniano l’eternità dell’aspirazione al «che cosa devo fare, che cosa dobbiamo fare?»). Gli esempi sono numerosi: Da dove provengono le sconvenienti fantasie notturne? (Tra parentesi: «Dai moti disordinati dell’anima durante il giorno».) Com’è possibile non adirarsi? Se chi viene svegliato se ne risente o addirittura si adira, che cosa merita? Se uno, pur rifiutando gli indumenti più preziosi, tuttavia vuole che l’abito o le calzature, anche se di poco prezzo, siano di suo gradimento, commette peccato? Se uno in comunità si comporta in modo sconveniente durante il pasto mangiando e bevendo con ingordigia, bisogna rimproverarlo? È permesso avere una veste di pelo o di altro genere per la notte? Come dobbiamo considerare quelli che un tempo hanno vissuto con noi o i parenti che vengono a farci visita? Fino ai sempiterni problemi di carattere fiscale: Se uno viene in comunità lasciando delle tasse da pagare e i suoi parenti sono molestati a causa sua da chi reclama il pagamento, questo non genera forse indecisione e danno per lui o per quelli che l’hanno accolto? (Tra parentesi, risposta prevedibile: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare…» a meno che il «novizio» non abbia lasciato tutto ai parenti…)

Anche in questi casi Basilio risponde con pazienza, ricorrendo spesso a un insieme ristretto di citazioni che si adattano un po’ a tutto, quasi dei passe-partout sempre buoni all’occorrenza. Anche quando la domanda è al limite dello sconveniente. Domanda: «È possibile dedicarsi incessantemente alla preghiera dei salmi oppure alla lettura o a profonde conversazioni sulle parole di Dio senza che vi sia alcuna interruzione per quelli cui accade di dover provvedere ai più vili bisogni del corpo? (Un bel giro di parole per chiedere cosa fare quando scappa…) Risposta di Basilio: «L’Apostolo ci indica la regola da seguire dicendo: Tutto avvenga con decoro e ordine. Bisogna perciò aver cura del decoro e del buon ordine, e tener conto del luogo e del momento».

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  1. Basilio di Cesarea, Le regole. Regole lunghe, Regole brevi, nuova edizione rivedute e ampliata, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2022. Vedi anche Basilio di Cesarea, Opere ascetiche, a cura di U. Neri, traduzione di M.B. Artioli, Utet 1980.

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Funamboli (Dice il monaco, CXXI)

Dice Giovanni Cassiano (riferendo le parole di abba Teona):
Giustamente allora direi che i santi – coloro che, trattenendo stabilmente il ricordo di Dio procedono con incedere sospeso come su linee stese in alto – si possono a ragione paragonare agli equilibristi, volgarmente detti funamboli. Questi, affidando tutta la loro salvezza e la loro stessa vita all’angusto passaggio su quella corda, non dubitano di imbattersi nella più atroce delle morti se repentinamente una minima incertezza deviasse il loro passo o li distogliesse dalla direzione giusta. Se non assicurano al proprio passo quel sottilissimo sentiero con estrema prudenza mentre, in modo ammirevole, compiono le loro evoluzioni aeree, la terra, che è come il sostegno di tutte le cose naturali e il solidissimo fondamento per tutti, diventa per costoro una rovina immediata e certa, non perché la sua natura sia cambiata, ma perché questi cadono su di essa per il peso del proprio corpo.

♦ Giovanni Cassiano, Conversazione 23 (terza conversazione con abba Teona: L’essere senza peccato), 9, 1-2, in Conversazioni con i padri, a cura di R. Alciati, Edizioni Paoline 2019, p. 1319.

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«Usciamo a fare un giro nel deserto per vedere il posto»

Le edizioni Qiqajon hanno di recente, e meritoriamente, pubblicato gli atti del XXIX Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, evento che ha ormai una lunga tradizione alle spalle e che ha riunito uomini e donne di chiesa, di religione e di studio di vastissima provenienza intorno al tema singolarmente inesauribile della sapienza dei Padri del deserto1.

Il volume si apre con il contributo della studiosa polacca Ewa Wipszycka che, a differenza dei successivi relatori, in larga parte concentrati sugli aspetti di spiritualità, si incarica di aggiornare lo «sfondo» storico, geografico, sociale di quella esperienza, alla luce di nuove letture mirate dei testi e delle recenti scoperte archeologiche. È tutto molto interessante, e se ne riparlerà, ma a metà del suo intervento viene citato un «detto» (il 34° sotto il nome di Antonio nella «Serie alfabetica») che brilla come una pepita. Vale la pena di leggerlo interamente (con qualche libertà…)

Un giorno, abba Antonio fece visita ad abba Amun sul monte di Nitria. Quell’apertura così tipica mi piace sempre, fa pensare a un mattino luminoso e a un vecchio (non necessariamente) anacoreta che si dice: «Ma sì, andiamo a trovare Amun». Pratica, quella delle visite reciproche, assi diffusa, a riprova del bisogno ogni tanto di confrontarsi, magari per discutere un passo delle Scritture, ma anche per «vedere un po’ come vanno le cose», e del fatto che le distanze fossero accettabili, considerando il sole sotto il quale si sarebbe camminato. A volte, mi viene quasi in mente un villaggio «diffuso» con i «bungalow» dei Padri… «Nitria, il più antico dei centri monastici che ci interessano», ci ricorda la studiosa, «nacque non nel deserto vero e proprio, ma in un territorio incolto all’interno della zona coltivata [del Delta]», a circa 65 chilometri da Alessandria; Amun vi si stabilì verso la fine degli anni venti dei IV secolo.

E, dopo che si furono incontrati… Qui lo spazio è lasciato all’immaginazione: come si salutavano due Padri? Non credo si abbracciassero, ma secondo me si sorridevano.

… abba Amun gli dice: «Poiché per le tue preghiere i fratelli sono cresciuti di numero e alcuni di loro vogliono costruire delle celle lontano per immergersi nell’unione con Dio, che distanza vuoi che ci sia di qui alle celle che verranno costruite?» Classico problema: aumentano i seguaci, i discepoli e anche i visitatori, e per alcuni la pace è compromessa e la preghiera (e la compunzione) ne risente. I fratelli, va bene, ma qui c’è troppa gente. L’obiettivo è costruire (occhio a questo termine) delle «celle» e Celle infatti si chiamerà il posto.

Egli disse: «Mangiamo qualcosa all’ora nona e poi usciamo a fare un giro nel deserto per vedere il posto». Questo è il diamante all’interno della pepita, perché, se ci si pensa, questa frase non può essere inventata, queste parole Antonio le ha proprio pronunciate. Una frase la cui assoluta naturalezza evidenzia, per me, l’amicizia che legava i due oltre alla scelta di vita che entrambi avevano fatto.

Dopo che ebbero camminato nel deserto fino al tramonto… Camminato non a caso: «I monaci di Nitria conoscevano bene il deserto circostante, sapevano dunque che a circa 18 chilometri di distanza c’era un luogo adatto per un insediamento monastico».

… abba Antonio gli dice: «Preghiamo e piantiamo qui una croce: qui costruiscano quelli che lo vogliono… Due particolari interessanti. Anzitutto l’acqua, quella sorgiva, presente a pochi metri di profondità, e quella piovana: la zona infatti è più piovosa rispetto ad altre del corso del Nilo e l’archeologia ha confermato l’esistenza di cisterne per la raccolta. Inoltre sotto un sottile strato di sabbia il suolo è duro («il deserto di sabbia con dune mobili, su cui non si può vivere, comincia più lontano») e offriva materiale per la realizzazione di mattoni, con i quali «venivano costruite le abitazioni dei monaci delle Celle».

… in modo che quelli di laggiù [Nitria], quando vogliono incontrarsi con questi, possano consumare la loro leggera refezione all’ora nona [un light lunch, per carità, verso le tre del pomeriggio], e arrivare qui al tramonto; e quelli che partono di qui, facendo allo stesso modo, potranno incontrarsi con gli altri senza averne distrazione». Ora, tale distanza è di dodici miglia. Ecco, si parte già mangiati (per modo di dire) quando il sole si è abbassato almeno un po’, tre orette di cammino, con la garanzia di arrivare quando c’è ancora luce. Tutto calcolato, con quella fusione di astratto e concreto, di coerenza di principi e rispetto del luogo, di aspirazioni e praticità che i primi monaci hanno insegnato a tutti i fratelli che nei secoli li avrebbero seguiti.

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  1. La sapienza del deserto: i detti dei Padri e delle Madri, atti del XXIX Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, Bose, 5-8 settembre 2023, a cura di L. d’Ayala Valva e L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2024.

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Basilio e il «chilometro zero»

Nella sezione incentrata sulla temperanza delle sue Regole lunghe1, destinate a definire una «vera vita cristiana», Basilio di Cesarea, il grande Basilio, risponde a quattro «domande» (18-21) sulla questione del cibo, a cominciare da una che ha una singolare risonanza attuale: «Bisogna assaggiare ogni cibo che ci viene messo innanzi?» La risposta è sì, poiché tutto ciò che Dio ha fatto è buono: «Occorre che, quando se ne presenta l’occasione, si prenda ogni cibo per mostrare a quelli che ci guardano che… ogni creatura di Dio è buona e nulla va rifiutato, se…» Se? Se si rende grazie e si sta attenti al piacere, «la grande esca del male». Cibi semplici e non più del necessario, evitando assolutamente la sazietà, «quanto a quelli che procurano piacere, dopo averne assaggiato un poco, ce ne ritrarremo subito» – un quadratino di cioccolato al massimo. (Non andrebbe passato sotto silenzio quell’«a quelli che ci guardano», quelli cioè che non vedono l’ora di prendere in castagna il cristiano continente per giustificare la propria incontinenza.)

D’altra parte non «è possibile stabilire un’identica regola per tutti riguardo all’orario dei pasti, al modo o alla misura con cui prendere cibo», poiché diverse sono le età, le costituzioni e le occupazioni; ci sono i malati, c’è chi fa un lavoro pesante, chi viaggia, ecc. Ogni giorno il corpo si svuota e si consuma, quindi «ha bisogno di essere riempito», è naturale, dunque «l’uso corretto dei cibi suggerisce di immettere ciò che è stato esaurito per provvedere al sostentamento dell’essere vivente sia per i cibi solidi sia per i liquidi» – non dimenticare una corretta idratazione.

Cibi semplici ed economici, si diceva, in nome della sobrietà ed evitando le ricercatezze, con una curiosa anticipazione del famigerato «chilometro zero»: «Bisogna invece scegliere ciò che in ciascuna regione è facilmente reperibile, costa poco ed è di uso comune». Prodotti esotici («da fuori») solo se assolutamente necessari per vivere («quali l’olio e simili») o utili ai malati.

E se abbiamo ospiti? Sempre massima sobrietà, sia nei cibi offerti sia nel cosiddetto tovagliato. Non è proprio il caso di pensare a qualcosa di diverso dal nostro solito, o peggio di raffinato e lussuoso, perdendo tempo, denaro e soprattutto umiltà. Se l’ospite è un fratello (nella fede), «riconoscerà la mensa a lui familiare»; mentre se è «uno di quelli di fuori» (e qui la curatrice annota «cioè un non credente», cosa che mi spinge ad adottare per me d’ora in poi questa definizione di derivazione paolina: uno di fuori), nel caso si irritasse o ridesse di noi, meglio: «non ci darà noia una seconda volta». «Il modo di vivere del cristiano ha una sola forma», che si applica quindi anche alla tavola, che in nessun caso deve superare i confini del necessario, al di là dei quali c’è soltanto l’abuso, cioè «quel consumo che va oltre il bisogno».

Un’ulteriore nota per quanto riguarda i posti a tavola. Il comandamento sia quello dell’umiltà, cioè preferire sempre l’ultimo posto, evitando però quei ridicoli balletti del tipo prego-si-metta-a-capotavola, no-no-spetta-a-lei, dopo-di-lei, no-prego-dopo-di-lei, insisto… «Ed anche l’insistere l’un con l’altro e litigare per questa ragione ci renderà tali e quali a quelli che litigano per i primi posti.» L’ordine dei posti lo stabilisce chi ospita, «come ha suggerito il Signore dicendo che spetta al padrone di casa decidere queste cose». Definitivo.

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  1. Basilio di Cesarea, Regole lunghe, 18-21, in Le regole. Regole lunghe, Regole brevi, nuova edizione rivedute e ampliata, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2022, pp. 133-41.

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Dai, parliamone (Dice il monaco, CXX)

Dice Basilio di Cesarea, dopo il 360:

Se dunque per questo ci ha riuniti Dio e vi è piena quiete dai tumulti di fuori, non volgiamoci a nessun’altra occupazione né concediamo di nuovo riposo al nostro corpo, ma trascorriamo ciò che resta della notte nella ricerca sollecita di ciò che è necessario […]. Se dunque ciascuno di voi ritiene che gli manchi qualcosa, lo sottometta a discussione comune; quello che gli sfugge sarà trovato più facilmente se ricercato più diligentemente da più persone, poiché di certo Dio ci farà dono di trovare quanto cerchiamo.

♦ Basilio di Cesarea, Regole brevi, Prologo 2-3, in Le regole. Regole lunghe, Regole brevi, nuova edizione rivedute e ampliata, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2022, p. 202.

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Recenti acquisizioni

Piccola parentesi di librofilia (che è passione, o vizio, diversa, più rilassata della bibliofilia) per segnalare due «recenti acquisizioni» di grande soddisfazione.

ViaDominici Anzitutto la Via Dominici di Raimondo Spiazzi, op, autore a me già noto per le corpose e minuziose raccolte di memorie domenicane. Opera non recente (1961) la cui lettura tuttavia mi ha permesso un adeguato «ripasso domenicano», utile per definire, come dice il risvolto di copertina, «quale sia secondo la mente del Santo Fondatore, secondo la giusta Tradizione e secondo le attuali esigenze, la posizione del Frate Predicatore perché possa dirsi e chiamarsi veramente tale, fuori da ogni deviazionismo».

ViaDominici 3ViaDominici 2La singolarità dell’esemplare in mio possesso risiede nel fatto che, come si può vedere dall’ex-libris, si tratta della copia dell’Idea Centro Studi e Dibattiti, presso l’Angelicum di Roma, concessa in uso proprio all’autore. Autore che, in vista di un’eventuale ristampa, vi ha apportato di proprio pugno (con una stilografica) diverse correzioni, alcune delle quali di sorprendente dettaglio, in particolare nelle note per precisare i riferimenti di alcune citazioni, e che per segnalare la cosa ha scritto con una matita rossa sulla copertina «Copia corretta».

DirettorioAscetico 1 La seconda segnalazione è per i quattro volumi del Direttorio ascetico di Giovanni Battista Scaramelli, gesuita, nel rifacimento linguistico curato da Lorenzo Tognetti, anch’egli gesuita, nel 1943. L’opera, divisa in quattro trattati («Mezzi della perfezione cristiana», «Impedimenti alla perfezione cristiana», «Delle disposizioni prossime alla perfezione cristiana consistenti nelle virtù morali al grado perfetto», «Della perfezione essenziale del cristiano, consistente nelle virtù teologiche, specialmente nella carità»), «incontrò molte difficoltà da parte dei Revisori della Compagnia, i quali non ne approvarono la stampa, che avvenne nondimeno dopo la morte dello Scaramelli [nel 1752], per puro caso, e con tale consenso di lodi e di approvazioni da dimostrare quanto fossero eccessivi certi timori e quanto sicura invece fosse la dottrina». È un imponente manuale per il direttore spirituale, pieno di esempi, citazioni e riferimenti dalle Scritture e dai testi dei Padri della Chiesa, corredati punto per punto da «avvertimenti pratici al direttore» su come comportarsi, cosa suggerire, cosa dire e non dire. Il Tognetti avverte che il «rifacimento linguistico» si è concentrato esclusivamente sugli aspetti formali del testo, «per renderlo più comprensivo e accessibile a tutti», e le correzioni sono state fatte «allo scopo precipuo che niente venisse ad offendere o colpire la suscettibilità e la delicatezza dei lettori di oggi».

DirettorioAscetico 2Curiosamente, la copia in mio possesso (di cui, va detto, il bancarellaio era sin troppo palesemente contento di liberarsi: «Le faccio un prezzo speciale per tutti e quattro i volumi») proviene dalla biblioteca della Scuola materna dell’Istituto S. Giorgio di Pavia («fondato nel 1888 dalle Suore di Maria Bambina con l’iniziale intenzione di dare una educazione cristiana alle giovani ragazze che all’epoca vivevano nelle campagne circostanti il comune di Pavia»), con un timbro di proprietà che leggo come Ch. M. Debora Massani.

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Manualistica agostiniana

AgostinoUrna

Urna di sant’Agostino; S. Pietro in Ciel d’Oro, Pavia (foto Potts)

Il diacono cartaginese Deograzia chiede, intorno al 405, e il vescovo Agostino risponde. Avrei bisogno di un consiglio su come trattare i «principianti» (i rudes) che mi chiedono di essere istruiti nella fede cristiana, sono pieno di dubbi… Eh, ti capisco Deograzia, eccome se ti capisco, esordisce Agostino, e gli scodella un vero e proprio manuale pratico1, conciso, brillante, ricco di esempi e che trasuda sapienza psicologica ed esperienza sul campo («dico queste cose per esperienza…», «ti sono testimone di me stesso…»2).

Al centro dell’interessantissimo trattatello, tra una prima parte dedicata agli aspetti generali della questione, al fine e al valore della catechesi, ai motivi «di chi viene con l’intenzione di diventare cristiano», ai tipi diversi di ascoltatore, e una parte conclusiva occupata interamente da un esempio concreto (poniamo che si presenti un cittadino medio, «probabilmente lo indottrinerei con questo discorso…» – versione lunga e breve), Agostino elenca e analizza i principali motivi di insoddisfazione di chi insegna (il catechista; il professore?). Già, perché anch’io, dice Agostino, «mi rattristo nel dover constatare che la mia lingua non è in grado di esprimere il mio cuore. [Vorrei] che tutto quel che capisco venga capito da chi mi ascolta e mi accorgo di non parlare in modo che ciò avvenga…»

Non sempre, tuttavia, questa insoddisfazione nasce da una nostra mancanza di conoscenza. Può capitare, anzitutto, che l’ascoltatore resti impassibile: capisce? Non capisce? Si sta annoiando? Si è distratto? È necessario allora chiedere perché sta zitto e non reagisce nemmeno «con un gesto qualsiasi del corpo», e quindi aggiustare il tiro «secondo la sua risposta». Se poi l’ascoltatore sbadiglia bisogna «risvegliare il suo animo dicendo qualcosa condito da onesta allegria» – piazzare una battuta, insomma. Ah, è bene anche accertarsi che non sia stanco di stare in piedi, non c’è niente di male nel parlare e ascoltare seduti. Se l’impassibilità persiste, «raccontiamo qualcosa di veramente inaspettato e fuori del previsto». Breve, però!

Anche noi potremmo essere distratti, ad esempio da un pensiero grave, e ci annoia di dover tornare su ciò che «ci è notissimo», oppure avevamo altro da fare quando ci hanno chiamato. Avevamo tutte predisposte «secondo il nostro criterio le cose da fare» ed è arrivato uno che vuole sapere, domanda, insiste («Vieni a parlare con questo, vuole diventare cristiano», inciso di mirabile realismo). In tal caso, invece di seccarci, dobbiamo rallegrarcene, perché a Dio è piaciuto ordinare le cose secondo il Suo, di criterio.

Può capitare che ci manchino le parole, proprio quelle che ci parevano perfette quando leggevamo o ascoltavamo a nostra volta, e com’è che adesso non riusciamo a farci capire…? Né si può negare che possiamo essere stufi di ripetere sempre le stesse cose: ci salvi in questi casi l’amore fraterno: «Non accade forse di solito che quando mostriamo a chi non li ha mai visti prima luoghi belli ed ameni, di città o di campagna, che noi, avendoli già visti, attraversiamo senza alcun interesse, si rinnovi il nostro piacere nel loro piacere della novità? E tanto più, quanto sono amici!»

La carità verso i fratelli è sempre la motivazione dell’insegnamento e il rimedio per le insoddisfazioni e i problemi che possono sorgere: se questo è il fine di ogni discorso, «narra ogni cosa in modo che la persona a cui parli creda ascoltando, speri credendo ed ami sperando».

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  1. Agostino d’Ippona, La catechesi ai principianti (De catechizandis rudibus), introduzione, traduzione e note di A.M. Velli, Paoline 20234.
  2. «Ti sono testimone di me stesso che, ora in un modo, ora in un altro, mi sento condizionato quando vedo davanti a me da catechizzare un erudito, un ignorante, un cittadino, un pellegrino, un ricco, un povero, un privato, un personaggio degno d’onore con assegnata qualche carica, un uomo di questa o quella gente, di questa o quella età o sesso, di questa o quella setta, reduce da questo o quel peccato…» (Che bella, tra l’altro, la nozione di essere reduci da un peccato.)

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Frantumazione («La vita spirituale», di André Louf)

LaVitaSpirituale All’interno del volume antologico La vita spirituale di André Louf1, monaco trappista, abate e luminoso scrittore di cose, appunto, spirituali, ci sono tre saggi dedicati specificatamente alla vita in comunione, saggi che, come dice Enzo Bianchi nella prefazione, oltre a trarre valore da una lunghissima esperienza di abbaziato (35 anni presso l’abbazia di Mont des Cats nella Francia del Nord), contengono «elementi di sapienza in cui anche chi si professa non credente potrà trovare spunti a cui attingere per una vita sensata, unificata, riconciliata».

Il primo, Vivere in una comunità fraterna, del 1984, passa in rassegna i tratti caratteristici di una comunità che si voglia cristiana: un «luogo» costruito sulla debolezza umana («una comunità cristiana che non conti al suo interno persone con delle mancanze è molto semplicemente impensabile. Non solo non è possibile, ma non è neanche desiderabile»), un luogo di perdono («i compiti concreti che dobbiamo eventualmente assumere come comunità sono secondari. Poiché è il perdono l’esperienza fondamentale della comunità cristiana»), un luogo di guarigione («per il fatto stesso che una comunità cristiana è fondamentalmente edificata sul perdono, essa è essenzialmente anche un gruppo terapeutico»).

Il secondo, L’obbedienza nella tradizione monastica, del 1976, propone una sottile differenziazione tra obbedienza sociologica, quella per così dire «semplice», che si deve al superiore nelle mani del quale si rimette con un voto la propria volontà, e obbedienza spirituale, che è specificamente cristiana (deriva direttamente dal Cristo) e che può articolarsi, secondo André Louf, in tre aspetti, o doni, distinti: l’obbedienza-abbassamento, cioè la conservazione di uno stato continuato di inferiorità («la grande fatica del cenobita, il cuore della sua ascesi, si trova quasi sempre nell’obbedienza. È la notte benedettina per eccellenza»); l’obbedienza di docilità (o di discernimento), cioè la mortificazione delle volontà proprie (l’abate insiste sul plurale), con l’aiuto del padre spirituale; l’obbedienza profetica, che conduce alla manifestazione della volontà divina.

Ma è soprattutto il terzo saggio, Vita comune, scuola di carità, del 1996, a essere particolarmente interessante per «chi si professa non credente» (anche se ritiene irrealizzabile la «tripletta» indicata dall’allora priore di Bose). Traendo sostegno soprattutto dalla tradizione cistercense (Bernardo, of course, Guglielmo di Saint-Thierry, Baldovino di Ford), ma senza tralasciare gli esiti (e la terminologia) delle scienze sociali, Louf analizza alcuni momenti del vivere in comunità che ne fanno una «macchina di bene» (l’espressione, infelice, è mia). 1) Stare insieme è bello e «dà la certezza di essere aiutati in caso di difficoltà». 2) La vita fraterna è uno specchio, infallibile nel far emergere i propri difetti; lavoro psicologico e spirituale di primissima importanza, lo definisce l’abate, che «oggi verrebbe chiamato accettazione di sé, con il proprio passato, i propri desideri, le inevitabili frustrazioni e i propri limiti». Il cammino comunitario è il campo della contritio cordis, della «frantumazione del cuore»: espressione forte, ma efficace, che mi sento di assimilare al compito ultra-necessario di non mentire a se stessi. 3) La comunità è il luogo dove si manifesta la compassione (misericordia verso di sé e verso gli altri: nel rituale di ammissione alla comunità si viene interpellati con un «che cosa chiedi?», cui si risponde con «la misericordia di Dio e dell’Ordine»). 4) La vita fraterna, come si diceva, può diventare un «autentico cammino terapeutico». 5) Le osservanze della comunità sono un’occasione privilegiata di sperimentare le proprie debolezze e di viverle, idealmente, senza traumi. 6) La scoperta del valore della volontà comune e di un pluralismo orientato all’unità. 7) La possibilità della nascita di un’amicizia, che pur con le dovute cautele è «sempre un evento importante, che merita rispetto e attenzione – e l’abate prosegue in modo un po’ inatteso –, che si tratti di un’amicizia tra due persone che vivono nella stessa clausura o di un’amicizia con qualcuno all’esterno».

Le lezioni da ricavare da questo insieme di dinamiche sono molte, non tutte prive, devo dire dal mio punto di vista, di possibili ambiguità, come peraltro dimostra la realtà, soprattutto quando la premessa, o forse dovrei addirittura scrivere la Premessa, è distorta. Ma non è un discorso che sono in grado di fare. Quello che posso dire è che la mia preferenza va al punto 2: «Tutto ciò che ci irrita nei nostri fratelli c’insegna in primo luogo qualcosa su noi stessi».

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  1. André Louf, La vita spirituale, prefazione di E. Bianchi, traduzioni di L. Marino e R. Larini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2001.

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Al fuoco, al fuoco! (Dice il monaco, CXIX)

Dice Giovanni Battista Scaramelli, gesuita, morto nel 1752:

Ora se la virtù della modestia scaturisce dall’intimo dell’anima, come da propria fonte, e si diffonde per i sensi e le membra del corpo, come per tanti rivoli, a rendere decoroso il portamento dell’uomo, ne deduca il lettore quanto sia necessaria una tale virtù ad ogni persona spirituale, specialmente se sia religiosa, per mantenere il suo decoro e per dare al prossimo la debita edificazione, il quale, non potendo vedere l’aggiustatezza  e la compostezza degli affetti che essa tiene nascosti nell’animo suo, l’arguisce dai moti e dagli atteggiamenti esterni del suo corpo.

Se mentre camminate per le pubbliche strade vedete uscire dai tetti delle case del fumo, non dite subito che dentro quelle arde il fuoco? E giustamente, perché il fumo che esce di fuori è segno infallibile del fuoco che arde di dentro. Così, quando vi si vede poco cauto negli sguardi, peco regolato nel modo di parlare, di discorrere, di ridere, nei moti, negli andamenti, e scomposto nel vestire, si arguisce certamente la scompostezza della vostra anima, essendo tali immodestie segno sicuro del vostro disordinato interiore.

Battista Scaramelli, «Sulla compostezza di tutte le membra», in Direttorio ascetico, edizione curata con rifacimento linguistico dal p. Lorenzo Tognetti S.J., vol. II, art. 3, c. 3, 138, Istituto Missionario Pia Società S. Paolo, 1943, p. 154.

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