Nell’autunno del 1061 Pier Damiani è a Roma, impegnato a fianco del papa Alessandro II, ma trova il tempo per scrivere una lunga lettera (l’Opusculum LII delle sue Opere) agli amati monaci di Montecassino, guidati allora dall’abate Desiderio («arcangelo dei monaci»), che è «un vero e proprio bestiario moralizzato ad usum monachorum»1. A leggere queste pagine con occhiali moderni bisogna resistere alla tentazione del divertimento e anche a quella, tipicamente medioevale, del «meraviglioso» (cui pure l’«Avellanita» dedicherà altri scritti). Qui, infatti, il grande monaco eremita – e il grande scrittore – è mortalmente serio, perché ne va sempre e comunque della salvezza dell’anima e perché Dio ha disposto le cose «affinché, perfino per mezzo delle bestie, l’uomo sia in grado di apprendere ciò che deve imitare, ciò che tocca, a lui, di fuggire, ciò che può utilmente, da loro, prendere a prestito». È da notare anzitutto che Pier Damiani non si vanta di essere un esperto del mondo animale, ma che riporterà «solamente ciò che, da quanti con sudore hanno osservato le realtà della natura, è stato messo a nostra disposizione nel modo più certo e inconfutabile». L’inciso sottolineato è assai significativo, e Piero ribadirà più volte il concetto, ad esempio nel capitolo 15, parlando del pellicano («Come tramandano coloro che si diedero da fare per conoscere a fondo la varia natura degli animali»), suggerendo chiaramente, direi, come la conoscenza richieda attività sul campo e costi fatica. Che poi il fatto che il pellicano uccida i suoi piccoli (come Dio castiga la prole ingrata) non sia né certo né inconfutabile è un altro discorso.
Eh sì, di certo e inconfutabile, oggi, non c’è pressoché niente in queste pagine, in cui la stessa osservazione non è mai neutra, ma si basa su presupposti morali, in particolar modo di origine biblica. È difficile non rimanere affascinati (e forse non soltanto affascinati) dalla rete di citazioni, riferimenti, citazioni, analogie dispiegata dal testo: una rete che ricopre il mondo (in questo caso quello naturale) senza smagliature. Gli animali dunque si dividono senza esitazioni in esempi buoni, esempi cattivi, simboli di tragica inconsapevolezza o di realtà superiori cui ispirarsi per non perire in questo «covile del diavolo» che è il mondo.
Così, il leone è buono, perché dorme con gli occhi aperti, come dovrebbero fare i monaci; il riccio è figura del diavolo, perché entra nelle vigne all’epoca della vendemmia e, scuotendo i tralci, fa cadere i chicchi maturi («che hanno il turgore delle virtù spirituali»), li infilza sugli aculei e se li porta via; la volpe non ne parliamo nemmeno, e neanche il polipo, che si finge roccia per catturare gli ignari pesci che si avvicinano: «Che altro è il polipo, se non l’uomo malvagio e fraudolento, e perciò eretico?»; molto meglio la fenice, che risorge «come il nostro Salvatore»; bene l’upupa, l’aquila e la folaga, ancora meglio le api, che «sono immuni dal coito, così nel partorire non sono costrette a subire nessun guasto»; «livido e immondo» l’ibis, per non parlare della iena, bene invece la dorcade, «che latinamente chiamiamo “capriolo”, [e che] offre al nostro stile di vita il non inutile esempio della propria indole naturale»: sguardo acuto e capacità di discernimento; lo sguardo acuto è anche della lince, «non solo in grado di penetrare qualsiasi corpo solido, ma anche le pareti in pietra»: mettete un pezzo di carne dietro un muro e vedrete…; ottimo il serpente, che cerca una fenditura nella pietra (la penitenza) e si toglie di dosso la vecchia pelle (dei peccati), ottima la formica, che sa discernere i chicchi delle messi, supremo infine il castoro, che ha capito che gli si dà la caccia per le virtù terapeutiche dei suoi genitali, sicché, «quando si accorge che il cacciatore lo insegue… se li recide a morsi e li getta davanti al cacciatore», se poi capita un altro cacciatore, il castoro gli si alza di fronte mostrandogli «che gli manca ciò che per cui è così ambito», dunque «pure tu, se vuoi sfuggire al cacciatore che ti insidia nella più profonda intimità, studiati con ogni mezzo di troncare di netto da te i dilettosi eccitamenti del piacere». Ecc. ecc.
A un certo punto Pier Damiani si ricorda «che non a un libro, ma a una lettera abbiamo dato inizio» e che bisognerebbe concludere. Non ce la fa, ha ancora due o tre storie che muore dalla voglia di raccontare: il granchio e l’ostrica, la scimmia, la balena, e visto che di monaci parliamo, sapete come fa il granchio a catturare l’ostrica di cui è ghiotto? Come fa a papparsi il «cibo carneo» ben difeso dalle due valve «assai robuste» che scattano alla minima minaccia? Fa così: si apposta e quando l’ostrica si apre butta lì un sassolino, cosicché non possa più richiudersi, e allora «introduce le chele senza correre alcun rischio, e dall’ostrica estrae la parte più interna e riposta». La morale è ineccepibile: «A cosa sembra più convenientemente alludere l’ostrica, se non al monaco? Sicuramente questi vive finché lo circonda l’obbligo rigoroso del silenzio, al contrario perisce quando si apre per parlare senza moderazione». E che cos’è il sassolino se non la «pietruzza, per dir così, della cattiva abitudine»? Già, perché «di che altro è figura il granchio, la cui natura è di procedere a ritroso, se non dello spirito ribelle», cioè del diavolo?
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- Pier Damiani, Lettera sul valore della vita religiosa e sulla interpretazione simbolica di numerosi animali (Opusc. LII), in Lettere ai monaci di Montecassino, a cura di A. Granata, Jaca Book 1988, pp. 103-142.
Alex Corlazzoli,
Maria Chiara Giorda,
Anzitutto la Via Dominici di Raimondo Spiazzi, op, autore a me già noto per le corpose e minuziose raccolte di memorie domenicane. Opera non recente (1961) la cui lettura tuttavia mi ha permesso un adeguato «ripasso domenicano», utile per definire, come dice il risvolto di copertina, «quale sia secondo la mente del Santo Fondatore, secondo la giusta Tradizione e secondo le attuali esigenze, la posizione del Frate Predicatore perché possa dirsi e chiamarsi veramente tale, fuori da ogni deviazionismo».
La singolarità dell’esemplare in mio possesso risiede nel fatto che, come si può vedere dall’ex-libris, si tratta della copia dell’Idea Centro Studi e Dibattiti, presso l’Angelicum di Roma, concessa in uso proprio all’autore. Autore che, in vista di un’eventuale ristampa, vi ha apportato di proprio pugno (con una stilografica) diverse correzioni, alcune delle quali di sorprendente dettaglio, in particolare nelle note per precisare i riferimenti di alcune citazioni, e che per segnalare la cosa ha scritto con una matita rossa sulla copertina «Copia corretta».
La seconda segnalazione è per i quattro volumi del Direttorio ascetico di Giovanni Battista Scaramelli, gesuita, nel rifacimento linguistico curato da Lorenzo Tognetti, anch’egli gesuita, nel 1943. L’opera, divisa in quattro trattati («Mezzi della perfezione cristiana», «Impedimenti alla perfezione cristiana», «Delle disposizioni prossime alla perfezione cristiana consistenti nelle virtù morali al grado perfetto», «Della perfezione essenziale del cristiano, consistente nelle virtù teologiche, specialmente nella carità»), «incontrò molte difficoltà da parte dei Revisori della Compagnia, i quali non ne approvarono la stampa, che avvenne nondimeno dopo la morte dello Scaramelli [nel 1752], per puro caso, e con tale consenso di lodi e di approvazioni da dimostrare quanto fossero eccessivi certi timori e quanto sicura invece fosse la dottrina». È un imponente manuale per il direttore spirituale, pieno di esempi, citazioni e riferimenti dalle Scritture e dai testi dei Padri della Chiesa, corredati punto per punto da «avvertimenti pratici al direttore» su come comportarsi, cosa suggerire, cosa dire e non dire. Il Tognetti avverte che il «rifacimento linguistico» si è concentrato esclusivamente sugli aspetti formali del testo, «per renderlo più comprensivo e accessibile a tutti», e le correzioni sono state fatte «allo scopo precipuo che niente venisse ad offendere o colpire la suscettibilità e la delicatezza dei lettori di oggi».
Curiosamente, la copia in mio possesso (di cui, va detto, il bancarellaio era sin troppo palesemente contento di liberarsi: «Le faccio un prezzo speciale per tutti e quattro i volumi») proviene dalla biblioteca della Scuola materna dell’Istituto S. Giorgio di Pavia («fondato nel 1888 dalle Suore di Maria Bambina con l’iniziale intenzione di dare una educazione cristiana alle giovani ragazze che all’epoca vivevano nelle campagne circostanti il comune di Pavia»), con un timbro di proprietà che leggo come Ch. M. Debora Massani.
All’interno del volume antologico La vita spirituale di André Louf1, monaco trappista, abate e luminoso scrittore di cose, appunto, spirituali, ci sono tre saggi dedicati specificatamente alla vita in comunione, saggi che, come dice Enzo Bianchi nella prefazione, oltre a trarre valore da una lunghissima esperienza di abbaziato (35 anni presso l’abbazia di Mont des Cats nella Francia del Nord), contengono «elementi di sapienza in cui anche chi si professa non credente potrà trovare spunti a cui attingere per una vita sensata, unificata, riconciliata».
La via di Benedetto di Monica Della Volpe1 è un testo nato da una viva esperienza di lectio all’interno della comunità del monastero trappista di Valserena («Non sono considerazioni astratte: tale è stata la nostra esperienza, riflettendo sulla quale abbiamo raccolto queste considerazioni, e abbiamo meglio capito l’esperienza stessa»), cioè, si potrebbe dire, di «interrogazione» della Regola, letta in parallelo con la Vita di Benedetto di Gregorio Magno, con l’intenzione di evidenziare la diretta dipendenza di quello che, in fondo, è un «testo giuridico» dalla biografia di chi l’ha scritto: «È evidente che san Gregorio ha compreso il valore della via benedettina per l’uomo del suo tempo, e lo ha spiegato, secondo uno stile di racconto sapienziale allora chiarissimo per il cristiano comune, oggi più difficile da interpretare».
«Ogni relazione con Dio si basa su un diligente ascolto», afferma il benedettino Guy-Marie Oury (1929-2000, professo a Solesmes) nella prima pagina del suo libro sulla lectio divina1, ed è anzitutto nella Sacra Scrittura «che si può incontrare meglio Dio e ciò che egli ha detto di se stesso».

«Facea alcuna fiata cose che apo lo mondo pareano de maxima stultitia, ma apo Dio erano de maxima sapientia»: in queste parole tratte da una Vita di Iacopone da Todi si può riassumere il soggetto della bella antologia di testi antichi dedicati ai «folli per Cristo» approntata con la consueta serietà e precisione da Lisa Cremaschi1. Una vocazione «singolare, eccezionale», che con un filo sottile unisce uomini e donne che dal IV al XVIII secolo, e probabilmente anche a oggi, hanno nascosto la loro aspirazione alla santità dietro la simulazione della follia, perseguendo in questo modo estremo l’altrettanto estremo desiderio di essere in tutto, per quanto possibile, simili a Gesù (che «è, in certo senso, il primo folle»), non soltanto nei comportamenti ma financo nei sentimenti – giusta l’indicazione impossibile di san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2, 5): «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù».
(la prima parte è 