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Il bestiario di Pier Damiani

Nell’autunno del 1061 Pier Damiani è a Roma, impegnato a fianco del papa Alessandro II, ma trova il tempo per scrivere una lunga lettera (l’Opusculum LII delle sue Opere) agli amati monaci di Montecassino, guidati allora dall’abate Desiderio («arcangelo dei monaci»), che è «un vero e proprio bestiario moralizzato ad usum monachorum»1. A leggere queste pagine con occhiali moderni bisogna resistere alla tentazione del divertimento e anche a quella, tipicamente medioevale, del «meraviglioso» (cui pure l’«Avellanita» dedicherà altri scritti). Qui, infatti, il grande monaco eremita – e il grande scrittore – è mortalmente serio, perché ne va sempre e comunque della salvezza dell’anima e perché Dio ha disposto le cose «affinché, perfino per mezzo delle bestie, l’uomo sia in grado di apprendere ciò che deve imitare, ciò che tocca, a lui, di fuggire, ciò che può utilmente, da loro, prendere a prestito». È da notare anzitutto che Pier Damiani non si vanta di essere un esperto del mondo animale, ma che riporterà «solamente ciò che, da quanti con sudore hanno osservato le realtà della natura, è stato messo a nostra disposizione nel modo più certo e inconfutabile». L’inciso sottolineato è assai significativo, e Piero ribadirà più volte il concetto, ad esempio nel capitolo 15, parlando del pellicano («Come tramandano coloro che si diedero da fare per conoscere a fondo la varia natura degli animali»), suggerendo chiaramente, direi, come la conoscenza richieda attività sul campo e costi fatica. Che poi il fatto che il pellicano uccida i suoi piccoli (come Dio castiga la prole ingrata) non sia né certo né inconfutabile è un altro discorso.

Eh sì, di certo e inconfutabile, oggi, non c’è pressoché niente in queste pagine, in cui la stessa osservazione non è mai neutra, ma si basa su presupposti morali, in particolar modo di origine biblica. È difficile non rimanere affascinati (e forse non soltanto affascinati) dalla rete di citazioni, riferimenti, citazioni, analogie dispiegata dal testo: una rete che ricopre il mondo (in questo caso quello naturale) senza smagliature. Gli animali dunque si dividono senza esitazioni in esempi buoni, esempi cattivi, simboli di tragica inconsapevolezza o di realtà superiori cui ispirarsi per non perire in questo «covile del diavolo» che è il mondo.

Così, il leone è buono, perché dorme con gli occhi aperti, come dovrebbero fare i monaci; il riccio è figura del diavolo, perché entra nelle vigne all’epoca della vendemmia e, scuotendo i tralci, fa cadere i chicchi maturi («che hanno il turgore delle virtù spirituali»), li infilza sugli aculei e se li porta via; la volpe non ne parliamo nemmeno, e neanche il polipo, che si finge roccia per catturare gli ignari pesci che si avvicinano: «Che altro è il polipo, se non l’uomo malvagio e fraudolento, e perciò eretico?»; molto meglio la fenice, che risorge «come il nostro Salvatore»; bene l’upupa, l’aquila e la folaga, ancora meglio le api, che «sono immuni dal coito, così nel partorire non sono costrette a subire nessun guasto»; «livido e immondo» l’ibis, per non parlare della iena, bene invece la dorcade, «che latinamente chiamiamo “capriolo”, [e che] offre al nostro stile di vita il non inutile esempio della propria indole naturale»: sguardo acuto e capacità di discernimento; lo sguardo acuto è anche della lince, «non solo in grado di penetrare qualsiasi corpo solido, ma anche le pareti in pietra»: mettete un pezzo di carne dietro un muro e vedrete…; ottimo il serpente, che cerca una fenditura nella pietra (la penitenza) e si toglie di dosso la vecchia pelle (dei peccati), ottima la formica, che sa discernere i chicchi delle messi, supremo infine il castoro, che ha capito che gli si dà la caccia per le virtù terapeutiche dei suoi genitali, sicché, «quando si accorge che il cacciatore lo insegue… se li recide a morsi e li getta davanti al cacciatore», se poi capita un altro cacciatore, il castoro gli si alza di fronte mostrandogli «che gli manca ciò che per cui è così ambito», dunque «pure tu, se vuoi sfuggire al cacciatore che ti insidia nella più profonda intimità, studiati con ogni mezzo di troncare di netto da te i dilettosi eccitamenti del piacere». Ecc. ecc.

A un certo punto Pier Damiani si ricorda «che non a un libro, ma a una lettera abbiamo dato inizio» e che bisognerebbe concludere. Non ce la fa, ha ancora due o tre storie che muore dalla voglia di raccontare: il granchio e l’ostrica, la scimmia, la balena, e visto che di monaci parliamo, sapete come fa il granchio a catturare l’ostrica di cui è ghiotto? Come fa a papparsi il «cibo carneo» ben difeso dalle due valve «assai robuste» che scattano alla minima minaccia? Fa così: si apposta e quando l’ostrica si apre butta lì un sassolino, cosicché non possa più richiudersi, e allora «introduce le chele senza correre alcun rischio, e dall’ostrica estrae la parte più interna e riposta». La morale è ineccepibile: «A cosa sembra più convenientemente alludere l’ostrica, se non al monaco? Sicuramente questi vive finché lo circonda l’obbligo rigoroso del silenzio, al contrario perisce quando si apre per parlare senza moderazione». E che cos’è il sassolino se non la «pietruzza, per dir così, della cattiva abitudine»? Già, perché «di che altro è figura il granchio, la cui natura è di procedere a ritroso, se non dello spirito ribelle», cioè del diavolo?

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  1. Pier Damiani, Lettera sul valore della vita religiosa e sulla interpretazione simbolica di numerosi animali (Opusc. LII), in Lettere ai monaci di Montecassino, a cura di A. Granata, Jaca Book 1988, pp. 103-142.

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In movimento (Schedine: Corlazzoli; Giorda)

DiarioDaUnMonastero Alex Corlazzoli, Diario da un monastero. Parole di un ateo in cammino, EDB 2024. Giornalista, scrittore, insegnante di classe 1975, Alex Corlazzoli ha trascorso qualche mese presso il monastero di Cellole, filiazione di Bose dalle parti di San Gimignano, e ne ha tratto un «diario» di osservazioni (del luogo, delle pratiche quotidiane, dei boschi circostanti), riflessioni (sulla vita dei monaci che l’hanno accolto, su di sé), incontri e conversazioni e ricordi (di letture, di altri luoghi e altri incontri), raccogliendoli sotto trenta parole-guida, da quelle più «canoniche» come Silenzio, Cella, Orto, a quelle meno prevedibili come Nocino, Bisaccia, Sesso. Come dice Enzo Bianchi nella Prefazione: «Grande è il tatto, la delicatezza, direi il pudore con il quale [Cortazzoli] racconta i momenti più importanti che scandiscono la vita monastica, ma anche quelli più intimi della vita personale e comune». Il testo, sia concesso dirlo, scorre sui binari ben lubrificati del genere, cioè della testimonianza di «quelli di fuori» che provano a vedere, con reale partecipazione e apertura, quello che c’è «dentro». Una nota per Sincletica, la gatta che vive con la comunità e che nei mesi più freddi puoi trovare «sulla poltrona di vimini della piccola sala nel refettorio o sul letto in una delle celle di qualche monaco. Non ha preferenze, ama “impadronirsi” delle coperte di chi vuole, quasi a dire loro che quel luogo le appartiene alla pari».

MonachesimoEIstituzioniEcclesiastiche Maria Chiara Giorda, Monachesimo e istituzioni ecclesiastiche in Egitto. Alcuni casi di interazione e integrazione, seconda edizione riveduta, Morcelliana 2023. Che le «cose» non si manifestino da un giorno all’altro è esperienza comune. Più si va indietro nel tempo, tuttavia, più facilmente si può cadere nella semplificazione e pensare, tanto per fare un esempio, uno a caso, che un giorno non esistessero i monaci e i monasteri, e il giorno (o al massimo l’anno) successivo, eccoli lì, perfettamente definiti, con tanto di abito, regole, chiostro e dormitorio dei novizi. Il periodo di emergenza, definizione e assestamento del fenomeno è proprio quello che cerca di esplorare, basandosi in larga misura sulle fonti scritte, il saggio di Maria Chiara Giorda, professoressa associata di Storia delle religioni all’Università di Roma Tre, con particolare riguardo alla realtà egiziana (sottolineo le «fonti scritte» perché esiste una notevole attività di ricerca in campo archeologico sulle origini degli «edifici monastici» cui l’autrice fa comunque riferimento). I cinque capitoli che seguono quello introduttivo indagano via via, da un punto di vista terminologico, lo sviluppo dei momenti liturgici (eucaristia, sinassi, prosfora, eulogia, agape) e degli edifici (aghios, ecclesia, monasterion, eukterion, kellion, laura); quindi le diverse forme diciamo così «istituzionali» dei primi monaci, sospesi per così dire tra laicato e chiericato, i loro rapporti con il clero secolare e gli scivolamenti da un gruppo all’altro (come nel caso dei vescovi-monaci o dei monaci-vescovi); e ancora la progressiva definizione delle «funzioni monastiche» (chi faceva cosa), ad esempio la direzione spirituale (che può comprendere l’accoglimento della confessione), l’applicazione della disciplina, la gestione della malattia e dell’ospitalità, l’economato. La lettura, non sempre agilissima, mi ha offerto l’accesso a una serie di fonti originali di grandissimo interesse e mi ha lasciato l’immagine di un momento di incredibile fermento e mobilità, concettuale ed esistenziale: «Le tracce che le fonti attestano, relative ad una confusione e sovrapposizione dei ruoli (si pensi alla gestione del sistema di perdono dei peccati/penitenza/pentimento, spartita tra chierici e monaci), ad un’identità plurale dei soggetti, che sono monaci ma anche chierici (diaconi, preti, financo vescovi), veicolano informazioni interessanti a riguardo del mondo religioso dell’Egitto tardo antico. La società egiziana pensava e tale pensiero, messo per iscritto nei testi letterari e documentari che abbiamo presentato in questo percorso, costruiva un ambiente religioso fatto di immagini, di una rete di relazioni, connessioni, interazioni appunto, e capace di modellare a sua volta gli individui e i gruppi».

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Recenti acquisizioni

Piccola parentesi di librofilia (che è passione, o vizio, diversa, più rilassata della bibliofilia) per segnalare due «recenti acquisizioni» di grande soddisfazione.

ViaDominici Anzitutto la Via Dominici di Raimondo Spiazzi, op, autore a me già noto per le corpose e minuziose raccolte di memorie domenicane. Opera non recente (1961) la cui lettura tuttavia mi ha permesso un adeguato «ripasso domenicano», utile per definire, come dice il risvolto di copertina, «quale sia secondo la mente del Santo Fondatore, secondo la giusta Tradizione e secondo le attuali esigenze, la posizione del Frate Predicatore perché possa dirsi e chiamarsi veramente tale, fuori da ogni deviazionismo».

ViaDominici 3ViaDominici 2La singolarità dell’esemplare in mio possesso risiede nel fatto che, come si può vedere dall’ex-libris, si tratta della copia dell’Idea Centro Studi e Dibattiti, presso l’Angelicum di Roma, concessa in uso proprio all’autore. Autore che, in vista di un’eventuale ristampa, vi ha apportato di proprio pugno (con una stilografica) diverse correzioni, alcune delle quali di sorprendente dettaglio, in particolare nelle note per precisare i riferimenti di alcune citazioni, e che per segnalare la cosa ha scritto con una matita rossa sulla copertina «Copia corretta».

DirettorioAscetico 1 La seconda segnalazione è per i quattro volumi del Direttorio ascetico di Giovanni Battista Scaramelli, gesuita, nel rifacimento linguistico curato da Lorenzo Tognetti, anch’egli gesuita, nel 1943. L’opera, divisa in quattro trattati («Mezzi della perfezione cristiana», «Impedimenti alla perfezione cristiana», «Delle disposizioni prossime alla perfezione cristiana consistenti nelle virtù morali al grado perfetto», «Della perfezione essenziale del cristiano, consistente nelle virtù teologiche, specialmente nella carità»), «incontrò molte difficoltà da parte dei Revisori della Compagnia, i quali non ne approvarono la stampa, che avvenne nondimeno dopo la morte dello Scaramelli [nel 1752], per puro caso, e con tale consenso di lodi e di approvazioni da dimostrare quanto fossero eccessivi certi timori e quanto sicura invece fosse la dottrina». È un imponente manuale per il direttore spirituale, pieno di esempi, citazioni e riferimenti dalle Scritture e dai testi dei Padri della Chiesa, corredati punto per punto da «avvertimenti pratici al direttore» su come comportarsi, cosa suggerire, cosa dire e non dire. Il Tognetti avverte che il «rifacimento linguistico» si è concentrato esclusivamente sugli aspetti formali del testo, «per renderlo più comprensivo e accessibile a tutti», e le correzioni sono state fatte «allo scopo precipuo che niente venisse ad offendere o colpire la suscettibilità e la delicatezza dei lettori di oggi».

DirettorioAscetico 2Curiosamente, la copia in mio possesso (di cui, va detto, il bancarellaio era sin troppo palesemente contento di liberarsi: «Le faccio un prezzo speciale per tutti e quattro i volumi») proviene dalla biblioteca della Scuola materna dell’Istituto S. Giorgio di Pavia («fondato nel 1888 dalle Suore di Maria Bambina con l’iniziale intenzione di dare una educazione cristiana alle giovani ragazze che all’epoca vivevano nelle campagne circostanti il comune di Pavia»), con un timbro di proprietà che leggo come Ch. M. Debora Massani.

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Manualistica agostiniana

AgostinoUrna

Urna di sant’Agostino; S. Pietro in Ciel d’Oro, Pavia (foto Potts)

Il diacono cartaginese Deograzia chiede, intorno al 405, e il vescovo Agostino risponde. Avrei bisogno di un consiglio su come trattare i «principianti» (i rudes) che mi chiedono di essere istruiti nella fede cristiana, sono pieno di dubbi… Eh, ti capisco Deograzia, eccome se ti capisco, esordisce Agostino, e gli scodella un vero e proprio manuale pratico1, conciso, brillante, ricco di esempi e che trasuda sapienza psicologica ed esperienza sul campo («dico queste cose per esperienza…», «ti sono testimone di me stesso…»2).

Al centro dell’interessantissimo trattatello, tra una prima parte dedicata agli aspetti generali della questione, al fine e al valore della catechesi, ai motivi «di chi viene con l’intenzione di diventare cristiano», ai tipi diversi di ascoltatore, e una parte conclusiva occupata interamente da un esempio concreto (poniamo che si presenti un cittadino medio, «probabilmente lo indottrinerei con questo discorso…» – versione lunga e breve), Agostino elenca e analizza i principali motivi di insoddisfazione di chi insegna (il catechista; il professore?). Già, perché anch’io, dice Agostino, «mi rattristo nel dover constatare che la mia lingua non è in grado di esprimere il mio cuore. [Vorrei] che tutto quel che capisco venga capito da chi mi ascolta e mi accorgo di non parlare in modo che ciò avvenga…»

Non sempre, tuttavia, questa insoddisfazione nasce da una nostra mancanza di conoscenza. Può capitare, anzitutto, che l’ascoltatore resti impassibile: capisce? Non capisce? Si sta annoiando? Si è distratto? È necessario allora chiedere perché sta zitto e non reagisce nemmeno «con un gesto qualsiasi del corpo», e quindi aggiustare il tiro «secondo la sua risposta». Se poi l’ascoltatore sbadiglia bisogna «risvegliare il suo animo dicendo qualcosa condito da onesta allegria» – piazzare una battuta, insomma. Ah, è bene anche accertarsi che non sia stanco di stare in piedi, non c’è niente di male nel parlare e ascoltare seduti. Se l’impassibilità persiste, «raccontiamo qualcosa di veramente inaspettato e fuori del previsto». Breve, però!

Anche noi potremmo essere distratti, ad esempio da un pensiero grave, e ci annoia di dover tornare su ciò che «ci è notissimo», oppure avevamo altro da fare quando ci hanno chiamato. Avevamo tutte predisposte «secondo il nostro criterio le cose da fare» ed è arrivato uno che vuole sapere, domanda, insiste («Vieni a parlare con questo, vuole diventare cristiano», inciso di mirabile realismo). In tal caso, invece di seccarci, dobbiamo rallegrarcene, perché a Dio è piaciuto ordinare le cose secondo il Suo, di criterio.

Può capitare che ci manchino le parole, proprio quelle che ci parevano perfette quando leggevamo o ascoltavamo a nostra volta, e com’è che adesso non riusciamo a farci capire…? Né si può negare che possiamo essere stufi di ripetere sempre le stesse cose: ci salvi in questi casi l’amore fraterno: «Non accade forse di solito che quando mostriamo a chi non li ha mai visti prima luoghi belli ed ameni, di città o di campagna, che noi, avendoli già visti, attraversiamo senza alcun interesse, si rinnovi il nostro piacere nel loro piacere della novità? E tanto più, quanto sono amici!»

La carità verso i fratelli è sempre la motivazione dell’insegnamento e il rimedio per le insoddisfazioni e i problemi che possono sorgere: se questo è il fine di ogni discorso, «narra ogni cosa in modo che la persona a cui parli creda ascoltando, speri credendo ed ami sperando».

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  1. Agostino d’Ippona, La catechesi ai principianti (De catechizandis rudibus), introduzione, traduzione e note di A.M. Velli, Paoline 20234.
  2. «Ti sono testimone di me stesso che, ora in un modo, ora in un altro, mi sento condizionato quando vedo davanti a me da catechizzare un erudito, un ignorante, un cittadino, un pellegrino, un ricco, un povero, un privato, un personaggio degno d’onore con assegnata qualche carica, un uomo di questa o quella gente, di questa o quella età o sesso, di questa o quella setta, reduce da questo o quel peccato…» (Che bella, tra l’altro, la nozione di essere reduci da un peccato.)

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Frantumazione («La vita spirituale», di André Louf)

LaVitaSpirituale All’interno del volume antologico La vita spirituale di André Louf1, monaco trappista, abate e luminoso scrittore di cose, appunto, spirituali, ci sono tre saggi dedicati specificatamente alla vita in comunione, saggi che, come dice Enzo Bianchi nella prefazione, oltre a trarre valore da una lunghissima esperienza di abbaziato (35 anni presso l’abbazia di Mont des Cats nella Francia del Nord), contengono «elementi di sapienza in cui anche chi si professa non credente potrà trovare spunti a cui attingere per una vita sensata, unificata, riconciliata».

Il primo, Vivere in una comunità fraterna, del 1984, passa in rassegna i tratti caratteristici di una comunità che si voglia cristiana: un «luogo» costruito sulla debolezza umana («una comunità cristiana che non conti al suo interno persone con delle mancanze è molto semplicemente impensabile. Non solo non è possibile, ma non è neanche desiderabile»), un luogo di perdono («i compiti concreti che dobbiamo eventualmente assumere come comunità sono secondari. Poiché è il perdono l’esperienza fondamentale della comunità cristiana»), un luogo di guarigione («per il fatto stesso che una comunità cristiana è fondamentalmente edificata sul perdono, essa è essenzialmente anche un gruppo terapeutico»).

Il secondo, L’obbedienza nella tradizione monastica, del 1976, propone una sottile differenziazione tra obbedienza sociologica, quella per così dire «semplice», che si deve al superiore nelle mani del quale si rimette con un voto la propria volontà, e obbedienza spirituale, che è specificamente cristiana (deriva direttamente dal Cristo) e che può articolarsi, secondo André Louf, in tre aspetti, o doni, distinti: l’obbedienza-abbassamento, cioè la conservazione di uno stato continuato di inferiorità («la grande fatica del cenobita, il cuore della sua ascesi, si trova quasi sempre nell’obbedienza. È la notte benedettina per eccellenza»); l’obbedienza di docilità (o di discernimento), cioè la mortificazione delle volontà proprie (l’abate insiste sul plurale), con l’aiuto del padre spirituale; l’obbedienza profetica, che conduce alla manifestazione della volontà divina.

Ma è soprattutto il terzo saggio, Vita comune, scuola di carità, del 1996, a essere particolarmente interessante per «chi si professa non credente» (anche se ritiene irrealizzabile la «tripletta» indicata dall’allora priore di Bose). Traendo sostegno soprattutto dalla tradizione cistercense (Bernardo, of course, Guglielmo di Saint-Thierry, Baldovino di Ford), ma senza tralasciare gli esiti (e la terminologia) delle scienze sociali, Louf analizza alcuni momenti del vivere in comunità che ne fanno una «macchina di bene» (l’espressione, infelice, è mia). 1) Stare insieme è bello e «dà la certezza di essere aiutati in caso di difficoltà». 2) La vita fraterna è uno specchio, infallibile nel far emergere i propri difetti; lavoro psicologico e spirituale di primissima importanza, lo definisce l’abate, che «oggi verrebbe chiamato accettazione di sé, con il proprio passato, i propri desideri, le inevitabili frustrazioni e i propri limiti». Il cammino comunitario è il campo della contritio cordis, della «frantumazione del cuore»: espressione forte, ma efficace, che mi sento di assimilare al compito ultra-necessario di non mentire a se stessi. 3) La comunità è il luogo dove si manifesta la compassione (misericordia verso di sé e verso gli altri: nel rituale di ammissione alla comunità si viene interpellati con un «che cosa chiedi?», cui si risponde con «la misericordia di Dio e dell’Ordine»). 4) La vita fraterna, come si diceva, può diventare un «autentico cammino terapeutico». 5) Le osservanze della comunità sono un’occasione privilegiata di sperimentare le proprie debolezze e di viverle, idealmente, senza traumi. 6) La scoperta del valore della volontà comune e di un pluralismo orientato all’unità. 7) La possibilità della nascita di un’amicizia, che pur con le dovute cautele è «sempre un evento importante, che merita rispetto e attenzione – e l’abate prosegue in modo un po’ inatteso –, che si tratti di un’amicizia tra due persone che vivono nella stessa clausura o di un’amicizia con qualcuno all’esterno».

Le lezioni da ricavare da questo insieme di dinamiche sono molte, non tutte prive, devo dire dal mio punto di vista, di possibili ambiguità, come peraltro dimostra la realtà, soprattutto quando la premessa, o forse dovrei addirittura scrivere la Premessa, è distorta. Ma non è un discorso che sono in grado di fare. Quello che posso dire è che la mia preferenza va al punto 2: «Tutto ciò che ci irrita nei nostri fratelli c’insegna in primo luogo qualcosa su noi stessi».

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  1. André Louf, La vita spirituale, prefazione di E. Bianchi, traduzioni di L. Marino e R. Larini, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2001.

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Via Benedicti

LaViaDiBenedetto La via di Benedetto di Monica Della Volpe1 è un testo nato da una viva esperienza di lectio all’interno della comunità del monastero trappista di Valserena («Non sono considerazioni astratte: tale è stata la nostra esperienza, riflettendo sulla quale abbiamo raccolto queste considerazioni, e abbiamo meglio capito l’esperienza stessa»), cioè, si potrebbe dire, di «interrogazione» della Regola, letta in parallelo con la Vita di Benedetto di Gregorio Magno, con l’intenzione di evidenziare la diretta dipendenza di quello che, in fondo, è un «testo giuridico» dalla biografia di chi l’ha scritto: «È evidente che san Gregorio ha compreso il valore della via benedettina per l’uomo del suo tempo, e lo ha spiegato, secondo uno stile di racconto sapienziale allora chiarissimo per il cristiano comune, oggi più difficile da interpretare».

È un testo estremamente «utile» e molto consigliabile a chiunque sia interessato ad ascoltare una voce autorevole del monachesimo contemporaneo, a capire come una badessa emerita di grande esperienza vede, pensa e rappresenta la propria forma di vita («Più che il parafulmine della Chiesa, la vita monastica deve essere il serbatoio della Chiesa, da dove poi, per vie a noi stessi ignote – ma in parte anche note – si dirami la sua segreta fecondità apostolica», il corsivo è mio), ma c’è un altro aspetto che mi ha colpito di più e in parte distratto nella lettura. In tutto il testo, infatti, si dipana, sottile ma solidissimo, un filo polemico nei confronti del cosiddetto relativismo contemporaneo, dell’«uomo relativista del XXI secolo che si annida in tutti noi» (neanche fosse lo sporco che appunto si annida negli angoli della casa e nelle fibre degli indumenti…) e una rivendicazione della «superiorità» del sapere divino rispetto al sapere mondano.

Già il giovanissimo Benedetto dimostra di avere la capacità – il carisma – di discernere tra vero e falso, tra bene e male (un aspetto «fondamentale anche nella Regola e in tutta la tradizione monastica»), quando abbandona Roma per cercare altrove la verità, «una sapienza più grande», e «sulla base di questo rifiuto Benedetto (Dio tramite Benedetto) fonderà una nuova scuola di Sapienza, diverrà padre della cultura europea, di tutto ciò che di buono, di tutto l’immenso tesoro che la civiltà europea ha prodotto», l’allibito corsivo è mio). E per ottenere questa nuova, vera, sapienza «è indispensabile rifiutare il mondo, cioè la sua visione della vita», fuggire la gloria e la vanagloria, non vivere per l’ammirazione, la lode altrui, non soccombere al culto di se stessi, «smettere di vivere costantemente sotto gli occhi degli altri, per iniziare a vivere sotto lo sguardo di Dio». Possiamo dire che c’è una punta di manicheismo in questa posizione? Come se il mondo fosse stato storicamente e sia un’entità unica e immutabile, caratterizzata da un’altrettanto immutabile visione della vita; come se una comunità orientata al bene comune non potesse per principio trovare proprio nello «sguardo degli altri» uno strumento positivo di comportamento. «Il problema vero, ai tempi di Benedetto come ai nostri, è quello di ben pensare per ben fare e non peccare. Di distinguere il bene dal male e il vero dal falso, di scoprire la Sapienza vera e di respingere quella falsa», certo, ma è saggio tagliar fuori da quest’opera di discernimento chi, sempre per così dire, non rifiuta il mondo, senza per questo accettarne le storture?

Quanto sia degna di rispetto e considerazione la via di Benedetto, cioè la via di Gesù, cioè «la quotidiana rinuncia a noi stessi per vivere come dono», non credo di aver bisogno di ripeterlo. Quanto l’egocentrismo sia responsabile di errori e sofferenze si sa. Quanto sia decisiva l’umiltà, questo «pensiero nuovo» che è «l’unico atteggiamento veramente ragionevole della mente umana», è assodato. Ma nelle parole della badessa emerita, prive anche del più piccolo residuo di dubbio, ancora una volta pare che l’alternativa alla «Verità con la V maiuscola», quella che l’essere umano può ricevere solo da Dio, ci sia il caos, lo scatenamento degli istinti più bassi, la guerra delle «voglie» (quasi fossero uccelli rapaci svolazzanti), la dittatura dell’io che divora tutto – mettere l’io al centro produrrà «una visione che non corrisponde a verità e inevitabilmente tenterà di violentare la realtà in un modo o nell’altro»: sì, certo, mettendo l’io al centro, ma mettendo il noi? Un noi storico, multiforme, immanente, faticoso?

«Non sprecheremo qui parole», scrive m. Della Volpe, «per dimostrare che l’uomo che non cerca la Verità e non cerca Dio, lungi dal raggiungere una più grande comunione con gli altri uomini, si rinchiude in se stesso, nell’individualismo o nella disperazione, e tende in questo modo a perdere le sue più genuine caratteristiche umane. La cosa è sotto gli occhi di tutti coloro che sono capaci di vedere».

Forse non sarebbero state sprecate, poiché, evidentemente, non sono capace di vedere. Pace.

(1-segue, forse)

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  1. Monica Della Volpe, La via di Benedetto. Dalla Vita alla Regola, prefazione di G. Meiattini, osb, presentazione di M.F. Righi, ocso, Nerbini 2022 (Quaderni di Valserena; 12).

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Anime semplici o che tendono a ritrovare la semplicità

CercareDioNellaSuaParola «Ogni relazione con Dio si basa su un diligente ascolto», afferma il benedettino Guy-Marie Oury (1929-2000, professo a Solesmes) nella prima pagina del suo libro sulla lectio divina1, ed è anzitutto nella Sacra Scrittura «che si può incontrare meglio Dio e ciò che egli ha detto di se stesso».

Per il monaco – il monaco di tutti i tempi, come d. Oury mostra nell’excursus storico cui dedica uno dei capitoli del libro – la lectio divina è la pratica fondamentale di accesso alla Bibbia: pratica di ascolto, durante l’ufficio; di lettura, ancora durante l’ufficio e nel tempo personale; di «meditazione incessante», che si «intromette» in tutte le sue occupazioni.

Ruminatio, masticatio, manducatio – tutti termini che si riferiscono alla pratica della lectio e che rimandano a un processo di ingestione, digestione e nutrimento: «La Lectio è dunque una refezione spirituale dell’anima nel suo cammino verso Dio». Studio e preghiera vi sono intimamente collegati, perché non è mai un’attività per così dire «oggettiva» (tutto quello che Dio ha detto «ci riguarda personalmente»), è anche uno strumento, un «luogo» di trasformazione, che per essere tale ha bisogno di essere liberato dalla pressione continua degli impegni materiali, dalle distrazioni («la distractio è la causa di tutti gli abbattimenti del monaco»), dal fiume di immagini che provengono dal mondo, dal desiderio di sapere «mille cose inutili».

La lectio si può estendere, e di fatto si è estesa, anche oltre la Bibbia, alle opere ascetiche, ai trattati sulla preghiera, alle memorie autobiografiche, ai libri di meditazione e naturalmente alle agiografie: «Si pensi al beneficio che hanno ricavato le anime semplici – e i monaci sono anime semplici o che tendono a ritrovare la semplicità», dalle raccolte di miracoli e dalle vite dei santi.

Al di là dei pochi aspetti evidenziati qui, a differenza della esaustiva trattazione di d. Oury, che esplora gli aspetti storici, pratici, dottrinali, teologici, ecc., sono molte le… lezioni della lectio che possono tornare utili per non rimanere confinati in una delle funzioni oggi consuete della lettura: informazione, studio, svago e consolazione. La continuità, anzitutto, il contenimento della distrazione, l’ascolto, l’atteggiamento discente, la meditazione e l’abitudine di porre domande – le proprie domande – al testo che si legge. Anche qui, insomma, mi pare ci sia «qualcosa» che sarebbe insensato scartare sulla base di un pregiudizio. Se la lectio nasce con la qualifica di divina, credo si possa provare a cambiare quell’aggettivo così carico di «problemi» e tentare di definire una lectio humana. Che poi, quando leggo del rapporto che monaci e monache hanno con la Bibbia, e attraverso di essa con Dio, mi viene da dire che la lectio, a occhi contemporanei, può quasi sembrare un prototipo della psicoanalisi: stesi sul lettino della Sacra Scrittura, a leggere/parlare di sé con un Analista che non si vede, parla davvero poco, ma ascolta tutto. In fondo, quando d. Oury dice che è nella Bibbia «che si può incontrare meglio Dio e ciò che egli ha detto di se stesso», aggiunge anche: «È qui che si può meglio vedere, come in uno specchio, ciò che gli uomini… sono e devono essere».

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  1. Guy-Marie Oury, Cercare Dio nella sua parola. La Lectio divina, presentazione di A.M. Cànopi, traduzione di L. Zardi, Edizioni Paoline 1987.

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«La causa unica di tutte le miserie di cui soffre il mondo»

DodiciGradiUmiltà La copia in mio possesso del Commento ascetico al capo VII della Regola di san Benedetto del benedettino Jean de Monléon1 è datata 1958 ed è consumata dall’uso di tanti ignoti lettori che mi hanno preceduto. Religiosi e religiose, presumo. Ed è questo il motivo per cui ho letto un’opera che mi sento di definire in larga misura «superata», per quanto improprio sia l’uso del concetto di «superato» nel caso della letteratura monastica: nulla è mai del tutto «superato» come si può dire di un trattato di fisica della fine dell’800. L’ho letta perché innumerevoli persone si sono identificate con il pensiero che vi è espresso, vi hanno per così dire sinceramente creduto. Superata, in realtà, è forse dir poco; di certo pre-conciliare (ma è stata ristampata nel 2021, e non a caso dalle Edizioni Piane, la casa editrice della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da mons, Lefevre) e percorsa da un evidente tratto antimodernista (nonché punteggiata da qualche osservazione vagamente antisemita e razzista).

DodiciGradiUmiltàB La scelta di commentare non la Regola nella sua interezza, bensì un solo capitolo, quello dedicato all’umiltà, il più lungo, è sintomatica. Se infatti, teologicamente, l’umiltà è preceduta da altre virtù, «nell’ordine pratico questa virtù è la prima perché… rimuove quell’ostacolo che con la sua presenza arresta la grazia di Dio», cioè l’orgoglio, «causa unica di tutte le miserie di cui soffre il mondo e anche il principio di tutti i nostri traviamenti». Da qui, il Commento discende e al tempo stesso ascende i dodici gradini dell’umiltà (suddivisi secondo lo schema che riporto qui a fianco) con un tono prevalente di ferrea durezza che mi pare alieno dallo spirito con il quale san Benedetto ha steso la sua Regola. Già, «perché la nostra vita religiosa non è affatto una bella strada carrozzabile che permette di salire comodamente verso la perfezione in una vettura ben molleggiata; è invece un sentiero ripido, stretto, scabroso, nel quale si va avanti solo aiutandosi con le mani e con i piedi».

È un vero tour-de-force, del quale si può dare solo qualche esempio e dal quale si esce, per usare un’espressione dell’autore, «piallati, raschiati, modellati e lisciati». Noi, che dimentichiamo che siamo delle creature effimere, inette, cui il demonio ronza continuamente intorno, capaci di una varietà di peccati quasi infinita, negligenti, accecati, incapaci di sorvegliare i desideri cattivi che salgono dal fondo più oscuro della nostra natura (peraltro guasta); pronti a scaricare la responsabilità delle nostre colpe (è stato il caso, la sfortuna, il vento, il demonio, il gatto) e ad assolverci con la scusa del così-fan-tutti (state ben attenti che il Signore ha detto: «Io sono la verità», e non: «Io sono la consuetudine»); che inseguiamo fantasie, frivolezze, oscenità; che ridiamo e facciamo ridere, che ci guardiamo intorno facendo entrare di tutto attraverso gli occhi; che ci sbagliamo in continuazione…2

E invece dovremmo rifuggire dall’uomo vano, che si lascia trascinare dal movimento spontaneo della sua natura; dovremmo calpestare incessantemente la nostra volontà con l’obbedienza, l’unico mezzo per riparare il peccato di Adamo (anche perché Dio non ci domanderà conto delle azioni fatte per obbedienza [e già…]); dovremmo accettare le ingiurie, le sofferenze, le prove, spogliandoci del mantello delle illusioni di cui ci rivestiamo, estinguendo il prurito della singolarità, il desiderio di farsi centro… e d’attirare sopra di sé l’attenzione degli altri3; basta con tutto questo «io», che se è odioso perfino in letteratura, quanto più lo sarà presso coloro che pretendono cercare la perfezione!; dobbiamo fonderci nello stampo della Regola e purificarci con la forma di penitenza più grande ed efficace, la vita in comune.

Giobbe tra i primi metteva in guardia l’uomo vano che si crede libero «come il puledro dell’asino selvatico»: perché l’asino selvatico, si chiede d. Monléon? Perché non è come quello domestico, condannato a tirare il carretto e portare il basto, no, lui nasce libero, «niente lo ostacola, niente lo trattiene… nessuno gli impedisce di seguire i movimenti della sua natura; può galoppare in pianura, ruzzolarsi nell’erba, correre all’impazzata con i suoi simili, mangiare, bere, dormire come meglio gli sembra. [Allo stesso modo l’uomo vano] non considera la vita che come un prato fiorito dove gli è permesso di correre e divertirsi secondo l’attrattiva del momento».

Be’, anzitutto, chi ha mai detto che la vita sia un prato fiorito; e poi, ammettiamolo, mica male qualche giorno seguendo la routine dell’asino selvatico, no?

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  1. Jean de Monléon, I dodici gradi dell’umiltà. Commento ascetico al capo VII della Regola di san Benedetto, traduzione dei monaci di S. Maria del Monte di Cesena, Edizioni Abbazia di Viboldone 1958.
  2. «La nostra memoria non è stata fedele, la nostra logica ha zoppicato, il nostro ragionamento ha trascurato dei dati importanti, la nostra immaginazione soprattutto, e le nostre passioni, hanno deformato, a nostra insaputa, ciò che pretendevamo, con molta buona fede, aver visto o inteso.»
  3. «Questo difetto lo ereditiamo dalla nostra madre Eva, di cui la primissima deviazione, nel Paradiso terrestre, fu probabilmente il piacere che provò nel vedere che il serpente si interessava di lei.»

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«Fossero pure un po’ matti»

FolliaD'Amore «Facea alcuna fiata cose che apo lo mondo pareano de maxima stultitia, ma apo Dio erano de maxima sapientia»: in queste parole tratte da una Vita di Iacopone da Todi si può riassumere il soggetto della bella antologia di testi antichi dedicati ai «folli per Cristo» approntata con la consueta serietà e precisione da Lisa Cremaschi1. Una vocazione «singolare, eccezionale», che con un filo sottile unisce uomini e donne che dal IV al XVIII secolo, e probabilmente anche a oggi, hanno nascosto la loro aspirazione alla santità dietro la simulazione della follia, perseguendo in questo modo estremo l’altrettanto estremo desiderio di essere in tutto, per quanto possibile, simili a Gesù (che «è, in certo senso, il primo folle»), non soltanto nei comportamenti ma financo nei sentimenti – giusta l’indicazione impossibile di san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2, 5): «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù».

Il volume, circoscritto alla chiesa orientale e a quella occidentale (non prende cioè in considerazione il mondo slavo, dove la figura del folle per Cristo ha avuto una notevole diffusione), presenta ampi brani tratti dalle biografie antiche di una serie di personaggi, sconosciuti ai più o noti a tutti: Giovanni il Calibita e Simeone il Folle, Nicola di Trani e Massimo il Bruciacapanne, Francesco d’Assisi e Iacopone da Todi, Giovanni Colombini e Benedetto Labre, solo per fare qualche nome.

Uomini, e qualche donna, che nelle forme più diverse hanno fatto del comportamento eccentrico e «anticonvenzionale», dimostrando talvolta una notevole creatività, la chiave per fare penitenza, annunciare il messaggio evangelico (con i gesti invece che con le parole), redimere i peccatori, risvegliare le coscienze, denunciare appunto le convenzioni, smascherare l’ipocrisia, e così via. Tutto questo per così dire dal basso, da una posizione di radicale umiltà ed esclusione, a costo quindi di pagare in prima persona, proprio nel corpo, oltre che nello spirito, tale scelta. E anche a rischio di scivolare nella follia «vera», ad esempio per eccesso di ascetismo.

Derisi, sbeffeggiati, vilipesi, insozzati, maltrattati, picchiati, espulsi dal consesso o rinchiusi («in verità la maggior parte delle cure che sogliono essere impiegate per questo genere di malati consiste in questo: vengono domati con colpi, catene e reclusione, perché depongano la loro ferocia e, ammaestrati dai maltrattamenti, rientrino in se stessi», dalla Vita di Giovanni di Dio): in una parola reietti, ma del tutto indifferenti al giudizio altrui, subiscono le reazioni dei cosiddetti sani, fino alla rivelazione conclusiva, in punto di morte o subito dopo, volontaria o involontaria, quando la comunità capisce chi in realtà si celava nella figura del «matto del paese» («il giusto, ritenuto matto»).

Un monaco senza nome rispondeva a qualsiasi domanda scoppiando a ridere; la monaca Isidora (che abbiamo già incontrato) «si era legata uno straccio sulla testa», per essere la «spugna del monastero» e svolgere i servizi più umili; Simeone il Folle, «il folle in Cristo più famoso dell’antichità», quasi il modello, che entrava in chiesa, saliva sull’ambone «e da lì bersagliava le donne con le noci» e poi scendeva a frustare le colonne o «prendeva una filza di salsicce e se la metteva addosso come fosse una stola»; Nicola di Trani, che gridava in continuazione «Kyrie eleison!»; Massimo il Bruciacapanne che appunto «era solito bruciare la sua capanna ogni volta che il numero dei visitatori cresceva turbando la sua solitudine»; Saba il Giovane che si voltolava nel fango e nella sozzura; Iacopone da Todi che si presentò alla festa di nozze del fratello «tutto unto di miele e coperto di piume attaccate a ditto miele»…

Il lettore odierno si incuriosisce e talvolta sorride, anche di gusto, a leggere le imprese di questi «bizzarroni», ma si rende anche conto di essere entrato in un territorio che suggerisce la massima cautela, in particolare oggi, dopo che l’emarginazione se non la repressione del disagio psichico parrebbero archiviate. Anche la curatrice si pone, ovviamente, la questione: «Il lettore odierno», osserva, «forse si chiederà se non erano matti per davvero. Ma com’è noto, il confine tra follia e sanità mentale è spesso assai labile; la follia è un concetto statistico: è considerato folle chi fa dei gesti che nel suo contesto non sono compiuti ordinariamente da altri, e comunque va sempre contestualizzato. In quel mondo, in quegli ambienti, in quel tempo storico, gesti che noi giudichiamo insani erano socialmente accettati e rientravano semmai nel prodigioso.»

«E poi», questa la sua conclusione, «fossero pure un po’ matti, hanno comunque tentato di vivere la loro follia a servizio del vangelo. Il che non è poco.»

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  1. Follia d’amore. I folli in Cristo d’oriente e d’occidente, introduzione, traduzione e note a cura di L. Cremaschi, Edizione Qiqajon, Comunità di Bose, 2020.

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Questo (Augustine Roberts, pt. 3)

ConfiguratiACristo (la prima parte è qui, la seconda qui)

La scelta del titolo, Configurati a Cristo (Hacia Cristo, nell’originale), per una «guida alla professione monastica» viene esplicitata da Augustine Roberts sin dalle prime righe del libro con assoluta precisione1: «L’entrata del candidato nel monastero è in sé stessa, senza la necessità di ulteriori spiegazioni, un pubblico impegno a seguire Cristo. Non c’è realmente nessun’altra ragione valida per abbracciare lo stile di vita della comunità». Il potere di attrazione e di trasformazione delle parole di Gesù (la «pacifica potenza», la chiama p. Roberts) agirono, hanno agito e continuano ad agire su alcuni individui con una forza che richiede l’esclusività, e «spesso è difficile localizzare un motivo oggettivo di quest’attrazione, se non un profondo bisogno interiore che sembra venire dallo Spirito e che sta spingendo la persona su questa via».

Questo fatto originario, secondo p. Roberts, ha tutt’oggi diverse conseguenze, cinque per l’esattezza: 1) la vita religiosa è un «elemento irrinunciabile» della Chiesa; 2) l’impegno che si prende va al di là dell’osservanza di uno o più voti; 3) la professione monastica fa riferimento a specifiche caratteristiche della vita di Gesù, che non sono estese a tutti i cristiani; 4) è una scelta di comunità, che trova espressione nella promessa di stabilità nel monastero («Esisteranno sì degli eremiti, ma saranno sempre un’eccezione»); 5) la vita monastica non esclude, anzi comprende la dimensione della missione.

Tali aspetti, insieme ad altri, si concentrano nella «professione», nel suo atto che, nella disamina che ne fa p. Roberts, mi ha fatto pensare a una specie di big bang della vita monastica: la materia è tutta lì, incredibilmente densa; poi, nel tempo, si espanderà, in galassie di comportamenti e correnti spirituali (buchi neri compresi). Professione i cui impegni non sono imposti da leggi esteriori, che non sono negoziabili come i termini di un contratto (per quanto vi sia in essa un aspetto giuridico «che sarà sempre necessario per comunità umane e fragili») e che richiedono preparazione e attenzione – come tutte le «professioni secolari», osserva p. Roberts, citando come già nelle prime stesure del testo, «camionisti, dottori o ingegneri». L’accettazione di questi impegni è libera (e al tempo stesso, verrebbe da dire, non lo è, poiché la «chiamata», in fondo, viene spesso descritta come non ignorabile) e ha la sua radice nel dono di sé e nell’amore: «Il monaco è un amante, non segretamente e non solo interiormente e spiritualmente, ma anche esteriormente e pubblicamente. Le promesse monastiche includono entrambi gli aspetti di questa vita d’amore».

Le promesse, come oggi tradizionalmente vengono pronunciate: stabilità, fedeltà alla vita monastica, obbedienza. Concetti assai concreti, dice p. Roberts: vivrò qui, seguirò la regola, obbedirò ai superiori; cioè: cambierò vita, come coloro che lasciarono tutto per seguire Gesù vivente, e continuerò a farlo. In sintesi la conversatio morum di cui parla Benedetto, «asse centrale della professione monastica… che abbraccia le virtù fondamentali in cui la sequela di Gesù è espressa nel monastero».

Non posso nascondere, soprattutto a me stesso, la considerazione che provo verso un atteggiamento che, al di là di Cristo (per quanto al di là di Cristo si possa andare), di fronte all’apparente esplosione delle possibilità di scelta si oppone alla mutevolezza, alla variabilità, al tempo: una scelta definitiva che oggi assume quasi delle sfumature tragiche, anche in virtù di quella dimensione di «una volta per tutte» che la caratterizza: «Dio ha scelto per me, e io accetto, questo monastero, con questa forma di vita, questa comunità, questi superiori, questo clima» (i corsivi sono dell’autore).

Questo, e non tutto il resto.

(3 – continua)

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  1. Augustine Roberts, Configurati a Cristo. Una guida alla professione monastica, Nerbini, «Quaderni di Valserena», 2018.

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