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Vento, mare, tempesta (Dice il monaco, CXVII)

Dice Isacco della Stella, monaco e abate cistercense, dopo il 1150:

Perciò, fratelli miei, dobbiamo vigilare con somma cura, e farlo con tanta maggiore attenzione avendo noi scelto una solitudine remotissima, a che nella barca del nostro uomo interiore, per il quale l’uomo esteriore è come un mare, mai dorma la parola di Dio, dato che lui in sé né dorme né sonnecchia mai. Un Cristo che sia ozioso non può vegliare su di noi e, per dirla breve, egli vuole sempre che gli si chieda qualcosa o che lo si interroghi, e certo vuole che, mentre parla lui, lo ascoltiamo da svegli. Infatti, fratello, se mentre lui parla cominci a dormire di fronte a lui, subito egli dormirà di fronte a te. Ma guai a te se egli ti si addormenta davanti! Per te è sveglio il vento, è sveglio il mare, è sveglia la tempesta, sono svegli i flutti dei pensieri e il ribollire di mille tentazioni se per te soltanto lui dorme. Perciò prega e digli con il Profeta: «Illumina, Signore, i miei occhi perché non mi addormenti mai nella morte». […] Dove sono quelli che nel chiostro sonnecchiano sui loro libri, durante la lettura nell’oratorio russano, e di fronte a un discorso fatto a viva voce nel capitolo dormono? In questi casi il Verbo di Dio parla, ma non gli si fa caso. Il Signore, il maestro parla, e l’uomo, il discepolo dorme.

♦ Isacco della Stella, Sermone secondo per la quarta domenica dopo l’Epifania, in I sermoni, vol. II, Mariale – Santorale – Tempo ordinario, a cura di D. Pezzini, Paoline 2007, pp. 248-49.

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Non dimezzato, non amputato, non diminuito (Dice il monaco, CXVI)

Dice Giuseppe Dossetti, nel 1990, commentando l’ottavo gradino dell’umiltà come espresso nella Regola di san Benedetto:

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Più vado avanti negli anni e nell’esperienza, più mi sento di mettere in guardia contro questa tendenza che può esserci, e che può essere suggerita anche da zelo buono, ma non illuminato, non costruttivo. Fare di meglio e fare di più, anche se non desse luogo a nessun inconveniente esterno, è già presunzione, dice san Benedetto. Quello che invece è veramente la norma sicura, da cui non si può uscire ingannati o imbrogliati, è quello di fare tutto quello che è prescritto dalla regola comune nel modo migliore possibile, tutto, ma non di più. Farlo interamente, non dimezzato, non amputato, non diminuito, farlo cioè in pienezza, senza presumere di andare solo un pochino più in là: questo è grado di umiltà.1

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Per la verità, tutto il capitoletto, intitolato «Concorrere alla sinfonia comune, con tutta la pienezza delle proprie forze», è assai interessante. Qui più che mai occorre contestualizzare le parole che vengono pronunciate: Dossetti infatti sta parlando a una comunità femminile della Piccola Famiglia dell’Annunziata (da lui fondata), svolgendo una serie di meditazioni su alcuni capitoli della Regola benedettina. Ma come spesso accade, per lo meno a me, è facile estendere il discorso al di fuori del suo contesto, per vedere se ci può essere qualche insegnamento di carattere più generale.

In questo senso, e in questo caso, la difficoltà è palese, e tuttavia, forse, proficua. Dossetti sottolinea come la tendenza a «fare di più» rispetto alla «norma comune» possa produrre effetti squilibranti per il singolo, oltre che inconvenienti comunitari, perché si tratta in fondo di un «desiderio più o meno conscio di segnalarsi e di distinguersi, quindi con sicura perdizione». Accidenti, con sicura perdizione… Lo spingersi oltre, sempre originato da orgoglio e vanità, conduce a una solitudine pericolosa, perché ci «si trova delle volte scoperti alle spalle, come uno che avanza e la sua linea di difesa, quella comune, non avanza; e, a un certo punto, si trova con le spalle scoperte e il nemico dietro di sé, oltre che davanti a sé». Mentre «è una forza grandissima quella di fare le cose in comune, è una garanzia rispetto alla mutevolezza dei sentimenti e alla debolezza inevitabile della natura o ai momenti, che vengono a tutti, di stanchezza e sazietà».

Ecco la difficoltà che affiora nell’«esportare» questo pensiero in ambiti diversi (e lasciando da parte la storia monastica plurisecolare, punteggiata da figure che hanno sentito la necessità di «fare di più», stabilendo nuove regole e fondando nuovi Ordini): che dire se la «norma comune» è solo stanca consuetudine, «morale corrente», protocollo imposto? È sempre biasimevole il voler fare qualcosa in più? È sempre e comunque frutto di orgoglio e volontà di farsi notare? E d’altra parte, come stimare quella cieca «volontà di emergere» (senza distinzioni) che dovrebbe tutto giustificare? Da quelle «puntine oltre», come le chiama Dossetti, non possono derivare talvolta effetti positivi che ricadono su tutta la comunità? Ma d’altra parte, come negare la «forza grandissima» di un anonimo sforzo comune?

È tutto molto intricato, e non so rispondere in maniera univoca a tali domande. Che però, probabilmente, sono mal poste, poiché non si può mai generalizzare, ma si deve sempre fare riferimento alla situazione concreta, al «che cosa» e al «perché» di una comunità quale che sia.

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  1. Giuseppe Dossetti, Sulla Regola di san Benedetto. Meditazioni, Edizioni San Lorenzo 2023 (collana curata dalla Piccola Famiglia dell’Annunziata). Si tratta della trascrizione di una serie di meditazioni tenute durante il ritiro delle sorelle della Famiglia ad Ain Arik (Ramallah) dal 22 al 28 ottobre 1990.

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Sovente, spesso, il più delle volte (Dice il monaco, CXV)

Dice Basilio di Cesarea, intorno al 378:

Tra gli animali irragionevoli ce ne sono anche di quelli che vivono in comunità, se è proprio del vivere in comunità il far convergere verso uno scopo comune l’attività di ciascuno, come si può vedere nelle api. Esse abitano, infatti, in comune, volano insieme, uno solo è il lavoro di tutte. La cosa più sorprendente è che si dedicano al lavoro sotto il comando di un re1 e non accettano di andare nei prati prima di aver visto il re che guida il volo. Il loro re non è eletto con una votazione (sovente, infatti, per la mancanza di saper scegliere rettamente, la gente ha collocato al potere il peggiore); non ha il potere per sorteggio (gli esiti dei sorteggi sono, infatti, irrazionali e consegnano spesso il potere a quello che lo merita meno di tutti) e neppure per successione ereditaria si asside nel palazzo reale (anche questi, il più delle volte, sono incompetenti, ignorano qualsiasi virtù a causa della mollezza lussuosa e dell’adulazione); egli tiene dalla natura il primato su tutti; spicca per il vigore fisico, per la bellezza della sua linea, per la mitezza del suo comportamento. Il re certo possiede un pungiglione, ma non ne usa per difendersi. Queste sono una sorta di leggi di natura non scritte, le quali prescrivono che siano restii a punire quelli che arrivano ai massimi poteri.

♦ Basilio di Cesarea, Omelia VIII, Sui volatili e sugli animali acquatici, 4, in Omelie sull’Esamerone e di argomento vario, a cura di F. Trisoglio, revisione dei testi greci, indici e bibliografia di V. Limone, Bompiani 2017, p. 311.

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  1. È noto che gli antichi credevano essere re quella che noi sappiamo essere regina. (N.d.C.)

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Scaltra e sofistica (Dice il monaco, CXIV)

Dice il monaco benedettino Jean de Monléon, nel 1951:

Per quanto sia precisa e particolareggiata una regola, è chiaro che essa non può prevedere tutte le eventualità che possono capitare nel corso di una vita; alla volontà propria quindi si presenteranno inevitabilmente delle occasioni continue di agire a modo suo scegliendo quello che le piace. D’altra parte questa volontà è così scaltra e sofistica che s’infiltra insensibilmente nelle minime cose e perfino nell’attaccamento, pur così legittimo, alle stesse regole: l’esperienza, per esempio, ci mostra che i religiosi più osservanti non sono sempre i più docili.

♦ Jean de Monléon, I dodici gradi dell’umiltà. Commento ascetico al Capo VII della Regola di san Benedetto, traduzione dei monaci di S. Maria del Monte di Cesena, Edizioni Abbazia di Viboldone 1958, p. 123.

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Cosa proporre (Dice il monaco, CXIII)

Dice Elmar Salmann, monaco benedettino dell’abbazia tedesca di Gerleve e teologo, nel 2023:

Il monachesimo istituzionale attraversa una crisi abissale, forse irreversibile. Questo processo di accompagnamento dall’antico al nuovo alcuni di noi, in modo umile e non appariscente, lo svolgono anche oggi. Penso per esempio a quei monasteri che svolgono un ruolo di dialogo col mondo protestante, o anche a me stesso nel mio piccolo lavoro di accompagnamento dei preti che hanno lasciato. Ma sicuramente, nel complesso, non siamo più le levatrici del nuovo. Non perché ce ne manchino le forze, ma semplicemente perché non sappiamo cosa proporre. Anche le nuove forme di vita religiosa contemplativa e secolare sorte dopo il Concilio, mi sembra che non godano di vita migliore, anzi a tratti mi sembrano più anacronistiche di noi.

♦ Il brano si può leggere nella eccezionale intervista che Elmar Salmann ha rilasciato, all’Osservatore Romano, in occasione dei festeggiamenti per il suo 75° compleanno, tenutisi a Roma, all’Anselmianum, il 16 maggio scorso: La tragedia dell’uomo democratico. La teologia sapienziale alla prova della modernità, di Andrea Monda e Roberto Cetera, Osservatore Romano, 14 giugno 2023. Tutta l’intervista, che mi era ahimè sfuggita e ho recuperato grazie a varie segnalazioni, è di estremo interesse e può essere letta qui.

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Sicuramente (Dice il monaco, CXII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, scrivendo all’arcivescovo Enrico di Sens, intorno al 1138:

Mi stupisco che alcuni abati del nostro Ordine monacale violino con aggressiva contestazione questa regola dell’umiltà, e – ciò ch’è peggio – nutrano una superba visione delle cose pur sotto l’umile aspetto e l’umile tonsura, sì da non sopportare che i sottoposti si lascino andare a una sola paroletta riguardo ai loro ordini, mentre essi sdegnano d’obbedire ai loro vescovi. Spogliano le chiese per rendersi indipendenti; si affrancano per non obbedire. Non così s’è comportato Cristo. […] Cos’è questa temerità, o monaci? Per il fatto che siete a capo di monaci non è men vero che siete monaci voi stessi. La professione fa il monaco e solo la necessità fa il capo. Perché la necessità non pregiudichi la professione, occorre che il senso della preminenza costituisca un’aggiunta a quello della monacazione, ma non lo sostituisca. […]

Io sono sicuramente un monaco [«Certus sum enim ego monachus»], e per combinazione abate di monaci [«et monachorum qualiscumque abbas»], ma se a un dato momento mi adopero a scuotermi di dosso il giogo del mio pontefice, mi sottopongo senz’altro alla tirannide di Satana.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Lettera XLII, 33, 35, in Lettere, Parte prima 1-210, introduzione di J. Leclercq, traduzione di E. Paratore, commento storico di F. Gastaldelli («Opere di San Bernardo», VI/1), Città Nuova 1986, pp. 239-243.

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Bruciato completamente (Dice il monaco, CXI)

Dice Marco il Monaco (o l’Eremita, o l’Asceta), grande «psicologo» vissuto in Asia Minore tra la fine del IV secolo e la metà del V:

Quando avremo rigettato dal nostro intelletto ogni vizio volontario, allora dovremo combattere contro le passioni che [sono in noi] per predisposizione. La predisposizione è un ricordo involontario dei mali commessi in precedenza, a cui il lottatore impedisce di progredire fino allo stadio di passione, mentre il vincitore la respinge quando è ancora allo stadio di suggestione. La suggestione è un moto del cuore privo di immagini: gli esperti la bloccano come [un nemico in] una strettoia. Quando i pensieri sono accompagnati da immagini, allora c’è già stato un consenso, perché la suggestione non colpevole è un moto privo di immagini, Ma c’è chi fugge da queste [suggestioni] come un tizzone da un fuoco, e chi invece non se ne ritrae finché le fiamme non lo abbiano bruciato completamente.

♦ Marco il Monaco, Sulla legge spirituale, 139-142, in Custodisci il dono di Dio. Opuscoli spirituali e teologici, traduzione, introduzione e note di L. d’Ayala Valva, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2023, pp. 149-50. (Un piccolo assaggio dall’ultima, notevolissima pubblicazione di Qiqajon dell’anno appena concluso, «prossimamente – spero – su questi schermi».)

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Perduta di vista la terra (Dice il monaco, CX)

Dice il cappuccino Benedetto da Canfield, nel 1610:

La volontà di Dio è un mare spirituale sul quale ciascuno può navigare secondo la dimensione della sua nave, di modo che le barchette delle anime deboli dei principianti remano nei porti, sulle acque basse della volontà esteriore; i barconi dei progrediti veleggiano, spingendosi più al largo, nella profondità della volontà interiore, e i potenti vascelli dei perfetti, perduta di vista la terra, navigano nel mare aperto della volontà essenziale.

♦ Benedetto da Canfield, Regola di perfezione, I, I, 8, a cura di M. Vannini, Edizioni Biblioteca Francescana 2022, p. 19.

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Tutte le cose passate, presenti e future (Dice il monaco, CIX)

Dice Guglielmo di Saint-Thierry, «abate benedettino e poi, per sua scelta, semplice monaco cistercense», tra il 1135 e il 1148:

Il vapore provocato dalla digestione, salendo leggero e soave, tocca dolcemente il cervello [ascendens lenis et suavis, molliter tangit cerebrum] e ne comprime i ventricoli, tanto da far assopire tutte le sue attività: questo è il sonno. In esso, mentre vengono meno tutte le altre facoltà dell’anima, soltanto la facoltà naturale continua ad essere attiva, e opera nel modo più intenso, in quanto tutta la natura è a sua disposizione. L’anima, intanto, quieta nell’interiorità, essendo escluse tutte le funzioni dei sensi, riconsidera in sé tutte le cose passate, presenti e future: questi sono i sogni.

♦ Guglielmo di Saint-Thierry, La natura del corpo e dell’anima (De natura corporis et animae) 1, 11-12, a cura di A. Siclari, Nardini 1991, pp. 69-70 (legg. mod.).

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«È sorprendente!» (Dice il monaco, CVIII)

Scrive Anselmo d’Aosta, già monaco, priore e abate, e a questo punto arcivescovo di Canterbury, alla fine del 1106:

al suo davvero diletto amico Elgoto, il venerabile abate del cenobio di Saint-Ouen; con il migliore augurio che l’amicizia saprebbe suggerire.

Un vero amico si dà sempre pensiero, come di un altro se stesso, di chi gli è vero amico; né ignora quali gioie o pene, a seconda delle circostanze, debba con lui condividere. Non gli è per nulla caro il soffrire; se però c’è una pena da condividere, desidera piuttosto – è sorprendente! – esserne a conoscenza e con lui soffrire, anziché ignorandola non soffrirne affatto. La vostra diletta e, in nome dell’amicizia, per me soave persona, desidera sapere che ne sia della mia attuale esistenza; onde intimamente disporsi nei miei riguardi in perfetta consonanza con il mio più intimo stato d’animo.

[…] Per quanto lo consentono le instabili vicende di questo mondo, tutto – a parte la debolezza fisica da me ogni giorno avvertita in misura crescente – va per me, Dio aiutando, a gonfie vele [omnia mihi… deo dante prospera sunt], sia dal punto di vista della salute che sotto ogni altro aspetto.

♦ Anselmo d’Aosta, Lettera 407, in Lettere, vol. 2: Arcivescovo di Canterbury, tomo 2, traduzione di A. Granata, commento di C. Marabelli, Jaca Book 1993, pp. 379-81.

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