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Se il mondo crolla (Dice il monaco, II)

Dice un certosino:

Per un Certosino pensare ai suoi confratelli è spesso un ostacolo o una tentazione. […] Se siamo puri e fedeli, pazienti e lieti, possiamo essere certi che questa Vita preziosa sarà comunicata a tutti i nostri fratelli presenti e assenti… Lascia i tuoi confratelli a se stessi e quanto a te, pensa solo a mantenere la tua anima pura e in Dio e non permettere alle riflessioni su questa o quella cosa di turbarti. Vivi nel monastero come se non ci vivesse nessuno, non inquietarti se il mondo crolla e mantieni la calma dell’anima.

Dice un cisterciense:

E un contemplativo può affezionarsi alla sua contemplazione. Può pensare che la contemplazione sia la sola cosa che importa. Appena può rimanere solo e può gustare la calda dolcezza interiore del riposo al centro di se stesso – che è forse un’ombra illusoria della vera contemplazione – per lui il mondo potrebbe anche crollare, e con esso il monastero. Egli sacrificherà ogni altra cosa a questo piacere. L’obbedienza diventerà una questione priva di importanza. La carità sembrerà un assurdo. E nel suo cuore l’amore si essiccherà al calore letale del suo desiderio di auto-soddisfazione. Ed egli sarà schiavo non meno di un milionario.

Un certosino (Jean-Baptiste Porion), Scuole di silenzio, Edizioni San Clemente-Parole et Silence, senza data, ma prima del 2000, pp. 131, 120; Thomas Merton, Le acque di Siloe (1949), Garzanti 1992, p. 398.

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«Di certo, non era molto bella» (Vita di sant’Ugo di Grenoble, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Nonostante il rigore certosino, non mancano nelle brevi pagine di Guigo momenti meno drammatici e anche decisamente più lievi, che raccontano il contorno, fanno emergere particolari quotidiani, riecheggiano vicende collettive, sempre con quel tono personale e fermo non proprio consueto e a conferma di quei «paradossi dell’agiografia certosina» ricordati dal curatore: il bisogno di rinchiudersi nell’eremo che si scontra con la necessità di partecipare in qualche forma al mondo che sta cambiando.

Si possono così incontrare personaggi storici famosi, fissati in sei parole lapidarie, come Matilde di Canossa: «donna ma dalla tempra davvero virile»; leggere osservazioni sull’eccezionalità del padre di Ugo, che non ebbe alcuna donna al di fuori del matrimonio: «una cosa quasi incredibile al giorno d’oggi, soprattutto tra i potenti»; assistere a scene di folla, come quella, impressionante, che si raccoglie intorno alla bara del santo, portando ceri, offerte, bambini in fasce («Vi furono persino alcuni che, baciando i sandali con fede fin troppo ardente, li morsero con l’intenzione di portarsene via un frammento per il loro potere di guarigione»).

E l’esposizione degli episodi della vita del santo spesso dà luogo a immagini molto vivide e immediate, di gusto narrativo e di involontario umorismo. Uno dei carismi di Ugo, per esempio, erano le lacrime; detto in altre parole, e senza malizia, il benedett’uomo piangeva sempre, di gioia, di dolore, per sé, per gli altri, sempre. Anche quando mangiava, perché aveva preso l’abitudine di far leggere a mensa qualche testo sacro e spesso si commuoveva. Va da sé che il piacere del cibo ne risultasse compromesso, anche nei commensali, che talvolta si spazientivano: «Questi, sapendolo per esperienza, quando vedevano arrivare questa commozione, facevano cenno al lettore di interrompersi per un po’, per scansare almeno per il momento questo fastidio». Come dire: Già mangiamo poco, ci manca solo che Ugo scoppi in lacrime…

Per proteggere i sensi dalle tentazioni, poi, il santo aveva messo a punto una serie di stratagemmi. In realtà il gusto non rappresentava un problema, giacché un costante mal di stomaco preveniva qualsiasi eccesso; al tatto aveva rinunciato «prima ancora di ricevere l’ordinazione» (?); sul fronte dell’olfatto stava attento soltanto ai «cattivi odori», perché aveva spesso mal di testa e per l’udito aveva dichiarato guerra alla maldicenza («A ciascuno – diceva – bastano i suoi peccati. Non c’è bisogno di macchiare la propria coscienza o la propria lingua ascoltando o sparlando di quelli altrui»). Per la vista le attenzioni erano maggiori, dati anche i suoi incarichi pastorali. Nonostante questi, per esempio, il santo non guardava mai in faccia le donne, nemmeno quando si trattava di raccogliere una confessione o di porgere conforto. Una volta l’autore stesso, Guigo, apprende che sua madre ha incontrato il vescovo e, con spontaneità di figlio, chiede a lui come l’ha trovata, «se la vecchiaia l’aveva molto provata». Al che il santo «pensò un po’ tra sé e poi disse: “Non so se sia vecchia o no”». In realtà a questo bizzarro comportamento è sottesa un’osservazione non banale, perché, come dice lo stesso Ugo, «per la comune mutevolezza umana – come ognuno può capire dall’esperienza – i sentimenti dell’osservato spesso si trasferiscono con incredibile velocità all’osservatore», ed è già sufficiente avere a che fare con le proprie passioni senza farsi «contagiare» da quelle altrui (che è così umano, però, e così bello talvolta…).

A onor del vero, Guigo ricorda che per oltre cinquant’anni Ugo non conobbe mai volto femminile, «tranne uno». Lo dice due volte, anzi, ma per compensare tale eccezione si lascia scappare un commento, diciamo così, molto curioso, poiché costei, l’unica immagine di donna a imprimersi sulla retina del santo, era «una che, di certo, non era molto bella, ma molto bisognosa del suo consiglio». Non sia mai.

(2 – fine, la prima parte è qui)

Guigo I, Vita di Sant’Ugo vescovo di Grenoble, a cura di Daniele Solvi, in «Benedictina», gennaio-giugno 2010.

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«La pensi ciascuno come vuole» (Vita di sant’Ugo di Grenoble, pt. 1)

I certosini si distinguono anche quando si dedicano all’agiografia, un genere non statico e tuttavia dotato di regole durature. E lo fanno grazie a quel tono che altrove ho definito aristocratico e a quella serena consapevolezza di appartenere in un certo senso all’avanguardia delle schiere monastiche. Ne è un esempio la breve ed equilibrata Vita di Sant’Ugo vescovo di Grenoble di Guigo I, priore della Chartreuse, sollecitata da papa Innocenzo II pochi anni dopo la morte del vescovo (avvenuta nel 1132) per sostenerne la canonizzazione. Guigo, contemporaneo e testimone diretto di alcuni eventi, non si discosta nel complesso dallo standard, ma il suo testo non è privo di osservazioni personali e di espressioni che trovo notevoli e anche sorprendenti (segno di una solida autonomia di giudizio), se si considera soprattutto l’epoca in cui vennero scritte.

Sin dalle prime battute. Se da un lato, infatti, Guigo non si sottrae alla descrizione dei natali di Ugo (nato a Châteneuf-sur-Isère nel 1052, da famiglia nobile), tiene anche a sottolineare con forza che le origini di un individuo non significano nulla se non sono sostenute dalle virtù, e aggiunge: «E in fondo cosa importa di più: da che famiglia uno è nato, o in che modo è vissuto?» Oppure quando affronta il tema obbligato dei miracoli: a Ugo non ne viene attribuito neanche uno, ma che importa, era casto, avveduto, amorevole, umile, generoso, temperante, giusto. Il miracolo era che tali virtù si concentrassero in unico individuo, e pazienza per «quelli che non stimano la santità senza miracoli – noi invece non li consideriamo molto, perché sappiamo che ugualmente compiono prodigi gli eletti e i reprobi, e nei più grandi patriarchi e in tanti altri santi molto graditi a Dio ne abbiamo trovati poco o nulla». O ancora quando pone a confronto i meriti di Ugo con le «brutture dei nostri tempi», ricordando che «tutti bramano doni e cercano ricompense. Tutti, dal più piccolo al più grande, si votano all’avarizia»; avarizia «che è in cima a tutto, e ogni cosa obbedisce al denaro. Ma fermiamoci qui, dato che non è questo il nostro argomento».

E infine quando giunge al doloroso tema della malattia di Ugo, una forma degenerativa di demenza, manifestatasi in tutta evidenza a partire dal 1130 e accompagnata da un fenomeno insolito che Guigo attribuisce alla santità del vescovo. «Infatti», racconta, «a causa dell’aggressività della malattia quasi tutta la sua memoria fu rimossa o sconvolta, almeno per quella parte contenente le immagini dei luoghi e dei tempi, che è comune ai buoni e ai cattivi e che serve indifferentemente agli uni per il bene, agli altri per il male»; l’altra «parte», invece, quella spirituale, «risultò non solo immutata, ma talvolta più salda e agile». E se spesso «la perdita della memoria non gli faceva ricordare dove o con chi fosse», non aveva dimenticato una sola parola della Sacra Scrittura e le sue risposte su questioni religiose erano sempre «sagge e veritiere». Non è «contro natura, e perciò anche incredibile», chiede Guigo, che una mente umana smarrisca tutto ciò che è «materiale e familiare», ordinario e facile, ma non ciò che è più fragile perché meno comune e difficile da raggiungere, cioè il senso del divino? Non è un miracolo?

Quel «contro natura» mi ha colpito, anche se viene subito per così dire ricondotto sui binari di un’interpretazione consueta della sofferenza come dono di Dio e «occasione»: come aveva detto sin dall’inizio «quanto più era tribolato da essa, tanto più vigorosamente disprezzava le cose del mondo e si elevava a Dio, unico vero rifugio, attingendone un piacere – diceva – tanto più pieno e dolce, quanto più aspra era stata la sofferenza». Di certo mi illudo, ma, di fronte al complesso concettuale che trovo in assoluto più inaccettabile, mi è parso come un grido soffocato e sfuggito inavvertitamente, proprio alla fine della triste e realistica e, bisogna ammetterlo, un po’ imbarazzata descrizione degli ultimi tempi del santo: come può essere un bene questo scempio?

Niente più di un fiato, il notevole commento conclusivo è saldo: «La pensi ciascuno come vuole, a noi però – e come noi, crediamo, la penseranno i più esperti, soprattutto di medicina – sembra non meno grande e singolare… che tra tanti patimenti della mente, e così aspri e continui, non abbia perduto la conoscenza e l’invocazione di Dio».

(1 – continua)

Guigo I, Vita di Sant’Ugo vescovo di Grenoble, a cura di Daniele Solvi, in «Benedictina», gennaio-giugno 2010.

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Fuggi, taci e stai tranquillo

L’estremismo certosino (si può dire che i certosini siano l’aristocrazia del monachesimo) è sempre interessante ed è forse uno dei filoni di pensiero monastico che meno è cambiato nel corso del tempo. Come si può ricavare da questo volume, Scuole di silenzio, dal tono eccezionalmente diretto (forse perché si tratta di discorsi in origine riservati ai soli confratelli) e che esibisce la contraddizione cruciale già a partire dai dati bibliografici: è scritto, vedi la quarta di copertina, da Jean-Baptiste Porion († 1987, già vicario della Certosa di La Valsainte, in Svizzera), ma in copertina e sul frontespizio è attribuito, come da tradizione, a «Un certosino».

«Essere certosino», esordisce Porion, «non significa fare cose straordinarie, come immagina a volte la gente, bensì vivere nell’umiltà e nella calma senza cercare, pretendere e rifiutare niente.» E continua: «Le giornate dei certosini possono essere molto monotone e insignificanti; ma devono essere così poiché la nostra vita in se stessa non è nulla». I suoi sermoni dicono poi tante cose ma finiscono col concentrarsi sul tema fondamentale del distacco da sé. Uno degli «scopi» della vita certosina è la pace interiore, perseguita con l’obbedienza, la pazienza (anche verso se stessi) e con la fuga dalle tentazioni che sono opera dell’immaginazione e del maligno. Ma tale distacco si scontra inevitabilmente con la questione dell’orgoglio (l’affermazione di sé) e produce un’ambiguità che mi pare irrisolta, come se l’umiltà stessa finisse con l’essere la fonte di ciò che si cerca di evitare.

Ciò che a me sembra piuttosto ossessione per il nascondimento e la sparizione, e anche spietata svalutazione di sé, produce un’altra ombra: l’opposizione tra isolamento e amore per gli altri (che, avverte Porion, nasce quasi sempre dall’amor proprio – il male dei mali). «Ciò che nuoce all’anima non sono né la gioia né il dolore, bensì la sensibilità alle cose di questo mondo.» E il certosino questa la chiama adesione totale a Dio e alla sua imperscrutabilità. Ma io, che di altri mondi non ho, diciamo così, notizia, a quali altre cose dovrei essere sensibile? E se pure posso guardare con una certa attrazione a questa forma di nichilismo, a cosa dovrei pensare se non alla gioia e al dolore? A quelli provati e a quelli dati? E ancora, francamente, non è forse il riconoscimento del male e il tentativo di evitarlo quello che conta? L’imperscrutabilità per me è un argomento insostenibile, anzi vagamente disumano: «Se le cose ci sembrano cattive, nocive o terribili, è unicamente perché non le vediamo nella luce di Dio, perché le consideriamo dal nostro punto di vista umano». No, caro vicario, proprio no, questo equivale a spegnere il senso morale.

Dai sermoni emergono ogni tanto anche i problemi della convivenza, del giudizio dei confratelli, dell’obbedienza: il certosino li deve attraversare, verrebbe da dire, come un monaco buddista, senza scomporsi, senza soffermarsi, lasciando sempre la massima libertà agli altri. Con esiti talvolta sorprendenti: «Vivi nel monastero [nel mondo?] come se non ci vivesse nessuno, non inquietarti se il mondo crolla e mantieni la calma dell’anima». Il semplice pensare ai confratelli per un certosino rischia di diventare un ostacolo sulla strada della massima semplicità, perché «un certosino curioso è distratto come e più di un uomo nel mondo».

La chiusura, molto indicativamente direi, lascia sfuggire una nota squillante di orgoglio per la «radicale diversità»: «Il sito della Grande Certosa vale da solo un trattato di spiritualità poiché testimonia, con un’eloquenza meravigliosa, lo sforzo immane fatto dai nostri padri per fuggire il mondo e difendersi da lui. Oseremmo dire che anche il paesaggio è stato fatto da titani innamorati della solitudine».

Il volume suscita altre riflessioni ma mi fermo qui (tanto sui certosini ci tornerò). È chiaro che il motto di sant’Arsenio – «Fuggi, taci e stai tranquillo» –, formula in cui l’autore condensa l’insegnamento certosino, è fonte di una sorvegliata seduzione, ma per fortuna, anche mia, in questo mondo c’è chi non fugge, né tace né sta tranquillo.

Un certosino (Jean-Baptiste Porion), Scuole di silenzio, Edizioni San Clemente-Parole et Silence (senza data, ma prima del 2000).

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