§ 18. I litigia e i negotia del mondo perdono di consistenza, proprio perché la molla della forma di vita monastica è la auto-sottrazione a ogni possibilità di litigium o negotium; è, in termini meno giuridici, la fuga mundi, laddove la anomia data dal venir meno dello ius del mondo impone la necessità di colmare la lacuna con una nuova regolamentazione.
■ Roberto Alciati, La regola della vita monastica nei sermoni di Cesario d’Arles (2018).
§ 19. Le vocazioni non ci sono, l’età media diventa alta, la gestione degli immobili un incubo. Le proiezioni statistiche dicono che, se tutto resta come è, tra qualche anno occorrerà chiudere per sempre una storia secolare. Ma le comunità, invece di agire velocemente con una scelta (non è essenziale che sia la migliore), continuano a fare tavoli tecnici, fusioni tra monasteri, nuovi coordinamenti, e il dicastero vaticano a produrre decreti e lettere dove si rimanda al diritto canonico, come se fossimo ancora a metà Novecento. Si moltiplicano le consultazioni e i consulenti, si aspetta il prossimo capitolo che ci sarà tra sei anni, visto che i precedenti non hanno deciso nulla. E intanto l’età media cresce ancora…
■ Luigi Bruni, Il serpente e l’arca. Sul destino delle comunità, Città Nuova 2026, pp. 66-67.
§ 20. La ripresa di questi elementi dell’architettura antica [le aree porticate, le corti a peristilio, lo spostamento degli ambienti privati ai piani superiori] nelle fondazioni monastiche dei primi secoli del medioevo è evidente soprattutto nei grandi centri urbani, ma diversi impianti monastici sorti in zone rurali si impostano sui resti di strutture quali villae o vici di epoca romana… Nei contesti urbani gli impianti monastici dei primi secoli del medioevo furono ampiamente condizionati dalla presenza delle strutture preesistenti, molti di essi infatti sorsero all’interno di domus. Diversi esempi di questo tipo sono attestati a Roma, soprattutto nel Celio, dove papa Gregorio Magno nella casa di sua proprietà fonda il monastero di Sant’Andrea poi San Gregorio; allo stesso modo si comporta Onorio I, che istituisce una comunità monastica presso San Giovanni in Laterano…
■ Chiara Carloni, Il chiostro come punto di passaggio, in Gli spazi della vita comunitaria, Atti del convegno (Roma-Subiaco, 8-10 giugno 2015) a cura di L.E. Pani, CISAM 2016.
§ 21. Le aspettative della società nei confronti dei monasteri sono ambivalenti. Da un lato, ci si aspetta che i monaci vivano ancora come nel Medioevo, senza elettricità né mezzi di comunicazione; dall’altro, si pretende che dispongano di un sito web dove verificare, ad esempio, gli orari di apertura del negozio monastico o se le camere per gli ospiti siano dotate di servizi igienici privati. I monasteri si trovano dunque a ricoprire un ruolo ambiguo: quello di una realtà immutabile all’interno di una società alle cui esigenze, tuttavia, devono sapersi adattare.
■ Isabelle Jonveaux, Redefinition of the Role of Monks in Modern Society: Economy as Monastic Opportunity, in Sociology and Monasticism. Between Innovation and Tradition, a cura di I. Jonveaux, S. Palmisano, E. Pace, Annual Review of the Sociology of Religion, 5 (2014).
§ 22. In passato, molti uomini entravano in convento. Erano forse individui stupidi e ottusi? – Ebbene, se questi individui sono ricorsi a simili mezzi per poter continuare a vivere, il problema non può essere semplice.
■ Ludwig Wittgenstein (1946), Pensieri diversi 1914-1951, a cura di L. Perissinotto, traduzione di T. Fracassi, Einaudi 2026, p. 86.

Riflessioni che, a mio parere, potrebbero estndeersi facilmente a molti altri contesti della società e dell’individualità. Grazie 🙂