§ 7. Fra le iniziative personali e il sorgere di veri e propri «monasteri» appare infatti determinante «l’esperienza ascetica delle dame aristocratiche, che avviarono la consuetudine di accogliere nelle proprie ville urbane e suburbane donne di origine e provenienza diversa legate da una medesima propensione religiosa» (Rita Lizzi). Le ancillae Dei erano di norma delle vedove, donne connotate da una dimensione di liminalità, che attraverso la velatio acquisivano la protezione ecclesiastica, potendo conseguentemente evitare un secondo matrimonio e rimanere a vivere nella propria casa. Si mantenevano dunque al riparo dalle pressioni dei gruppi familiari, quello d’origine e quello del marito, e contemporaneamente non erano vincolate dagli obblighi normativi esistenti nei monasteri.
■ Mariaclara Rossi, Monachesimi femminili a Verona: tra vita comunitaria ed esperienze in domibus propriis (secoli VIII-XII) (2019).
§ 8. Non è un caso che molto di frequente quelle che tradizionalmente vengono presentate come classiche «tentazioni», che per definizione – ossia per dare significato all’esperienza ascetica – devono assalire l’asceta in modo che ella o egli dimostri di saper resistere e infine affermare l’integrità del corpo, assumano la forma di mali fisici ben individuabili e diagnosticabili.
■ Maria Dell’Isola, Gli esercizi delle madri del deserto. Utilità della tristezza per la perfezione, Edizioni ETS 2026, p. 30.
§ 9. Il vero problema non è che ci siano troppo poche vocazioni in alcune parti del mondo, o che i fratelli e le sorelle in alcune comunità non rispettino i loro voti. Il problema è che tutti noi, senza eccezioni, siamo stati influenzati da una mentalità mondana in cui cose come la realizzazione personale, la libertà individuale e l’affermazione dei diritti sono state elevate al rango di idoli. Naturalmente [Libertà, realizzazione e diritti] sono cose buone in sé, ma se ne facciamo valori assoluti e li idolatriamo, facciamo esattamente come il mondo e non ci distinguiamo più come cristiani, come monaci e monache.
■ Bernardus Peters, abate generale OC-SO, Cooperare come segno cistercense di speranza nella Chiesa e nel mondo di oggi, Assisi, 3 settembre 2025, in «Vita Nostra», 30 (2026), pp. 9-10.
§ 10. È chiaro che, nel Tre-Quattrocento, le comunità religiose, soprattutto femminili, si caratterizzavano da uno scarso rispetto della comunità di beni; molte erano infatti le singole monache che gestivano da sole i loro beni personali. L’economia dei conventi, alla fine del medioevo, era quindi fatta da un rapporto costante tra un grande settore comunitario e tanti piccoli settori personali che interagivano tra loro in diversi modi (la loro separazione, tra l’altro, non era sempre molto chiara).
■ da Sylvie Duval, Scrivere, contare, gestire. I libri di amministrazione dei monasteri femminili fiorentini 1320-1460 (in Scritture carismi istituzioni. Percorsi di vita religiosa in età moderna, 2018).
§ 11. La nuova istituzione [il monastero di Marcigny-sur-Loire], che poteva ospitare novantanove monache, venne intitolata alla Vergine Maria, a cui idealmente veniva consegnato il titolo di badessa, tanto che nel coro le era dedicato lo stallo centrale, lasciato sempre vuoto. Il monastero richiamò numerose vocazioni e non furono rari i casi in cui molte donne coniugate entrarono a Marcigny, mentre i loro coniugi andavano a Cluny.
■ Vincenza Musardo Talò, Il monachesimo femminile (2006).
§ 12. Per diversi secoli in Italia i termini «putte per educazione» o «putte in serbanza» vennero usati come sinonimi e in numerosi casi alle novizie che si preparavano alla professione si affiancarono altre giovani donne destinate dalla famiglia al matrimonio. […] L’ampliamento dei conventi nel Cinque e Seicento avviene in gran parte attraverso l’acquisto di una cella da parte di una famiglia, che avrà diritto di riservare un posto per un altro membro della famiglia stessa.
■ Gabriella Zarri, Novizie ed educande nei monasteri italiani post-tridentini (2011).

Grazie. Attendo sempre questo articolo di domenica.
Mi chiedevo se ci fosse qualche monastero femminile, o monaca, o madre del deserto che si sia ispirata a Maria Maddalena, secondo alcuni la discepola più vicina a Gesù.