«Quando i Barbari precipitaronsi in massa sull’Occidente, e spezzarono tutti i legami della società, gli uomini che non avevano se non Dio per isperanza, e il deserto per refugio, corsero ad aprire nelle foreste e nei luoghi più inaccessi benefici asili all’oppressa umanità. Le fertili pianure eran preda di selvaggi che non sapevano coltivare, mentre che sulle creste dei monti abitava altra gente, la quale ivi recava a salvamento, siccome da un diluvio, le venerande reliquie delle lettere, dell’arti, e della civiltà.»1
Impostato il discorso in tal classica guisa, l’anonimo autore ricorda che tutte le umane cose sono soggette al medesimo arco di nascita, sviluppo, maturazione, fioritura, decadenza e… trasformazione. Ebbene, «una delle trasformazioni più memorabili dell’Ordine Benedettino avvenne nel secolo XI per opera di S. Romoaldo, mediante la fondazione che Egli fece del Sacro Eremo di Camaldoli», grazie al quale il santo riuscì a stringere in alleanza la vita anacoretica – che conduce più «dirittamente» a Dio, ma «non ha il sostegno degli altrui esempi, delle prove e dei confronti» – e la vita cenobitica, più attiva e sicura in virtù dell’obbedienza, ma «più bersagliata d’agitazioni». Un’alleanza che, considerando appunto le umane cose, ha invece resistito al tempo ed è ancora vigente dopo mille anni, costellati di santi e venerabili eremiti, dei quali l’autore si dispone a pubblicare «compendiosamente la serie, se non delle azioni, almeno dei nomi», a beneficio di quest’epoca corrotta e «a fomento di pietà e religione».
Seguono quindi poco più di una cinquantina di brevi profili biografici di beati e di venerabili, preceduti naturalmente da una assai concisa e stilizzata vita di san Romualdo. Si tratta di testi agiografici, edificanti, pieni di formule, stereotipi e «ritornelli» – anche nel caso dei personaggi più storicamente rilevanti, come ad esempio il b. Paolo Giustiniani – che in fondo non metterebbe conto di leggerli se non… se non fosse che è gradevole ripassare una lingua italiana da tempo scomparsa, giustamente giubilata, ma che ormai ha assunto un gusto museale che a taluni può piacere: il «giovane appena quadrilustre, tocco da potente ispirazione di grazia sovrannaturale s’involava», «dai lontani come dai vicini paesi colà accorrevasi per gustarne i soavi colloqui», «siccome avvi un pianto funesto figlio del delitto e della disperazione, così vi ha pure un pianto felice…», e così via, quasi melodrammeggiando.
Se non fosse anche il volume, con la sua cospicua appendice, rappresenta una specie di specchio della congregazione negli anni più tumultuosi delle soppressioni. Ai testi dedicati ai confratelli seguono infatti molti «materiali» di varia origine, tra i quali spicca un Sermone in lode dei VV. Eremiti Camaldolesi, pronunziato nel S. Eremo l’anno 1853 da un Superiore dell’Ordine. E poi estratti dalle Costituzioni, lettere, altri sermoni o «porzioni» di essi e un sonetto del b. Giustiniani, e così via. Come a dire: questi siamo noi, questa è la nostra storia, questo è il nostro ideale; se anche gli individui scompaiono, l’Ordine permane.
Se non fosse infine che s’intuiscono comunque gli individui in carne e ossa dietro le formule; deboli tracce di un veloce passaggio che, per quanto «standardizzate», lo ammetto, non mi lasciano indifferente: il b. Rustico, «rustico di nome, ma gentile di tratto e di maniere»; il b. Cornelio calabrese, «uomo religiosissimo, il quale non per bassezza d’animo, ma per sublimità di pensieri celò nel silenzio d’una cella le più belle doti dello spirito»; il b. Carimerio, «lietissimo di sua vocazione»; il v. Samuele, da Forlì, la cui semplicità e candidezza dell’anima «trasparivano ancora al di fuori e ispiravano venerazione, nell’atto che ne facevano un esemplare nella scuola della perfezione monastica»; il v. Francesco, milanese, «che era una di quelle anime semplici, colle quali lo spirito del Signore si diletta di conversare, nel grado di monaco converso si rese un modello di perfezione», e così via.
Invecchiando, sono sempre più attratto da queste pagine, non foss’altro perché salvano dall’oblio totale f. Giovanni Nenci fiorentino, che «fu religioso di molta orazione e di prolungate vigilie, solito passare gran parte della notte nella cappella della Vergine: nel corso del suo vivere eremitico mai depose il cilizio, mai si coricò in letto, prendendo il suo breve sonno appoggiato ad una sedia: morì nel 1688».
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- Cenni biografici dei venerabili eremiti che son vissuti nel S. Eremo di Camaldoli, preceduti da una Notizia storica intorno l’Istituzione del medesimo, Firenze, Tip. Federigo Bencini, 1862.

