Non solo draghi

Vecchi libri sul monachesimo: una combinazione perfetta e irresistibile. Poco importa – so che dovrebbe – che alcune delle informazioni che contengono siano state nel frattempo corrette, alcune opinioni superate: questi saggi di cinquanta, sessanta, cento anni fa ai miei occhi condividono con l’argomento di cui trattano una specie di affrancamento dal tempo. Se lo scopo delle mie letture fosse soltanto quello di «sapere» dovrei concentrarmi sulle opere più «aggiornate», ma questo varrebbe per qualsiasi «argomento»; non avrebbe senso infatti, se non per gli storici della materia, leggere un libro di una qualsiasi disciplina scientifica o storica che non fosse aggiornato «alle più recenti scoperte della ricerca». Io ho scelto di leggere di «cose monastiche» e la relativa bibliografia, la minima parte che mi riesce e mi riuscirà di frequentare, mi è parsa sin da subito tutta «presente», tutta in un certo senso al di là del concetto di «aggiornamento». Parte di questa impressione so che è dovuta al fatto che il monachesimo rappresenti per me una «evasione», non dissimile da quella che si indirizza ai draghi, ma mi auguro che ci sia anche dell’altro.

Di cosa sia fatto questo «altro» tuttavia non sempre mi è chiaro. Di sicuro c’entra il tempo, quell’effetto di «cerniera», se mi si passa il termine, che i monaci producono tra un passato anche remoto e il presente: come scrive Giuseppe Turbessi1 «i monaci, per la forma della loro stessa vocazione, sono come la frontiera tra questi due mondi: quello dei Padri e quello attuale; quello della ricerca esclusiva di Dio e quello dell’umanesimo cristiano». Temo però, per usare un eufemismo, che si tratti comunque di aspetti marginali, secondari, frutto in sostanza di fraintendimenti e di visioni parziali. Non voglio usare analogie – che, come si sa, sono istigate da un demone –, ma per quanto uno possa studiare una lingua straniera, è impossibile diventarne madrelingua.

«Ai monaci», scrive Daniel-Rops nel 1958, «i credenti chiedono di essere “sentieri” verso Dio, una specie di intermediari tra le loro debolezze e le loro aspirazioni, dei testimoni del grande desiderio che essi hanno dell’unico necessario e che le esigenze della vita quotidiana non permettono loro tanto spesso di soddisfare.» I monaci e le monache di oggi si riconoscono ancora in questo ipotetico ruolo di mediatori? E i non credenti cosa chiedono, se chiedono? Che cosa ha senso che chiedano?

La tentazione è di chiedere quello che Paolo VI chiamava «il quadro… d’una piccola [ahimè, sempre più piccola?] società ideale, dove finalmente regna l’amore, l’obbedienza, l’innocenza, la libertà dalle cose e l’arte di bene usarle». Di chiedere cioè, più che l’immagine, la realtà di un «altrove esistenziale». Quindi ancora di evasione stiamo in fondo parlando? Di cattiva coscienza? Forse, se c’è qualcosa da chiedere, è più giusto chiederlo a se stessi.

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  1. Autore, tra gli altri, di un bellissimo esempio di quei «libri vecchi sul monachesimo» di cui dicevo all’inizio, Ascetismo e monachesimo in S. Benedetto, Editrice Studium 1965.

2 commenti

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2 risposte a “Non solo draghi

  1. Avatar di Paola Paola

    Grazie per il commento :-). Se posso inserirmi con un mio sul “tempo”… c’è chi considera un “tempo orizzontale” che riguarda la progressione di momento dopo momento, e un “tempo verticale” che riguarda le esperienze simultanee di tutti i “tempi”. 🙂

    • Avatar di MrPotts MrPotts

      Grazie a lei.
      Sono entrambe due dimensioni molto interessanti. Forse si può dire che quella “orizzontale” o lineare sia legata alternativamente alla speranza o alla disperazione, a seconda del proprio punto di vista, mentre quella “verticale” o circolare metta in discussione già il punto di vista…

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