«Un bicchierino e una caramella» («Benedetto Calati, il monaco della libertà», pt. 1)

Ha fatto molto bene Raniero La Valle a riesumare dai suoi cassetti l’intervista che nel gennaio 1994 Innocenzo Gargano e Filippo Gentiloni fecero a Benedetto Calati e a curarne la pubblicazione1. L’animato colloquio a tre illumina infatti le diverse fasi e le tante forze che composero la vita del grande camaldolese del Novecento, allora ottantenne e da non molto reduce dalla cruciale esperienza come priore generale della Congregazione (1969-1987)2.

È difficile sopravvalutare l’interesse storico di una testimonianza tanto accesa sul Concilio Vaticano II, e gli anni che lo precedettero e lo seguirono, sulla vita della Chiesa in quel tempo, sulle trasformazioni del monachesimo italiano e ancora sulle tante persone che spesero energie, errori e intuizioni in quei frangenti; e tuttavia, dal basso della mia scarsa conoscenza di quelle vicende, sono stato più attratto da altri aspetti della «conversazione», tutti riconducibili alla figura di questo monaco integrale e al tempo stesso aperto a tutto e a tutti.

Mi ha molto aiutato in ciò l’indicazione primaria che il curatore dà nella sua introduzione: «La vita di padre Benedetto è stata vissuta come un esodo. L’esodo vuol dire lasciare la condizione presente e andare verso un futuro ignoto. […] Si direbbe, data la sua condizione monastica, che il suo luogo, la sua modalità di vita fosse la stabilità, e invece è stata l’instabilità, il movimento, spesso impercettibile, ma continuo e inarrestabile, fino alla fine della sua vita». Che sottilissima e interessantissima contraddizione si può forse ravvisare nella scelta di p. Calati di «rinchiudere» e, per così dire, «depositare» la propria inquietudine e la propria ricerca proprio a Camaldoli. E, d’altra parte, si possono forse definire «rinchiusi» i primi, lunghi anni dedicati allo studio e alla lettura?3 Un percorso – non una stasi, quindi – da autodidatta, cominciato con gli Annales Camaldulenses, proseguito con i grossi volumi dei Maurini e con le opere dei Padri: «Per quanti anni sei stato a sfogliare i libri dei Maurini, i libri in folio?» chiede Innocenzo Gargano. «Tutti gli anni dal 1931 fino al ’51, fra Camaldoli e Fonte Avellana, finché non mi hanno fatto procuratore generale, a Roma», risponde Calati. «A Fonte Avellana ero bibliotecario, mi piaceva sempre stare tra i libri. I libri sono stati una passione per me, sono stati un’amicizia.»

Episodio dopo episodio, intanto, mi ha colpito molto il distendersi apparentemente sereno di una vita intera nel corso di una conversazione tutto sommato non lunghissima, la semplice concisione dei tratti con cui vengono evocati momenti e svolte importanti: «Si cucinava una volta al giorno, a mezzogiorno. Siamo cresciuti così. – Il seminario era il luogo di promozione sociale, l’unico luogo. – Prendemmo un treno… che andava a Napoli. Avevamo già scritto a Camaldoli. – Appena arrivati alla farmacia ci diedero un bicchierino e una caramella. – La cella fu pesante per me. – Dicevo: ma cos’ho fatto, cos’ho fatto? – Camaldoli era per tutti un approdo, una vita nuova…» E potrei andare fino in fondo, compendiando tutto grazie a queste «piccole frasi», a questo linguaggio piano e pacifico, in cui sovrabbondano il fare e l’avere.

Linguaggio pacifico, ma che non preclude la possibilità di  giudizi assai netti: come quello di uomini «che non si erano costruiti attraverso la Bibbia, anche se la leggiucchiavano», riferito alla gerarchia ecclesiastica preconciliare; oppure quello sull’eremo, tanto sorprendente se a pronunciarlo è un camaldolese: «Ancora per me l’eremo rimane un assurdo per come è fatto»; o quello sui laureati cattolici che assistevano a Camaldoli all’ufficio in gregoriano con le braccia conserte: «Venivano ai concerti»4; e ancora il letteralismo biblico, che lo faceva «andare in bestia», il Concilio «messo nel cassetto», il cristianesimo portato in India come un «francobollo appiccicato», e così via.

(1-segue)

______

  1. Benedetto Calati, Il monaco della libertà, un’intervista nascosta di Innocenzo Gargano e Filippo Gentiloni al monaco camaldolese, a cura di R. La Valle, prefazione di A. Barban, Gabrielli editori 2019.
  2. Grande camaldolese, ma, come sottolinea lo stesso p. Gargano (anch’egli camaldolese), recensendo il volume, «padre Calati non appartiene solo a Camaldoli. La Chiesa e la società italiana lo considerano anch’esse un testimone importante da riascoltare».
  3. «Padre Benedetto era nato nel 1914», ci ricorda La Valle, «perciò quando rilasciò questa intervista aveva ottant’anni, la maggior parte dei quali passati tra la cella, il coro e la biblioteca.»
  4. «Per me il gregoriano, quando sono venuto a Camaldoli nel ’31, era stata una conquista. Mi ero affezionato. Ma c’è da capire. È chiaro poi che di fronte a una Chiesa che prega avrei bruciato tutti i gregoriani immaginabili e possibili» (p. 105).

 

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