La birra e l’economia carismatica

Be’, certo, ho anche una piccola raccolta di etichette di «birre monastiche», più o meno pazientemente scollate dalle relative bottiglie, ovviamente. Al di là, infatti, dell’interesse per le forme e i contenuti della storia monastica, sono sensibile a qualsiasi suggestione che vi sia in qualche modo collegata: è come se alla parola «monaci» si accendesse una spia e con essa la mia attenzione. Mi è perfettamente noto il meccanismo che sta alla base di questo atteggiamento e ho deciso da tempo di viverne gli effetti con serenità.

E ho anche trovato un articolo che, seppur non recentissimo, analizza con attenzione questo meccanismo applicato a uno dei prodotti monastici per eccellenza: la birra, appunto, con particolare riferimento al contesto belga1. Nell’ambito di più ampie (e molto interessanti) ricerche dedicate agli aspetti economici del monachesimo contemporaneo, la sociologa delle religioni Isabelle Jonveaux ha condotto il suo studio indagando direttamente, per quanto possibile, le attività di due abbazie produttrici, la trappa di Westmalle, nelle Fiandre, e l’abbazia benedettina di Maredsous, in Vallonia, e intervistando le persone, religiose e laiche, coinvolte nel processo. Come fratello Jan, di Westmalle, che dice: «Il nostro prodotto è di qualità estremamente alta. Questo è un Paese di birre, ma la birra trappista è di una qualità totalmente differente, la fermentazione è differente, il modo di produzione è differente. È anche più cara, ma sono convinto che la gente sia preparata a pagarla di più».

È il punto fondamentale di questo «esempio di economia carismatica»: si paga di più la qualità, e quindi gli ingredienti scelti e la ricetta originale, ma si paga di più anche la tradizione, la cura speciale, la particolare condizione degli individui che la producono – si è preparati a pagare di più la birra trappista proprio perché reca con sé tutto quello che è associato idealmente ai monaci. Compresa un’idea differente dell’impresa economica: «Non è soltanto il prodotto a essere diverso, bensì tutta la “politica aziendale”, in base alla quale il profitto non è l’obiettivo primario». Come dice un altro monaco di Westmalle: «Il nostro rimane un monastero con un birrificio, e non un birrificio ospitato in un monastero».

La legge ha regolamentato con precisione le diverse categorie di prodotti (birre trappiste, birre d’abbazia, birre “ecclesiastiche”), ed esistono marchi specifici di autenticità, ma è inevitabile che la suggestione monastica venga sfruttata anche quando non c’è alcun vero legame con la tradizione. Tanto che «più esile è il rapporto di una birra con un’autentica tradizione monastica, più marcato è l’uso di riferimenti che viene fatto sull’etichetta e sulla pubblicità». Per contro, nella stragrande maggioranza dei casi, i veri monaci produttori si differenziano evitando qualsiasi riferimento alla loro iconografia: niente chiostri, cappucci o vetrate (peraltro non molto abbaziali), al massimo un carattere vagamente goticheggiante, ma spesso nemmeno quello. In un caso, addirittura, manca persino l’etichetta e le informazioni sono riportate sul tappo. Senza contare poi la rarità: una delle birre più famose, e più premiate, può essere acquistata soltanto alcune volte all’anno direttamente al monastero presso il quale viene prodotta: «Quando un nuovo lotto è pronto, un messaggio registrato sulla segreteria telefonica dell’abbazia informa gli interessati, che si mettono in fila nella speranza di poter acquistare le dieci confezioni concesse per persona».

«Un’economia basata sul carisma dei produttori, sulla loro esiguità, sulle caratteristiche del prodotto e su una specifica organizzazione è quella che chiamiamo una economia carismatica». E io so di essere più sensibile (vulnerabile?) al carisma che alla qualità: «I prodotti monastici sono ricercati perché sono monastici, fatti da monaci in un monastero, e la qualità, entro certi limiti, è meno importante dell’identità sociale del produttore». In fondo, se mi offrissero una boccetta contenente una sedicente «aria di chiostro», io la comprerei, proprio perché so che non può essere realmente comprata.

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  1. Isabelle Jonveaux Bière belge et image monastique. Un exemple d’économie charismatique, in «Ethnologie française» 2011/1, vol. 41, p. 117-130 (che si può leggere qui, e che io ho letto qui nella traduzione inglese, Belgian beer and monastic imagery: an example of a charismatic economy).

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3 commenti

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3 risposte a “La birra e l’economia carismatica

  1. Eccola: http://www.sintsixtus.be/
    niente etichetta
    tutto gusto
    e sobrietà monastica
    per me la migliore in assoluto

  2. Pingback: i ritagli di aprile | ATBV

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